La società italiana Foodinho srl, meglio nota come Glovo Italia, il 10 febbraio è finita sotto controllo giudiziario, con un decreto d’urgenza della Procura di Milano, coordinata dal PM Paolo Storari, lo stesso delle inchieste sullo stadio “Doppia Curva” e delle inchieste sui livelli salariali non dignitosi e sul caporalato digitale che hanno interessato i settori della logistica e del tessile. Il provvedimento in questione parla di “condizioni di sfruttamento” e di un sistema di caporalato che fa leva “sullo stato di bisogno dei lavoratori”. L’accusa per l’amministratore unico Pierre Miquel Oscar è quindi quella di caporalato digitale. A pochi giorni di distanza lo stesso destino è toccato a Deliveroo Italy Srl e al suo amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi.
Lo sfruttamento riguarda i fattorini del delivery, i cosiddetti riders, che operano sul territorio milanese e nazionale. Il decreto stima che la cifra di addetti alle consegne si aggiri attorno a circa 2mila persone attive solo a Milano e a 40mila in tutta Italia, per una retribuzione che in alcuni casi è addirittura inferiore fino del 76,95% alla soglia di povertà assoluta e inferiore fino al 90% rispetto alla contrattazione collettiva: una retribuzione che sicuramente non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato.
Sotto accusa sono dunque i contratti firmati dal sindacato Ugl, strenuo sostenitore del governo attuale, e da Assodelivery, il cartello datoriale a cui sono associate Glovo e Deliveroo.
Il food delivery non è un modello di business solido e mai come oggi ci appare per quello che è: un sistema coercitivo che riguarda prevalentemente lavoratori migranti, molto spesso senza permesso di soggiorno, altamente ricattabili, provenienti da paesi come il Pakistan, l’Afghanistan il Bangladesh, la Nigeria, il Perù, l’Ecuador, il Senegal, la Costa d’Avorio.
Questo fenomeno è stato reso possibile dalle politiche migratorie di controllo che si sono succedute nel nostro paese nel corso degli anni – dalla legge Renzi-Lupi in poi – che hanno favorito la proliferazione di situazioni di clandestinità come humus sociale per assecondare la richiesta di dumping salariale richiesto – nello specifico – da alcune filiere produttive, fuori dai radar della contrattazione collettiva. La mancanza del permesso di soggiorno, il cui ottenimento è strettamente legato al possesso di un contratto di lavoro, il caro affitti che consuma gran parte dello stipendio, la necessità di sostenere altri membri della famiglia sono condizioni ricorrenti nelle testimonianze rese alla procura.
“Mia moglie non ha i documenti e non ci viene dato l’assegno unico per nostra figlia, sono costretto a lavorare 12/13 ore al giorno”, ha detto Julius A. “Sto cercando un lavoro con condizioni migliori ma al momento sono costretto a lavorare come rider pur di sopravvivere – ha fatto mettere a verbale Emmanuel I.O, aggiungendo: “Non mi piace come veniamo trattati: non siamo pagati se siamo malati, per loro siamo numeri. Abbiamo fatto anche sciopero ma nulla è cambiato”.
Che cosa ha permesso che dalla “gig economy” si arrivasse al caporalato digitale?
La gig economy non è mai stata quello che ha sempre sostenuto di essere. Il suo “successo” si basa essenzialmente su un modello organizzativo – tecnologico che combina machine learning, IA, algoritmo, sito internet e app ad una strategia comunicativa, secondo la quale viene pubblicamente presentata come un erogatore di servizi di “market placement”: viene offerta l’opportunità ad una platea di utilizzatori (ristoratori, clienti e lavoratori) di soddisfare le loro richieste di incontro tra domanda e offerta in maniera più efficiente, usufruendo di uno spazio creato e messo a disposizione dalla piattaforma. Piattaforma che vende un servizio a basso costo ad imprese e a singoli clienti, mentre ai lavoratori spaccia come attività ricreativa (per mezzo di un’interfaccia ludica), un lavoro vero con paghe da fame che vanno da 1,90 a 3,70 lorde a consegna.
Sui mercati finanziari, questo “prodotto” ha permesso a di raccogliere ingenti investimenti sulla promessa, un po’ come nel caso dei future, di produrre guadagni per gli stakeholder, sulla base di un’infrastruttura digitale transfrontaliera che gestisce, grazie a una platea potenzialmente inesauribile di “free-lance”, un meccanismo di estrazione di valore, derivante dalla raccolta di dati, dallo sfruttamento del lavoro e dallo sviluppo della tecnologia. Tutto ciò avviene senza assolvere ad alcun onere sociale, perché attraverso questo modello di organizzazione aziendale, si assottiglia al minimo il rischio d’impresa, a scapito di tutti gli attori della filiera: imprese, utenti e primi tra tutti i lavoratori.
Tale strategia aziendale, basata su una chiara narrazione mistificatoria, di descrivere come “lavoretti” prestazioni lavorative a tutti gli effetti, ha permesso sino ad oggi, nonostante la presenza di leggi, di numerose sentenze di tribunale e sperimentazioni di contrattazione più o meno felici, di svicolare, approfittando di una zona grigia, concessa dal paradigma istituzionale.
Tra gli esperimenti di contrattazione non proprio felice, c’è l’accordo capestro siglato nel 2020 tra UGL e Assodelivery (Glovo e Deliveroo). Un accordo firmato sostanzialmente tra le parti per arginare la legge 128 introdotta nel 2019, che imponeva l’introduzione di un salario minimo qualora non si fosse venuti a capo di una negoziazione tra le parti entro un anno. In quel caso le aziende dimezzarono i salari con la formalizzazione contrattuale, mantenendo lo schema retribuito a consegna, senza inserire alcun avanzamento sostanziale in termini di diritti, restando nell’alveo del lavoro autonomo.
Operazione altrettanto discutibile è stato l’esito dell’accordo tra Everli e Assogrocery effettuato dal Nidil CGIL, sempre nell’alveo del lavoro autonomo, che aveva il merito di introdurre qualche miglioria, come un meccanismo di salario minimo garantito, senza però andare a mettere in discussione il potere direttivo e il modello in toto.
Decisamente meglio la contrattazione di Just Eat che ha portato al riconoscimento del lavoro subordinato da parte della figura dei rider e l’applicazione di un CCNL nazionale, quello della Logistica, Trasporto Merci e Spedizioni, firmato da FILT CGIL- FIT CISL – UILT UIL, sebbene abbia concesso un ampio spettro di deroghe. Si tratta, infatti, di un accordo in riferimento a un protocollo integrativo della Logistica, che ha però sicuramente il merito di portare i corrieri delle consegne a domicilio fuori dal ricatto del cottimo attraverso una paga oraria. Tuttavia, il limite maggiore sta nel non riuscire a sollevare la categoria dal lavoro povero, a causa dell’abuso dei contratti part time operato da Take Away Express Italy (Just Eat), al netto del fatto che il salario è dignitoso, per un monte ore troppo spesso basso (10 e 24 ore).
Nel frattempo, mentre la politica istituzionale italiana ha latitato non assumendosi a pieno la responsabilità di garantire la qualità del lavoro e di vita per questi lavoratori, in Spagna grazie alla “Ley rider” e all’azione dell’ispettorato del lavoro, dopo aver comminato una multa alla società Glovo di 79 milioni di euro per la mancata contrattualizzazione dei rider, si è giunti a riconoscere ai fattorini il contratto di lavoro subordinato.
In Italia questa triangolazione, unita al fatto che dovrà essere recepita anche la direttiva europea dei lavoratori di piattaforma, sta avvenendo ora grazie al meritorio intervento della magistratura, in continuità con un filone di inchiesta che aveva già interessato i rider prima sulla questione di salute e sicurezza e poi ora sul tema della deprivazione salariale, sulla base del non rispetto dell’art.36 della Costituzione Italiana, secondo il quale deve essere sempre rispettato il criterio di proporzionalità salariale tra impresa e prestatore d’opera.
Dalle carte della procura emerge la chiara volontà di applicare un CCNL di settore firmato dalle sigle maggiormente rappresentative del Paese, riconoscendo la subordinazione dei rider e pieni diritti alla categoria. Si parla di assunzioni full time stavolta, mentre l’accordo aziendale di Just Eat è stato rinnovato fino al 2027, proprio in questi giorni, per altri due anni e i trasporti provano ad accreditarsi per chiudere la partita dentro la Logistica.
L’unico dubbio? Ha senso appoggiarsi a un contratto nazionale di riferimento reso sostenibile da un sistema di deroghe ormai storicizzate, senza considerare il fatto che bisognerà fare i conti con una fisiologica restrizione della platea dei lavoratori del settore una volta che verrà aumentato il costo del lavoro? Da un lato c’è chi pensa che questa preoccupazione debba essere assunta come principio dal datore di lavoro e far parte della responsabilità d’impresa e, dall’altro c’è chi è disposto già a cedere terreno nel nome della sostenibilità dei bilanci aziendali, pur partendo dal contratto subordinato come dimensione cardine dell’operazione. E se così sarà su quale contratto di riferimento cadrà il perimetro della contrattazione? Sicuramente l’opzione più plausibile è quella della convergenza dei contratti e dei modelli. Il dibattito in questo senso, tolta di mezzo l’ipotesi del lavoro autonomo – dopo dieci anni di attesa e di lotta del movimento rider – sta tutta in capo alle categorie, per quanto riguarda il versante sindacale.
I trasporti sventolano il CCNL Logistica dicendosi pronti ad estendere e a lavorare sul modello del Protocollo integrativo del rider con un sistema di deroghe relativo. Glovo e Deliveroo, “partner in crime” – è proprio il caso di dirlo – dell’associazione datoriale Assodelivery, risultano ancora iscritte alla Confcommercio, mentre le maglie dell’inchiesta giudiziaria si stanno estendendo al segmento del grocery, al mondo della GDO e delle catene della ristorazione. Inoltre, il contratto del Terziario risulta essere quello applicato negli uffici di Glovo e Deliveroo come da altri ex player del delivery in Italia, come Getir e Gorillas, i quali – quando erano attivi – avevano deciso di optare per quel CCNL perché meno oneroso, assumendo i propri rider come dipendenti da subito. Occorre però ricordare che decisero di andarsene dal mercato italiano poiché le loro rispettive case madri consideravano quello italiano un mercato a bassa redditività, anche perché dotate da una quota di mercato ridotta. Diversa è la questione per Glovo e Deliveroo che sono le aziende leader del mercato.
Ad oggi la richiesta dei sindacati di base, più limpida e determinata, sembra attestarsi sulla piena applicazione integrale del CCNL della Logistica. Si tratta della stessa indicazione di massima e l’intenzione generale che la Procura di Milano pare sottoscrivere, nell’ottica di aprire una fase negoziale. Certo è che, con ogni probabilità, toccherà mettere a terra un risultato concreto con una trattativa, passando per i sindacati confederali, trattativa il cui esito ad oggi non appare né scontata né lineare.
Sicuramente, vista la posta in gioco e il forte valore simbolico di questa partita, tutta politica, l’atteggiamento delle sigle sindacali maggioritarie non dovrebbe essere né quello di puro posizionamento, né quello di stipulare l’ennesimo accordo deludente, perché se di accordo si tratterà esso sarà chiamato a emancipare, una volta per tutte, il lavoro del fattorino dallo sfruttamento. Insomma, una vittoria per liberare tutti, il cui punto di partenza non può che essere rappresentato da un contratto di lavoro subordinato, full time.
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