Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi.

Noi contadini non ci avete interrogati […]

Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.

 

Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13.

Forse il problema potrebbe ritenersi meno grave se l’Italia non fosse, in linea con una storia di povertà e di diseguaglianza, il Paese con quasi il più basso numero di giovani laureati dell’orbita UE[1]. Secondo l’Istituto nazionale di statistica nel 2024 la percentuale di 25-34enni in possesso di un titolo universitario è pari al 31,6 per cento, quota che, sebbene in lieve aumento, è decisamente al di sotto del 44,1 per cento della media europea (il 52,6 per cento in Spagna e il 53,4 per cento in Francia), ponendo l’Italia al penultimo posto nella graduatoria UE27 (ultima la Romania). Del resto, l’Istat regista che, complessivamente, tra i 20 e gli 89 anni, la percentuale di popolazione in possesso di un titolo universitario è del 16,8 per cento, posizionando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa[2].

Si aggiunga che i laureati che negli scorsi 10 anni hanno lasciato l’Italia sono circa 97 mila. Solo nel 2024, 191 mila persone in generale hanno abbandonato il Paese, ma a destare preoccupazione è soprattutto l’aumento dell’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico.

Del resto, la struttura produttiva italiana è fortemente incentrata sul lavoro autonomo e su micro imprese (3,9 addetti in media, rilevazione Istat 2022) per lo più orientate alle attività manifatturiere e specializzate in alcuni comparti (il fatidico “Made in Italy”)[3]. Questo significa, traducendo, che il tessuto produttivo italiano tende a essere poco permeabile agli investimenti in proprietà intellettuale e R&S e a limitare la quota di spesa per impianti e macchinari, che include, per esempio, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). In effetti, il baretto, la pizzeria, il terzista di macchine industriali, il produttore di formaggi di queste innovazioni, e di conseguenza di laureati, tendono a farsene poco.

Dunque, in questo cuore di tenebra che è il mondo contemporaneo, con preoccupazioni crescenti per il futuro, per le guerre, per le crisi economiche che si susseguono, per le ingiustizie, per la necessità di vagliare il nostro rapporto con le nuove tecnologie, il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha ideato una riforma degli istituti tecnici per vincolare meglio la scuola al fragile contesto industriale italico.

In linea con una storica, annosa, noiosa, serie di dichiarazioni, lo scopo della riforma è predisporre i giovani al lavoro di bassa qualità che passa da queste parti e di fare della scuola una specie di terminale dei servizi alle imprese. Addomesticare, dunque, in quella direzione gli studenti, sulla base di un rapporto con le aziende destinato a diventare sempre più stringente dopo gli esordi della Formazione lavoro, degli skills e delle competenze introdotti da Renzi, ma, prima ancora, addirittura riconducibili alla “autonomia” voluta da Giovanni Berlinguer (L.30/2000).

A questo scopo si rincorrono da anni articoli retorici sull’insensato disprezzo che la gioventù avrebbe per il lavoro in generale e per quello manuale in particolare. Lo ricordo, sia chiaro, nel massimo rispetto per tutti i mestieri, i compiti, gli impieghi, i lavori, intesi nella più ampia accezione possibile che può assumere l’attività umana, compresa, ovviamente, quella riproduttiva e non remunerata e che pure tiene in piedi il pianeta in cui viviamo. Ma è come se il mondo non andasse mai avanti, come se le aspirazioni a fare qualcosa di diverso dall’usare la zappa del nonno non fossero legittime per tutti e tutte, come se la città del lavoro, dopo quella di Dio, non dovesse cambiare mai – non fosse già cambiata se solo le cose venissero osservate dal corretto punto di vista. Come se le tecnologie attuali non avessero già trasformato obbligatoriamente il modo di approcciarci alla questione. Come se la macchina, pensata in modo ecosostenibile, all’interno di una sintonia con l’universo che va ben oltre la singola esistenza del singolo essere umano, sulla base di un approccio realista, critico ma orientato al bene comune, non potesse essere usata a nostro favore invece che a nostro sfavore. Come se il superamento del lavoro alienante e nocivo non dovesse essere obiettivo di ogni politica economica degna di questo nome. Come se, infine, i redditi bassi, miserevoli, del lavoro, la loro indeterminata precarietà non finissero per scoraggiare i giovani uomini e le giovani donne, finendo per aumentare il loro senso di vuoto e di sventura, con seri problemi di diffusione per la salute mentale tra le nuove generazioni. Lo stato della salute mentale degli adolescenti e dei giovani, già in difficoltà prima della pandemia, è peggiorato con la reclusione forzata durante il Covid. Oggi, mentre ogni conflittualità viene sanzionata con leggi emergenziali che si susseguono, tutta questa “disobbedienza” soffocata finisce per tradursi in ansia, attacchi di panico, depressione, atti di autolesionismo[4].

La riforma degli istituti tecnici 2026

In questo quadro, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026  che traduce gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e ridefinisce, in sostanza, diversi aspetti tra cui indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei nuovi percorsi di studio[5].

La riforma è stata, incredibilmente, resa nota solo il 9 marzo scorso quando molte famiglie avevano già effettuato l’iscrizione sulla base delle diverse regole preesistenti. Non ci sono state discussioni preliminari, al punto che le scuole hanno presentato una differente offerta formativa a studenti e genitori durate gli Open day. Ma essa entrerà comunque in vigore direttamente in settembre e il ministero ritiene che potrà ritenersi a regime entro cinque anni. Chiamala, se vuoi, democrazia.

Non più un biennio uguale per tutti gli indirizzi tecnici e poi la possibilità di scegliere la propria strada nel triennio, ma un’offerta formativa suddivisa fin dalla base in due macro settori: economico (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo, Beni ambientali e Culturali) e tecnologico (Meccanica ed Energia, Trasporti e Logistica, Elettronica ed Elettrotecnica, e Informatica e Telecomunicazioni, oltre a Grafica, Chimica e Biotecnologie, Sistema Moda, Agraria e Costruzioni). L’elenco dettagliato delle articolazioni e dei diversi quadri orari sono consultabili nella nota ministeriale[6]. La struttura viene ricondotta a una cornice coerente con il  Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) dell’Istruzione tecnica previsto dal DL 45/2025, richiamato nel testo ministeriale.

Fondamentalmente, il piano formativo si articolerà su un 4+2. Ovvero diploma in quattro anni e due anni di ITS Academy con un allineamento diretto con il sistema produttivo. L’obiettivo principale è canalizzare gli studenti verso i percorsi ITS Academy (2 anni) post-diploma, considerati una via diretta per l’inserimento lavorativo. La riforma prevede la creazione di “campus” che dovrebbero collegare istituti tecnici riformati, professionali e ITS Academy.

Tutto ciò ha evidentemente necessità di una riarticolazione oraria, la quale resta al momento volutamente nebulosa e affidata alla discrezionalità dell’autonomia scolastica: si riducono le ore di cultura generale (Italiano, Storia, Geografia, Fisica, Chimica, Matematica, la seconda lingua straniera) per potenziare, sembrerebbe – ma il quadro non è chiaro – materie di indirizzo (quali?) e le attività di laboratorio. Proprio nel settore tecnologico, gli insegnamenti di Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica verranno paradossalmente accorpati e considerati un’unica disciplina sotto la dizione “Scienze integrate” o “Scienze sperimentali” con una perdita, secondo un’analisi unificata dei vari nuovi indirizzi operata dalla Flc CGIL, di 231 ore[7]. L’accorpamento non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica dovrà essere favorita, ridotta o tagliata e la scelta è affidata ai singoli istituti. L’ambito matematico si contrarrà dalle 132 ore del biennio alle 99 nel terzo, quarto e quinto anno. Italiano calerà a 99 ore dalle 132 nel quinto anno (?).

Tale rimodulazione è giustificata dalla volontà di una didattica che dovrebbe essere gestita in larga parte dalle imprese e non dalla scuola. O comunque tutti insieme appassionatamente con patti educativi dove tutti potranno, parimenti, dire la loro.

L’articolo 1, comma 2 D preannuncia infatti “l’elaborazione, a livello regionale o interregionale, di accordi, denominati «Patti educativi 4.0», per l’integrazione e la condivisione delle risorse professionali, logistiche e strumentali di cui dispongono gli istituti  tecnici e professionali, le imprese, gli Enti di formazione  accreditati dalle Regioni, gli ITS Academy, le università e i centri di ricerca, anche attraverso la valorizzazione dei poli tecnico-professionali e dei patti educativi di comunità, nonché la programmazione di esperienze laboratoriali condivise, nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente”.

Questa idea meravigliosa deriva dal Governo Draghi e dai finanziamenti per il PNRR. Da lì si cominciò ad annunciare che, per legge, almeno il 60 per cento del monte ore complessivo degli ultimi due anni degli Istituti Tecnici Superiori sarebbe stato affidato a professionisti, manager e tecnici provenienti dalle aziende e non da carriere accademiche e che gli stage aziendali e i tirocini formativi, obbligatori anche per i docenti, avrebbero coperto almeno per il 35 per cento del monte orario[8]. Al momento, l’escamotage dell’affidamento all’autonomia delle istituzioni scolastiche, che potrebbero utilizzare le indicazioni per rafforzare alcune discipline oppure sviluppare progetti collegati al territorio, oppure introdurre attività laboratoriali o interdisciplinari, sortisce l’effetto di non rendere esplicito quanto, come e chi farà cosa. È abbastanza prevedibile che, nel corso della “messa a regime”, si genereranno nuove gerarchie e lotte intestine tra i docenti “perdenti posto”. Inevitabilmente, si avranno ricadute: uno degli scopi della riforma è proprio e anche il taglio degli organici dei docenti.

L’articolo 2, comma 5, recita infatti: “Le istituzioni scolastiche possono ulteriormente caratterizzare l’offerta formativa per lo sviluppo di competenze coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal territorio attraverso l’utilizzo delle quote di autonomia e di flessibilità previste dall’Allegato 2-ter, par. 2, lett. a) e b) del decreto-legge n. 144/2022, e dalla quota del curricolo a disposizione della scuola. Nella definizione dei suddetti percorsi le istituzioni scolastiche sono tenute a garantire il raggiungimento dei risultati di apprendimento in esito fissati per l’indirizzo o articolazione in cui il percorso si inserisce”.

Il disegno parla solennemente di portate in aula “esperienze reali, aggiornate e concrete”. In realtà, possiamo spingerci a tradurre così: le imprese potranno svolgere corsi di formazione professionale a loro vantaggio, usufruendo di soldi pubblici. Si anticipa l’impegno degli studenti in formazione-lavoro sin dai 15 anni di età e si introduce anche una formazione “specifica” per i docenti, coerentemente con ciò che stabiliranno gli accordi tra imprese presenti sul territorio e istituti di istruzione.

Articolo 1, comma 2 C esplicita che sarà prevista “l’attuazione di specifiche attività formative destinate al personale docente degli istituti tecnici, finalizzate alla sperimentazione di modalità didattiche laboratoriali, innovative, coerentemente con le specificità dei contesti territoriali”.

La scuola secondaria superiore, insomma, ultima occasione per molti e molte, di potersi occupare di qualcosa di inutile per la produzione ma di molto utile per sé stessi, per i processi di maturazione e di consapevolezza, per scoprire e coltivare passioni, per provare a far respirare un intero universo sentimentale e aprire da lì – nel confronto – la porta al pensiero critico, smarrisce la propria funzione. Riproduzione e valore d’uso anche in questo caso vengono imprigionati dalla catena del valore economico, attraverso la prevalenza dell’autonomia differenziata che si interfaccerà con le richieste del tessuto economico locale da scuola a scuola, da città a città, da territorio a territorio.

Nell’indeterminatezza delle parole usate, tra tavoli ancora aperti e discussioni da aprire, tra “indirizzi flessibili afferenti i diversi indirizzi di studio e le relative articolazioni”, tra “autonomie” concesse ai singoli istituti, si prova a rendere relativamente difficile la lettura di un progetto di fatto messo in atto a scatola chiusa.

Gli obiettivi, tuttavia, non possono sfuggire. Viene smontata e resa meno uguale l’ispirazione del sistema nazionale di istruzione, nell’interpretazione più coerente del dettato costituzionale (uguaglianza, cultura e ricerca, libertà di insegnamento, diritto allo studio) che si era avuta con la liberalizzazione dell’accesso all’università, legge 11 dicembre 1969 n. 910.

Come l’università viene obbligatoriamente costretta a mantenere rapporti con le aziende, anche quando imbarazzanti e colluse con le guerre, anche la scuola superiore perde controllo sul perimetro che le è proprio e viene resa ancor più dipendente dalle relazioni con il sistema produttivo da cui, probabilmente, deriveranno ulteriori gradimenti e finanziamenti. Lo scopo è, inoltre, rendere più complicata, difficile, sin da piccoli, la capacità di interpretare il mondo e di scegliere il proprio modo di starci. La disparità generata da questo genere di relazioni e il rischio che non favoriscano rapporti educativi fondati sull’auto-determinazione, la non interferenza, il coinvolgimento attivo, ma piuttosto l’assoggettamento, la passivizzazione e la sempre più esplicita mercificazione della realtà e del vivente, pare piuttosto concreto[9].

Nel segno della classe

La riduzione delle ore di materie teoriche a favore di laboratori e attività in azienda creerà, evidentemente, difficoltà maggiori per gli studenti dei tecnici nel superamento dei test d’ingresso universitari o aumenterà il rischio di abbandono proprio negli studi universitari scientifici, viste pregresse carenze formative, alla faccia del mondo che progredisce sotto il segno della stella polare Stem, acronimo di Science, technology, engineering and mathematics e visti i tagli orari che le stesse subiranno e di cui abbiamo provato a dare quale assaggio. Sulla carta si garantiscono identiche possibilità di accesso all’università addirittura dopo il quadriennio ma si spinge, evidentemente, in modo massiccio per il proseguimento nel biennio ITS Academy ed è assai nebulosa la questione dei CFU (Crediti formativi universitari) necessari per finalizzare l’iscrizione a un corso di laurea che sia in linea con il proprio percorso di studi. Se è incerta la possibile prosecuzione di un percorso “congruo”, figuriamoci quali difficoltà si avranno per accessi più liberalizzati.

Fino a ora, un diploma di istituto tecnico consentiva la possibilità di iscriversi a qualsiasi ordine di università, mentre oggi torna in auge il sistema scolastico fortemente selettivo della riforma di Giovanni Gentile del 1923, “la più fascista delle riforme” come la definì Benito Mussolini. Essa creò una differenziazione rigida dei percorsi dopo le elementari, con scuole medie orientate al proseguimento degli studi per alcuni e un triennio di avviamento professionale per altri. La legge 31 dicembre 1962 n. 1859 pose fine a questa evidente suddivisione di classe.

Con la fame di lavoro (ché è reddito) che c’è, molte famiglie, molti studenti sono da sempre attratti dai percorsi che promettono rapporti con le aziende e fanno sperare in percorsi e collegamenti diretti, convinti che sarà ciò che potrà garantire un impiego solido e duraturo. Ebbene, la possibilità di tenere assai lungamente in stage i giovani assunti (fino a un anno) e poi in apprendistato (due anni) indebolisce l’aspettativa. Bisognerebbe analizzare quanto di quel lavoro ottenuto è lavoro buono, è lavoro degno, è lavoro stabile ma, guarda un po’, mancano dati precisi.

Il problema non è che i ragazzi e le ragazze non abbiano voglia di studiare ma che il sistema, tanto più dopo questa riforma, rende lo studio un privilegio, non un diritto. In Italia le università costano sempre di più, gli affitti per gli studenti sono inaccessibili, gli stessi laureati finiscono, in Italia, per fare infiniti percorsi di stage (da uno stage a un altro stage). Non mancano i talenti ma, come detto nell’attacco di questo articolo, manca la volontà politica di valorizzarli.

Bisognerebbe considerare poi quanto questa riforma degradi il lavoro degli stessi insegnanti o aspiranti tali. A loro volta ridotti di numero, scaduti nel ruolo, nella professionalità, nell’autorevolezza. E pensare che, sbarrati gli ingressi all’università, lo sbocco all’insegnamento nelle scuole superiori venne prospettato come un’ipotesi di lavoro per le persone con dottorato o PhD (1 per cento della popolazione). Le stesse linee guida per i licei[10] trattano gli insegnanti come fossero bambini di cinque anni cui spiegare che le biografie degli autori sono meno importanti dei testi dei medesimi, che Dante è meglio leggerlo i classe perché non è semplice da comprendere, mentre le indicazioni per Filosofia si “dimenticano” sia di Spinoza che di Marx: giusto un accenno a “marxismo e Scuola di Francoforte”. E valga il vero.

Nuove enclosures

Qualche anno (decennio, ormai) fa abbiamo imparato che la conoscenza non è una merce soggetta a scarsità[11]: caso meraviglioso di un bene dove l’utilizzo dei molti non depaupera ma incredibilmente accresce grazie all’interazione, all’aggiunta, al pensiero che si moltiplica nella relazione, nello scambio, nell’elaborazione che va per aggiunte, esponenzialmente.

Ebbene, oggi pensando all’ulteriore dispositivo biopolitico selettivo incarnato da questa riforma e da quella dei licei che seguirà (che verranno ridotti anch’essi da cinque a quattro anni) penso che il concetto di risorsa umana in formazione, precariamente appesa alla selezione e al merito, serva innanzitutto a imporre ancora un altro po’ l’introiezione, già da tempo diffusa, dei dettami del capitalismo contemporaneo e a produrre soggettività sottomessa e sguarnita di strumenti[12]. Dunque, nei disegni, non più Intelletto Generale, che evoca la forza del pensare insieme per fare insieme per il bene comune, ma una forma di vita singolarizzata che sia la più produttiva possibile.

Le nuove tecnologie, il data mining, il controllo e il rapporto con l’AI e le possibilità di accesso alle medesime, è ciò che sta occupando la teoria contemporanea su questi temi, a partire dall’analisi degli impatti delle attività imposte delle grandi corporation delle piattaforme[13].

Ma vorrei aggiungere che i grandi imperi economici, e interi Stati come gli Usa, la Cina e altri, si stanno organizzando perché le tecnologie informatiche non siano più a disposizione di tutti e tutte. Non si accontentano più di drenare dati, fare soldi con l’intrusione nelle vite e con la profilazione e nemmeno di fare la guerra con droni e software perversi. L’AI a pagamento risponderà prestissimo a livelli diversificati e gerarchizzati di domanda, proprio mentre si tenta di rimuovere dall’essere umano la capacità di pensare, di scrivere, di elaborare autonomamente i problemi attraverso una sovradeterminazione sempre più invadente, somministrata sin dall’infanzia, agìta dai vari device da cui dipendiamo e dipenderemo sempre più clamorosamente.

Tutto ciò rappresenta una forma di nuove enclosures contemporanee, attuato nel campo della riproduzione sociale dove si sta scatenando il più sfrenato desiderio di appropriazione del valore che può essere estratto dai corpi-mente. Le nuove fabbriche riproduttive sono le scuole-azienda, sono le aziende-ospedaliere, sono il business della formazione. Tutto ciò nell’orizzonte della scarsità delle risorse naturali generate dal cambiamento climatico e dalla distruzione programmata di intere porzioni del pianeta che la guerra permanente sta rendendo letteralmente invivibili. Essere sempre, ancora, capaci e liberi di pensare, di leggere il mondo, in questa situazione spaventosa, appare determinante. Per sopravvivere e per continuare a credere in una società umana differente, cooperativa e solidale. Continueremo a insegnarla.

Madri e maestre

Non intendo allontanarmi dal tema dell’articolo che è la riforma della scuola secondaria nel suo complesso, a partire dagli Istituti tecnici. Il paragrafo sovrastante è importante perché tutto è interconnesso e non possiamo evitare di vedere correlazioni che sono fondamentali.

Così come l’ultimo aspetto da considerare è quello del tipo di lavoro, per lo più fortemente femminilizzato, che si riscontra nella scuola. E anche questo elemento – che non verrà sviscerato ma solo nominato – è tutt’altro che banale e ci aiuta nella lettura di un contesto delegato alla cura delle singole donne, alla loro disponibilità, oblatività, disponibilità “naturale” a dare tempo anche senza denaro, ad accettare di essere rimosse, precarizzate, ricominciando da capo ogni singola volta. Ovviamente ci sono anche maestri e professori di sesso maschile ma nell’anno scolastico 2024/2025, l’81,3 per cento dei docenti risulta essere ancora donna: 99,1 per cento nella scuola dell’infanzia, 94,6 nella primaria, 76,4 nella secondaria di primo grado e 66,2 in quella di secondo grado (Elaborazione Tutto scuola su dati del Ministero dell’Istruzione e del merito).

La donna nella scuola è posta, come scrive Lea Melandri, “nel punto più delicato di snodo, tra famiglia e società, ha finito per essere il tramite inconsapevole del dominio di un sesso sull’altro, ma anche, purtroppo, dell’illusione che ha portato le donne a impugnare la loro sottomissione come potere di indispensabilità all’altro, madri in ogni caso, anche quando non hanno figli [e fanno le maestre per i figli delle altre, ndr]”[14].

E se la scuola è soprattutto popolata di madri-maestre, di corpi femminili, non casualmente le retribuzioni, nonostante due rinnovi contrattuali, l’ultimo chiuso in un lampo ma i cui effetti si vedono con “il binocolo di marina” (come diceva mia madre per nominare proverbialmente una cosa indistinta e lontana, laggiù sull’orizzonte del mare), dicono tutto del valore e della considerazione nel quale è tenuto questo lavoro dalla società italiana. Considerato lavoro di conciliazione (parola tremenda, che rimanda ancora una volta alla genderizzazione del compito curante) della mamma che si ritaglia il tempo di fare anche la maestra, ottemperando due ruoli ritenuti simili e similmente disconosciuti.

Si tratta di un lavoro estremamente faticoso che implica un impegno serissimo e una spesa di sé che è difficile da sperimentare in altri impieghi, pure estremamente gravosi. Gli insegnanti sono facilmente soggetti a burnout e a stress da lavoro correlato, con usura psico-fisica e senso di frustrazione[15]. Anche perché sono pagati assai poco in considerazione delle ore che debbono mettere a disposizione e che eccedono di gran lunga le fatidiche 18 ore. Effetti collaterali di un Paese familista, del welfare famigliare, della femminilizzazione del lavoro (precario, femminile, obbligatoriamente amorevole)[16], e perché sempre inteso come il lavoro della madre che ha bisogno di fare un part time.

Il rischio che si aggiunge oggi, estremamente consistente tra cali demografici e riforme che vogliono rimodulare la formazione superiore, è quello di essere “perdente posto”. Un’immagine instabile e negativa, in un mondo raccontato – emergenze delle guerre a parte – come comunque attivo e positivo. Il perdente, la perdente non hanno posto nel mondo del merito che si apre sempre più decisamente al mercato, all’azienda, all’impresa, per progredire e andare, felicemente, avanti. Devono avere paura.

Conclusione (per modo di dire)

Per chiudere questo articolo con una parola di speranza, allo scopo di chiedere la sospensione della riforma dei tecnici è nata una rete dal basso, dagli stessi docenti e appoggiata adesso da sigle sindacali. Molti Collegi dei Docenti di vari Istituti di Istruzione Superiore stanno apportando la propria adesione con documenti appositi e il 7 maggio è stato indetto uno sciopero nazionale sul tema. Si chiede il coinvolgimento delle parti sociali e, visto che la riforma è agganciata al PNRR, si chiede l’avvio di una trattativa con l’Europa per una moratoria sulla sua applicazione.

Effimera, nel frattempo, sta avviando una ricerca qualitativa sulle condizioni di lavoro dei docenti. Altri contributi sul tema sono auspicabili e benvenuti.

 

NOTE

[1] Istat, Annuario statistico italiano 2025, “Istruzione e formazione”, dati su base Eurostat, Roma 2025, p. 13

[2] Ivi, fonte Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, p. 18

[3] Istat, Noi Italia 2025, “Industria e servizi. Strutture produttive”, Roma 2025

[4] OCSE, Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century, 2026. Si veda anche Karen Wetherall, Seonaid Cleare, Nadia Belkadi, Marianne E. Etherson, Krystyna J. Loney, Susan Mathew, James Munro, Ellen Townsend, Matthew K. Nock, Eamonn Ferguson & Rory C. O’Connor “Emotion processing and electrodermal activity in young people who self-harm” in Nature Mental Health 3, 1374–1383 (2025).

[5] Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, 19 febbraio 2026.

[6] Ivi, pp. 5-6. Tabella oraria allegata.

[7] Flc Cgil, Riforma degli istituti tecnici, pubblicati i nuovi quadri orari: molta confusione nelle scuole, si realizzano i tagli annunciati, 10 marzo 2026, https://m.flcgil.it/scuola/docenti/secondo-ciclo/riforma-istituti-tecnici-pubblicati-nuovi-quadri-orario-molta-confusione-scuole-si-realizzano-tagli-annunciati-flc-cgil.flc

[8] Daniela Garbillo, ITS Academy, formazione più attrattiva per i giovani e utile per le imprese, Innovation Post, luglio 2022 https://www.innovationpost.it/attualita/con-la-riforma-degli-its-formazione-piu-attrattiva-per-i-giovani-e-utile-per-le-imprese/

[9] Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, Manifestolibri, Roma 2018

[10] Ministero dell’Istruzione e del Merito, Linee guida per i licei, https://www.mim.gov.it/-/pubblicato-il-testo-delle-nuove-indicazioni-nazionali-per-i-licei-

[11] I riferimenti possono essere moltissimi. Da un lato si sviluppano teorizzazioni relative all’economia informazionale (penso a Manuel Castells), cioè analisi che a partire dalla mitizzazione della new economy e dalla diffusione di Internet e delle reti telematiche fanno discendere una serie di trasformazioni economiche e sociali e si concentrano soprattutto sulla progressiva e globale digitalizzazione e convergenza di tutte le informazioni; poi abbiamo Enzo Rullani che, dopo la crisi della new economy, arriva alla nozione più larga e aperta di economia della conoscenza (che sottolinea come il valore venga prodotto, in gran parte, dalla propagazione degli usi delle conoscenze disponibili). Infine, abbiamo le tesi sul capitalismo biocognitivo. I teorici del capitalismo cognitivo, cioè in particolare la scuola dell’Istituto Isys-Matisse di Parigi, con Bernard Paulrè, Jean Marie Monnier, Yann Mulier Boutang, e il pensiero postoperaista con Antonella Corsani, Andrea Fumagalli, Christian Marazzi, Cristina Morini, Toni Negri, Farida Sabaï, Carlo Vercellone, mettono al centro dell’analisi i processi di cognitivizzazione del lavoro e dunque rimarcano l’esistenza di un nuovo paradigma dell’accumulazione, successivo all’organizzazione fordista, rilevando altresì che permangono le forme di eterodirezione del lavoro, mantenendosi cioè l’impianto capitalista nei rapporti tra capitale e lavoro.

[12] Roberto Ciccarelli, Capitale disumano, cit.

[13] Per chi volesse approfondire, ci si limita a segnalare alcuni testi seminali, ad avviso di chi scrive: Antonio Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020; Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Medizioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis milano 2016; Nick Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge-New York 2016; Emiliana Armano, Annalisa Murgia, Maurizio Teli (a cura di), Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, Mimesis, Milano 2017; Daniele Gambetta (a cura di), Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data, D Editore, Milano 2018; Susana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma 2019; Mariacristina Sciannamblo, “Mano, cervello e cuore. Cenni di critica femminista al sapere scientifico”, in Veronica Moretti e Barbara Morsello (a cura di), Interferenze digitali. Prospettive sociologiche su tecnologie, biomedicina e identità di genere, Franco Angeli Editore, Milano 2020; Karen Barad, Incontrare l’universo a metà strada, Mimesis, Milano 2026.

[14] Lea Melandri e Cattive Maestre, Dietro la cattedra, sotto il banco, Prospero editore, 2024.

[15] Osservatorio sul Benessere dei Docenti dell’Università di Milano-Bicocca, Milano 2024, https://www.latteseditori.it/images/SCAR.3_Recenti_ricerche_sul_livello_di_burnout_nei_docenti_italiani.pdf

[16] Cristina Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, ombre corte, Verona 2010.

 

Immagine in apertura: Robert Doisneau, Les tabliers de Rivoli (Parigi, 1978).