La guerra contro il buon senso, iniziata con baldanzosa sicumera sotto i vessilli del “cambiamo tutto per non cambiare noi”, si è risolta in una disfatta di proporzioni balneari. I resti di quello che fu l’invincibile esercito della Riforma, sbandano ora in disordine verso le retrovie della Garbatella. Gli “appunti di Giorgia”, un tempo fieri proclami di riscossa, si sono trasformati in foglietti per fare aeroplanini di carta nel vento del dissenso popolare. I cittadini, con la calma glaciale di chi sa che il voto pesa più di un tweet, e anche di una bella chiacchierata con Fedez, hanno inflitto alla compagine governativa una lezione di umiltà che rimarrà scolpita nel marmo, o almeno in un meme particolarmente virale. La Costituzione non si tocca, Giorgia, speriamo tu lo abbia imparato. La pacchia è finita. Per te, temiamo.
Per vostro divertimento, in questa giornata buona, dopo tanti anni cattivi, una sagace riscrittura detournata del Bollettino della Vittoria emanato dopo la battaglia di Vittorio Veneto dal generale Armando Diaz, il 4 novembre 1918.
La guerra di resistenza contro la coalizione governativa di destra che – per iniziativa di 15 sconosciuti volenterosi – iniziata con una raccolta di firme, nonostante l’enorme inferiorità per numero e per mezzi, fu condotta con fede incrollabile e tenace valore, ininterrotta e asprissima fino ai giorni del voto, è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata il giorno stesso in cui fu disposta la chiamata alle urne, e alla quale hanno preso parte comitati spontanei nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, nei centri sociali, nelle piazze, tutti contro l’infinita potenza dei media e le potentissime strutture del potere, si è conclusa.
La fulminea arditissima avanzata dei 15 solitari giuristi promotori della raccolta firme, sbarrando la via al progetto delle armate nemiche di un voto anticipato, dopo aver travolto le truppe di giornalisti asserviti sul fianco destro e i nuclei insidiosi dei transfughi resisi disponibili a mutare casacca sul fianco sinistro, ha determinato il 21 e 22 marzo lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal nord al sud del paese l’irresistibile slancio delle donne, dei giovani del precariato ha ricacciato sempre più indietro il nemico fuggente.
Nelle metropoli una rinnovata orda d’oro è avanzata inattesa, rapidamente, anelante di ritornare nelle posizioni da essa vittoriosamente conquistate e che mai aveva davvero perdute.
La coalizione della destra dispotica al governo ha perso: essa ha subito nel corso dell’accanita resistenza colpi gravissimi, nel reagire ha perduto la fiducia popolare nelle promesse mai mantenute, la capacità di minacciare e di creare rassegnazione, la credibilità del tiranno. Ha lasciato nelle nostre mani l’arma più potente nella guerra, ovvero la speranza.
I resti di quella che è stata una delle coalizioni più potenti della storia italiana si raggruppano ora in disordine nelle stanze dei palazzi che avevano conquistato con orgogliosa sicurezza, timorosi del futuro, con la paura di perdere il potere su cui avevano avidamente messo le mani.
Amando Precariaz
23 marzo 2026
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