Il 13 di gennaio 2026 è morto Vincenzo Guagliardo, era un amico e mi manca. Mi manca il piacere del confronto, del parlare di tutto perché tutto è importante, mi manca la sua appassionata ricerca di autenticità. Mi manca un bicchiere di vino buono gustato assieme, e la certezza che, nel bisogno, ci saresti stato. Sei stato un uomo fuori dagli schemi per gli standard maschili della società ma anche, e soprattutto, della “compagneria” di allora (e forse anche di oggi). Sei stato Sei un amico speciale, determinato e gentile, rigoroso e tollerante; uno di quegli amici con cui potevi confrontarti anche nella differenza. Sapevi molto, ma eri capace di ascoltare, l’altro per te era un essere umano fatto di carne e sogni, anche quando era un nemico.

Eri un amico e avevi una storia. Nato in Tunisia, a quattordici anni diventi migrante e torni in Italia, nella Torino della Fiat. Figlio di operai diventi tu stesso operaio, ma con una inquietudine intellettuale che ti porta ad aderire alla Fgci e lasciarla quasi subito, attratto dalla riflessione e dalle inchieste dei Quaderni rossi, poi l’incontro con le Br e il trasferimento a Milano alla Magneti Marelli. Per te, operaio comunista, era arrivato il momento di unire le parole all’azione.

Scelta gravosa quella della lotta armata fatta per coerenza a una analisi degli avvenimenti che ti faceva intuire un futuro distopico come quello che oggi ci troviamo a fronteggiare. Perché oggi ha vinto la prepotenza del potere che non ha pietà di nessuno. Basta vedere cosa ha fatto e sta facendo del pianeta dall’Afganistan alla Palestina, dal Sudan al Congo, dall’Iraq alla Libia, dai Curdi ai Mapuche, dal Chiapas al popolo Guaranì, dal Venezuela alla Groenlandia passando per l’Ucraina e via sterminando. Il genocidio in Palestina ha fatto scuola, e oggi vale per i curdi, per il Sudan, per il Congo e per chiunque s’azzardi ad alzare la testa.

Ti arrestano, la prima volta nel 1976, esci due anni dopo e entri in clandestinità. Poi, l’arresto del 1980 con Nadia Ponti, vi condanneranno a quattro ergastoli per ciascuno. Passerete 33 anni di fila sotto tutela dello stato, 23 scontati in galera e altri dieci a mezzo servizio tra istituzioni e cosiddetta libertà. Sarete tra gli ultimi ad uscire dal carcere, proprio per non rinnegare la storia collettiva di cui avete fatto parte.

La lotta armata non è stata una scelta per smania di avventura o infatuazione eroica, o protagonismo; e neanche, come qualcuno ha detto, perché “finiti in una storia più grande di noi”, è stata una scelta consapevole, non per il potere, ma per un progetto di umanità e quando lo hai visto sgretolarsi in derive contrapposte, senza sbandieramenti, ti sei allontanato dall’organizzazione, convinto che quello che conta è conservare dignità e rispetto, di sé stessi e anche delle vittime. Che, se non si può assumersi la responsabilità di un tentativo di rivoluzione senza sapere che si corre il rischio di uccidere e di morire non si può neanche, se fallisce, se gira il vento della storia, scrollarsela da dosso dicendo, semplicemente: “Mi dispiace”. Non solo perché le tentate (o riuscite) rivoluzioni degli anni Settanta portavano con sé questa eredità teorica della “giusta violenza”, ma perché sarebbe stato come riconoscere che il neoliberismo e il neocolonialismo, allora ancora in fase di assestamento nelle sue strategie e adesso trionfante, aveva ragione. Sarebbe stato come riconoscere il buon diritto alla sopraffazione e l’impossibilità della resistenza.

Per qualcuno il carcere è stato la casa del nulla, tu lo hai interpretato come “una specie di prisma attraverso cui leggere la società”. Senza l’amore di Nadia e per Nadia non so se ce l’avresti fatta, ma, insieme, avete provato ad essere vivi anche là dentro, provando a chiedervi perché le rivoluzioni tentate erano finite tutte nella delazione o nella dissociazione e quelle vittoriose nello sfascio degli ideali da cui erano partite.

Un lavoro lungo, complesso che parte dalla battaglia per l’abolizione dell’ergastolo, alla presa in carico della non violenza radicale, alla necessità di quella rivoluzione dei sentimenti che sarebbe la chiave di volta per rompere il vicolo cieco della collaborazione alla propria oppressione.

Insomma, nei lunghi anni di carcere, non ti sei incoronato dal mito dell’eroe o di quello della vittima, hai cercato di capire quale fosse il vizio di fondo di ogni rivoluzione.

Vincenzo ha applicato la critica del rito del capro espiatorio alla storia delle Brigate Rosse sia nella fase della costituzione e dell’ascesa, quella in cui il nemico era esterno; sia nella fase discendente, nella sconfitta, dove il problema della tenuta  dell’organizzazione era prioritaria, e il nemico diventava interno, continuando a puntare il dito su quella rivoluzione in “due tempi” per cui si continuava a rimandare a “un secondo tempo la discussione” su ciò che “si voleva costruire in alternativa al presente”.

Non solo. Hai scritto: “Se non si mette in discussione la stessa idea di rivoluzione, che si sviluppa dal 1789 fino alla storia che ne segue con l’epilogo attuale, in realtà si rimane schiavi di alcuni paradigmi di fondo che ti votano alla sconfitta. Allora diventa importante riconoscere la “sconfitta”, ovvero la fine di quel tipo di ipotesi rivoluzionaria”.

È da qui ce si deve ripartire, dall’analisi della sconfitta. Vincenzo scrive Di sconfitta in sconfitta dove s’interroga proprio su questo. Così, tra irriducibili e pentiti e dissociati, Vincenzo e Nadia si incamminano sulla via della non collaborazione invece che della violenza.

Vincenzo riteneva che, come conseguenza di una relazione distruttiva con le forze produttive, per il capitalismo attuale ci siano milioni di persone in sovrappiù. Il potere ha dunque bisogno di far fuori milioni di persone non solo dal lavoro ma, letteralmente, con guerre ed epidemie, dalla faccia della terra. “Non si tratta più solo di conquistare nuovi mercati o di rendere capitaliste aree non ancora tali; essendo tutti coevi e perciò nello stesso “sistema” globale, si tratta di ridurci tutti entro quella dimensione, mercificando ogni aspetto, anche il più intimo, della vita personale. Per questo occorre rivedere il rapporto con la violenza, cioè bisogna anzitutto smettere di collaborare con un modo di vivere che è distruttivo dell’altro e si fonda sul rito del capro espiatorio, sull’esasperazione della logica penale, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita umana”.

La direzione dunque è la non violenza intesa “come una sorta di strategia militare, adeguata alla volontà di cambiamento reale”. Rilevando che, “chi parla di violenza spesso e proprio quello che non va a rischiare la propria vita in prima persona, mentre nella non collaborazione o parti dalla prima persona o non parti del tutto”.

Il “comunismo” di Vincenzo era più vicino ai movimenti eretici del Duecento che ai teorici marxiani. Era uno spericolato cercatore di verità, consapevole che, al di sotto degli avvenimenti politici contingenti, c’è una struttura più durevole che permane, quella che potrebbe veramente portarci a un cambio di umanità. “Un movimento radicale che aspira a realizzare le parole come amore, verità, solidarietà, fratellanza è un movimento che non muore, non può morire perché fa parte della storia umana. Io quel movimento lo chiamo comunismo”.

Non eri solo pensiero, ti piaceva fare, e hai fatto una cosa importante, a cui tenevi molto. Hai ideato e realizzato una biblioteca telematica per i ciechi alla quale ha lavorato per circa venti anni, dentro e poi fuori dal carcere, insieme a Nadia Rosaria e Giulio, trascrivendo migliaia di libri, consentendo ai ciechi, per la prima volta, la lettura e lo studio autonomi. Per loro una rivoluzione.

Insomma, Vincenzo, credo tu abbia fatto e scritto cose importanti, che la nostra generazione non poteva capire, troppo coinvolta degli avvenimenti contingenti in cui si trovava a vivere ma che incominciano a emergere nei movimenti delle ragazze e dei ragazzi nuovi che si affacciano alla storia in queste epoca tremenda in cui l’AI impone un cambio del modello di sviluppo. Anche io non ho capito tutto, sono impastata di Novecento, ma considero un privilegio aver incontrato te e Nadia e Giulio e Rosaria. Ho capito però che sei stato capace di amare una donna, una idea e restare fedele all’amicizia. Un rivoluzionario senza il culto dell’eroe, una specie di eretico anche nella sovversione per arrivare a cogliere il senso profondo della disumanizzazione: la desolidarizzazione dalla propria storia, dalle relazioni di fiducia tra compagni, dall’amore per l’altro che sia la donna della tua vita o l’amico di sempre.

Sei rimasto umano anche dopo 33 anni d carcere. Anzi il carcere, concentrato della società, ha raffinato la tua instancabile ricerca di come resistere all’oppressione. Ti sei impegnato nella ricerca del sublime, su tutto ciò che non fa notizia, che non si acquista a prezzo di moneta. Nel Me-Te imprigionato. Storia di un amore carcerato, tra i libri che hai scritto il più emblematico a mio avviso, scrivi, “È proprio grazie a tutto quello di cui non si parla mai che il carcere non riesce, malgrado tutto, a trasformarsi in un luogo di carneficina dove ognuno sia in preda a una spirale paranoica”. Hai indagato la “lotta sotterranea” per salvaguardare la dignità umana, quel “senso dell’onore” che non si trova “nella presunta solitaria coerenza della persona con se stessa, in una sorta di orgoglio super-individualista, nella presunta inamovibilità delle idee, prova di “virilità”.

Per te, la persona autentica è chi “ci tiene ad avere un legame reale con gli altri,” quando la relazione non è valore di scambio, quando si prova a conservare qualcosa di più di sé stessi: la propria umanità. E questa esiste solo nella capacità di accudire un amore, nel senso anche di amare una donna, quella in corpo e sentimento, come manifestazione potente di un io che s’incontra con il diverso da sé, senza gerarchie di genere o gerarchie coloniali. Per costruire una società dove i sentimenti contaminano le emozioni, dove l’incontro sia possibile e l’io si mischi con il due e con la moltitudine. “Ribellarsi in carcere significa, contrariamente a quanto si crede, ribellarsi interiormente alle esteriorità di un atteggiamento da “duri”. Ribellarsi al carcere (ma anche alla società neocoloniale) è rifiutare la consegna che vuol fare di noi dei “veri uomini”, delle macchine senza cuore.

La tua critica radicale alla società ha scavato nel profondo del soggetto uomo, smascherando la tossicità del virilismo che si annida anche nei neuroni di molti rivoluzionari. Con Etienne de La  Boétier hai intuito che il potere va combattuto sconfiggendo, prima di tutto, la tendenza alla collaborazione passiva, quella “servitù volontaria” nei confronti del potere che ci trasforma tutte e tutti in collaborazionisti della nostra stessa oppressione.

“Quando eravamo brigatisti rossi”, scrivevi a Nadia. “Quando le armi ci consentivano di difendere i nostri corpi ma non ci aiutavano a metterli in discussione fino dal “di dentro”, sfioravamo ancora a mala pena il terreno della vera rivoluzione. Eravamo ancora all’inizio del nostro viaggio, complici inconsapevoli di una molteplicità di meccanismi che fondano la “zona grigia” della collaborazione, zona in cui – come ha spiegato Primo Levi – l’oppresso può trasformarsi in oppressore”.

Così, rivendicando il tuo amore per una donna, da dietro le sbarre, una cosa per molti assurda, per altri addirittura disdicevole cercavi di far capire ai tanti zucconi che la rivoluzione va fatta con il cuore anche se usi le armi e che, “la rivoluzione è l’elaborazione di una tensione amorosa”.

Da qui si può ricominciare.

Ciao Vincenzo, ci vediamo