Le due giornate di grande partecipazione e mobilitazione del 27 e 28 marzo viste a Roma con il concerto gratuito del venerdì e il corteo Together del sabato, hanno visto la partecipazione di decine e centinaia di migliaia di persone. Queste giornate arrivano da lontano, con un lavoro fatto negli ultimi due anni in risposta alle spinte repressive del governo Meloni contro i decreti sicurezza e sono il proseguimento ideale delle piazze per la pace e contro il genocidio a Gaza, culminate con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, insieme allo straordinario risultato raggiunto con la vittoria del referendum giustizia da parte del NO, che ha registrato l’importante dato del ritorno alle urne dei più giovani.

Due giornate che si inseriscono nella cornice internazionale “No Kings” a pieno titolo con una capacità di coordinamento non scontata con i movimenti antifascisti angloamericani ed europei: grandissima la partecipazione in chiave anti trumpiana registrata negli Stati Uniti con più di tremila iniziative in tutto il paese e oltre otto milioni di americani scesi in piazza per chiedere l’immediato stop alla guerra e le tempestive dimissioni di Trump. Grande partecipazione anche a Londra, a Monaco, ad Atene e a Parigi.

Numerosi gli artisti tra attori e musicisti che si sono avvicendati sui palchi per i concerti pubblici organizzati dal basso.

In Italia la line up era di quelle importanti, da concertone del primo maggio a San Giovanni: tre canzoni a testa o un piccolo monologo, per dire no alla guerra, contro i re e le regine del nostro tempo, restituendo un clima di solidarietà e speranza collettiva di cui la parte più democratica e giovanile del nostro paese sentiva il bisogno da tempo. L’evento di venerdì tenutosi alla Città dell’Altra Economia ospita anche le tante istanze sociali e politiche che hanno realizzato nel concreto la processualità di questo percorso di convergenza: dalla lotta alla casa e la difesa per gli spazi sociali contro gli sgomberi, dalle battaglie sindacali per un lavoro degno reclamando salario e reddito, alla solidarietà internazionale contro la guerra per l’autodeterminazione dei popoli, sino alle lotte ambientali e al movimento transfemminista contro la violenza di genere. Parole d’ordine importanti che segnano il passo dei tempi in cui viviamo e il limite di ciò che non è più negoziabile per giovani e meno giovani, su tutti GenZ e Millennials, un sodalizio generazionale animato da un senso di rivalsa e dalla voglia di cambiare lo stato attuale delle cose.

Sbaglia chi attribuisce a questa base in movimento un esclusivo valore elettorale, l’analisi dei dati e l’esperienza diretta delle piazze ci dicono il contrario, il desiderio di chi è protagonista è di andare ben oltre il prossimo appuntamento delle politiche del 2027. La sensazione generale e diffusa è quella della boccata d’aria dopo aver rischiato di soffocare per mesi in apnea. Come ci si libera da tutti questi anni di repressione, riduzione degli spazi democratici, sfruttamento, oppressione, orrore e morte? Dalla pandemia a Gaza, con l’ascesa di Trump e del governo di Giorgia Meloni siamo stati esposti a numerosi shock e traumi, in cui lo spettacolo della guerra – interna ed esterna – inscenato dai re e dalle regine, ha mostrato quale fosse la reale capacità di aggressione e di distruzione dell’internazionale nera sulle nostre vite.

La missione della Global Sumud Flotilla in questo senso è stato un passaggio cruciale per uscire dalla paura e dall’isolamento, attraverso la costruzione di un dispositivo collettivo che metteva al centro i corpi delle persone e un messaggio di speranza e di solidarietà umanitaria a protezione del diritto internazionale, sistematicamente violato da Israele. Il fatto poi che vi partecipassero direttamente politici e attivisti da tutto il mondo ha protetto la spedizione e ha reso esplicito attraverso la chiarezza dell’azione collettiva il messaggio: restiamo umani, l’amore, come la nostra capacità di costruire relazioni finalizzate al bene e all’interesse comune, deve vincere su paura e terrore.

Determinante in quei mesi d’autunno, prima che la dichiarazione della tregua a Gaza spegnesse il movimento, il senso di forza esercitato dall’azione di disobbedienza civile, mutuata dal movimento francese “bloquons tout” grazie al quale le persone hanno riscoperto il reale senso del proprio agire mimando coi propri corpi la necessità di arrestare il genocidio del popolo palestinese. Gli scioperi generali, nella pratica scioperi sociali tra i più grandi di sempre, convocati prima dal sindacalismo di base e poi da quello confederale hanno poi offerto uno strumento ulteriore per danneggiare l’economia del paese, nel proprio moto di protesta, cercando di colpire gli affari dell’industria bellica, praticando il blocco delle merci e del lavoro. Un blocco della produzione e della logistica per forzare il blocco dei beni di prima necessità diretti a Gaza.

Together, con il corteo del 28, ci ha restituito quel clima. In una piazza larga a partecipata che ha scelto di praticare simbolicamente il blocco della tangenziale per recuperare quello spirito di lotta e di consenso che ha fatto tremare il governo e i signori della guerra e che ora sta producendo un effetto immediato anche a livello nazionale, con la girandola di dimissioni dopo il plebiscito referendario, che lasciano la premier Meloni più debole che mai, investita da una vera crisi politica, interna al suo partito, prima che nella coalizione di maggioranza. Questo forse basta o può bastare? Assolutamente no. Perché se è vero che i partiti sono chiamati ad interpretare e a raccogliere questo moto impresso dal basso verso l’alto, contro il governo, costruendo un dialogo con chi l’opposizione sociale la sta costruendo, dall’altro è necessario non dimenticare che un cambio al vertice non può bastare a questo popolo che rivendica un altro futuro per sé e per il mondo: un futuro fatto di pace, giustizia, libertà, amore, uguaglianza e diritti universali.

L’impressione è che questo movimento che arriva da lontano stia mutando ancora, grazie anche alla progettualità condivisa che si è creata a Bologna, al TPO, in preparazione al lancio del percorso “No Kings”, dalla rete “A pieno regime” formatosi contro la svolta autoritaria del governo Meloni, che decideva di convergere insieme ad altre numerose sigle e reti tematiche attive in Europa e in tutto il paese (Global Movement to Gaza, Stop Rearm Europe, Rete No Bavaglio, Social Forum dell’Abitare). Convergere significa praticare insieme e cospirare. Il senso di questa giornata ce la restituisce l’esigenza di uscire dall’asfissia che lo scenario internazionale e la politica istituzionale, a cui l’esecutivo più fascista di sempre della storia della repubblica italiana, ci voleva imporre e rassegnare. Continuiamo a respirare insieme. Perché dal no referendario il movimento No Kings sembra aver trovato la forza per rivendicare un protagonismo nuovo, figlio di un’idea del fare politica e della cosa pubblica più alto del compromesso al ribasso.

Il governo del resto non resterà a guardare. Ha dell’incredibile l’operazione di controllo comandata dal Ministero degli Interni a poche ore, con un’ispezione della camera d’albergo dell’europarlamentare Ilaria Salis di The Left, prima della manifestazione a Roma. Un atto di intimidazione e di provocazione politica che ha suscitato ancora una volta nei suoi confronti un moto di solidarietà ampia e diffusa, e ha finito per rilanciare la partecipazione al corteo, ottenendo l’effetto opposto rispetto a chi cercava di alzare il livello della tensione sulla manifestazione pubblica, disincentivando la partecipazione o peggio cercando strumentalmente lo scontro. Allo stesso modo non possiamo dimenticare tutte le persone colpite dalla spirale repressiva che in questi mesi sta colpendo decine di attiviste di tutta Italia, da ultimo il centro sociale Lambretta di Milano, che con il progetto Gaza Freestyle e la distribuzione della Gaza Cola è in prima linea nella solidarietà per la Palestina ed è stato duramente colpito dalla repressione per i tafferugli avvenuti di fronte alla Stazione Centrale di Milano il 22 settembre, durante le giornate di sciopero per Gaza.

“Blocchiamo tutto perché vogliamo tutto” recitava uno striscione qualche mese fa. Ora sembra sia arrivato finalmente il tempo della libertà. E alla libertà si arriva tutti insieme, senza dimenticare nessuno, passando dalla protesta alla proposta, dall’antagonismo al protagonismo, dall’individuale al collettivo, verso un’altra idea di società, più giusta, più equa, più bella, garantendo casa, reddito e accesso al welfare a tutte e a tutti, costruendo coesione sociale e difendendo i diritti delle persone dal capitale privato, facendo coincidere giustizia sociale e ambientale. Contro l’orrore della morte e della guerra come orizzonte di distruzione totale, l’amore per l’umanità e la bellezza della vita sono l’unico messaggio universale, la stella polare da seguire.