Qualche giorno fa, in occasione della “festa della mamma”, che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall’Algeria nel 1959, e a tutte le “madri invisibili”. Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona chi si prende cura di loro, affidando l’assistenza al mercato. Testo tratto dal quotidiano francese l’Humanité. Traduzione dal francese di Cristina Morini. Revisione di Farida Sebai
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È la festa della mamma. La mia si chiama Messaouda. È nata in Algeria durante la stagione dei fagioli, nel 1936 , ha lasciato i monti della Cabilia nel 1959 con due figlie in braccio, un neonato in grembo, una valigia di cartone, e ha cresciuto nove figli sull’Île-Saint-Denis senza mai lamentarsi, senza mai chiedere nulla. Suo marito lavorava. Lei si è fatta carico di tutto il resto. In silenzio. Gratis. Senza che venisse mai chiamato lavoro. Senza che venisse mai preso in considerazione in alcun calcolo, in alcuna valutazione, in alcun riconoscimento ufficiale.
Non poteva più vivere da sola
Qualche anno fa, quando ha cominciato a essere meno autonoma, non ha più potuto vivere da sola nell’appartamento in cui aveva trascorso quasi sessant’anni. L’ho accolta da me. Per lei, lasciare quelle mura, i mattoni rossi, il balcone, gli odori di cucina impregnati nelle pareti come un ricordo organico, era come abbandonare sé stessa, pezzo per pezzo. Non ha detto nulla. È troppo riservata.
Ma c’era qualcosa nei suoi occhi il giorno del trasloco, un ultimo sguardo alle finestre, uno sguardo senza parole, disperato, lo sguardo di chi capisce che alcune cose sono perse per sempre. Poi, lo scorso gennaio, è caduta. Da quel momento in poi, ha avuto bisogno di assistenza costante. È andata a vivere con mia sorella: una casa più grande, sempre piena di vita, con gente che va e che viene, voci, vita, perché forse invecchiare con dignità significa anche non svegliarsi mai nel silenzio.
La vecchiaia è più facile da affrontare in compagnia
Per tutta la vita ha amato cucinare. Ore e ore passate ai fornelli affinché tutti potessero mangiare qualcosa di caldo, qualcosa di buono, qualcosa insieme. Non era solo cucinare. Era la sua lingua-madre, l’unica lingua in cui poteva esprimere tutto, dare tutto, senza bisogno di traduzioni. Perciò, ciò che è straziante oggi è vederla privata di tutto questo. A volte chiede ancora se può dare una mano, sbucciare qualcosa, mescolare il sugo.
Le viene gentilmente chiesto di rimanere seduta, tranquilla, che ci penseranno gli altri a fare tutto. E lei obbedisce: questa donna che ha provveduto a un’intera famiglia per sessant’anni si ritrova a tavola come un’ospite nella propria vita. Sentirsi inutile quando un’intera esistenza è stata costruita sulla cura degli altri è un dolore invisibile. Un dolore che non sappiamo come curare. Un dolore che la nostra società non si è mai degnata di nominare.
Abbiamo esternalizzato l’assistenza sanitaria, l’abbiamo trasformata in un mercato
In passato, le famiglie avevano molti figli anche per questo motivo: sapevano, istintivamente, che la vecchiaia è più facile da affrontare in tanti. Era una forma di pianificazione collettiva, ancor prima che la questione si ponesse. Oggi le famiglie sono più piccole, gli appartamenti più angusti e i figli hanno lasciato casa per lavorare, attratti da un’economia che premia la mobilità e penalizza i legami affettivi.
Abbiamo quindi costruito case di riposo – strutture medicalizzate e sorvegliate – per far fronte a ciò che la vita moderna non ci permetteva più di gestire a casa. Abbiamo esternalizzato l’assistenza. L’abbiamo trasformata in un mercato. Non giudico. Capisco. A volte non c’è altra soluzione. A volte è persino la decisione più amorevole che si possa prendere. Ma spesso viene comunque vissuta come una separazione straziante, a volte come un tradimento, da entrambe le parti. Straziante per chi se ne va, così come per chi resta a guardare l’automobile che si allontana.
Noi Dendoune siamo nove figli. Sette sorelle, due fratelli. Ci organizziamo, ci diamo il cambio quando uno di noi ha bisogno di aiuto. E anche in nove, è complicato. Quindi penso a chi si trova ad affrontare tutto questo da solo. Il figlio unico che riesce a gestire tutto, sempre, senza sosta. Senza nessuno a cui passare il testimone alle due del mattino. Lo Stato li ha abbandonati due volte: prima non riuscendo a costruire una società che offra assistenza, e poi considerandola una scelta, una questione “privata”.
Prendersi cura dei nostri anziani dovrebbe essere una causa nazionale
Nella stragrande maggioranza delle famiglie, sono le donne a farsi carico di questo fardello. Le mie sorelle sono quelle che si informano più spesso, che notano i dettagli, che percepiscono quando qualcosa non va prima ancora che sia visibile. Non è una coincidenza. È una costruzione politica. Alle donne è stato insegnato, fin da bambine, a prendersi cura. Ad anticipare. A dare incondizionatamente.
Guardate le case di riposo, i reparti geriatrici: chi si prende cura degli altri sono donne. Sono le donne che si occupano dei familiari. Quasi sempre. Sono loro che restano, che a volte rinunciano alla carriera, al tempo per sé stesse, a una vita propria. In silenzio. Come le loro madri prima di loro. Non è naturale. È una questione politica, ed è un’ingiustizia che abbiamo normalizzato, dandola per scontata.
Prendersi cura degli anziani dovrebbe essere una causa nazionale. Il segno distintivo di una civiltà che ha rispetto. Una questione di dignità morale tanto quanto di dignità economica. Ma tra meno di un anno ci saranno le elezioni presidenziali, e questo tema sarà assente dai dibattiti, come sempre, soffocato dai sondaggi d’opinione, affogato dagli slogan. Perché, nella fredda equazione di questo Paese, gli anziani non producono più. Sono diventati una voce di bilancio: paghiamo loro una pensione, finanziamo la loro assistenza sanitaria, e questo sembra bastarci per chiudere un occhio.
Senza gli immigrati e i loro figli, le case di riposo crollerebbero.
Come se una società potesse essere misurata da ciò che produce piuttosto che da ciò di cui si prende cura. Invece, parliamo di immigrazione. Ne parliamo sempre. È più semplice. È più vantaggioso dal punto di vista elettorale. Ironia crudele, ironia feroce: senza questi stessi immigrati, o i loro figli, e soprattutto le loro figlie – quelle figlie che umiliamo nei discorsi del mattino e chiamiamo la sera quando ne abbiamo bisogno – le case di riposo crollerebbero, i servizi di assistenza domiciliare cesserebbero di esistere. Coloro contro cui puntiamo il dito durante i comizi si prendono cura dei nostri anziani di notte, con una delicatezza che nessuno chiede loro, eppure ce l’hanno.
Mia madre ha 90 anni. Vive con mia sorella, circondata dai suoi cari. Questa domenica mattina penso a lei, alle sue mani che stringono una tazza di caffè, entrambi i palmi appoggiati sulla porcellana, come se volesse trattenere il calore il più a lungo possibile. A quello sguardo il giorno del trasloco, quello sguardo senza parole né risposte. Al profumo della sua cucina, che ora esiste solo nei nostri ricordi e che nessuno, mai, sarà in grado di ricreare completamente.
Ha vissuto due guerre, in due paesi, ha avuto nove figli, è stata sessant’anni in un appartamento dove ha dato tutto di sé stessa. Meritava che la Repubblica conoscesse il suo nome. Messaouda. Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili. Quelle cui rendiamo omaggio per una sola, una domenica, quando dovremmo lottare per loro ogni giorno.
Immagine in apertura: Letizia Battaglia, “Tre donne”, 1991
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