A volte le cose accadono in modo più lento, più subdolo, più amministrativo. E non succedono solo a te. Succedono nel modo in cui accadono le cose davvero decisive nei paesi diseguali: per piccoli spostamenti, per moduli, per costi, per scarti, per scelte presentate come tecniche e neutrali.

Studi, segui le tue passioni, ti laurei, prendi anche un dottorato, sempre senza sconti né mediazioni, e nel frattempo fai rete, costruisci amicizie, percorsi collettivi, mosso dal viaggio di scoperta nel suo farsi. E intanto il mondo si sposta un poco più in là, ogni volta, come una linea che arretra mentre tu avanzi. La linea del diritto si allontana. La linea della dignità si sottrae. La linea della possibilità si fa più stretta, più cara, più riservata. E io, soprattutto durante il dottorato, capivo, sempre più chiaramente, che non stavo inseguendo una carriera: stavo inseguendo il permesso di poter vivere del mio sapere.

Per molto tempo ho pensato che questo percorso fosse una traiettoria personale da tenere in (dis-)ordine, una vicenda in cui la volontà avrebbe dovuto battere la sfortuna, e la passione avrebbe dovuto compensare la mancanza di mezzi. Questo è uno dei grandi imbrogli del nostro tempo: farti credere che ciò che è strutturale sia psicologico, che la mancanza di denaro sia una nostra insufficienza, che l’esclusione sia una nostra debolezza di carattere. Ci raccontano che tutto dipende da quanto siamo stati bravi a “investire su noi stessi”. Quando il velo cade ecco che si vede il trucco: il mondo intero cambia forma. È la macchina che è stata costruita per filtrarci, per stancarci, per scoraggiarci, per renderci docili prima ancora che vinca qualcun altro.

Mi viene in mente Claudio Lolli quando canta “Attenzione lo so che il mantello di quel vecchio partigiano è sempre in prima fila lì sull’attaccapanni / E poi che la pazienza è una virtù e che il sole nascerà con l’acqua e con la neve di chissà tra quanti anni / Attenzione lo so che il fucile è lì nascosto in quel libro di racconti / Però che non diventino ricordi o fantasie, che non sia caricato solamente a sogni / Attenzione che non ci troviamo una mattina per le strade / A raccontarci le nostre storie di bambini nati morti / E magari, magari anche con soddisfazione / Attenzione che non ci ritroviamo tra le mani la paura calda immensa e vera dentro il corpo nella testa / Tra le mani la paura calda immensa e vera della rivoluzione”.

Lo scriveva bene Pierre Macherey: oggi siamo un soggetto produttivo intrappolato nelle maglie di un nuovo potere che penetra nelle pieghe stesse della vita quotidiana. Pur tuttavia, siamo anche dotati di una capacità di resistenza: piuttosto che sognare rivoluzioni impossibili, si tratta di sviluppare «bio-resistenze» disperse e creative, delle linee di fuga cercando però un’arma mentre fuggiamo. Forse è possibile affrontare il sistema senza un grande progetto unitario. Forse possiamo cominciare con piccole forme di opposizione quotidiana, mosse dal desiderio di sottrarre spazi di vita all’assoggettamento. Forse possiamo ribaltare i rapporti di forza adattando alcuni elementi del potere alle nostre esigenze: usare la flessibilità del sistema a nostro vantaggio, coltivare reti di cooperazione, affinare abilità che sfuggano alla mercificazione totale. Attraverso tentativi ed errori, tenendo assieme arte, cultura, impegno sociale, sforzarci di stare assieme e di fare-assieme, forse possiamo inventare “tecnologie di resistenza” per riconquistare e liberare parte del nostro quotidiano e della nostra vita. E se fosse, in questo senso, che ogni istante di sogno urbano sulla metro o sull’autobus possa essere un minuscolo atto di libertà? Un momento di bio-resistenza personale in un mondo sempre più orientato alla produttività totale? Probabilmente è per questo che ho un viscerale bisogno del cinema, della musica, di libri di cui non ricordarmi nulla. Forse è il mio modo di essere improduttivo, di praticare una liberazione.

Ho navigato questo mare con una fedeltà quasi religiosa all’idea che la cultura fosse un bene comune. Poi ho sbattuto contro il muro, contro qualcosa a cui dentro di me non volevo credere. E cioè  che, in Italia, insegnare non è soltanto un lavoro: è un tributo. Devi pagare per avere il diritto di presentarti. Devi pagare per accedere ai percorsi abilitanti, ai tirocini, alle certificazioni, ai master, ai corsi, agli attestati che servono a farti punteggio in graduatoria. Devi pagare per dimostrare che sai stare in classe. Devi pagare per essere considerato, almeno in teoria, degno di entrare in una scuola che dovrebbe appartenere a tutti. E mentre paghi, ti raccontano che è meritocrazia. Ti parlano di qualità. Ti parlano di selezione. Ti parlano di formazione continua. Ma la verità è più semplice e più feroce: hanno monetizzato l’accesso al lavoro pubblico. Hanno trasformato il sapere in una tassa. Hanno reso la vocazione un lusso. Vuoi fare il lavoro che forse più di tutti gli altri ti permette un monte ore umano, la quantità di giorni di vacanza più dignitosa? Allora devi pagare. Se sei povero e non puoi permetterlo, puoi andare a fare qualcos’altro. E io che pensavo che l’accesso all’insegnamento dovesse essere gratuito e accessibile a tutti.

Questa è la forma concreta del ricatto. Non un ricatto emotivo, non soltanto. Un ricatto materiale, economico, politico. Se vuoi insegnare devi avere soldi. Se non hai soldi devi cercare scorciatoie. Se non puoi permetterti il TFA o il percorso abilitante o l’ennesimo master, allora devi arrangiarti, accumulare anni, sperare in un varco, fare supplenze, attraversare graduatorie, vivere sospeso. Oppure devi uscire dal paese, andare in Spagna o altrove, comprare a peso d’oro un’abilitazione, farti riconoscere il titolo in Italia, rientrare in un circuito che già sa come spremerti. E allora ti accorgi che la libertà di movimento, tanto celebrata dai discorsi ufficiali, è in realtà una libertà per i ricchi e un obbligo per i poveri. I ricchi scelgono. I poveri fuggono. I ricchi costruiscono itinerari. I poveri cercano una via di sopravvivenza.

Io ho visto persone straordinarie restare impigliate in questo meccanismo. Persone brillanti, generose, solidissime, con competenze vere, con anni di studio, con una capacità autentica di stare in relazione con gli studenti, eppure bloccate fuori, non perché incapaci ma perché prive del capitale iniziale necessario a comprare il passaggio.La scuola non è neutra, non è mai stata neutra. È un campo di forze. È una soglia di classe. È un filtro che decide per noi. In questo paese, troppo spesso, i nostri “titoli” aprono soltanto la lista delle spese che ancora ti mancano per poterti presentare. E se non paghi, resti fuori. Non perché non sai. Perché non puoi permettertelo.

Non riesco a non provare rabbia. Una rabbia che non è solo personale, perché la mia storia non è solo mia. È la storia di una generazione (non in termini anagrafici) intera costretta a fare i conti con una scuola e un’università che chiedono sempre più lavoro, sempre più disponibilità, sempre più competenze, e restituiscono sempre meno sicurezza, meno tempo, meno salario, meno riconoscimento. È una rabbia che nasce quando capisci che il problema non è la tua resistenza individuale ma la forma sociale della tua esclusione. È una rabbia che diventa politica nel momento in cui smetti di chiederti “perché io?” e cominci a chiederti “perché così?”. Perché insegnare deve costare? Perché il titolo non basta? Perché il punteggio si compra? Perché la scuola pubblica si è lasciata colonizzare da un lessico aziendale che chiama “valorizzazione” ciò che è in realtà stratificazione delle disuguaglianze?

Il “mio” viaggio (che poi è un viaggio collettivo) mi ha permesso di non pensare il reale come una somma di individui isolati, ma come una trama di relazioni, composizioni, alleanze, differenze in atto, come un tessuto di piccole idee, di affetti, di scontri, di correnti, di imitazioni, di invenzioni che circolano tra corpi e ambienti, sempre in rapporto a un fondo transindividuale, per il quale nessuno si produce da solo: non c’è ambiente senza rapporti di potere, non c’è soggettività senza istituzioni, non c’è cura dell’aria se non si cura anche la forma dei legami. E allora guardo la mia situazione e la vedo per quello che è: non una semplice infelicità privata, ma una frattura nelle forme dell’alleanza collettiva.

L’impasse in cui mi trovo è la seguente.

Continuo a vivere all’estero, in un territorio che non sento davvero vicino, in un ambiente che non è quello in cui avrei mai immaginato di costruire la mia vita, lontano dalla mia terra, dalla mia lingua quotidiana, dagli affetti che mi hanno formato. È un luogo che, con il passare del tempo, sento pesare sempre di più sul mio equilibrio mentale. Eppure qui ho qualcosa che in Italia sembra diventato quasi un privilegio: la possibilità concreta di lavorare nella scuola, orari umani, una relativa stabilità, un sistema che, pur con tutti i suoi limiti, non pretende ogni volta di ricominciare da capo né di pagare continuamente il prezzo d’ingresso al proprio mestiere.

Oppure torno in Sicilia. Torno nella terra in cui sono nato, nel luogo in cui vorrei vivere e contribuire, vicino alla mia famiglia, ai miei amici, ai legami che considero parte della mia stessa esistenza. Ma dovrei farlo senza avere né il tempo né le risorse economiche per affrontare il costosissimo percorso necessario a entrare nell’insegnamento. Dovrei lasciare una sicurezza reale per inseguire una possibilità che lo Stato stesso ha trasformato in un investimento privato, in una scommessa economica che chi non possiede capitale affronta già in svantaggio.

E questa non è più una scelta soltanto mia.

Ho una compagna che condivide lo stesso desiderio: anche lei vorrebbe tornare in Italia e insegnare. Anche lei si trova davanti agli stessi ostacoli, agli stessi costi, alle stesse incertezze. E insieme abbiamo una figlia di un anno. Da quando è nata, ogni decisione ha cambiato significato. Non mi chiedo più soltanto dove si possa vivere meglio. Mi chiedo quale vita stiamo costruendo per lei. Mi chiedo se crescerà lontana dai nonni, dagli zii, dai cugini, dalle relazioni che fanno di una comunità qualcosa di più di un semplice luogo geografico. Mi chiedo se avrà la possibilità di abitare la terra da cui provengono i suoi genitori oppure se anche per lei l’appartenenza diventerà soltanto un ricordo raccontato durante le vacanze.

È questo che rende il ricatto ancora più duro. Perché non mi viene chiesto semplicemente di scegliere un lavoro. Mi viene chiesto di scegliere tra due forme di vita. Da una parte la sicurezza professionale conquistata al prezzo della distanza; dall’altra la possibilità di tornare a casa accettando però anni di precarietà economica, di spese, di attese, di incertezza. Da una parte la serenità lavorativa, dall’altra la vicinanza alle persone che amo. Come se dignità professionale e appartenenza territoriale fossero diventate incompatibili.

Ed è forse questa la violenza più profonda del sistema. Non costringerti soltanto a partire, ma costringerti a considerare irragionevole il desiderio di tornare. Trasformare ciò che dovrebbe essere un diritto elementare – vivere e lavorare nella propria terra – in un lusso riservato a chi possiede già il denaro necessario per attraversare tutti i passaggi richiesti. Il ricatto, allora, non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda il tempo della vita, la possibilità di crescere una figlia vicino alla propria comunità, di condividere la quotidianità con le persone che ami, di costruire un futuro senza dover continuamente scegliere quale parte di te sacrificare.

Perché il punto, alla fine, è proprio questo: chi decide chi può restare? Chi decide chi deve emigrare? Chi decide chi può abitare la propria terra senza essere cacciato da un sistema che rende la permanenza economicamente impossibile? Ho imparato a diffidare delle parole che usano la permanenza come colpa e la fuga come scelta libera. C’è sempre un’idea di potere dietro queste parole. C’è sempre una distribuzione ineguale delle possibilità dietro il racconto delle “opportunità”. Restare, per molti di noi, non è mai stato un gesto passivo. È una lotta. È una rivendicazione. È un modo di opporsi a una modernità che vuole trasformare il Sud, i territori periferici, le province, le città impoverite, in luoghi di passaggio o di abbandono. È una presa di posizione contro la grande centrifuga che espelle competenze e giovani, e poi finge di essere sorpresa della desertificazione.

Mi sento vicino a chi dice di voler restare. Mi sento vicino a quella lingua ostinata, meridiana e politica, che rifiuta di ridurre il futuro a una valigia. Mi sento vicino ai movimenti che hanno fatto della possibilità di restare una postura critica, una forma di resistenza, una pratica di costruzione dal basso. Restare non vuol dire restare comodi. Restare vuol dire non lasciarsi convincere che l’unico orizzonte possibile sia l’espatrio. Vuol dire dire no a un paese che ti vuole costringere a scegliere tra dignità professionale e appartenenza territoriale. Vuol dire rivendicare il diritto a una vita buona nella propria terra, senza essere puniti economicamente per questo desiderio. Vuol dire smettere di considerare la fuga come l’unico modo adulto di sopravvivere.

Eppure, lo so bene, restare è difficile proprio perché il paese ti rende difficile tutto. Ti rende difficile perfino l’idea di futuro. Ti chiede di essere flessibile, adattabile, mobile, pronto a trasferirti, ma solo se questo spostamento non mette in discussione le sue gerarchie. Ti chiede di essere internazionale, ma senza potere reale. Ti chiede di costruirti un curriculum adeguato, ma senza darti il tempo materiale per farlo. Ti chiede di essere appassionato, ma la passione non paga i corsi. Ti chiede di essere vocato, ma la vocazione non paga gli affitti. Ti chiede di tenere aperta la scuola, ma ti lascia lavorare in scuole dove le risorse sono insufficienti, gli spazi sono sovraffollati, i carichi sono assurdi, la burocrazia è una muraglia, e l’unica cosa che sembra crescere davvero è la tua capacità di sopportazione.

Sento sempre più quanto sia necessaria la parola “alleanza”. Anche qui, anche nella scuola, nel lavoro docente, nel precariato. Perché la precarietà ci isola. Ci spinge a considerarci concorrenti, a confrontare i punteggi, a custodire gelosamente le informazioni, a trattare gli altri come rivali in una gara senza fine. Ma questa è la logica che ci rende più deboli. Invece bisogna riconoscere le parzialità, farle incontrare, costruire composizioni, rendere visibile ciò che il sistema frammenta. Tarde direbbe che i grandi insiemi nascono da piccole correnti e Guattari che serve una rivoluzione molecolare. Da soli siamo facili da spezzare, mentre insieme possiamo nominare il sistema che ci spezza.

Non si tratta di romanticizzare il collettivo. Non si tratta di fingere che l’unità sia semplice, o che tutte le differenze siano automaticamente armoniose. L’alleanza non è una fusione, ma una composizione di eterogeneità. È una costruzione fragile, dinamica, attraversata da tensioni. È un’arte di tenere insieme senza cancellare. È la capacità di non chiedere omologazione come prezzo per la solidarietà. E questo per me, è prezioso anche politicamente. Perché il mondo della scuola è pieno di gerarchie, di differenze di ruolo, di asimmetrie materiali, di territori che non hanno lo stesso peso, di istituti che funzionano come mondi separati. Eppure proprio lì, dentro questo paesaggio diseguale, bisogna imparare a comporre alleanze: tra docenti, tra precari e di ruolo, tra studenti e insegnanti, tra chi vive la scuola come spazio di cura e chi la subisce come macchina, tra chi è stanco e chi è arrabbiato, tra chi lavora nelle periferie e chi nei centri, tra chi ha già una cattedra e chi la sta inseguendo da anni.

La scuola italiana è un terreno impoverito. Non perché manchi la vita, ma perché la vita è stata compressa sotto strati di procedure, di risparmi, di tagli, di riforme che hanno preteso di ottimizzare tutto tranne la possibilità di insegnare bene. E allora mi torna in mente l’idea del compost, così come la propone Nina Ferrante: trasformare gli scarti in humus, fare dei residui una condizione per nuova fertilità, capire che ciò che sembra rifiuto può diventare nutrimento se cambia il contesto e se c’è una pratica capace di accompagnare la trasformazione. Anche noi siamo stati trattati come scarti: scarti del sistema scolastico, scarti dell’università, scarti di una politica che celebra la formazione ma non la rende abitabile. Eppure, proprio come nel compost, non è vero che il residuo sia solo morte. Nello scarto c’è ancora possibilità. C’è ancora vita da rimettere in circolo. C’è ancora materia politica da comporre.

È questa la ragione per cui non voglio limitarmi a raccontare il dolore dell’esclusione. Voglio raccontare anche la potenza che nasce dalla sua comprensione. Perché quando capisci di essere dentro un meccanismo di classe, smetti di vergognarti della tua fatica. E quando smetti di vergognarti, puoi finalmente vedere gli altri. Non più come concorrenti, ma come compagni di una stessa condizione storica. E da lì può nascere una politica diversa. Non la politica dell’aspirazione individuale a salire, ma quella della costruzione comune di condizioni di permanenza. Non la politica del “faccio il mio percorso e spero di farcela”, ma quella del “ci organizziamo per rendere possibile la vita di tutti”. È una differenza enorme. È la differenza tra un mondo che ti chiede di essere vincente e un mondo che ti permette di essere vivo.

Per questo mi riconosco nelle parole di chi lotta contro la precarizzazione della scuola, contro l’idea che il lavoro docente possa essere governato soltanto con graduatorie, punteggi e ricatti; nei collettivi di precari, nei gruppi che denunciano l’assurdità di un sistema che obbliga a pagare per insegnare, nelle pagine che raccontano il vissuto concreto degli insegnanti come una questione strutturale e non come una somma di sfortune individuali; in quelle voci che non si limitano a chiedere una riforma, ma smascherano la logica che ha reso il lavoro culturale un privilegio accessibile ai figli della stabilità; in chi dice che la scuola non è un bene di mercato e che il diritto all’istruzione non può essere separato dal diritto di chi insegna a vivere decentemente.

Perché, diciamolo fino in fondo, il problema non è solo trovare un posto. Il problema è poterci arrivare senza essere rovinati. Il problema è poter insegnare senza indebitarsi. Il problema è non dover considerare normale l’umiliazione del lavoro intellettuale. Il problema è non dover scegliere tra la propria terra e la propria professione. Il problema è non dover lasciare la casa per colpa di un sistema che ha trasformato il servizio pubblico in una corsa a ostacoli costosa e classista. E allora la mia posizione diventa sempre più netta: voglio restare (anzi, tornare), ma voglio tornare in un paese che smetta di trattarmi come una riserva da utilizzare solo se già finanziata. Voglio tornare in una terra che non obblighi alla migrazione come forma ordinaria di realizzazione. Voglio tornare dove sono nato, se questo vuol dire vivere bene e lavorare con dignità.

Quando non è possibile, lo so, si va via. E non c’è nulla di vergognoso in chi emigra per necessità. Anzi, sento una solidarietà profonda per chi, come me, parte, per chi costruisce altrove una vita dignitosa, per chi trova in altri sistemi scolastici la possibilità di fare il proprio mestiere senza essere continuamente schiacciato. Anche l’estero, per molti, è una forma di difesa. Ma non voglio che diventi l’unica via. Non posso accettarlo. Non voglio che il paese formi le sue energie per poi consegnarle al mercato globale o ad altri Stati forse meglio organizzati. Non voglio che il nostro destino sia di essere espulsi. Non voglio che il nostro futuro collettivo venga raccontato come una diaspora inevitabile. Non voglio che la normalità sia la fuga.

Abbiamo bisogno di un’idea di politica più vicina a quella di una ecologia critica dell’alleanza che a qualsiasi narrazione eroica del singolo. Smettiamola di credere all’idea dell’individuo che si salva da solo. Credo invece a una costellazione di pratiche, parole, reti,… che si sostengono reciprocamente. Credo a un mondo in cui il sapere non sia proprietà privata ma materia comune. Credo che la scuola possa essere un luogo in cui si impara non solo una disciplina, ma una forma di vita condivisa. Credo che un’altra istituzione sia possibile solo se smettiamo di accettare quella attuale come destino naturale.

Non possiamo separare il pensiero dalla forma della vita. Voglio una scuola che non sia un dispositivo di selezione di classe. Voglio una società che non costringa i giovani a fare i conti con il prezzo della loro stessa formazione. Voglio un paese in cui il diritto a vivere nella propria terra non sia un privilegio per chi può comprare i passaggi necessari. Voglio che il sapere sia riconosciuto come bene comune e che chi lo trasmette non debba pagare per farlo.

Sono stanco di vedere la cultura trattata come un investimento privato e la scuola come una spesa da ottimizzare. Sono stanco di vedere giovani costretti a partire per non essere schiacciati. Sono stanco di vedere il Sud, le periferie, le province, i territori marginali raccontati come luoghi di arretratezza mentre vengono svuotati delle energie che potrebbero rifarli vivere. Sono stanco di sentire che tutto dipende dalla resilienza individuale, quando ciò che ci manca è una giustizia materiale condivisa. Sono stanco di una politica che chiede pazienza ai corpi e non tocca mai i rapporti di forza. Sono stanco di una scuola che pretende dedizione infinita senza garantire stabilità minima. E proprio per questo non voglio smettere di parlare, perché non voglio che la mia storia venga tradotta in una formula di adattamento, perché la mia condizione non è un incidente, ma una prova della struttura, perché se non nominiamo il ricatto, il ricatto vince, perché c’è una memoria collettiva di chi ha resistito prima di me, di chi ha tenuto aperti i luoghi di studio, di chi ha costruito alleanze nei momenti peggiori, di chi ha pensato il mondo non come un insieme di proprietà ma come una composizione di esistenze intrecciate, perché credo ancora che si possa vivere bene nella propria terra senza essere costretti a emigrare, perché credo che insegnare debba tornare a essere un lavoro accessibile ai figli e alle figlie di chi non ha rendite, perché credo che il futuro non sia ancora stato sequestrato del tutto.

E noi, che siamo stati trattati come scarti del sistema, possiamo invece diventare il terreno di un’altra istituzione, di un’altra scuola, di un’altra vita comune.

Non voglio più una promessa, ma una condizione materiale, una scuola pubblica che non chieda denaro in cambio del diritto di insegnare, un paese che non costringa alla partenza, una terra abitabile, una città giusta, un lavoro dignitoso, una formazione non mercificata. Voglio poter dire che restare non è un atto di sacrificio eroico ma una possibilità concreta. Voglio che questa possibilità esista per me e per chi viene dopo di me. E finché non esisterà, continuerò a chiamare le cose col loro nome: classe, ricatto, esclusione, sfruttamento, alleanza, resistenza, futuro. Perché solo così si può ricominciare a immaginare un mondo in cui il sapere non costi più del pane, e in cui la propria terra non sia un privilegio, ma una casa.

 

Immagine in apertura: La Famille, progetto fotografico di Alain Loboile (2006-2016)