(veritas parit odium; la verità genera odio)

Amant eam lucentem, oderunt eam reguardentem.

Quia enim falli nolunt et fallere volunt, amant eam,

cum se ipsa indicat, et oderunt eam, cun eos ipsos indicat

La amano quando risplende, la odiano quando li accusa.

Vogliono ingannare ma non essere ingannati,

per questo l’approvano quando indica se stessa e la detestano

quando punta il dito contro di loro.

Agostino (Confessioni, libro X, 23.34)

* * * * *

Per comprendere e valutare il testo della recente enciclica di Leone XIV bisogna innanzitutto tener conto della data volutamente scelta per rafforzare l’intento di una significativa connessione: la pubblicazione è avvenuta a distanza di 135 anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII, nello stesso giorno, trattando il tema di una rivoluzione tecnologica ritenuta, per importanza storica e per conseguenze, capace di incidere sull’esistenza delle persone come era avvenuto in occasione della rivoluzione industriale a cavallo fra il XIX e il XX secolo. E tuttavia, a differenza del suo predecessore, che aveva posto al centro del titolo la fabbrica (de conditione opificium), l’attuale pontefice ha preferito un diretto riferimento alla persona umana (the human person, manca ad oggi il testo latino), come soggetto da tutelare nel tempo in cui si va dispiegando l’intelligenza artificiale (on safeguarding the human person in the time of artificial intelligence). Non è una differenza di poco conto, certamente non casuale: le parole hanno un significato, pesano e chi le usa dal soglio nell’intestazione di una lettera enciclica ne ha piena consapevolezza.

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas

Robert Francis Prevost non è il primo papa a misurarsi con la Rerum Novarum; era già accaduto in altre tre precedenti occasioni, con motivazioni e ragioni molto diverse da quelle che caratterizzano, oggi, la Magnifica Humanitas.

Il primo ad intervenire fu Achille Ratti, Pio XI, teologo di straordinaria erudizione, filologo e bibliofilo di fama, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana prima e della Biblioteca Vaticana poi. Leone XIII, clericale molto conservatore e cresciuto nella nobiltà romana, aveva fondato la dottrina sociale della chiesa in contrapposizione esplicita allo stato laico italiano (e all’influenza della massoneria sia sulla componente liberale sia su quella socialista); l’associazionismo legato alle parrocchie e il partito dei cattolici erano i due pilastri che sostenevano la teoria della composizione dei conflitti di classe mediante una maggior tutela delle condizioni tragiche in cui versavano i salariati, nelle fabbriche e nelle campagne. Le organizzazioni cattoliche rimanevano estranee alle istituzioni statali ma al tempo stesso dovevano esercitare una forte pressione per far rispettare i costumi religiosi tradizionali e al tempo stesso per introdurre limiti anche legislativi alle imprese private (controllo del lavoro minorile, retribuzioni più elevate, difesa della salute, maggiori diritti).

Pio XI, eletto nel 1922 per compromesso fra progressisti e reazionari, dopo un lungo e contrastato conclave, si trovò ad operare in uno scenario politico assai diverso: il primo dopoguerra, la rivoluzione russa, la marcia su Roma e l’inizio del fascismo, i conflitti armati dentro le tensioni sociali. Scelse di innestare la dottrina sociale della chiesa dentro la politica sociale del fascismo, siglando la fine delle ostilità con i Patti Lateranensi del 1929 e diventando il primo monarca del nuovo Stato, Città del Vaticano. Se per un verso Pio XI accettò di mettere in soffitta il partito popolare di Don Sturzo, per altro verso ottenne la legittimazione della potentissima struttura dell’Azione Cattolica, che disponeva di oltre 5000 sedi. L’enciclica del 1931 (Quadragesimo Anno) critica gli eccessi del liberalismo, condanna il comunismo bolscevico, si lega (anticipando per certi versi una posizione peronista) al fascismo della Carta del Lavoro, al corporativismo, alle politiche sociali del regime, rimodellando la dirigenza dell’Azione Cattolica in senso meno ostile alla dittatura, e tuttavia mantenendo una certa libertà d’azione. La Quadragesimo Anno cerca dunque di orientare verso una svolta più moderata il populismo nazionalista; con una forte critica al nazismo (ripresa nell’enciclica del 1937, Mit brennender Sorge) e una certa accondiscendenza verso il franchismo spagnolo ((ribadita nell’enciclica antibolscevica Divini Redemptoris, sempre del 1937). L’operazione salvò dall’emarginazione i quadri della futura democrazia cristiana, ma fu complessivamente un disastro, per via delle leggi razziali e della guerra scatenata dai tedeschi; Pio XI morì senza aver pubblicato la Humani Generis predisposta contro Hitler, Pio XII la secretò appena eletto papa (il testo fu svelato molti anni dopo da Giovanni XXIII).

Il secondo intervento uscì il 15 maggio 1961, in occasione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, con iniziativa sorprendente di Angelo Roncalli, mediante l’enciclica Mater et Magistra dedicata ai recenti sviluppi della questione sociale. Il tema del lavoro viene affrontato da un angolo prospettico completamente diverso rispetto al passato, inserito nel processo di trasformazione legato all’uso (civile e militare) dell’energia atomica, al progredire dell’automazione, all’accelerata rapidità dei trasporti (di merci e di persone), alla diffusione dei sistemi di comunicazione (radio, telefono, TV, etere). Il testo è funzionale al programma di radicale rinnovamento da attuare con il Concilio Vaticano, mette in discussione l’appoggio aperto allo schieramento conservatore in ambito internazionale, soprattutto apre alle rivendicazioni di emancipazione provenienti dai paesi sottosviluppati e dal gruppo di paesi c.d. non allineati (quelli che si ponevano fuori dai due blocchi protagonisti della guerra fredda). La teologia della liberazione irrompe sulla scena politica e il tema della giustizia sociale acquista una nuova centralità anche nella lettura dei rapporti connessi alla prestazione lavorativa, al reddito in generale, alle condizioni di vita; più che i tradizionali diritti civili a Papa Giovanni preme assicurare quelli che liberano dalla miseria, dallo sfruttamento e dalla fame. Un cambio di passo dentro un progetto di coesistenza pacifica che lascerà il segno, nonostante la maggiore prudenza del successore Paolo VI, incline a rallentare la tabella di marcia.

Il terzo intervento, si articola in due puntate, con la firma di Karol Wojtyla. Rispetto a Giovanni XXIII vuol cambiare strada, punta sulla gerarchia più che sul rinnovamento, sulla tradizione più che sul progresso: la condizione operaia, per migliorare davvero, deve archiviare il dialogo con il socialismo e puntare piuttosto sul liberismo, sulla competizione. L’enciclica Laborem Exercens doveva essere pubblicata, come di consueto il 15 maggio, in occasione del novantesimo anniversario della Rerum Novarum. Ma il 13 maggio Ali Agca sparò due colpi di rivoltella contro Giovanni Paolo II che solo per un soffio scampò alla morte (lui sosteneva grazie alla Madonna di Fatima, non siamo in grado di smentire o confermare); nella chiusa, in data 14 settembre, senza accennare al fatto, spiega il ritardo con la necessità di rivedere a fondo il testo. Il lavoro umano viene ricondotto, contro ogni forma di materialismo e di economicismo, alla spiritualità, alla religione, alla famiglia e all’unità nazionale; l’attacco allo statalismo invasivo e l’elogio della libera soggettività di ogni lavoratore è un consapevole attacco portato al cuore del governo polacco, e la difesa del sindacato come strumento di tutela di operai e contadini tende a rafforzare la presenza della chiesa cattolica in ogni sua forma associata, con l’obiettivo ambizioso di una rivincita del clero tradizionale sul c.d. comunismo reale, ateo e tecnocratico. Dieci anni dopo, pubblicando (provocatoriamente e in anticipo) il 1 maggio 1991 la seconda puntata,  Centesimus Annus, Wojtyla celebra la caduta del muro, la vittoria di Lech Walesa alle elezioni presidenziali del 9 dicembre 1990, il governo di una rinnovata democrazia cristiana nella cristianissima Polonia. Lo scrive senza reticenze: legge in modo critico il conflitto di classe sul lavoro e lo colloca definitivamente nel passato della storia, con occhio rivolto al futuro, inteso come sistema di valori fondato sulla gerarchia ecclesiastica come garante di un ordine tradizionalista nella vita delle persone e capace di garantire una tranquilla agiatezza grazie all’operosità. La battaglia (religiosa e politica) annunciata con Laborem Exercens fu certamente coronata da successo; ma la scommessa orgogliosa della Centesimus Annus, a distanza di 35 anni, risulta invece travolta dagli eventi, sicuramente nella sua Polonia, ma anche nel pianeta. Del conservatorismo sociale e solidaristico  di Papa Wojtyla, nel tempo di Trump, Meloni, Macron, Tusk e Netanyahu, non è rimasta traccia.

Profilo di Francis Robert Prevost

Leone XIV è nato a Chicago, terza metropoli degli States per numero di abitanti, multietnica e fra le più refrattarie al trumpismo. Il 28 maggio 2026 il Papa ha ricevuto in Vaticano Brandon Johnson, sindaco della sua città natale, eletto nel 2023 con un programma radicale di tutela dei senzatetto, di tassazione dei grandi patrimoni, di opposizione alle spese militari, di sostegno al popolo palestinese. L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase Cupich, nominato da Francesco nel 2014, si è scontrato con il governo americano durante le operazioni di rastrellamento degli immigrati. Il governatore dello stato, Jay Pritzker, un miliardario di origine ebraica, è pure schierato con il fronte progressista e ha assegnato il prestigioso premio di architettura istituito dalla sua famiglia al cinese Liu Jiakun, ovvero al rappresentante più noto della c.d. architettura sostenibile, fondata sul rispetto della natura e sul recupero dei materiali, in una dimensione quasi minimalista, critica dell’uso indiscriminato del suolo e della grandeur. Uno schiaffo alle grandi società immobiliari ad opera di un magnate dell’industria alberghiera. Chicago, oltre che sede di grandi organizzazioni criminali durante il proibizionismo, è la città dei quattro anarchici impiccati per le proteste sanguinose di Haymarket, il 1 maggio 1886 (da questo episodio la scelta della data); e nel 1960 fu la scena dei giorni della rabbia, la rivolta guidata da Weatherman nel 1968 (con abbattimento del monumento ai poliziotti uccisi in Haymarket), repressa con inaudita violenza. Chicago, infine, per via della crisi connessa alla transizione in corso, si caratterizza per un deficit gigantesco delle casse pubbliche (oltre un miliardo di dollari) e per una spesa pensionistica pari a circa il 40% del bilancio comunale. Una città, quella di Francis Prevost, di grandi contraddizioni e di grandi speranze, al tempo stesso ribelle e inquieta. Bisogna tener conto dell’origine per comprendere il personaggio nella sua complessità. Prevost si è laureato, molto giovane, in matematica (1977); ha dunque studiato, negli anni della formazione, le regole del ragionamento e della dimostrazione, il sistema simbolico rigoroso per determinare la validità, o meno, delle risoluzioni. E, insieme, come ha ben chiarito un grande matematico come Kurt Godel, comprende l’incompletezza di ogni e qualsiasi sistema, la necessità di un esame dall’esterno, al di fuori del meccanismo interno che lo caratterizza. Durante i corsi universitari ebbe modo di approfondire gli scritti di Agostino (il suo riferimento talare al momento di prendere i voti) e di un grande teologo tedesco, Karl Rohner (1904-1984), figura centrale nei lavori del Concilio, alla radice di più segmenti del pensiero cristiano nel secolo scorso. A lui hanno guardato sia il giovane Ratzinger (conservando ammirazione anche dopo la svolta conservatrice negli anni della maturità) sia i fondatori della c.d. teologia della liberazione, in particolare (il suo testo del 1971 è di fondamentale importanza) Gustavo Gutierrez-Merino Diaz (1928-2024), il frate predicatore peruviano che Leone XIV ebbe modo di conoscere a fondo durante il lungo periodo trascorso nel paese sudamericano. Per 12 anni Prevost guidò l’ordine mendicante degli agostiniani (noti anche come eremitani, la medesima congregazione di Martin Lutero), oltre 400 conventi e 3000 frati, assai radicato in America Latina, maturando una solida esperienza organizzativa in territori turbolenti e guadagnando nel 2023 la porpora cardinalizia necessaria per diventare, nel 2025, papa.

L’enciclica del 15 maggio 2026

Magnifica Humanitas è un testo corposo, si articola in 245 paragrafi suddivisi in premessa, 4 capitoli e conclusione, utilizzando uno stile essenziale per una sequenza di affermazioni legate da una logica stringente in cui il dubbio su ciò che ci riserverà il futuro non incrina solide convinzioni sul dover agire. Nella premessa Leone XIV insiste sulla necessità di esaminare le radici spirituali e culturali che caratterizzano la trasformazione in atto (stiamo vivendo una fase di rapida transizione), indicando due segmenti di pensiero contrapposti e incompatibili: uno (la torre di Babele) mira ad impadronirsi della tecnologia al solo scopo di dominio e conquista della ricchezza, l’altro (le mura di Gerusalemme) vuole ricondurre l’IA (e lo sviluppo della tecnica) all’interno del comune, dei principi di giustizia solidale. La maggioranza degli esseri viventi nel pianeta rimane in trepidante attesa, assiste agli eventi, fra angoscia e speranza. Ma sono domande decisive e non possono essere eluse: esiste il dovere di rimanere umani. La radicalità della premessa viene temperata, prudentemente, nel primo capitolo, dedicato alle vicende delle encicliche sociali precedenti: come di consueto quando un pontefice parla dal soglio (ex cathedra) ogni passaggio dei predecessori viene ricondotto ad unità complessiva della Chiesa, sorvolando abilmente sulle divergenze per costruire una dottrina sociale cattolica coerente, uniforme, armonica. Ma, a leggere con attenzione, l’elogio del passato non è mai una rinunzia alle proprie convinzioni presenti, procede con ecclesiastica cautela, ma non fa mai un passo indietro, consapevole delle proprie debolezze ma forte delle proprie ragioni.

Tecnica e dominio

Il secondo e il terzo capitolo sono il cuore del saggio, in cui si affronta il rapporto fra la difesa dei principi e l’uso della tecnica come strumento di dominio; comunque si voglia giudicare questa presa di posizione che ha l’ambizione di costituire un manifesto del pensiero cattolico, non è possibile ignorare la sostanza di una condanna aperta del liberismo tecnocratico e dell’ideologia della forza. Non era per nulla scontata una scelta simile, soprattutto considerando la potenza di comunicazione mediatica, volta a segnalare la fine dell’anomalia rappresentata da papa Francesco e una sorta di restaurazione conservatrice incarnata da papa Leone; ora i comunicatori di regime stravolgono il testo, per disinnescarlo, per ridurlo a generica lamentela senza conseguenze concrete. Un esempio, fra i tanti, di questa operazione chirurgica è l’articolo pubblicato il 14 giugno 2026 su Il Sole 24 Ore dal presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli: il nuovo umanesimo (?) è una zuppa buona per tutti i gusti e non si comprende con chi se la prenda il pontefice quando segnala il pericolo (rischio) del controllo delle esistenze per mezzo di una acquisizione massiva e privata dei dati. Torna in mente quel che Francesco disse ai funerali di Gutierrez, avvezzo alle critiche e fermo nella difesa dei poveri: ha saputo fare silenzio quando doveva fare silenzio, ha saputo soffrire quando gli è toccato soffrire.

Eppure le affermazioni sono forti, non consentono interpretazioni equivoche. La dignità non si acquista e non si merita (paragrafo 53); il valore non è ciò che si produce (paragrafo 51); qualsiasi progetto o tentativo di progetto di eliminare o sottomettere una nazione è immorale e pertanto inaccettabile (paragrafo 64). La tecnocrazia viene descritta non come un generico e potenziale orizzonte politico-economico, ma come un concreto progetto di dominio, fondato su una criminale cultura dello scarto (definizione davvero efficace) applicata in danno di chi si trova nella condizione di rifugiato, di migrante, di povero; il potere va cadendo ogni giorno di più, nella rapidità della transizione, in mano mani (paragrafo 90 e seguenti) di pochi privati transnazionali, indifferenti alla solidarietà, alla sussidiarietà, alla fraternità (e dunque anche alla libertà e all’eguaglianza). Il paragrafo 99 introduce il problema e lascia intravedere la soluzione, evitando di cadere nell’equivoco di una banale equiparazione dell’IA a quella umana, ma senza nasconderne i benefici indubbi, che vanno invece riconosciuti. Il punto è che i dati, anche elaborati, non capiscono ciò che producono perché non abitano l’orizzonte affettivo. Non è una mera ovvietà; è una proposta reale di cambiare la prospettiva di osservazione, di nuovo con il metodo di Copernico. Si tratta di rimettere al centro l’orizzonte affettivo inteso nel senso più ampio: non solo amore o amicizia (questo è naturale) ma anche diritti, giustizia, remunerazione del lavoro, lotta alla moderna schiavitù, perché l’algoritmo (paragrafo 102) non è un fatto puramente tecnico, invade la sfera dei diritti e non considera la speranza (che è, me lo si lasci dire, parente prossima della rivoluzione, e io tengo in gran conto la rivoluzione). I dati, nella loro forma elaborata mediante IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi e posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati; non sono moralmente neutri (paragrafo 104). Bisogna definire un nuovo codice (etico e giuridico) per individuare il processo di responsabilità (accountability) nel possesso, nella gestione, nell’uso e nel frutto del sapere collettivo immagazzinato, delle risorse e dei c.d. beni comuni. E si arriva al dunque, all’indicazione censurata dalla comunicazione mediatica in quanto percepita come potenzialmente pericolosa nelle stanze del potere oggi consolidato (economico, finanziario, politico): disarmare l’intelligenza artificiale! Testualmente (paragrafo 110): la competizione armata non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunziare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Le ideologie connesse al trans-umanesimo e/o al post-umanesimo conducono alla catastrofe e vanno contrastate con decisione; la tecnica deve liberarsi di una concezione errata del limite, malattia vecchiaia vulnerabilità non sono difetti da rimuovere, ma elementi costitutivi dell’umanità, rientrano in ciò che è cura. Rendere disarmata e ospitale l’IA significa piegarla a questi principi che riemergono dalla teologia della liberazione nata non a caso nei tumultuosi anni sessanta del secolo scorso. Comprensibile che una simile prospettiva non piaccia affatto a chi punta invece sulla guerra, sulla paura, sul conflitto permanente, per mettere la vita a valore, non per liberarla.

Guerra, verità, lavoro

Nel quarto capitolo Prevost affronta la necessità di trovare strumenti capaci di custodire le persone nel tempo della trasformazione, a fronte di un saccheggio costante della verità, tema centrale per Agostino e dunque per il papa suo discepolo. Le piattaforme digitali, invece di favorire un consolidamento della democrazia sostanziale (e sarebbe possibile), tendono a confondere vero e falso, a mescolarlo al fine di orientare l’immaginario collettivo. Compare, e non poteva mancare, l’ombra di Guy Debord (non citato, ma presente): tutto diventa spettacolo, messa in scena, trasformazione della realtà volta a far ritenere esistente una finzione (mise en scéne in italiano si traduce anche come truffa). Oltre ad indicare la centralità della scuola e dell’istruzione pubblica l’enciclica invita ad elaborare una sorta di ecologia della comunicazione o, anche, con immagine suggestiva, una igiene dell’attenzione (paragrafo 146). In questa cornice di discontinuità nella transizione si calano il lavoro, il rapporto fra uomo e macchina (critica dell’ibridazione fra i due), il recupero della dignità, l’economia in senso ampio. Il PIL non è uno strumento di misura che consenta di comprendere lo stato effettivo delle cose (paragrafo 157), la finanza per la finanza è diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la redistribuzione della ricchezza prodotta (paragrafo 163); in ogni caso acquistano rilievo le condizioni sociali della speranza. Dopo Debord compare (anche lei non citata) Soshana Zuboff: quando ogni gesto lascia traccia si crea un potere nuovo (paragrafo 171) e nasce una sorta di architettura della visibilità utilizzata a fini di controllo sociale e di sfruttamento intensivo, il che rende necessario spezzare le catene della nuova schiavitù (il titolo che comprende i paragrafi 173-179). Nulla, scrive Prevost, nel mondo dell’IA è davvero immateriale o magico: una lunga catena di mediazioni, una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Rubano la vita a donne e bambini, schiavizzati nel lavoro, formano una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. E ancora annota: il colonialismo ai giorni nostri mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando la vita delle persone in informazioni sfruttabili. Per concludere infine: la lotta contro le nuove schiavitù è il banco di prova decisivo. Antonio Patuelli, presidente dei banchieri, ha preferito evitare ogni citazione di questi passi, soprattutto, visto che le banche guadagnano piuttosto bene sui dati e sulle schiavitù, cerca di sfuggire al banco di prova decisivo congelando la proposta (vaticana!) di lotta!     

La chiusa

L’ultima parte dell’enciclica (quinto capitolo e conclusione) è dedicata al falso realismo e alla cultura del conflitto, fondata sul concetto di forza non soggetta ad alcun limite (giuridico o etico). L’apologia della violenza devastatrice e la percezione di ogni diversità come minaccia si concretano in una sorta di nichilismo storico e di un insieme di progetti contrapposti che mirano a costruire un monopolio della minaccia armata. Citando un cattolico italiano, per un certo periodo sindaco di Firenze e pacifista per antonomasia, La Pira, Leone XIV rilancia la cultura del negoziato contro quella della potenza; a sostegno del suo invito teso a risparmiarci la totale distruzione del pianeta richiama, fra l’ironico e il beffardo visto che è tradizionale icona dell’estrema destra italiana, Tolkien, prima di affidarsi, da buon cattolico, alla Madonna e al suo magnificat.

Qui non si pone il problema di arruolare il papa nelle file del movimento comunista, sarebbe piuttosto fuori luogo. E per giunta ogni papa ha la sua identità. Bergoglio, per carattere e per formazione, aveva molta fiducia nelle parole, e, anche, una forza comunicativa teatrale, perfino gestuale, che non è invece nelle corde di Prevost, più incline a preparare il terreno, ad accompagnare ogni progetto, specie se ardito, agli strumenti necessari per attuarlo. Bergoglio poggiava su quello che oggi viene definito un partito liquido, sul consenso immediato ed emotivo. Prevost misura la forza degli antagonisti, ragiona sul come logorarli, concepisce la sua chiesa come una sintesi di fede e organizzazione; questo può accentuare la tendenza alla diplomazia e al compromesso, certamente ha l’effetto di moderare il suo vocabolario nell’esprimere i concetti, ma contribuisce anche a rafforzare progetti di alleanze inedite e soprattutto di costruzione concreta di strutture in conflitto con il liberismo tecnocratico, che si presenta oggi come il più duro ostacolo all’emancipazione degli sfruttati nel mondo. Ma non bisogna avere timore della diversità, rimanere se stessi cercando di capire come ciascun interlocutore si colloca, qui e ora. Senza preconcetti, sine ira et studio. In fondo si può marciare divisi per colpire insieme; lo dicevano anche Mao Tse Tung e Helmuth von Moltke. L’importante è non arrendersi mai.