Effimera condivide e sottoscrive l’appello contro lo sgombero del Villaggio delle Rose, realtà urbana presente da oltre 25 anni nel contesto metropolitano milanese. Mercoledì 1° luglio si terranno una serie di iniziative in sostegno. Siete tutte e tutti invitati/e in Via Chiesa Rossa 351, a Milano, a partire dalle ore 18.00.

 

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Milano, la città dei molti mondi, vive la crisi dell’abitare, tra speculazione, edilizia popolare inadeguata, aumento degli affitti e fuga di chi non ce la fa più. Tra questi mondi c è il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa, una realtà urbana presente da oltre venticinque anni, una comunità rom che ha costruito nel tempo case, relazioni, reti di solidarietà e forme di convivenza stabile, investendo risorse proprie e trasformando un’area marginale in uno spazio vissuto, curato e abitato. La comunità è composta da cittadini italiani. Molte di queste famiglie sono arrivate in Italia dopo essere state deportate dall’Istria durante la Seconda guerra mondiale e internate nei campi di concentramento fascisti. Oggi nel Villaggio vivono figli, nipoti e pronipoti di sopravvissuti alla persecuzione, alla deportazione e alla guerra.

Nel Villaggio delle Rose la stessa comunità ha costruito il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, luogo di memoria e commemorazione che ogni anno ricorda le vittime della persecuzione nazifascista e i rom e sinti che parteciparono alla lotta partigiana.

Nel Villaggio convivono memoria, lingua, legami familiari e partecipazione alla vita cittadina. Qui i bambini crescono parlando romanès e italiano, gli anziani trovano sostegno nella comunità, le famiglie condividono responsabilità quotidiane, cura reciproca e presenza sociale.

Oggi questa esperienza rischia di essere smantellata attraverso procedure amministrative che prevedono il “superamento” del campo e la dispersione delle famiglie in diverse parti della città.

Gli abitanti hanno avanzato una proposta concreta e innovativa partendo dal valore del loro vivere insieme in famiglia allargata che è un tratto socio-culturale (anche economico), un modo di essere e di ‘abitare’ che ha attraversato la storia della minoranza rom e sinti, costituendone l’ossatura e che ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, una identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari profondi come la lingua e la memoria.

Il progetto di cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, elaborato con un eminente studio di architettura, assume direttamente la gestione e la riqualificazione del Villaggio, insieme al percorso di regolarizzazione e miglioramento degli spazi, un  progetto che rappresenta una vera e grande innovazione anche dal punto di vista socio-urbanistico nell’affrontare il superamento dei campi rom. La proposta nasce come ricerca di un modello di abitare a basso costo e nello stesso tempo coerente con le esigenze di una comunità particolare, solitamente esclusa e marginale. L’impiego della prefabbricazione interviene anche sul tema dei tempi e dell’adattamento progressivo dell’alloggio-base realizzato con l’obiettivo di garantire un modello abitativo di qualità, sostenibile dal punto di vista economico e ambientale, a basso impatto e senza consumo ulteriore di suolo, compatibile con l’ambiente naturale circostante, capace di essere sufficientemente flessibile per potersi adattare nel tempo senza compromettersi e snaturarsi.

Il progetto rappresenta un’esperienza importante di cittadinanza attiva, partecipazione e assunzione di responsabilità. Può diventare un laboratorio sociale e urbano capace di offrire un contributo prezioso alla città, in un tempo segnato dalla crisi abitativa, dall’isolamento sociale e dalla crescente espulsione delle persone dai centri urbani. Pone una domanda: è possibile riconoscere forme diverse dell’abitare urbano, della vita comunitaria e della solidarietà tra generazioni? È possibile immaginare una città che sappia accogliere esperienze collettive fondate sulla prossimità, sulla responsabilità condivisa e sulla continuità delle relazioni umane?

Milano ha oggi l’occasione di sostenere un’esperienza che parla di dignità, convivenza, memoria, autonomia e partecipazione civile. L’amministrazione non perda questa opportunità: sospenda ogni procedura di sgombero e porti fino in fondo la disponibilità che pure ha dichiarato di condividere il progetto con un confronto serio e concreto con gli abitanti del Villaggio delle Rose.

 

Primi firmatari

Marco Brando, giornalista, presidente Anei Milano.

Paolo Cagna Ninchi, aps Upre Roma

Ida Castiglioni, Università Bicocca

Maurizio De Caro, architetto, urbanista

Raffaele Fiengo, giornalista

Michela Fiore, presidente ANPI Stadera Gratosoglio,

Domenico  Fumagalli, presidente ANPI Rogoredo,

Monica Gargatagli, cittadina milanese

Eliana Gintoli, associazione Akana

Gianni Giovanelli, avvocato

Giovanni La Varra, architetto,

Paolo Limonta, maestro, ex-assessore

Omar Lonati, musicista della Scala

Isabella Maj, accademia di Brera

Jacopo Muzio, architetto

Moni Ovadia,

Dijana Pavlovic, Movimento Kethane

Pino Polistena

Gabriele Pugliese, associazione Ambrosoli

Gabriele Rabaiotti, ex-assessore

Norina Vitali, NAGA

 

Per adesioni

https://docs.google.com/forms/d/1j2HxOP4CBOZt6zqGIYlic-EZlItHdKNw8GIdoOgOy_Y/edit?chromeless=1

 

Immagine in apertura: nell’immagine, il programma di mercoledì 1 luglio 2026 al Villaggio delle Rose, Milano