Vorrei partire da una considerazione molto semplice: il libro di Turi Palidda, (25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, Firenze, 2026), ci offre un’occasione preziosa non solo per tornare sui fatti del G8 di Genova, a venticinque anni di distanza, ma anche per ragionare su due questioni che restano ancora oggi molto attuali. La prima riguarda la continuità storica delle culture della sicurezza e delle polizie in Italia, che è il nucleo forte del libro. La seconda riguarda invece il significato politico di Genova 2001 come momento cruciale nella storia dei movimenti: non solo come trauma repressivo, ma come passaggio decisivo del ciclo no global o alter-globalista, e come snodo da cui si dipartono eredità che arrivano fino ai movimenti contemporanei, da quelli per la giustizia climatica a quelli contro la guerra e a sostegno della Palestina.

Da questo punto di vista, credo che uno dei meriti principali del lavoro di Palidda sia quello di sottrarre il G8 a una lettura “eccezionalista”. Genova non viene presentata come una parentesi, come un incidente, come una deviazione improvvisa dello Stato di diritto, ma come la manifestazione particolarmente intensa e visibile di una lunga continuità nella formazione e nell’azione degli apparati di sicurezza. In questo senso, il G8 viene riletto dentro una genealogia storica ampia, che va dalla repressione delle rivolte popolari e operaie dell’Italia liberale, alle violenze di Stato del Novecento, fino alle forme contemporanee del securitarismo. Questa e una tesi che condivido in larga misura.

Mi sembra infatti che il punto di Palidda sia molto netto e molto importante: la sicurezza, in Italia, non si e storicamente configurata come protezione universalistica della società, ma principalmente come difesa dell’ordine politico e sociale esistente, degli assetti di dominio e delle gerarchie costituite. La matrice militaresca delle polizie, di cui parla il libro, non è allora un residuo del passato, ma una struttura di lunga durata, che riemerge ogni volta che il conflitto sociale e politico assume una forma ampia, visibile e potenzialmente destabilizzante.

La lettura del libro mi ha subito richiamato alla mente una scena di un celebre film che faccio vedere a lezione quando parlo di violenza politica di stato, e che trovo ancora oggi impressionante: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Nel monologo del Dottore, interpretato da Gian Maria Volonté, quando assume la guida dell’ufficio politico della polizia, c’è quella formula terribile e chiarissima: “la repressione è civiltà”. È dentro quella formula c’è una vera filosofia politica: il dissenso viene trattato come patologia, come malattia del corpo sociale; la repressione, anche violenta, viene pensata come terapia, come vaccino, come strumento di risanamento.

Mi pare una chiave molto utile anche per leggere Genova e, più in generale, il modo in cui in Italia si è spesso guardato ai movimenti sociali: non come interlocutori conflittuali ma legittimi della democrazia, bensì come minacce da contenere, isolare o reprimere. E forse, come suggerisce il testo, proprio perché alcuni di quei movimenti risultano difficilmente compatibili con una forma di democrazia ridotta a gestione dell’ordine e neutralizzazione del conflitto. Io credo che a Genova questo sia apparso in modo plastico. E qui aggiungo anche una nota personale. Io a Genova c’ero. Come molti di quelli più anziani qui presenti ho partecipato alle manifestazioni, ho assistito agli scontri e alle violenze della polizia.

Per fortuna non ho subito danni fisici e non sono stato fermato, ma sono rimasto profondamente colpito da ciò che ho visto e vissuto. In particolare, ho assistito agli scontri in corso Torino e all’attacco di carabinieri e polizia al corteo dei disobbedienti proveniente dal Carlini in via Tolemaide, il 20 luglio 2001. E lì si ebbe davvero la percezione di un salto di qualità: non la semplice gestione dura dell’ordine pubblico, ma una conduzione dello scontro tale da produrre escalation, caos, rottura del confine tra contenimento e punizione. In quelle ore maturarono gli eventi che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani, poi ci furono gli scontri a Viale Kennedy il giorno dopo, il 21 luglio, e tutti sappiamo che la violenza sarebbe ulteriormente proseguita con la Diaz e Bolzaneto.

Ma devo dire che sono rimasto impressionato anche da un altro aspetto: dalla combattività dei manifestanti, dalla dimensione di massa anche della conflittualità più dura e dirompente. Non, dunque, la solita rappresentazione rassicurante della “violenza di pochi infiltrati” (che c’erano, ma non furono determinanti), ma qualcosa di più complesso: la presenza di una radicalità diffusa, la partecipazione di migliaia e migliaia di giovani agli scontri con la polizia, che nasceva anche dalla percezione fortissima di trovarsi di fronte non a una semplice gestione dell’ordine, ma a una vera prova di forza politica e simbolica, alla quale provavano a resistere anche fisicamente.

Però, ed e qui che vorrei spostare parzialmente il fuoco, Genova non può essere ricordata soltanto come il luogo della repressione. Sarebbe giusto e doveroso, ma non sufficiente. Genova è stata anche il punto più alto – e per certi versi il punto di crisi – di un ciclo di movimento straordinariamente importante, quello che abbiamo chiamato no global o alter-globalista. Un movimento transnazionale, plurale, composito, che aveva saputo mettere insieme sindacati, associazioni, ONG, centri sociali, reti cattoliche, attivismo pacifista, ambientalismo, femminismo, campagne sul debito, commercio equo, diritti dei migranti e, sebbene questo non piaccia a tutti, anche le componenti più radicali e conflittuali come il Blocco Nero.

E soprattutto un movimento che aveva avuto la forza di porre al centro del dibattito pubblico una critica radicale alla globalizzazione neoliberale, ai suoi effetti sociali, ambientali e democratici. Questo è un punto da ricordare con forza, perché col senno di poi possiamo dire che molte delle questioni sollevate da quel movimento erano tutt’altro che velleitarie o marginali. Erano, al contrario, largamente anticipatrici: la critica al dominio della finanza, la denuncia dell’aumento delle disuguaglianze, la contestazione delle istituzioni economiche globali non democratiche, il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale, il rifiuto della guerra come strumento di governo dell’ordine mondiale.

In questo senso il movimento di Seattle, Porto Alegre, Genova aveva visto prima di molti altri alcuni tratti fondamentali del mondo contemporaneo. Da qui discende, secondo me, una domanda cruciale: quale eredità ha lasciato quel movimento?

Non credo si possa rispondere dicendo semplicemente che è stato sconfitto, a volte la dicotomia vincitori-perdenti non è esplicativa, né che si sia dissolto senza lasciare tracce. Credo invece che la sua eredità sia stata insieme politico-organizzativa, politico-culturale e cognitiva. E stata innanzitutto un eredità politico-organizzativa, perché quel ciclo ha sperimentato forme di rete, di coordinamento transnazionale, di convergenza tra soggetti molto diversi, che ritroveremo in molti movimenti successivi. Non identiche, naturalmente, ma chiaramente debitrici di quell’esperienza.

L’idea che lotte differenti possano costruire spazi comuni di mobilitazione, senza annullare le differenze, è stata una delle grandi innovazioni di quel ciclo. In questo senso, la formula nata nelle lotte più recenti, “convergere per insorgere”, dice comunque qualcosa di reale: cioè la ricerca di una convergenza conflittuale tra soggetti differenti, senza ridurli a unità fittizia.

È stata poi un’eredità culturale e politica, perché il movimento alter-globalista ha sedimentato un lessico: beni comuni, giustizia globale, critica del neoliberismo, democrazia dal basso, connessione tra scala locale e scala globale e altri ancora. Tutti temi che riemergono, con linguaggi diversi, nei movimenti degli anni successivi. Ed è stata infine un’eredità cognitiva, nel senso che ha fornito chiavi di lettura del capitalismo globale che si sono rivelate durevolmente feconde. Molte mobilitazioni successive hanno attinto, direttamente o indirettamente, a quel patrimonio interpretativo.

Penso, per esempio, ai movimenti per la giustizia climatica. Anche qui troviamo una forte critica sistemica, il rifiuto di separare la questione ambientale da quella sociale, l’idea che la crisi ecologica non sia un problema tecnico ma politico, e che investa i modi di produzione, di consumo e di accumulazione. In una certa misura, il passaggio dall’alter-globalismo alla climate justice è anche un passaggio di riformulazione del conflitto: ciò che allora si chiamava critica della globalizzazione neoliberale oggi si esprime spesso come critica dell’estrattivismo, del fossile, del capitalismo ecocida. Ma la matrice è, in buona parte, comune.

Penso anche ai movimenti territoriali contro le grandi opere e contro la militarizzazione dei territori – la TAV, il Ponte sullo Stretto, il MUOS, e molte altre vertenze locali – in cui ritroviamo una parte importante di quell’eredità: la connessione tra locale e globale, tra difesa del territorio e critica dei modelli di sviluppo, tra esperienza vissuta e lettura sistemica dei processi di dominio.

Se volessimo dirlo in uno slogan, potremmo quasi rovesciare una formula nota e dire: non solo “pensare globalmente e agire localmente”, ma anche pensare localmente e agire globalmente, cioè saper leggere nei conflitti territoriali nodi generali del capitalismo contemporaneo, per poi mobilitarsi a livello non solo locale ma anche transnazionale (p.e. il sostegno a Curdi e Palestinesi nei movimenti No Tav, No Ponte, No Muos, ecc.).

Lo stesso vale per i movimenti contro la guerra. Il ciclo no global aveva già messo fortemente in luce il nesso tra globalizzazione neoliberista, militarizzazione e guerra. E non a caso uno dei suoi sbocchi piu evidenti fu proprio la grande mobilitazione globale contro la guerra in Iraq del 2003: ricordate tutti i grandi cortei del 15 febbraio in 800 città di tutto il mondo, più di 20 milioni di manifestanti, di cui 3 a Roma. Anche oggi, nei movimenti contro la guerra e nelle mobilitazioni per la Palestina, ritroviamo un elemento fondamentale di quell’eredità: la capacita di connettere la critica degli assetti geopolitici con quella delle gerarchie economiche globali, del colonialismo, del razzismo e della produzione selettiva di vite sacrificabili.

Ma anche altri movimenti contemporanei, come quello transfemminista e contro la violenza di genere, sono stati influenzati dal quel ciclo globale di mobilitazioni (p.e. la Marcia Mondiale delle Donne). Naturalmente non bisogna forzare le analogie. I movimenti attuali sono diversi da quelli di allora: per composizione sociale, repertori d’azione, rapporto con il digitale, linguaggi, temporalità, forme organizzative. E tuttavia mi pare che una linea di continuità ci sia, e che riguardi almeno tre aspetti: la dimensione transnazionale delle lotte, la critica del capitalismo neoliberista come sistema globale, e la ricerca di convergenze tra soggetti, attori sociopolitici e cause differenti.

Se dovessi dirlo in forma molto sintetica, direi cosi: Genova ci lascia insieme una ferita e un patrimonio. La ferita e quella della repressione, della violenza di Stato, della consapevolezza brutale dei limiti della democrazia italiana quando si confronta con il conflitto radicale. Il patrimonio è invece quello di un movimento che ha saputo pensare il mondo in termini globali, che ha anticipato temi decisivi, e che ha lasciato strumenti politici e culturali a molti dei movimenti venuti dopo. Per questo credo che il libro di Palidda sia importante, ma che vada letto dentro una cornice un po’ più ampia.

Ci aiuta a capire molto bene la continuità delle culture di polizia e della repressione in Italia. Ma proprio per questo ci spinge anche a non dimenticare che a Genova non c’era solo lo Stato che reprimeva: c’era anche un movimento che resisteva e provava a immaginare un altro mondo possibile. E, nonostante quella che per molti è stata una sconfitta, nonostante il trauma, molte delle sue istanze e delle sue rivendicazioni sono ancora qui presenti. Le ritroviamo nelle lotte territoriali, nei movimenti per la giustizia climatica, nelle mobilitazioni contro le guerre, le violenze di genere, nei movimenti antirazzisti, nelle campagne per la Palestina. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, cambiano gli attori, ma solo fino a un certo punto, perché accanto alle nuove generazioni, che allora non erano neppure nate, continuano a esserci anche generazioni che quell’esperienza l’hanno attraversata direttamente e che, in forme diverse, ne hanno trasmesso memorie, pratiche e cornici interpretative.

Dunque, concluderei cosi: ricordare Genova, a venticinque anni di distanza, non significa soltanto fare memoria di una repressione terribile, che va nominata e stigmatizzata fino in fondo. Significa anche riconoscere la forza anticipatrice di quel ciclo di movimenti e interrogarsi su ciò che di esso vive ancora nel presente. Se lo facciamo, Genova smette di essere solo una data tragica della nostra storia e torna a essere, anche, una domanda aperta sul rapporto tra democrazia (quale tipo?), conflitto e trasformazione sociale.

 

Per chi fosse interessato, il libro di Salvatore Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860 (Multimage, Firenze, 2026), verrà presentato domani a Milano, alla libreria Les Mots (via Carmagnola, angolo via Pepe) alle ore 18.30. Con l’autore discuterà Gianni Giovannelli