Abbiamo letto che Matteo Jade se n’è andato all’età di 55 anni, ma non è del tutto vero.
È qua con noi ed ha ancora 19 anni, come quando a Imperia prende parte all’occupazione del Sobbalzo.
Ne ha 20, come durante il movimento della Pantera, tra Imperia (dove diventa punto di riferimento di tante e tanti ragazze/i delle scuole superiori in movimento e fonda La Talpa e L’orologio assieme a Marco Beltrami ed a tante/i altre/i) e Genova, dove frequenta Giurisprudenza a Balbi e milita nel Centro di Documentazione e Comunicazione Antagonista Santa Croce.
Ne ha 22 come quando, sempre più radicato nel tessuto militante genovese, partecipa alle mobilitazioni in vista delle “colombiane”.
Matteo ha 23 anni, compiuti da qualche mese, come quando, il 6 gennaio 1994, nasce il centro sociale Emiliano Zapata con la prima occupazione sulle alture di Sampierdarena.
Già da quel primo vagito (durato pochi giorni, ma destinato a ripetersi) Matteo è un riferimento per tutte/i noi, come lo sarà negli anni successivi per una buona parte del movimento antagonista genovese.
E poi tanti anni di Zapata, mille manifestazioni, migliaia di concerti ed altre iniziative, il movimento per il diritto alla casa, il G8, la Buridda e molte altre occupazioni, le reti nazionali ed internazionali, le mille attività nel quartiere di Sampierdarena, il percorso con le organizzazioni di strada di giovani migranti, la Palestina… un elenco senza fine di movimenti e momenti di lotta.
Sì, perché Matteo aveva un carisma naturale, aveva un fascino portato con leggerezza e probabilmente con consapevolezza, con un tratto di vanità, era quello che si dice un leader naturale, una cosa che non si sceglie, ma si può farne, come lui, tesoro e servizio.
Nei racconti di questi giorni quasi tutte/i ricordavamo precisamente il momento esatto in cui lo avevamo visto per la prima volta: dove, quando, magari anche come era vestito.
Matteo non era sicuramente una persona semplice o accomodante, anche se si è addolcito con il passare degli anni, raramente alzava la voce o perdeva la testa, ma non aveva alcuna paura del conflitto, anzi ne apprezzava gli aspetti generatori di cambiamento, di trasformazione.
Non era una persona accomodante perché Matteo prendeva posizione; accettandone e gestendone le conseguenze e, spesso, accollandosele anche per tutte/i noi.
Matteo era un comunista, lo era nel senso più profondo che ha questo termine: dice una canzone degli Assalti Frontali che “quello che noi abbiamo è quello che ci siamo presi e che quello che ci siamo presi è solo una piccola parte di quello di cui abbiamo bisogno”… bè Matteo la pensava così. Matteo lo praticava.
Era una persona che non credeva possibile essere felici o soddisfatti, se non si era parte di un processo di cambiamento radicale.
Che ha impostato tutta la sua vita sulla lotta: non solo le migliaia di assemblee, di manifestazioni, di azioni, ma anche le innumerevoli occasioni di divertimento, di musica, di amore, di sballo erano quasi sempre interne (o collaterali) a questo progetto, diventando immediatamente momenti di rivendicazione, di costruzione di reti sociali o di ribellione.
Matteo è stato conosciuto, apprezzato e amato da diverse generazioni di militanti: da chi ha fatto in tempo ad attraversare il ’68, da chi da protagonista ha vissuto il ’77, da chi ha fatto politica nel momento complesso dopo il 1980, da chi apparteneva alla sua generazione e da chi negli anni ’80 ci è nata e nato e lo ha conosciuto allo Zapata. Muovendo affetto e speranza nella generazione più anziana, amore in quella a lui coeva e guida di quelle più giovani, aggregate nei movimenti successivi.
Matteo era un autonomo, un eterodosso, con quel tratto un po’ post punk e un po’ teppa anni ’80, ha sempre combattuto un’idea statica di comunismo e di rivoluzione (un compagno imperiese, che negli anni ’80 e ’90 era del PCI, ci diceva in questi giorni che la prima volta che era entrato in un centro sociale era perché voleva picchiare Lo Jade)
Matteo non era interessato a diffondere certezze, ma a creare laboratori in cui sperimentare, in cui crescere, in cui mettere in discussione quanto sappiamo e adeguarlo ad una realtà sempre mutevole, laboratori in cui il risultato non era mai scontato o conosciuto a priori.
Faceva movimento per il movimento.
Diceva un altro vecchio autonomo:
“Chi sono i comunisti?
Sono coloro che riconoscono nella cooperazione lavorativa e sociale la virtualità di una praxis
sovversiva.
Essi trasformano questa cooperazione in contropotere.
Nel contropotere non c’è mai solo una risposta oppositiva al potere, ma c’è l’avvenire di una eccedenza.
Il comune è il nome di questa eccedenza”.
Bé Matteo ha impegnato tutta la sua vita nel tentativo di costruzione di questo contropotere, di questo Comune.
Matteo era un militante, un vero militante.
Aveva gli occhi per leggere il mondo e il cuore per provare a cambiarlo: capace sia di analizzare la fase, che di tradurre questa analisi in campagne concrete, di costruire reti di soggetti diversi per rafforzarsi e crescere, e poi ancora di proporre efficaci forme di comunicazione o specifiche azioni, di fare al computer i manifesti delle varie iniziative sino all’alba, di stamparli e la notte successiva di attacchinarli per mezza Genova.
Una tensione, una propulsione che non ha mai perso, anche quando le cose della vita lo hanno, ci hanno, portato a non avere più un Centro Sociale che fosse la nostra casa (quello strano laboratorio in cui, per oltre 25 anni, varie generazioni di autonomi genovesi sono cresciute e si sono trasformate di anno in anno, assieme a tante/i altre/i compagne/i) in questa città.
Nonostante questo, negli ultimi anni, sia stato probabilmente un suo grande cruccio (per un compagno che, più vicino ai cinquanta che ai quaranta, ancora faceva le chiusure ad orari improbabili al Centro Sociale quasi tutti i sabati e che, anche in questa occasione, ha assunto sulle sue spalle tutto quel portato di spiacevolezze, piccolezze morali e miserie, che purtroppo tocca patire a chi, anche suo malgrado, diventa simbolo e immagine di un’esperienza, soprattutto quando si chiude un percorso), Matteo è rimasto per tutte/i noi un riferimento da sentire e coinvolgere quando organizzavamo qualcosa ed ha immediatamente trasferito il tempo e le energie dedicate allo Zapata in altri ambiti.
In particolare nella cooperazione sociale, nell’educazione, nell’accoglienza delle persone più fragili, che era diventato il suo lavoro. Non ha segnato solo la politica militante e antagonista di questa città, ma anche la vita delle persone di cui si occupava e lo abbiamo visto bene nella partecipazione commossa e toccante delle famiglie delle ragazze e dei ragazzi di cui si occupava.
Negli anni, forse anche per il suo sincero interesse per le battaglie transfemministe, voleva focalizzarsi maggiormente sulla forma e sul tono delle cose che diceva, sul modo in cui comunicava con le altre persone.
Per chi scrive queste righe, Matteo era tutto questo, il Matteo pubblico e politico, ma era anche tanto altro, come è inevitabile che fosse dopo più di trent’anni vissuti accanto di cui molti, moltissimi, vissuti quasi ogni giorno della settimana.
Matteo, anzi, lo Jade, non è stato solo i tanti momenti di lotta vissuti assieme – tante/i di noi le prime esperienze, le prime volte (le prime occupazioni, i primi scontri, la prima volta che siamo intervenuti in assemblea, etc), le hanno vissute assieme a lui – ma anche la leggerezza, il divertimento, le chiacchierate, i giri di notte fonda cercando un bar o un trancio di pizza dallo “Zio Max”, le cazzate che si fanno a una certa età, la sua tracolla di cuoio nera, le partite alla playstation, la sua Punto blu e quando dimenticava di fare il pieno diretti a Roma o Bologna, l’ennesima telefonata a casa – non c’erano i cellulari – con tua madre che non ne poteva più di passarti “il tuo amico” al telefono, Matteo era tutte le sue posture, i suoi gesti, come stava seduto, come accavallava le gambe, come teneva il bicchiere, quei capelli brizzolati molto presto.
Durante l’ultimo saluto (al funerale come nei tanti ricordi in rete o nelle moltissime telefonate e messaggi ricevuti da tutta Italia) tante persone di diverse generazioni ci hanno ricordato quanto Matteo abbia contribuito a cambiare le loro vite, a coinvolgerle in percorsi collettivi, a convincerle dell’importanza di una battaglia e poi dell’importanza della lotta nella vita.
Ci hanno ricordato la meraviglia che è stata camminare per tanti anni assieme e quanto questo cammino abbia cambiato Genova e sia ancora vivo, radicato in tante/i che a loro volta danno vita a nuovi e diversi percorsi, movimenti, esperienze.
E questo ce lo ha testimoniato soprattutto la presenza sincera di tante compagne e compagni più giovani e anche molto più giovani di Matteo.
Ciao Matteo, nel tuo caso più che in altri non ci sembra retorico ricordarti con la fine di una frase, a volte abusata, di un vecchio compagno: “… ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”… tu eri sicuramente uno di questi.
Ciao Matteo, ti abbiamo amato davvero tanto e, in fondo, crediamo che tu lo sapessi.
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