Arriva finalmente in Italia il libro della filosofa e fisica teorica Karen Barad Incontrare l’universo a metà strada, edito da Mimesis nella traduzione di Floriana Ferro.

Il titolo, suggestivo, proviene dalla poesia Esperimento a cascata di Alice Fulton, una poetessa che si ispira a scienziate e filosofe femministe come Sandra Harding, Donna Haraway e, appunto, Karen Barad per il loro lavoro di critica “all’autorità della scienza, che – come ogni potente sistema di credenze – necessita di tale autoanalisi per non diventare presuntuosa e claustrofobica”.

Per Alice Fulton dalla credenza nelle costruzioni binarie della realtà, la scienza classica ha fatto derivare “l’associazione tra donne e natura e uomini e cultura” che ha “sminuito le donne come artiste, pensatrici ed esseri umani”. Le domande che da qui si impongono “sono quelle a cui la letteratura deve rispondere finché il mondo non sarà giusto – ovvero per sempre.” (1)

Domande che per far sì che un mondo sia giusto dovranno trovare delle risposte mai definite una volta per tutte. Per sempre, allora, non sarà una condanna ma un atto di fede nella nostra esistenza: poiché nulla a noi si dispiegherà se non ci muoviamo verso quel che nulla ci sembra. (2)

Siamo, come umanità, posti davanti a un universo di cui ci sentiamo parte tanto quanto pensiamo di esserne stati, in un qualche modo, estromessi: non più a casa, privi di protezione alcuna se non quella che il nostro ingegno (fin troppo facilmente trasformabile in hybris) sarà in grado di offrirci.

Nella nostra storia di umani, in particolare nel nostro cosiddetto Occidente, il modello dominante dell’universo tolemaico, per secoli stabile e rassicurante a tal punto che perfino i rivoluzionari del pensiero scientifico Copernico, Keplero e Galilei volevano probabilmente renderlo solamente più adeguato alla realtà, si disgrega dando l’abbrivio a quel disagio della civiltà che ha accompagnato dalla nascita alla morte quel “tempo immaginario chiamato modernità”. (3)  Una modernità che ci avrebbe finalmente reso un mondo disincantato, privo di spiriti e istanze ultraterrene, da abitare nella continua ricerca di risposte che avrebbero infine esaurito tutte le possibili domande e dato senso a una vita priva, di per sé, di un qualunque autentico significato.

Nella propria concezione che Barad definisce come “postumanistica”: “il significato non è un concetto di origine umana; il significato è invece una performance continua del mondo nella sua intelligibilità differenziale” (4) o per meglio dire “nella sua danza differenziale di intelligibilità e non-intelligibilità”. (5)

È in questo continuo scambio tra ombre e luci che la produzione di vita e di senso è resa possibile. Oscurantismo e illuminismo, nella loro posizione di univocità, al contrario, inibiscono ogni possibile presa creativa del mondo.

“L’indeterminazione intrinseca dell’universo”, da fonte costitutiva della possibilità del reale si riduce così all’angoscia annichilente di quel che nulla ci sembra, che nulla produce e a cui nulla si può opporre.

Ecco che all’apice della storia dell’umano, un mondo completamente secolarizzato, pieno di promesse di, e per, un avvenire migliore grazie alla nuove scienze maturate nella loro piena potenzialità (anche di saper superare e criticare se stesse) sembrava potersi finalmente manifestare, accorgersi invece di ritrovarsi “in un momento temporale prima dell’Armageddon”. (6)

La teoria quantistica che sembrava demolire le fondamenta della fisica classica, avviandola a una progressiva obsolescenza, di fatto le marcia affiancata senza preoccuparsi troppo per i gravi paradossi che si vengono a creare. Purché funzioni!

In questo momento prima dell’Armageddon, dopo l’esplosione di quella “determinazione assoluta” che vedeva la materia come stabile, oggettiva, governata da leggi naturalmente fondate e un universo che si faceva osservare e manipolare con paziente e passiva ubbidienza, Karen Barad si chiede se è proprio impossibile evitare la “disperazione di uno spoglio deserto morale, a causa dell’esplosione della determinazione assoluta?” E ancora se “è vero che la fisica quantistica ci avvolge in una nube di fantasticherie relativiste che si estende verso il cielo e si allarga abbracciando tutta la Terra, lasciandoci senza rimedi, senza risorse, senza segnali, senza vie d’uscita?” (7)

Qui, come in tutto il suo lavoro, Karen Barad non ci fornisce risposte, vuole solo ribaltare quella misera idea che l’indeterminazione sia un limite della conoscenza. È, altresì, come scrive Giorgio Griziotti nella prefazione al libro “la condizione perché la realtà emerga da fenomeni di intra-azione, e non da entità preesistenti.” (8) Non c’è nessuna datità a cui appellarci per una qualsivoglia garanzia di una nostra presenza privilegiata nel mondo. Mondo di cui non facciamo solo parte ma che ci costituisce e ci lega in un destino comune.

Non delle risposte ma un altro tipo di realismo quello che Barad ci propone, capace di guidarci “fuori dalla palude che considera l’assolutismo e il relativismo come le uniche due possibilità”. (9)  Determinismo e relativismo come le due facce speculari dell’impossibilità di un legame alcuno tra azione e responsabilità.

Responsabilità, quel concetto da sempre dibattuto, ma che oggi, di fronte agli avvenimenti sempre più catastrofici che si susseguono a livello globale, assume un carattere di urgenza come non mai rispetto al passato.

Oggi, più che mai: siamo responsabili del mondo, di ciò che ci succede, di ciò che facciamo?

La scena teatrale che apre il libro, che prende spunto dall’opera Copenhagen di Michael Frayn, e che racconta l’incontro nella Danimarca occupata dai nazisti di Weiner Heisenberg con Niels Bohr e sua moglie Margrethe ci dice che quel principio di indeterminazione che sta alla base dei loro discorsi e delle loro elaborazioni teoriche è anche il principio dirimente tra un’assegnazione completa di responsabilità piuttosto che di una vanifica della stessa.

Per Frayn una conoscenza certa delle nostre intenzioni, la capacità di “far luce su tutti gli angoli oscuri della propria mente” avrebbe dato ad Heisenberg, durante il colloquio con Bohr, l’accesso ai segreti che gli mancavano per intuire gli errori che stava facendo nella costruzione della bomba atomica, con la conseguenza che “il mondo si sarebbe trovato in una configurazione geopolitica molto diversa” e quindi “è un bene che abbiamo questa limitazione, è l’indeterminazione al cuore delle cose che salva le nostre anime stanche.” (10)

E così, chiosa Barad “alla fine, è per via della nostra umanità, per le nostre limitazioni, perché non possiamo conoscere veramente noi stessi, che sopravviviamo.” Così termina l’opera “eppure, ci si potrebbe chiedere: dove ci lascia questa conclusione rispetto alla questione del giudizio morale e della responsabilità?” (11)

Da questa premessa, da questo boccascena che si spalanca all’entrata dell’inferno dove i vari dottor Morte si contendono il primato di poter porre la parola fine agli ultimi giorni dell’umanità, l’autrice cerca di ribaltare quella “nuova strana etica quantistica” assegnata da Frayn alla figura di Heisenberg contrapponendole il principio di complementarietà di Bohr.

Se il principio di indeterminazione, almeno come interpretato da Frayn, ci assolve dal peso della responsabilità, la complementarietà di Bohr di fatto non fa l’esame di coscienza delle nostre intenzioni per inchiodarle alle proprie responsabilità. Ma mette invece in discussione l’idea stessa di intenzionalità: su cosa si basa il nostro volere? Nella nostra sfera introspettiva cosa assicura “alla volontà lo spazio necessario alle sue manifestazioni”? (12) “per parlare in modo significativo di uno stato mentale intenzionale dobbiamo prima stabilire quali condizioni materiali vi diano senso e ne definiscano l’esistenza.” (13)

E per far questo occore un vero e proprio salto d’immaginazione che ci faccia comprendere che sono le “condizioni materiali”, e solo quelle, che possono permetterci di conciliare il mondo fisico inorganico con quello organico biologico della vita. E di conseguenza parlare di uno stato mentale, con la sua propria intenzionalità, che possa distinguersi da una materia con un’altrettanta specifica forma di intenzionalità è possibile solo passando “per l’esame delle differenze sostanziali esistenti fra le condizioni di osservazione nei due campi d’indagine.” (14)

C’è un ‘comune’ che lega la vita con ciò che consideriamo non vita; e non è di origine trascendente tanto quanto non può tradursi nei termini puramente riduzionistici di vile materia inerte e passiva. (15)

La questione della responsabilità, magistralmente proposta da Barad, trova qui, in questo nodo, tra quanti e pensieri in azione la sua domanda non più rinviabile su ciò che caratterizza uno stato mentale; cioè, in ultima analisi, per quanto ci riguarda, ciò che significa ‘umano’.

Vero e proprio nodo gordiano che non può essere reciso con un colpo di spada e che si presenta a noi nella decisione di dover o meno rinunciare all’eccezionalismo che la nostra specie, da sempre, rivendica a se stessa per differenziarsi con tutto ciò che ci circonda, animato o meno che sia.

E postumano è qui forse l’unico concetto che risente dei vent’anni trascorsi dall’uscita di questo libro. Alcuni anni più tardi Donna Haraway sentirà la necessità di dichiararsi “insoddisfatta del postumanesimo” e di volerlo sostituire col termine di “compost”; un’humusità al posto dell’umanità e così tuffarsi “a capofitto in questo verminaio.” (16)

Rimane indiscutibile, comunque,  come sottolinea Floriana Ferro nella postfazione, che il testo di Barad permette di “ridimensionare il ruolo dell’umano, senza per questo ridurlo a spettatore passivo. La conoscenza non è un riflesso del mondo, ma è coinvolta nel continuo farsi del mondo stesso.” (17)  Ma se pur apprezzabile come posizione di principio, rimane nell’accezione di postumano un pericoloso sbilanciarsi in un superamento che non fa poi realmente i conti con ciò che l’umano ha rappresentato, e forse continua a rappresentare, nella storia della nostra specie.

Quel termine e concetto di “eccedente umano” che Griziotti prende a prestito da Antonio Negri per commentare il lavoro di Barad e che “designava le capacità delle moltitudini di sfuggire ad una cattura sistematica del capitale” viene visto come un “concetto che si estende al più-che-umano: manifesta[ndosi] dinamicamente nei fenomeni di intra-azione che coinvolgono vivente, ecosistemi e tecnologie quando vengono sottratti alle logiche estrattive e riconfiguranti in assemblaggi che aprono nuove possibilità di esistenza.” (18)

Ma per poter sottrarre quel di “più” alla rapacità del capitale e scongiurare quell’ormai arcinota sentenza fischeriana sulla facilità di immaginare la fine del mondo piuttosto che del capitalismo occorre forse riguardare con molta più attenzione ciò a cui, quasi un secolo fa, Bohr  disse di essere addirittura tentato, cioè “di riservare per definizione l’aggettivo ‘umano’ a quei caratteri che non sono direttamente legati all’ereditarietà corporea”. (19)  Senza per questo, e Bohr non si stancherà mai di ripeterlo, pensare a qualcosa di trascendente, misticamente altro dalla materia.

È quindi in forma di eccedenza e non di eccezionalità ciò che si può e si deve intendere per umano. Un di più quantitativo e non qualitativo di caratteristiche condivise col resto del mondo vivente. Una mutazione che amplifica, eccede e pertanto porta a nuove possibilità come a nuovi rischi che comportano l’assunzione di inedite responsabilità.

Una mutazione, un cambiamento che nel lavoro filosofico del fisico Bohr si oppone a quell’idea epocale di progresso che ha ridefinito il mondo all’inizio del diciannovesimo secolo e che nella linearità del suo procedere considerava il prezzo da pagare, quale che sia, come l’inevitabile e necessaria precondizione.

Il discorso etico, implicito nel lavoro di Bohr, ben lontano da qualunque nuova etica deresponsabilizzante, se non concede nulla alle magnifiche sorti e progressive tanto meno però è disposto a rinunciare alle responsabilità verso ciò che abbiamo ereditato. Per quanto pericoloso possa essere il nostro passato è comunque costitutivo del nostro pensare, della formazione dei nostri concetti e pertanto va assunto e non rimosso in modo che una necessaria critica radicale possa far sì che il suo prezzo possa essere messo in discussione spezzando così i presupposti della sua indiscussa linearità.

Il lavoro di Barad spinge Bohr, forse, oltre se stesso in una dimensione in cui epistemologia e ontologia perdono i confini loro assegnati da un pensiero, quello occidentale, che ha fondato la propria conoscenza e quindi potenza proprio a partire da questa separazione “riverbero di una metafisica che presuppone una differenza intrinseca tra umano e non umano, soggetto e oggetto, mente e corpo, materia e discorso.” (20)

Separare è costitutivo della vita ma è anche il suo inesorabile allontanarsi da se stessa, un distanziamento che la condanna a chiudersi in un progressivo isolamento e conseguente estinzione. Occorre qualcosa che ritorni ad unire senza perdere quel tipo di conoscenza che le divisioni, per quanto fittizie e immaginarie, ci hanno permesso di acquisire. Quel qualcosa che torni a farci credere nella consistenza di ciò che il nostro sapere alla fine è riuscito a mettere in discussione nonostante sia alla base del nostro esserci, della realtà che ci circonda e che ci costituisce.

E così Barad ci avverte che “anche se all’inizio del XXI secolo parlare del ‘reale’ può suscitare un tale disagio da rendere necessario smorzarne sempre la portata, addolcendolo con delle opportune virgolette, credo che ‘noi’ non possiamo permetterci di non parlarne.” (21)

Con Bohr, oltre Bohr, un nuovo realismo in cui “la realtà non è costituita da cose-in-sé, né da cose-dietro-ai-fenomeni, ma da cose-nei-fenomeni.” (22) “La realtà è una dinamica continua di intra-attività.” (23) E quindi “le pratiche umane non sono le uniche a contare, ma nemmeno il mondo (almeno nella sua configurazione attuale) è indipendente da esse.” (24)

E per tornare all’umano, a ciò che ci costituisce e ci fa essere, possiamo dire con Barad che siamo parte “della configurazione, o della continua riconfigurazione, del mondo”: (25) siamo anche noi, pertanto, fenomeni. Non siamo nel mondo ma del mondo; non separati, non fuori, né gettati nel mondo.

Al di fuori di vittimismi e sensi di colpa siamo natura, che fa, che crea e distrugge e che acquisisce responsabilità come elemento evolutivo necessario alla durata della nostra esistenza umana e di questa avventura, terribile quanto magnifica, che ci è stata data in sorte da vivere.

Per continuare a “diventare reali” con Niels Bohr, Alice Fulton, Karen Barad e tante e tanti altre e altri ancora.

NOTE

Nota 1: https://alicefulton.com/books/isr2005.html

Nota 2:  “Poiché verità che non sospettiamo faticano a farsi sentire, come quando tredici specie di lucertole a coda di frusta con sole femmine stanno scoperte per i pregiudizi sull’esistenza di queste cose, dobbiamo incontrare l’universo a metà strada. Nulla a noi si dispiegherà se non ci muoviamo verso quel che nulla ci sembra: la fede è una cascata. Il cielo alto e solido è tutto, ma il sole inabissantesi non si è mosso, e se la morte spoglia l’io è l’unico evento in natura che è proprio ciò che sembra.” A. Fulton, Cascade Experiment, brano ripreso da Barad nel libro a p. 79.

Nota 3: Donna Haraway, Testimone_Modesta@, Feltrinelli, Milano, 2000, p. 30

Nota 4: Karen Barad, Incontrare l’universo a metà strada, Mimesis, Milano, 2026, p. 551.

Nota 5: Ivi, p. 257.

Nota 6: Ivi, p. 50.

Nota 7: Ibidem

Nota 8: Ivi, p. 8.

Nota 9: Ivi, p. 51.

Nota 10: Ivi, p. 43.

Nota 11: Ivi, p. 44.

Nota 12: Niels Bohr, I quanti e la vita, Bollati Boringhieri, Torino, 2021, p. 47.

Nota 13: K. Barad, Incontrare l’universo a metà strada, cit., p. 56.

Nota 14: N. Bohr, I quanti e la vita, cit., p. 45.

Nota 15: Un riduzionismo, quest’ultimo, che non può che riproporre, in forme affatto diverse, un altrettanto insidioso trascendente occulto. A modesta riprova il ministro della cultura Alessandro Giuli, in occasione della presentazione a Roma nella sala Spadolini del Ministero della Cultura di un progetto espositivo per il padiglione Italia alla Biennale Arte di Venezia 2026 sul tema del reincantamento del mondo, ha usato, intervenendo in video, l’espressione di “materialismo magico”.

Nota 16: Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019,  p. 54.

Nota 17: K. Barad, Incontrare l’universo a metà strada, cit., p. 687.

Nota 18: Ivi, p. 10.

Nota 19: Niels Bohr, I quanti e la vita, cit., p. 55.

Nota 20: K. Barad Performatività della natura, ETS, Pisa, 2017, p. 60.

Nota 21: K. Barad, Incontrare l’universo a metà strada, cit., p. 346.

Nota 22: Ivi, p. 348

Nota 23: Ivi, p. 349

Nota 24: Ibidem

Nota 25: Ibidem