In questo contributo, Roberto Romano, con l’ausilio di dati reali (e non immaginari), smonta alcune consolidate credenze sul ruolo della Lombardia come motore d’Italia, mettendo in evidenza come negli ultimi 20 anni la regione più ricca d’Italia si sia avviata verso un declino economico e sociale. In primo luogo la regione risente di un evidente calo demografico che riduce le potenzialità di crescita e di benessere. Il problema potrebbe essere mitigato solo da una diversa politica migratoria che faccia perno sul lavoro migrante regolare, valorizzato come fattore di potenziamento economico e non come fattore di dumping sociale e salariale in condizioni di clandestinità. Inoltre, l’aumento del divario nella crescita economica tra Italia e Lombardia nei confronti dell’Europa viene spesso imputato alla mancanza di investimenti. I dati dicono il contrario. Ciò che conta non è infatti la quantità ma la qualità. Una qualità che, a livello lombardo, viene compromessa da una minor spesa in R&S ma soprattutto dal fatto che la domanda di beni di investimento si traduce per il 50% in importazioni dall’estero. È il risultato dello scarrucolamento della produzione italiana verso processi di “de-specializzazione” produttiva o verso produzioni a basso valore aggiunto – che invece vengono rappresentate dalla retorica di governo come il futuro della nostra economia (il Made in Italy). In questo quadro, non può quindi stupire il calo dei salari reali, la stagnazione della produttività, il persistere della precarietà e l’emergere del lavoro “povero”. C’è poco da stare allegri.
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Il problema dei problemi: la demografia
La crisi internazionale in corso solleva questioni che vanno oltre i confini delle economie regionali italiane. Eppure, alcuni governatori del Nord continuano a insistere sulla presunta forza e capacità di resilienza dei loro territori. Questo costringe il sindacato e la politica a confrontarsi con problemi reali, per i quali è difficile trovare un interlocutore disponibile a costruire un progetto serio.
Non è la prima volta che la narrazione proposta dai governatori del Nord Italia si scontra con i dati. Ribadire con chiarezza le difficoltà in cui versano queste economie serve almeno a delineare alcune riflessioni sui problemi strutturali che le attraversano. Inoltre, spesso l’Europa viene evocata non come un parametro ideale con cui misurarsi, ma come un brand dietro cui nascondere i tanti ritardi che, nel tempo, hanno frenato la crescita economica, sociale e democratica del Paese.
Oltre alle performance economiche insoddisfacenti, c’è un altro elemento critico: la persistente e socialmente ingiustificata resistenza all’immigrazione da parte di questi stessi governatori. Con questo atteggiamento, si sottovaluta quanto il tema demografico sia ormai diventato un vincolo strutturale per la riproduzione del capitale e, di conseguenza, per il mantenimento dello stato sociale e dei servizi essenziali. Non si tratta solo dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno ampiamente noto, ma della contrazione della popolazione in età da lavoro. È proprio quella fascia di popolazione, infatti, a costituire la base fiscale e reddituale che finanzia la crescita economica, le finanze pubbliche e i trasferimenti alle regioni. Quando la popolazione potenzialmente attiva si riduce, viene a mancare la base stessa dell’accumulazione capitalistica e, con essa, la possibilità di riprodurre il capitale.
Tra il 2000 e il 2025, la forza lavoro potenziale in Lombardia è scesa dal 69% al 64% della popolazione totale. In Italia, nello stesso periodo, è passata dal 67% al 63%. In altre parole, si comprime la domanda aggregata, mettendo a rischio la crescita del PIL e, con essa, gli investimenti. È un fenomeno noto, ma costantemente rimosso dalla politica e dalla narrazione securitaria del centrodestra. In realtà, la contrazione della forza lavoro potenziale pregiudica crescita, investimenti e domanda interna. Se c’è una prima e drammatica questione di politica economica e sociale da affrontare, questa è proprio la demografia: un tema rimosso dal dibattito politico e forse anche da quello sindacale, ma decisivo per qualsiasi progetto di sostenibilità e cambiamento.
In sintesi, la minore crescita delle regioni del Nord rispetto alla media europea è certamente legata alla loro specializzazione produttiva, ma ha anche una radice strutturale profonda: la demografia, che condiziona e limita nel tempo le prospettive di crescita e di investimento.
Crescita economica coerente
Prima di analizzare le altre variabili che condizionano la crescita, è utile osservare l’andamento del PIL lombardo – considerando consumi, investimenti e spesa pubblica – confrontandolo con quello dell’Europa a 27 tra il 2000 e il 2025, incluse le proiezioni per il 2026 e il 2027 fornite da Eurostat. Il dato è fin troppo evidente e non sorprende chi scrive: né l’Italia né la Lombardia sono allineate alla traiettoria di crescita europea.
Non si tratta di un fenomeno limitato a un periodo particolare, ma di una persistente minore crescita che avrebbe dovuto far interrogare non solo chi governa le regioni del Nord, ma anche le rappresentanze del capitale, la politica e, credo, gli stessi sindacati. Spesso il sindacato ha sollevato il problema di questo ritardo strutturale rispetto all’Europa, ma non è riuscito a trasformare la “de-europeizzazione” della regione in una questione capace di mettere in seria discussione la stessa sostenibilità sistemica della Lombardia. Sono state condotte ricerche importanti, anche su commissione della CGIL, ma non sembrano aver smosso più di tanto chi quelle informazioni le aveva a disposizione. Il punto non è la denuncia, ma la necessità di comprendere un fenomeno – quello della de-europeizzazione – che colpisce con la stessa intensità anche il Veneto.
Tutta colpa degli investimenti?
In Italia, e in particolare tra le cosiddette parti sociali, inclusa quella padronale, emerge spesso una spiegazione logora e, per chi scrive, fastidiosa: la presunta carenza di investimenti, che impedirebbe all’Italia e alla Lombardia di crescere come l’Europa. Da un lato, ci si lamenta dei mancati incentivi pubblici, come se gli investimenti fossero una funzione dei soli sussidi statali invece che delle aspettative di mercato – una regressione intellettuale che dovrebbe far rabbrividire i fautori del libero mercato. Dall’altro, si evita accuratamente un’analisi puntuale della serie storica degli investimenti.
Senza scomodare l’algebra, ricordo solo che la correlazione tra investimenti e PIL è per definizione molto alta: in Italia e in Lombardia raggiunge 0,9. Tuttavia, la correlazione tra produzione di macchinari (interna) e investimenti totali è solo 0,5. In altre parole, senza voler stabilire un nesso causale definitivo, la domanda di beni di investimento da parte delle imprese viene soddisfatta solo in minima parte dalla produzione nazionale o lombarda. Per ogni euro investito dalle imprese, mediamente 0,50 centesimi si traducono in importazioni. È importante sottolineare che questo fenomeno non riguarda solo l’industria manifatturiera, ma anche il settore delle costruzioni, che nell’immaginario collettivo si crede immune da questa dinamica. Chi ha studiato a fondo l’esperienza del cosiddetto “Superbonus 110%” sa bene che quell’incentivo non è riuscito a creare una filiera produttiva nazionale degna di questo nome.
Se osserviamo l’andamento degli investimenti a prezzi costanti tra il 2000 e il 2025, con proiezione al 2027 sempre di Eurostat, vediamo che essi sono indubbiamente calati tra la crisi dei subprime e il periodo immediatamente precedente il Covid. Tuttavia, nell’arco temporale complessivo, possiamo affermare che la dinamica degli investimenti italiani e lombardi è in qualche modo riuscita a tenere il passo con quella europea. Forse si poteva fare di più e meglio, ma il nodo centrale è un altro: come mai l’andamento degli investimenti non è riuscito a sostenere adeguatamente la crescita del PIL?
La risposta sta proprio nella correlazione di 0,5 tra produzione interna di macchinari e investimenti. Questo dato spiega perché gli investimenti, dal punto di vista tecnico, non potessero sostenere la crescita locale: la parte più nobile degli investimenti, quella che incorpora ricerca e sviluppo, veniva (e viene) importata da altri Paesi. Sostenere che “servono più investimenti” per favorire la crescita significa immaginare l’economia come un semplice sistema idraulico. Alcuni ricercatori cadono in questa semplificazione, ma la struttura economica è fortunatamente molto più complessa. Talvolta vale la pena studiare come essa “lavora” realmente, piuttosto che cercare di piegarla a una teoria precostituita.
Retribuzioni e produttività
Alla luce di questo quadro generale, non sorprende che le retribuzioni orarie in Lombardia e in Italia siano più contenute rispetto alla media europea. In effetti, l’andamento della produttività per ora lavorata e quello del salario orario in Italia e Lombardia sono quasi sovrapponibili, così come accade a livello europeo.
I problemi di produttività hanno origine nelle caratteristiche tecniche e organizzative della produzione, ma il loro effetto è quello di comprimere il valore del lavoro. Il lavoro in Italia e in Lombardia è molto sfruttato, mentre il totale delle ore lavorate è cresciuto in modo esponenziale dopo il Covid. In altre parole, non basta lavorare di più per far crescere il PIL – come sostiene la vecchia e logora narrazione del capitale e delle forze politiche conservatrici – ma sarebbe necessario cambiare il motore della macchina senza fermarla. Non stupisce quindi la correlazione tra produttività e andamento dei salari. Sebbene esistano margini significativi per aumentare i salari, i nodi strutturali dell’economia frenano sia le retribuzioni sia, in parte, i profitti.
Precisiamo: i profitti in Italia e in Lombardia sono aumentati, certamente più dei salari. Tuttavia, le caratteristiche tecniche del capitale nazionale e lombardo fanno sì che questi profitti siano sistematicamente più contenuti rispetto alla media europea. Che cosa significa questo in concreto? Significa semplicemente che il capitale europeo, pur attraversando difficoltà senza precedenti, realizza normalmente i propri profitti sui mercati emergenti e grazie a un maggiore valore aggiunto e contenuto di conoscenza. Quello lombardo e nazionale, invece, realizza profitti – comunque inferiori a quelli delle imprese europee – soprattutto attraverso la compressione di tutti i costi, in primo luogo il costo del lavoro.
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Ricerca e Sviluppo è purtroppo coerente con la struttura economica
Un’altra tesi falsa e ormai stantia, sostenuta da quasi tutte le forze politiche e, cosa ancora più grave, dal senso comune, è quella della carenza di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) da parte del sistema industriale lombardo e italiano. È vero che, in termini statistici, le imprese italiane e lombarde destinano meno risorse finanziarie alla R&S rispetto a quelle europee. Ma la domanda corretta che dovremmo porci è un’altra: data l’attuale specializzazione produttiva, sarebbe auspicabile e/o conveniente per il sistema economico incrementare in modo indiscriminato la spesa in ricerca e sviluppo?
Dalla statistica sappiamo che esiste una correlazione significativa tra il settore produttivo di appartenenza (la specializzazione) e le risorse destinate alla ricerca. Un’impresa farmaceutica, sia essa in Germania, Stati Uniti, Cina o Calabria, spende in ricerca e sviluppo più o meno la stessa percentuale del proprio fatturato. Lo stesso vale per i settori aerospaziale, della difesa, chimico, e così via. In altre parole, al sistema delle imprese lombarde e italiane non serve necessariamente “più” spesa in R&S in termini assoluti: molto spesso, la ricerca viene incorporata nei processi produttivi o acquistata dall’estero. Se così non fosse, non si spiegherebbe la correlazione, già citata, tra produzione interna di macchinari e investimenti totali, che è la metà di quella europea.
Alcuni miglioramenti si sono visti, come mostra il grafico sottostante, ma recentemente questa tendenza positiva della spesa in R&S delle imprese si è arrestata. Sono i mercati di riferimento, ciò che si produce e come lo si produce a condizionare questa dinamica. Inoltre, il miglioramento della spesa in R&S è avvenuto dopo la grande crisi del 2008, un evento che cancellò per sempre almeno il 20% della produzione industriale nazionale e lombarda, lasciando in vita solo le imprese più solide, le quali, però, restano comunque meno performanti di quelle europee.
Alcuni effetti collaterali legati alla despecializzazione
Le difficoltà strutturali della Lombardia e dell’Italia rallentano l’emancipazione dalla cosiddetta povertà o esclusione sociale. Tra il 2015 e il 2025, questa è diminuita, ma riguarda ancora quasi il 15% della popolazione. Le politiche sociali non sembrano sufficienti a rimuovere questo annoso problema. Forse il reddito di cittadinanza è riuscito in parte a dare risposte efficaci, ma la persistenza della povertà solleva questioni più profonde riguardo al funzionamento del mercato e, in particolare, del mercato del lavoro.
Nel tempo è emerso in modo strutturale il fenomeno del lavoro povero, che purtroppo è coerente con la specializzazione produttiva esistente e con un certo lassismo della politica. La mancata introduzione di un salario minimo per legge ha contribuito a perpetuare il lavoro sottopagato e forse avrebbe potuto, al contrario, concorrere a migliorare la stessa struttura economica.
Un altro effetto negativo è legato alla riduzione delle emissioni di CO₂. Sebbene l’Italia abbia ridotto le emissioni pro capite in modo simile alla media europea, si tratta comunque di un progresso insufficiente per raggiungere gli obiettivi di Parigi. In questo contesto, la Lombardia rimane indietro rispetto a questo nuovo indicatore di “produttività sostenibile”. Se confrontiamo l’andamento della Lombardia e dell’Italia con quello di alcuni Paesi extraeuropei, emerge che i Paesi con il miglior “disaccoppiamento” tra riduzione dei consumi energetici per unità di PIL e riduzione delle emissioni di CO₂ sono anche quelli con i tassi di crescita più elevati. Più precisamente, la combinazione di investimenti in ricerca e sviluppo, riduzione dei consumi energetici e delle emissioni, e una diversa specializzazione economica sembra essere una strada percorribile per favorire il benessere del lavoro e della società.
Ipotesi di lavoro
Non esistono ricette economiche preconfezionate per affrontare tutti i nodi strutturali che rallentano il benessere della società e che permettono al capitale di accumulare. Tuttavia, quanto più riusciamo a uscire dalla narrazione dominante e a costringerla a confrontarsi con i dati reali, tanto prima potremo aprire una riflessione puntuale e seria.
Non avremo risposte immediate. Le politiche economiche hanno bisogno di tempo per produrre risultati concreti. Ma ciò che non possiamo più permetterci è mentire a noi stessi.
Immagine in apertura: artista Os Gemeos, Via Sesto San Giovanni 149, Milano, anno 2016






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