La Flotilla intercettata, assaltata, sequestrata al largo delle coste europee, i partecipanti aggrediti, feriti, torturati e le immagini di questi soprusi dati in pasto al pubblico, come monito, come nuova normalità. Ancora una volta Israele ha superato se stesso nello spingersi oltre limiti sempre più invisibili.

Lo scorso anno il tentativo di portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, stremata dalle bombe, dalla fame, dalla sofferenza e da condizioni di vita impossibili, condannata al genocidio, ora mascherato da sterminio a bassa intensità, era stato stroncato in prossimità delle coste palestinesi.

Oggi, l’assalto agli aiuti umanitari è avvenuto in acque internazionali al largo delle coste di Creta prima e di Cipro dopo.

L’avvisaglia di ciò che sarebbe successo era chiara già dal primo assalto, avvenuto al largo di Creta con la complicità del Governo greco. Imbarcazioni distrutte, partecipanti picchiati e lasciati sul lato più nascosto dell’isola greca con annesso rapimento di Saif, cittadino spagnolo di origini palestinesi e Thiago, cittadino brasiliano, entrambi rilasciati il 10 maggio dopo una detenzione nei lager israeliani.

Eppure, nonostante la gravità di quanto accaduto i Governi europei in primis, a parte la Spagna, sono rimasti in silenzio e non hanno nemmeno risposto alla richiesta della Flotilla di essere tutelati nella prosecuzione del viaggio umanitario verso Gaza.

Bisogna comunque rilevare che purtroppo anche le piazze sono rimaste quasi vuote e che l’equipaggio di terra si è arenato chissà dove. Il silenzio dei Governi e le scarse mobilitazioni, sono state interpretate da Israele come un lasciapassare per “osare” ancora di più. Le conseguenze, oggi, sono sotto gli occhi di tutte e tutti. Assalto e sequestro di tutte le imbarcazioni, anche a colpi di armi da fuoco, sequestro di tutti gli attivisti, picchiati, seviziati, torturati e poi esibiti come un trofeo ad Ashdod, inginocchiati con le mani legate ed umiliati dai soldati e dal loro ministro della sicurezza nazionale.

La domanda che bisognerebbe farsi è perché si consente ad Israele di arrivare a tanto?

Certo gli affari commerciali contano, così come la vendita e l’acquisto di armi e sistemi di controllo, nonché le alleanze del cosiddetto fronte occidentale (Europa -USA- Israele), ma forse c’è di più, molto di più. È dall’inizio dello sterminio dei gazawi che ci stanno abituando a una normalità fatta di un dominio che non riconosce alcun limite, né alcun diritto o organismo internazionale. Israele, nel silenzio accondiscendente del resto del mondo, bombarda ospedali, scuole, rade al suolo intere città, uccide con le bombe e con i cecchini i bambini, le donne, gli uomini a decine di migliaia ed i superstiti li priva del cibo, dell’acqua, dei medicinali, di qualunque riparo, seppur di fortuna.

Lo scorso autunno, le piazze si sono riempite in moltissimi paesi, si sono bloccate strade, ferrovie, porti, in un sussulto di umanità che mostrava il rifiuto della moltitudine nell’accettare questa nuova idea di normalità. L’operazione di facciata della finta tregua e il progetto neocoloniale denominato “Border of peace”, con il passaggio dal genocidio ad alta intensità a quello meno evidente a bassa intensità è stato una risposta alle mobilitazioni globali, nel tentativo di sgonfiarle.

Di pari passo, i mass media hanno cominciato a ignorare sempre più sia la situazione di Gaza, ma pure della Cisgiordania, sia le mobilitazioni al fianco dei palestinesi e contro il dominio senza limiti. L’evidente tentativo di sgonfiare ogni mobilitazione si è mosso di pari passo con la ricomparsa dell’uso della forza senza alcuna restrizione, non solo in Palestina, ma anche con il sequestro del Presidente del Venezuela e l’appropriazione delle risorse di quel paese da parte degli USA e la recente guerra contro l’Iran e il Libano, con tutto il portato caratterizzato dalle devastazioni senza limiti e dalle migliaia di vittime civili.

L’impressione, al di là della specificità dei “conflitti” aperti, è che, passo dopo passo, si stia cercando di far digerire al mondo, alla moltitudine, questa nuova normalità in cui il dominio mostra il suo volto più feroce, con le guerre senza limiti, i genocidi e il crescente autoritarismo interno agli stati.

In questo contesto, Israele svolge la funzione di apripista, di avamposto del dominio senza limiti che, sopruso dopo sopruso, consente di testare anche il grado di accettazione globale del superamento dei limiti. D’altronde, questo utilizzo da parte dei Governi, compresi quelli europei, appare evidente. Di fronte alle immagini degli attivisti della Flotilla picchiati, scherniti, umiliati, si odono roboanti dichiarazioni di condanna cui però non segue nessun atto concreto. Non solo non vi sono sanzioni nei confronti di Israele, a parte la ridicola presa in giro dei coloni violenti, ma prosegue indisturbato anche il commercio (import export) di armi e sistemi di sicurezza e controllo. Eppure, il blocco dei commerci da parte della UE verso Israele sarebbe un’arma davvero efficace per contrastare le politiche genocidiarie, considerato che l’Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele. Basterebbe bloccare il volume totale degli scambi che si aggira intorno a 42,6 miliardi di euro annui e rappresenta circa il 32% dell’intero commercio estero israeliano, per mettere in crisi uno Stato che non è autosufficiente. Invece, alle roboanti dichiarazioni non segue un bel nulla.

La stagione dello sdoganamento del dominio senza limiti prosegue imperterrita, con tre passi avanti e un passetto indietro, con la complicità dei Governi, ma pure di buona parte delle supposte opposizioni. In Italia, poi, non solo il Governo Meloni continua anche a rifornire di armi Israele, ma il cosiddetto centrosinistra, laddove governa, come a Milano, pur di garantire la permanenza del Sindaco Sala conferma il gemellaggio con Tel Aviv e prosegue negli scambi commerciali con Israele.

Così, tra un affare e l’altro, il dominio senza limiti è tornato alla ribalta e viene riproposto come nuova normalità, nel tentativo di recuperare sia l’esito del referendum sull’ingiustizia, sia le contestazioni della moltitudine che hanno portato all’espulsione della brigata sionista e dei loro vessilli di morte e sopraffazione dal corteo milanese del 25 aprile.

A Milano, poi, una mano la fornisce proprio la sinistra istituzionale, tutta intenta, in nome della festa dei “tuttigiani” e di una vuota e ipocrita retorica sull’antisemitismo, a ricucire i rapporti con chi si è presentato al corteo in rappresentanza del dominio illimitato ed a condannare la moltitudine che vi si è contrapposta. L’ambiguità, insieme al silenzio, rischiano così di riaprire la strada a questa idea di dominio illimitato e se la moltitudine nuovamente non riempirà le piazze mobilitandosi, sarà sempre più difficile tornare indietro, tra guerre ed autoritarismi crescenti.

Non facciamo azzittire, diventando complici del nostro e dell’altrui annientamento, restiamo umani, restiamo palestinesi!