1. Le nostre parti estese, colonizzate

Immaginiamo il nostro corpo come un campo aperto, attraversato da linee di forza che ci collegano agli altri, al mondo, agli strumenti che usiamo ogni giorno. Spinoza parlava di “parti estese”: non siamo solo carne e ossa, ma anche le relazioni che ci definiscono, gli oggetti che ci circondano, le piattaforme che abitiamo. Oggi, però, queste parti estese sono state colonizzate. Le Big Tech hanno trasformato le nostre connessioni in dati, i nostri desideri in algoritmi, le nostre piazze in feed infinito. Siamo tutti dentro la “casa del padrone” e il padrone non solo ci osserva, ma decide cosa possiamo vedere, dire, pensare.

“Le macchine non sono neutre” quante volte l’abbiamo detto? Cristallizzano rapporti di potere. Quando usiamo Facebook, Instagram o WhatsApp, non stiamo solo comunicando: stiamo alimentando un sistema che ci divide, ci polarizza, ci da l’illusione di farci leggere da milioni di persone, ci rende dipendenti ed attaccati alle “misurazioni” che ci vengono proposte creando competizione (leggi gamification). Il capitalismo delle piattaforme nominato anche iper-capitalismo ha creato un deserto noetico o deserto della conoscenza, dove la verità è ciò che l’algoritmo decide di mostrarci finendo per diventare post-verità, dove la politica è influenzata da lobby opache e ricatti economici. Non è un caso che, come documentato da un’inchiesta transnazionale e dalla puntata di Report dello scorso 12 aprile 2026, le Big Tech abbiano un’influenza invisibile ma pervasiva su media, istituzioni e opinione pubblica.

2  Il Fediverso: un’alternativa che “non fa hype”

Eppure, esiste una via d’uscita: il Fediverso. Una rete decentralizzata di piattaforme (come Mastodon, PeerTube, Pixelfed) che non appartiene a nessuno o meglio, non c’è un unico proprietario, ma tanti server gestiti da collettivi e gruppi di persone, è un Universo Federato dove gli utenti controllano i propri dati e le proprie connessioni.
Ma perché se ne parla così poco? Perché non c’è l’hype che circonda invece ogni nuovo prodotto di Meta o Google o di qualsiasi altro BigTech Bro?

La risposta è semplice: l’hype è figlio del capitalismo. È il risultato di campagne marketing milionarie, di influencer pagati, di algoritmi che spingono contenuti virali. Il Fediverso, invece, è anticapitalista per definizione: non ha azionisti da soddisfare, non ha pubblicità da vendere, non ha un “padrone” che decide cosa è trendy.
Cosa possiamo immaginarci di meglio? È uno strumento al contempo conviviale e contributivo: una tecnologia che non ci sfrutta, ma ci permette di curare le nostre relazioni, di costruire comunità reali (e il saper-fare), di riappropriarci delle nostre parti estese, individuandoci nuovamente.

Allora cosa può il nostro corpo digitale?

3. Uscire dalla casa del padrone, senza illusioni

Il problema è che siamo abituati a pensare che il cambiamento debba venire dall’alto, da un nuovo social network rivoluzionario che, attraverso un ennesimo hype, spazzi via i vecchi giganti. Ma non funziona così: non faremo altro che attendere l’ennesima “Enshittification”.

Il Fediverso non sarà mai “virale” perché non è progettato per esserlo. Non ci saranno titoli urlati sui giornali, non ci saranno campagne pubblicitarie. Dobbiamo crearci noi il nostro improbabile hype, dal basso: curando le nostre connessioni, spiegando a chi vogliamo bene perché è importante migrare, costruendo istanze locali (server) che si colleghino tra loro, come un’internazionale digitale.

Filosofi come Stiegler hanno immaginato una tecnosfera organizzata dalle località, dove la cura, la collaborazione la trasmissione dei saperi sostituiscono lo sfruttamento dei nostri corpi, del nostro sapere, del Nostro Pianeta. Il Fediverso è esattamente questo: una rete di nodi autonomi, dove ogni comunità può decidere le proprie regole, senza dipendere dagli umori di Zuckerberg o dai profitti di Google, dalle vacanze di Bezos e le pippe sull’Anticristo di Thiel.

4. Una chiamata all’azione, senza paura

So che molti attivisti, anche tra i lettori di Effimera, sono ancora su Facebook o Instagram e usano ancora Gmail. Non è una colpa: le Big Tech hanno progettato le loro piattaforme per renderle pervasive da una parte e indispensabili dall’altra.

E allora il mio amico all’Università, nonostante l’aiuto di una comunità di attivisti digitali riesce ad installare Mozilla nella sua Università ma qualche anno dopo l’Università stessa firma un contratto con Google e via giù duro di Google Chrome, Google Drive e ogni tipo di G grande. Stessa cosa per una mia amica professoressa a scuola, se non hai la gmail non puoi accedere al Google Calendar, imposto dalla sua stessa scuola. Ancora una ricercatrice che ha 20 anni di lavoro archiviato in gmail, me stesso al momento con alcuni clienti che hanno GDrive integrato nei loro strumenti.

Ecco perché ho parlato di colonizzazione in apertura. Per la pervasività delle Big Tech ad ogni livello della nostra esistenza digitale (digitale e non, perché il nostro corpo somatizza): dall’Università, alle Scuole, agli Ospedali e via dicendo, fino al nostro corpo digitale illuso di stare navigando nell’internet smisurato mentre in realtà sta scrollando solo IG o FB.

Qui non si sta dicendo di cancellare la nostra gmail di botto. Al massimo possiamo tenercela per necessità di lavoro (poi dipende anche quale tipo di lavoro) ma si possono avere diverse mail che separino la vita lavorativa da quella di tutti i giorni.

Quindi, se vogliamo davvero resistere al iper-capitalismo delle piattaforme, dobbiamo iniziare a costruire alternative. Non per puro idealismo, ma per necessità.

Vogliamo veramente continuare a transindividuarci nella casa di transumani bianchi vestiti come dei bonzi intenti a colonizzare Marte mentre il pianeta brucia? L’uso di determinate piattaforme social, o determinate tecnologie di costruzione della tecnosfera allora diventa una questione politica sentita anche all’interno degli organi di alto livello.
La Francia abbandona Microsoft a favore di Linux.

Il Fediverso non è la soluzione magica a tutti i problemi, ma è uno strumento che ci restituisce il controllo. È un modo per dire: le nostre parti estese non sono in vendita. Le nostre relazioni non sono dati da monetizzare. La nostra attenzione non è un prodotto.

Dobbiamo smettere di affiggere manifesti anticapitalisti nella casa del padrone, sperando che qualcuno li legga oltre la nostra bolla filtrata. Dobbiamo invece costruire le nostre case, i nostri spazi, le nostre reti. Il Fediverso è già qui: sta a noi renderlo visibile, desiderabile (libertà digitale), necessario.

* * * * *

Libri di riferimento, dal teorico al pratico

Collettivo L’Internation, Bernard Stiegler (a cura di), L’assoluta necessità. In risposta ad António Guterres e Greta Thunberg, Meltemi, Milano 2020

Gilles Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni su Spinoza, Ombre Corte, Verona 2007

Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013

Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, DeriveApprodi,  Roma 2021

Bernard Stiegler,  Pensare Curare, Meltemi, Milano 2024

Bernard Stiegler,  Amare, amarsi, amarci, Mimesis, Milano 2014

Collettivo Ippolita, Hacking del Sé. Disertare il capitalismo del controllo, Agenzia X, Milano 2024

Fabio “Kenobit” Bortolotti,  Assalto alle piattaforme, Agenzia X, Milano 2025

 

 

 

Milano, 13/04/2026