Il voto referendario del 22-23 marzo 2026 può segnare una svolta importante nella politica italiana. La pretesa e l’arroganza del governo Meloni di indire un referendum confermativo sui temi della giustizia aveva l’obiettivo si spianare la strada verso un dispotismo autoritario, in linea con la negazione dei principi-base dello stato di diritto, come già avviene in molti paesi, teocratici e non, dalla tecnocrazia di Trump all’Ungheria di Orban sino ai programmi dichiaratamente neofascisti e razzisti del Rn in Francia e dell’Adf in Germania.

1. Oggi la destra perdente afferma che l’obiettivo del referendum non era creare le premesse (con la riforma del CSM) per assoggettare il potere giudiziario al potere esecutivo ma semplicemente sancire la separazione delle carriere. È esattamente l’opposto. Per la separazione delle carriere all’interno della magistratura non era necessario modificare 7 articoli della costituzione, bastava una legge ordinaria in linea con la riforma Cartabia. Per questo, il governo Meloni ha volutamente imposto il referendum senza nessun incontro e contradditorio con l’opposizione (come ogni riforma costituzionale dovrebbe richiedere): l’obiettivo vero, non discutibile, era proprio il controllo della magistratura. Obiettivo necessario per procedere a ulteriori stravolgimenti dell’ordinamento costituzionale antifascista. Ebbene, la reazione, consapevole dell’obiettivo, è stata un sonoro NO.

2. Possiamo dire che l’abbiamo scampata bella! La vittoria del SI avrebbe aperto la strada ad altre rivisitazioni di stampo liberticida della carta costituzionale, a partire da un progetto di nuova legge elettorale, che con un formale “contentivo” di aprire a un sistema proporzionale di facciata (con sbarramento al 3 o al 5%) avrebbe consentito infine un premio di maggioranza di ben il 40%! Una simile proposta antidemocratica si sarebbe poi saldata alla riforma del premierato elettivo. Un uomo/donna da sola al comando circondato da chierici serventi, qualunque fosse il colore di appartenenza. Da far invidia a qualsiasi sistema presidenziale. A ciò si sarebbe aggiunta la riforma dell’autonomia differenziata, che avrebbe sancito in modo costituzionale ciò che già esiste nei fatti: la totale liberalizzazione dei sevizi sociali di base (a partire da istruzione e sanità, sino agli ammortizzatori sociali e ai livelli salariali), negando il principio (sempre costituzionale) dell’uguaglianza dei residenti/cittadin* di fronte all’accesso ai servizi sociali, qualunque sia la regione di provenienza.

3. Crediamo che sia stato assai importante il ruolo svolto dai 15 volonterosi che, una volta definite la data della consultazione e il quesito referendario, hanno avviato una campagna di iniziativa popolare per raccogliere 500.000 firme in 60 gg per la promozione del referendum contrapposto alla riforma costituzionale della magistratura. Il risultato è stato raggiunto con ampio anticipo e ciò ha dimostrato una consapevolezza che non era così scontata. Inoltre, la raccolta di firme, se non è riuscito a posticipare la data del referendum (per un atto di imperio del governo, a cui Mattarella non ha reagito), ha obbligato a modificare il quesito referendario inserendo il riferimento ai 7 articoli della costituzione che con un sol voto si volevano emendare.

4. Altrettanto rilevanti sono state la mobilitazione di settembre e ottobre scorso in occasione della Global Sumud Flotilla e contro l’appoggio del governo Meloni al genocidio palestinese perpetrato da Netanyahu. Le mobilitazioni sono defluite ma è rimasta sicuramente una presa di coscienza che non è stata estranea a un voto di rifiuto di tentazioni dispotiche come quelle espresse da molti esponenti della maggioranza, spesso collusi con politiche liberticide e sovraniste. Questa nuova consapevolezza è penetrata soprattutto nelle nuove generazioni. Non è un caso che sotto i 35 anni, più del 60% abbia votato contro la riforma. Un dato che fa ben sperare per il futuro, per un primo riscatto da parte di una nuova generazione che viene spesso o invisibilizzata e denigrata dagli organi di stampa o peggio criminalizzata dai vari decreti sicurezza di questo governo.

5. Occorre considerare che le sparate mediatiche di molti esponenti di rilievo della maggioranza (compreso l’ultimo intervento di Giorgia Meloni sulla presunta caccia ai bambini da parte dei giudici, la libertà data a migranti stupratori e pedofili nonché a estremisti in caso di vittoria del No) non hanno giovato, anzi hanno generato perfino un senso di nausea. Quando è troppo è troppo.

6. Molti riconoscono l’elevata partecipazione al voto pari al 58,9%. Rispetto al voto europeo 2024 (49,7%) si è assistito ad un decisivo aumento. Ma rispetto alle ultime regionali (Campania, Puglia e Veneto) la percentuale dei votanti si è attestata tra il 55% e il 62%, alle ultime politiche del 2022 (63,9%) e all’ultimo referendum costituzionale del 1996 (65,5%) si è registrato un calo. Certo, la partecipazione al voto è cresciuta rispetto alle ultime tornate referendarie (dove, comunque, l’esistenza di un quorum faceva sì che il non andare a votare era comunque un’opzione politica) ma non è sicuramente una partecipazione record, come alcuni giornali hanno scritto. È ancora presto per dire che se tale partecipazione ha favorito il NO, come è probabile che sia, disconfermando così, le previsioni dei sondaggi preelettorali.

7. Se analizziamo il voto regionale, solo tre regioni, tutte collocate al Nord (Lombardia, Veneto e Friuli V.G.), hanno visto avvantaggiarsi i SI. Particolarmente significativo è l’ampio divario a vantaggio del NO nelle regioni meridionali, tradizionalmente serbatoio di voti per il centro-destra (soprattutto Sicilia e Calabria, ma con eccezioni temporanee), sintomo di una disaffezione nei confronti del governo Meloni dopo lo smantellamento del reddito di cittadinanza e la proposta assassina per il Sud dell’autonomia differenziata.

8. Si apre così un nuovo potenziale per le forze politiche di sinistra che aspirano ad un cambiamento di rotta politico, economico e sociale. Si apre anche la sfida da parte dei partiti dell’opposizione di riuscire a recuperare quel voto giovanile che oggi si è espresso in modo chiaro ma che sappiamo essere refrattario ad essere incanalato in strutture partitiche. Non sarà facile riuscire a proporre un coraggioso programma di riforme strutturali, dal welfare alla politica fiscale e migratoria, dalla politica industriale alla politica culturale e di giustizia sociale sino al ripudio della guerra e a una nuova collocazione internazionale dell’Italia, che non si limiti ad opporsi alla deriva dispotica del governo Meloni. Ma la sfida è intercettare quelle aspirazioni e quei bisogni che sempre più affliggono la popolazione italiana e che, con questo voto, ha confermato di essere viva e ricettiva.