1. Una nuova Europa
Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati dal progressivo diffondersi dell’ideologia e della politica economica neoliberista, che mirano a destrutturare l’offerta di servizi pubblici, nell’utopia, priva di fondamenti scientifici e storici, che alcuni bisogni individuali e collettivi possano essere soddisfatti altrettanto bene, se non meglio, attraverso il ricorso ad aziende private e alla logica del profitto, piuttosto che all’azione diretta dello Stato e alla logica del benessere collettivo.
In questo quadro, è necessario tornare ad affermare con chiarezza che l’intervento pubblico è invece indispensabile e insostituibile per la coesione sociale, per il progresso civile, scientifico ed economico. Se esiste un terreno sul quale questa verità appare con particolare evidenza, è quello dell’istruzione: senza un solido progetto di scuola pubblica non può esistere cittadinanza piena, non esiste mobilità sociale, non esiste sviluppo duraturo. L’Europa, così come i singoli paesi che la compongono, possono ritrovare una prospettiva di progresso, come quello tratteggiato nel Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, proprio se rimettono al centro una idea sociale di integrazione, che ha il proprio perno in massicci investimenti pubblici orientati alla scuola pubblica. Colpisce, per contro, l’esiguità dei programmi di finanziamento che consentono agli studenti europei di svolgere lunghi soggiorni di studio in paesi differenti da quello d’origine.
Nonostante alcuni timidi avanzamenti, conseguenza delle crisi economiche e sociali che si sono susseguite negli ultimi anni – la crisi dei sub-prime negli USA, la crisi pandemica, particolarmente rilevante per l’Italia -, le mentalità e le abitudini politiche si stanno trasformando molto lentamente: prevale, in ogni parte politica, il conservatorismo, supportato da interessi sociali ben definibili, che mirano alla costruzione di organismi sociali oligarchici, che affondano le proprie radici nelle esperienze nazionaliste e fasciste del passato. Si tratta di un risultato scontano, del resto, dopo oltre trent’anni di esperienze di governo, che, per quanto fallimentari sul piano dello sviluppo e della crescita economica, sono riuscite a stratificare una forma mentis assai poco predisposta al cambiamento e all’innovazione sociale. D’altra parte, lo scorcio di Europa sociale che è stata conseguenza della pandemia e della crisi economica, che si è concretizzato con il cosiddetto PNRR, rischia oggi di lasciare il passo ad un’Europa militare, mettendo da un canto la vocazione che invece ha contraddistinto il continente europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale rispetto ad altre esperienze, come quella americana. Si tratta, in conclusione, di scongiurare il riproporsi di antiche logiche e tendenti a riportare le lancette della storia agli anni immediatamente precedenti lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale.
2. La scuola pubblica
Uno dei terreni fondamentali per presidiare i valori della democrazia politica e della democrazia sociale, che presuppone la crescita e lo sviluppo economico, è quello della scuola pubblica. Siamo nel cuore pulsante di una Nazione, per usare un’espressione oggi abusata nel tentativo di cristallizzare istituzionalmente le profonde differenze sociali che sono state e ancora sono il frutto delle politiche neoliberiste.
L’Università e i centri di ricerca, tanto pubblici che privati, tutti fulcro dello sviluppo economico delle economie più avanzate, non possono che essere il risultato di un sistema scolastico pubblico integrato, particolarmente attento al tema della scuola primaria e secondaria e, più in generale, alla scuola di ogni grado.
Costanti tagli di bilancio sono stati fatti nel contesto di riforme volte a creare un più stretto rapporto tra scuola e mercato, frutto di una duplice illusione: che il mercato esistente sia effettivo stimolo per la costruzione di una scuola all’altezza dei tempi; che il modello aziendale votato al profitto sia replicabile anche all’interno della scuola pubblica. Si tratta di riforme che hanno fiaccato e destrutturato l’efficacia e hanno snaturato la missione della scuola pubblica, con evidenti conseguenze sul piano sociale ed economico. Lo Stato ha conosciuto una progressiva perdita di efficienza, tanto programmatica quanto di governo, risultando sempre più ingessato in regolamenti burocratici, che favoriscono forme contraddittorie di governo: da un lato, un accentramento decisionale inadatto al governo di servizi fondamentali come la scuola, dall’altro lato, la regionalizzazione degli stessi, senza avere di mira una programmazione generale di ampio respiro. La struttura economica del paese, d’altra parte, ne è risultata sempre più indebolita e incapace di reggere il confronto con nazioni dove l’intervento pubblico, anche in economia, è oggetto di una programmazione sistematica.
3. Il ruolo del governo locale
Oltre trent’anni di vincoli finanziari imposti anche alle amministrazioni locali, nonché il diffondersi di idee e di pratiche estranee alla tradizione umanistica, che è il cuore della civiltà Occidentale, hanno provocato veri e propri danni sociali. Anche a livello locale, dando ai sindaci e ai presidenti di regione una sostanziale autonomia, l’intervento pubblico ha perso di efficacia, mentre veniva rafforzato, per contro, il “decisionismo” partitico, privo di reale funzionalità allorquando si devono realizzare interessi di carattere generale.
Tuttavia, le aperture che sono state operate a favore dell’autonomia locale, anzitutto cittadina, costituiscono un’occasione di cambiamento e di progresso, se la forma mentis degli amministratori diventa capace di cogliere il senso delle trasformazioni epocali in atto, soprattutto a livello europeo. Il progetto di Reddito Scolastico Comunale (RSC) vuole muoversi in questo contesto istituzionale, dove le autonomie locali vogliono essere pienamente valorizzate, in un contesto di effettiva realizzazione dei valori fondamentali codificati dalla Carta costituzionale e dei diritti dell’uomo e dell’infanzia sanciti a livello internazionale ed europeo.
Da diverso tempo si dibatte della sorte delle scuole pubbliche, oggetto talvolta da parte delle giunte Comunali di politiche di tagli, fatte in nome del cd “inverno demografico”. Si tratta di una delle conseguenze del progressivo diffondersi dell’ideologia conservatrice, che mira a destrutturare l’offerta di servizi pubblici. Come è ben noto in letteratura, e come chiunque può rendersi conto osservando le città del Nord Italia, in modo particolare, le tendenze demografiche vanno studiate nella loro complessità. Più in particolare, esistono le cosiddette migrazioni interne, di cui l’Italia è stata protagonista per tutto il Secondo Dopoguerra, dove gran parte della popolazione meridionale, occupata in attività agricole, si è trasferita al Nord, per lavorare prevalentemente nelle grandi fabbriche che andavano sviluppandosi nel Triangolo industriale. Città come Torino, Milano e Genova hanno subito profondesse trasformazioni urbanistiche, ben visibili ancor oggi. L’inurbamento, del resto, ha interessato anche le città del Meridione, pur se guidato da logiche differenti.
Esistono, poi, migrazioni anche all’interno delle singole regioni o in aree geografiche più ristrette. Una delle più recenti migrazioni si è avuta nella città di Milano e nel suo immediato entroterra, cioè quella conurbazione che da Milano arriva quasi a ridosso dei comuni di Varese, Como, Lecco, Monza e Bergamo. Un caro affitti dovuto, prevalentemente, ad una trasformazione urbanistica che ha privilegiato l’afflusso di capitali dall’estero in cerca di abitazioni di lusso e che ha sollevato polemiche con il cd “salva Milano” e le inchieste giudiziarie che ne sono scaturite, che hanno portando alla ribalta il mancato introito degli oneri di urbanizzazione che avrebbe potuto supportare una politica sociale di ampio respiro. Non solo si è voluto creare una città di ricchi e per ricchi, ma si è deciso di estremizzare le diseguaglianze sociali. Il caro affitti è stato talmente ingente che si calcola che circa 400mila persone abbiano abbandonato la città, contraddistinta, per altro, da un caro-vita non più sostenibile nemmeno per il ceto medio, soprattutto a paragone della evidente stagnazione dei salari. Nello stesso tempo, circa 100mila nuovi “ricchi” hanno preso residenza a Milano, ma esclusivamente per motivi fiscali, lasciando così una città di lussuosi grattaceli completamente disabitati. Si tratta della progettazione a tavolino di un deserto sociale, ove il rancore verso coloro che si presentano come “progressisti” non potrà che spingere i ceti sociali svantaggiati, ancor più verso posizioni politiche di estrema destra.
Questo enorme flusso di persone è andato nell’entroterra milanese, senza arrivare nella città di Como, per esempio, per diversi motivi. Uno dei quali va senz’altro attribuito alla mancanza di una pianificazione politica e amministrativa capace di leggere per tempo le tendenze dell’economia e perciò stesso incapace di promuovere politiche abitative e la pianificazione urbanistica, che è anche una progettazione di carattere sociale.
Più in particolare, si sarebbe potuto, e ancora si potrebbe, immaginare una serie di politiche di “incentivo” volte ad attrarre popolazione residente in città, cercando, per così dire usando una espressione certo infelice, di selezionare la tipologia di probabili abitanti. Non certo per proporre politiche discriminatorie, ma, al contrario, per proporre un progetto sociale mirato, capace di valorizzare la tradizione cittadina e al contempo di innovarla. Una politica, quindi, per esempio volta ad incentivare la residenza di giovani e di coppie, anche con figli, predisponendo un ambiente scolastico, sociale e abitativo in grado di presentare dei vantaggi rispetto ad altri territori, non certo per spirito competitivo. A sua volta, si tratterebbe di avere un contesto di programmazione più ampio, di cui ovviamente al momento non è possibile disquisire per motivi di spazio e di concretezza, nonché per le ragioni esposte in precedenza: l’assenza di culture politiche in grado di programmare lo sviluppo del paese, perfino a livello regionale. L’unica programmazione a cui stiamo assistendo è lo sgretolamento della funzionalità dello Stato e della società, attraverso la loro aziendalizzazione, nell’illusione, profondamente sbagliata, che in questo modo si possa spingere verso la crescita economica e la coesione sociale.
4. La conoscenza come motore di sviluppo economico e civile
Una delle caratteristiche fondamentali della città di Como è di essere centro di formazione scolastica. Dall’infanzia fino alle scuole superiori di secondo grado e poi, più recentemente, fino all’Università. Si tratta di una vocazione consolidata, che si affianca a trasformazioni di diverso tipo, come quella che ha visto Como trasformarsi da città prevalentemente manifatturiera, a città con vocazione al turismo di lusso, con il “brand” del “lago di Como” come fattore trainante.
La scuola, del resto, è sempre stata al centro della riflessione degli economisti italiani, a partire dal classico Carlo Cattaneo, che del “pensiero” ha voluto fare uno dei fattori dello sviluppo economico più importanti. Come è noto, alla Lombardia egli ha dedicato diversi saggi di economia, ormai divenuti dei veri e propri classici, di cui mi limito a citare Del pensiero come principio di economia pubblica (1861). Cattaneo ha aperto la strada ad una fitta schiera di pensatori, di diverso orientamento teorico e politico, che hanno trovato nell’istruzione di ogni grado il motore fondamentale dello sviluppo, oltre che della crescita economica.
La chiusura di una scuola è, dunque, un avvenimento molto grave. Pur esistendo dei regolamenti che ne determinano la vita, questi regolamenti non possono che essere oggetto di un attento studio nel contesto delle dinamiche tipiche della società e di una appropriata programmazione, volta a fare dei regolamenti stessi un perno dello sviluppo, non certo, come invece rischiano di essere quando la politica diventa muta amministrazione, un momento di involuzione istituzionale e sociale.
Como, come l’Italia, sta conoscendo da alcuni decenni importanti flussi di immigrazione, sia dall’Italia, con i cd frontalieri, attratti dagli alti stipendi della vicina Svizzera (in Ticino il salario minimo è di almeno 3500 franchi lordi al mese), che tuttavia preferiscono per motivi fiscali ed economici la residenza nella provincia di Como, sia i cd extra-comunitari, attratti soprattutto dal lavoro manifatturiero della provincia. Lo sviluppo del turismo di lusso, infine, sta incentivando l’arrivo di lavoratori del turismo stranieri, poiché i bassi stipendi e la stagionalità del lavoro tendono a scoraggiare l’offerta di lavoro dei residenti comaschi. Notevolissimi, per contro, i profitti del turismo di lusso, soprattutto se paragonati al livello dei salari della stessa filiera, che non a caso tende a “etnicizzarsi”. Più in generale, la retorica anti-immigrazione copre una politica dei flussi che ha costruito, nel tempo, una forza-lavoro sottopagata, priva dei diritti politici, spesso auto-ghettizzantesi per motivi culturali e religiosi, e che nelle seconde generazioni si riversa principalmente verso la scuola pubblica destrutturata, sempre meno capace di create un ethos repubblicano. Auto-ghettizzantesi anche per motivi politici, vista la mancanza di coraggio e di coerenza dei partiti che si presentano come progressisti, nell’affrontare seriamente il tema della cittadinanza, permettendo così una frattura sociale (tra chi è cittadino e chi non lo è) che penetra fin nel cuore delle famiglie. I ceti abbienti tendono così a privilegiare la scuola privata, dove scorgono la possibilità di trovare e di creare un ambiente socialmente “omogeneo”. Purtroppo, molti giovani laureati preferiscono comunque lasciare Como e, soprattutto, l’Italia, che ha un tessuto economico e una cultura sociale del tutto refrattari a coloro i quali si impegnano nell’accrescere le proprie conoscenze.
La scuola pubblica, dall’asilo alle superiori, si rivela in questo contesto come cemento imprescindibile della costruzione di un ethos ancorato ai valori della Costituzione e un crogiolo di civiltà fondamentale. Crogiolo perché consente l’incontro e il dialogo tra individui differenti: per ceto sociale, per cultura, per provenienza. L’illusione che la scuola privata possa svolgere la medesima funzione di quella pubblica, poggia su una antica, ma del tutto inattuale convinzione: che l’Italia avesse una cultura comune, spesso fondata sulla religione cattolica. Così non è più e il rischio che si corre è di costruire una serie di scuole ghettizzate, per ceto sociale d’appartenenza, per religione, per cultura, per provenienza geografica e per questo incapaci di essere momento di costruzione di una comunità viva e plurale. La conoscenza di sé e del mondo si fonda sul confronto tra individui differenti.
La scuola pubblica, fondata sulla libertà di insegnamento e quindi sul pluralismo culturale, è crogiolo di una cultura capace, in modo particolare, di quella interdisciplinarità che è uno dei segreti del connubio tra arte e industria, che è tutt’ora il perno della nostra migliore economia. Una cultura che, fondata sull’umanesimo, non è mai stata ridotta alla ricerca del “sapere utile”, perché è sempre stata fondata sul pensiero critico: unico in grado di creare menti capaci di individuare e di risolvere, anche in modo nuovo, i problemi che la realtà continuamente pone, in ogni luogo di lavoro e in ogni ambito sociale. Una scuola in grado di costruire un sapere critico: perché consapevole della storicità del presente e dunque capace di immaginarne possibili evoluzioni. Critico, perché custode dell’articolo terzo della nostra Costituzione, che ricorda come la società civile è percorsa da intrinseche contraddizioni che rischiano, come la storia ha dato prova, di impedire la realizzazione dei diritti fondamentali delle persone. Critico, perché in grado di escogitare quelle azioni individuali e collettive che riconoscono e affrontano queste contraddizioni – le diseguaglianze sociali ed economiche – consentendo l’effettivo godimento dei diritti fondamentali.
Quali che siano le specializzazioni cittadine, le politiche scolastiche devono affiancarsi a queste dinamiche, riducendo il rischio di una monocoltura economica e gettando i presupposti dell’innovazione, economica e sociale.
Una approssimativa geografia delle scuole comasche può essere utile per non commettere un ricorrente errore di valutazione: esse sono oltre 100; quanto basta per affermare che la prima e fondamentale vocazione della città di Como è la scuola.
Il tema delle scuole non può dunque essere relegato al tema “della politica scolastica”, come se si trattasse di un argomento tra i tanti possibili per una agenda di politica amministrativa. La proposta che presento vuole invece mostrare come la politica scolastica è una scelta strategica fondamentale e può e deve diventare la scelta strategica privilegiata. Occupa, in altri termini, il primo punto dell’ordine del giorno della riflessione cittadina e dell’azione di governo. Tanto più, oggi, in cui ci sono le premesse oggettive perché il Comune diventi perno di questo tipo di politica.
Del resto, si tratta di un nucleo numerico di studenti, di insegnanti e di lavoratori della scuola, che costituisce il perno di una serie notevole di relazioni sociali, che si costituiscono anzitutto attraverso le famiglie degli studenti. La scuola è senz’altro il crogiolo della nazione, essendo in un continuo rapporto tra la tradizione, trasmessa dall’insegnamento e dalla cultura (lingua, tradizioni, abitudini, saperi) cittadina, e il cambiamento sociale esterno alla scuola, sempre più rapido e complesso e di cui la scuola diventa strumento di comprensione e di costruzione.
Infine, la proposta di RSC potrebbe rappresentare un cambio di paradigma anche sul piano dell’aggregazione sociale. La programmata distruzione di ogni legame sociale voluta dagli architetti della società neoliberista, si è tradotta nella interiorizzazione individuale di un cieco individualismo incapace di riconoscere quelle oggettive omogeneità sociali che rendono le aggregazioni, soprattutto politiche, capaci di ideare e di realizzare programmi di governo chiari ed efficaci. La platea di studenti e di famiglie intercettata dal RSC è numericamente molto notevole, costituendo un “blocco sociale” potenziale di assoluta e preminente importanza. Un blocco sociale che, avendo di mira il benessere e l’accrescimento individuale, è trampolino di un nuovo umanesimo, capace di scoprire e di esaltare effettivamente le potenzialità di ciascun individuo.
5. Il reddito scolastico
Ed ora una breve presentazione del progetto di reddito scolastico. Si tratta di un progetto provvisorio, aperto ad altri contributi. Nel metodo, ho incontrato diverse espressioni della società civile comasca, per discuterne i contenuti: partiti, associazioni culturali, presidi, docenti, sindacalisti, singoli cittadini e cittadine. Ho dovuto tuttavia constatare che, a mano a mano che si avvicinava l’appuntamento politico delle elezioni amministrative (che si terranno nella tarda primavera del 2027), la chiusura di organizzazioni di diversa natura si è fatta più evidente.
L’idea di fondo è di realizzare gli articoli della Costituzione, tra gli altri, che vogliono gratuita la scuola pubblica. Il progetto non riguarda la scuola privata.
Il progetto ha carattere universalistico e rifiuta recisamente l’idea dei criteri di eleggibilità. Per le famiglie che, per l’agiatezza che le contraddistingue, volessero rinunciare al reddito, è prevista la costituzione di un fondo, da destinarsi alle politiche scolastiche.
Una parte del progetto riguarda gli incentivi agli insegnati e a tutto il personale della scuola: saranno i singoli istituti a ideare percorsi didattici scolastici ed extra scolastici (già in essere, ma di importi, dotati dal Comune, quasi irrisori), così da aprire le scuole anche nelle ore in cui non sono dedicate all’insegnamento, venendo incontro ad una diffusa esigenza delle famiglie.
Infine: una simulazione con dati passibili di aggiornamento e aggiustamento, soprattutto per la difficoltà di reperire informazioni aggiornate e affidabili. In termini assoluti, il progetto è perfettamente realizzabile, vista l’entità del bilancio comunale. Circa un quarto del bilancio è dedicato alla politica scolastica e di recente sono stati implementati gli investimenti rivolti alle strutture scolastiche, che molto spesso non sono a norma di legge: una delle conseguenze del trentennale sottofinanziamento delle comunità cittadine. Tuttavia, le istituzioni interpellate non mi hanno fornito i dettagli della spesa, la cui analisi è senz’altro fondamentale per capire lo stato dell’arte e per progettare il nuovo indirizzo. I ripetuti tentativi di incontrare il sindaco e l’assessorato preposto, non hanno avuto alcun esito. Infine, è bene ricordare che si tratta di un progetto riproducibile in altre esperienze cittadine.
Per evitare ambiguità interpretative, il termine “Reddito Scolastico” è da intendersi come contributo economico comunale non strutturale e non sostitutivo di misure statali o regionali, compatibile con le norme vigenti in materia di trasferimenti e sussidi alle famiglie. I fondamenti normativi risiedono nella Costituzione italiana (artt. 3, 33 e 34), nel D. Lgs. 267/2000 (TUEL), artt. 3 e 13, nello Statuto del Comune di Como (artt. 2, 6, 52) nonché nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (artt. 28 e 29).
La proposta si rivolge agli alunni iscritti alle scuole pubbliche primarie e secondarie di primo grado. Per la scuola primaria si considera essenziale il legame con la comunità cittadina, e dunque il requisito della residenza nel Comune di Como oppure, in alternativa, l’iscrizione e la frequenza regolare a una scuola primaria pubblica. Per la scuola secondaria di primo grado il contributo è pensato per gli studenti iscritti e frequentanti una scuola pubblica con sede nel Comune di Como. La scelta di limitare la misura alla scuola pubblica non ha carattere polemico, ma strategico: il Comune deve indirizzare le proprie risorse verso l’istituzione che, più di ogni altra, garantisce universalità, pluralismo e coesione sociale.
Quanto all’importo, si ipotizza un contributo pari a 450 euro per quadrimestre, fino a un massimo di 900 euro annui per ciascun alunno. Le famiglie con più figli beneficerebbero del contributo per ogni figlio. L’erogazione avverrebbe tramite bonifico bancario entro tempi brevi dalla verifica della documentazione, mentre il Comune conserverebbe la facoltà di effettuare controlli a campione e di revocare il beneficio in caso di dichiarazioni mendaci, con conseguente obbligo di restituzione.
Naturalmente, potrebbe esserci la convenienza (non certo burocratico-amministrativa) ad erogare “bonus” concernenti il materiale scolastico, invece che una somma in denaro destinata alla famiglia. Tuttavia, bisogna considerare che con il termine di “materiale scolastico” si possono intendere beni che non necessariamente rientrano nelle dotazioni scolastiche indispensabili. Basti pensare che i libri di testo costituiscono spesso un mercato fittizio, la cui filiera produttiva, per altro, non è affatto garantita socialmente, mentre potrebbero essere i docenti a produrre e organizzare il materiale didattico necessario. In altre parole, non è possibile presupporre l’esistenza di uniformità pedagogica per tutte le scuole. Bisogna inoltre puntare sulla consapevolezza sociale delle famiglie, che non possono essere trattate con sospetto, a meno che vi siano casi conclamati, che non possono che essere oggetto di attenzione da parte dei servizi sociali e che proprio la scuola può segnalare per tempo alle istituzioni preposte.
La sostenibilità finanziaria della proposta appare, in termini assoluti, compatibile con il bilancio comunale. Sulla base dei dati disponibili, si possono stimare circa 2.300 alunni iscritti alle scuole primarie pubbliche nel Comune di Como e circa 1.100 iscritti alle scuole secondarie di primo grado pubbliche con sede in città, per un totale potenziale di 3.400 beneficiari. Applicando a tutti il contributo massimo annuo di 900 euro, la spesa prevista ammonterebbe a 3.060.000 euro. A questa cifra si potrebbe aggiungere un incentivo monetario per il personale docente delle scuole primarie e secondarie di primo grado, pari a 2.000 euro annui per ciascun insegnante, come riconoscimento per l’impegno nel contrasto alla dispersione scolastica e nella costruzione di percorsi educativi aggiuntivi: stimando una platea di circa 200 insegnanti, la spesa ulteriore sarebbe pari a 400.000 euro. Nel complesso, il provvedimento raggiungerebbe quindi una spesa indicativa di 3.460.000 euro.
Questa previsione, pur suscettibile di aggiornamenti e perfezionamenti sulla base di dati più puntuali, mostra che il Reddito Scolastico non è una misura velleitaria, ma una scelta politica concretamente praticabile. Il suo significato, del resto, va oltre il mero trasferimento economico: si tratterebbe di un investimento pubblico capace di rafforzare la frequenza scolastica, sostenere le famiglie, valorizzare il lavoro degli insegnanti e, soprattutto, affermare la scuola pubblica come asse strategico dello sviluppo civile ed economico della città.
6. Direttrici di intervento per Como
Il progetto di reddito scolastico, per quanto detto, non dovrebbe essere isolato. La scuola è parte costitutiva di una rete sociale molto estesa, che le politiche neoliberiste hanno radicalmente messo in crisi. Nel corso degli incontri che ho svolto, spesso gli interlocutori hanno sottolineato come gli asili nido costituiscano il punto debole dell’intera intelaiatura sociale italiana. A questo proposito ho dovuto constatare che nessuno degli interlocutori, sebbene sollecitato e soprattutto quanto più strutturato (partiti, sindacati), avesse un “dossier asili nido” e una proposta organica in proposito: risultato scontato se si considera che a livello nazionale i programmi elettorali dei partiti spesso propongono un “piano” di “asili nido gratuiti”, senza però aver mai realizzato nulla di veramente organico in proposito.
Le direttrici di intervento potrebbero essere le seguenti.
L’antico teatro appena comperato dall’amministrazione comunale (Il Politeama), che però vorrebbe venderlo ai privati, e/o il gioiello dell’architettura razionalista (dell’architetto Terragni) Asilo Sant’Elia, oggi abbandonato, potrebbero diventare, rispettivamente, un Teatro comunale e un centro culturale dedicato ai giovani, dall’asilo all’Università, polifunzionale. Riuscendo ad accompagnarvi la vocazione di collegamento tra i giovani e le generazioni ormai escluse dal processo economico diretto, eppure portatrici di saperi che spesso vanno inutilmente dispersi: gli anziani, i pensionati, i disoccupati, tutti coloro che, per diversi motivi, non hanno un ruolo economico diretto e riconosciuto, sia dentro che fuori del contesto famigliare, ma che con il loro lavoro contribuiscono alla coesione sociale e alla produzione di ricchezza.
Sarebbe inoltre indispensabile promuovere annualmente la costruzione di case esclusivamente comunali, senza ricorrere al contributo dei privati: unico modo per riuscire effettivamente ad operare una politica abitativa efficace capace di bilanciare le tendenze di un mercato altrimenti ingovernabile perché sottoposto a flussi finanziari e di turismo internazionali.
I trasporti pubblici dovrebbero diventare gratuiti per tutti gli studenti e i loro familiari.
Per quanto riguarda il problema degli asili, come provvedimento provvisorio si può prevedere un bonus di 4000 euro per tre anni consecutivi ad ogni famiglia residente nel comune da almeno 3 anni che concepisca un figlio o una figlia (si possono stimare 600 nati ogni anno, per un totale di spesa di 2.400.000). Anche in questo caso, i beneficiari che non ne avessero bisogno potrebbero devolvere volontariamente il sostegno ad un fondo destinato agli asili comunali (strutture e personale).
Si può prevedere una scontistica commerciale presso tutti i negozi storici e il piccolo commercio, da stabilire con le rappresentanze di categoria, così da contrastare la desertificazione provocata da una insensata proliferazione del grande commercio.
Infine, si può prevedere una politica per i parchi pubblici volta a programmare, soprattutto in ore extra-scolastiche, attività ludiche da parte di professionisti ed educatori e l’incentivo in loco del piccolo commercio.
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Foto di apertura: Istitutio Comprensivo Como Lago, Como
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La proposta avanzata da Luca Michelini di un Reddito Scolastico Comunale da introdurre nella città di Como è molto interessante per le diverse questioni che mette in gioco, perché spinge a riconsiderare complessivamente la politica locale allargandone l’orizzonte. Ci sono certamente aspetti tecnici da approfondire, se solo i residenti nel comune debbano beneficiarne o basti solo il requisito della frequenza di una scuola cittadina, oppure se legare il contributo al reddito il che però, oltre che rendere più macchinosa l’erogazione del contributo stesso, intaccherebbe l’elemento dell’universalità che lo caratterizza in maniera fondamentale. Altro aspetto della proposta è fino a che età prevedere l’erogazione del contributo, si parla di scuola dell’obbligo, ovvero 16 anni, poi la proposta si ferma alla scuola secondaria di primo grado. Un ulteriore aspetto riguarda la scuola prima dell’obbligo, ovvero la scuola materna e gli asili nido. Lasciando da parte tuttavia per ora questi e altri aspetti tecnici, senza dubbio la proposta è interessante e importante. Lo è innanzitutto perché mette al centro delle politiche comunali i giovani in un modo concreto, attuando un principio costituzionale fondamentale, purtroppo finora sempre rimosso e disatteso nei fatti, ovvero la totale gratuità degli studi fino al compimento dell’obbligo scolastico. Le spese per mandare un figlio a scuola fino a 16 anni sono tante e consistenti, come sa qualunque genitore. Mettere al centro i ragazzi è tanto più importante in una società come la nostra in cui l’indice di invecchiamento cresce in maniera inarrestabile, essendo oramai più del doppio gli ultra sessantacinquenni rispetto a bambini e ragazzi fino a 14 anni. Personalmente non credo che il fattore economico sia l’unico e decisivo alla base del calo demografico in atto da molti anni nelle società più avanzare e ricche, e complessivamente in tutto il mondo; vanno considerati aspetti valoriali e culturali di fondo, decisivi come la rivoluzione femminile e la visione individualista della vita che predilige nella nostra società la realizzazione personale rispetto al sacrificio di sé da compiere per mettere al mondo nuova vita. A netto di tutto questo che non può essere affrontato con alcuna erogazione di contributi, o illusori bonus come fatto da molti governi negli ultimi decenni, è indubbio che pure il fattore economico abbia un peso importante nel frenare molte coppie dal mettere al mondo dei figli. Indubbiamente i costi per l’istruzione sono tra i più rilevanti per chi ha figli. Pertanto la proposta di un RSC andrebbe sicuramente incontro a una tale esigenza. Oltre questo aspetto ritengo importante della proposta l’idea stessa di mettere al centro la formazione dei ragazzi come elemento strategico del governo locale, considerato come spiega Michelini, che ben un quarto delle risorse comunali sono già dedicate a interventi sulla scuola. Da approfondire certamente i vincoli di bilancio che tuttavia non sembrano insormontabili. L’idea davvero centrale è quella di investire risorse concretamente sul futuro, perché questo sono per una società i ragazzi. Farlo in modo universalistico, ovvero erogando il contributo a tutti gli studenti della scuola dell’obbligo, troverebbe qui la sua giustificazione, la ragion d’essere principale. Tante risorse vengono normalmente indirizzate alla scuola dallo Stato, molte sono quelle arrivate negli ultimi anni con il PNRR; non è vero in astratto che in Italia la scuola non abbia soldi, la domanda è se vengano bene impiegati, oppure distribuiti spesso a pioggia e nella sostanza sprecati. La mia personale esperienza di docente mi fa rispondere che purtroppo è così. Il contributo dato invece ad personam potrebbe risolvere questo problema, garantendo nel contempo indirettamente risorse anche alle scuole, oltre che al tessuto sociale, economico e culturale locale più ampio in cui le risorse erogate sarebbe spese. Molto interessante nella proposta, la condivido da sempre, è l’idea di tenere aperti gli istituti scolastici nel pomeriggio, vero presidio sul territorio a garanzia della socialità e di una formazione permanente, magari anche nel periodo estivo. Si discute da qualche anno di quest’ultimo punto, cosa fanno i nostri ragazzi nei lunghi mesi delle vacanze? Il PNRR prevede risorse anche per questo aspetto (“Piano Estate”); purtroppo, pur a fronte di una esigenza reale, il risultato perlopiù si è risolto in un buco nell’acqua, anche per mancanza di disponibilità, per quanto retribuita, da parte dei docenti. Da questo punto di vista nella proposta di RSC è importante che si parli anche degli insegnanti e di un eventuale contributo a loro favore, se impegnati in attività e progettazioni didattiche aggiuntive e innovative, perché bisogna sempre ricordare una cosa, pur ovvia, ovvero che la scuola è fatta innanzitutto dai ragazzi e dai loro insegnanti, poi anche dai genitori e altri soggetti. Che il comune capoluogo di provincia metta tutto questo al centro del proprio governo sarebbe importante, perché significherebbe attuare un’idea di stato sociale rinnovato, ispirato a un nuovo paradigma che non si pone in alternativa rispetto alla centralità della persona, in questo caso i ragazzi nel momento cruciale del loro percorso formativo e della loro vita: la scuola dell’obbligo. L’idea di socialità che anima la proposta del RSC può davvero rappresentare un elemento rilevante da mettere alla base di una proposta complessiva di governo alternativo della città di Como che, senza nulla togliere agli interessi economici privati, restituirebbe finalmente all’amministrazione pubblica la sua vera missione e vocazione a favore dei bisogni collettivi, alla formazione e alla cultura diffusa, com’è del resto nella tradizione e nella storia della città richiamate opportunamente da Luca Michelini. Certamente ci sono ancora molti aspetti da approfondire e verificare in termini operativi e finanziari, ma complessivamente l’idea avanzata di un Reddito Scolastico Comunale mi pare davvero nuova e interessante per cambiare in meglio la nostra comunità, mettendo al centro davvero chi è più giovane e ne rappresenta dunque l’avvenire.
GIANFRANCO GIUDICE