Durante le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle è in parte riemersa una narrazione che legge questo episodio come un evento: un avvenimento che segna l’irruzione di un fenomeno nella catena del tempo e che, pertanto, non ha nessun antecedente. L’11 settembre 2001, piuttosto, fu un evento periodizzante frutto di dinamiche che si erano innescate precedentemente. Alcune di queste dinamiche si sono radicalizzate, altre sono finite o state messe in dubbio, come la narrazione che seguì la fine della Guerra Fredda secondo cui saremmo stati avviati inesorabilmente ad un ciclo virtuoso di democrazia e crescita economica. Sotto questo punto di vista, l’11 settembre può essere una cartina di tornasole per comprendere le crisi del tempo presente, a patto che si contestualizzi guardando a tre spartiacque che seguirono l’attentato.
Il primo di essi avvenne nel 2005, quando l’Olanda e la Francia bocciarono, con un referendum, il progetto di Costituzione europea, mostrando la persistenza del nazionalismo e le difficoltà nella cessione di sovranità. Fu una battuta di arresto rispetto alla stagione di espansione del processo federalista iniziata nel 1986 con la firma dell’Atto Unico europeo. Una stagione che era stata caratterizzata da una narrazione dell’Europa come terra dei diritti e di casa comune. Dal 2005 il processo di costruzione europea è rallentato, anche perché l’Europa si è avvitata in un ciclo di sfiducia e delegittimazione del sistema democratico: dei paesi membri, le cui democrazie vengono giudicate da parte dell’elettorato inadeguate e, pertanto, percepite come assenti rispetto ai reali bisogni dei cittadini; dell’Unione, accusata anch’essa di elitarismo e lontananza e di essere causa delle limitazioni che avrebbero ristretto i campi d’azione degli Stati membri. Ne è nato un ciclo negativo che ha alimentato la sfiducia: gli Stati membri, anche per questioni elettorali, sono divenuti ancor più restii a cedere sovranità là dove invece sarebbe stato necessario per far fronte ai fenomeni complessi che, in questo modo, l’UE non poteva gestire per carenza di poteri e di legittimità.
Questo fenomeno si è acuito con il secondo momento di cesura: la crisi economica del 2008 le cui conseguenze minarono la legittimità delle istituzioni europee, acuendo il divario tra paesi del Nord e del Sud anche a causa di provvedimenti draconiani e punitivi come accaduto alla Grecia, sottolineando i limiti di un processo di integrazione che riguardava solamente parte delle politiche monetarie e di un sistema economico che intrinsecamente aumenta le sperequazioni perché incapace di arrestare il processo inflazionistico.
Tutto questo ha contribuito ad alimentare uno scontro iniziato tra gli anni Sessanta e Settanta, quando le narrazioni mitopoietiche del nazionalismo vennero messe in crisi dalle rivendicazioni avanzate da componenti della società fino ad allora escluse: i giovani, le donne, gruppi etnici, orientamenti sessuali non cisgender. Tali rivendicazioni erano coerenti con il processo di allargamento delle maglie della rappresentanza che dovrebbe essere alla base della democrazia. Per una parte della società fu un momento di crisi (e lo è tutt’ora), perché venne messo in discussione l’assunto secondo cui Nazione e popolo sarebbero una comunità di sangue unita fondata su gerarchie di razza, genere ed età. Come la ricerca storica ha dimostrato le idee di popolo e nazione sono costrutti storici, comunità immaginate. Ciononostante, queste idee hanno una forte persistenza perché profondamente radicate. Proponendo una visione del passato come epoca di benessere riproponibile nel presente, a patto che si torni a quella che Manzoni definiva «una di lingua, d’altare e di sangue», divengono dei rifugi. Ma vi è un aspetto ulteriore.
Negli anni Settanta si affacciava il neoliberismo: una forma di capitalismo fondata sui servizi, la finanziarizzazione della società e sul consumo a debito. Il neoliberismo prevede non tanto l’erosione dello Stato-Nazione, quanto piuttosto lo smantellamento dello stato sociale e la sua privatizzazione. Un’operazione facilitata da quel processo di crisi e messa in discussione dell’idea di comunità nazionale. Il welfare, infatti, non era e non è necessariamente un diritto fondamentale, ma di cittadinanza – e infatti la sociale si innesta su questi aspetti, perché propone quella che Marin Le Pen definisce l’opzione nazionale. La riduzione del welfare e dei servizi ha ampliato le diseguaglianze, esacerbando le tensioni, alimentando una visione della vita imperniata sul successo lavorativo, ma soprattutto sulla contingenza a causa sia dello stato di necessità in cui maglie sempre più ampie della popolazione si trovano, sia degli imperativi di successo e produttività che portano a vivere per lavorare.
All’interno di questi perimetri capiamo come l’ascesa di una destra sempre più illiberale sia coerente con l’inasprimento delle tensioni identitarie ed economiche che comportano un incremento dell’instabilità politica e della conflittualità parlamentare. Conseguenza di ciò è l’estremizzazione del ricorso ai decreti e la riduzione di questioni complesse a una dimensione plebiscitaria, la stessa lente con cui queste destre guardano alla politica. Quest’ultima, infatti, viene ridotta ad una questione meramente elettorale, andando al di là degli aspetti di rappresentanza e mediazione con le minoranze, coerentemente con una visione dello Stato di tipo amministrativo per cui non è rilevante l’aspetto politico, quanto piuttosto la dirigenza, ritenendo la composizione di interessi diversi una questione corporativa.
Nell’accentuazione delle dinamiche di cui si è detto un ruolo centrale lo hanno avuto i social media la cui diffusione è avvenuta in concomitanza ai momenti di cesura precedenti e che rappresentano il terzo spartiacque. Per quanto ritenuti uno strumento di interconnessione, i social rispecchiano le dinamiche socio-culturali della loro epoca. In essi ritroviamo il presentismo e il produttivismo: la produzione di contenuti deve essere costante, un fluire continuo privo di temporalità se non il qui ed ora; i consumatori sono, in verità, anche i produttori nella misura in cui essi realizzano i contenuti. Si tratta di una peculiare forma di plusvalore che massimizza il profitto attraverso una produzione di contenuti che non è libera, ma canonizzata creando così forme di disciplinamento dei corpi, delle idee e delle opinioni e, dunque, del dibattito politico. Tanto più che gli algoritmi sono modificabili e, considerando il sostegno dato dai proprietari delle piattaforme social all’amministrazione di Donald Trump, non libero.
I social hanno contribuito ad alimentare la frammentazione dei discorsi e delle opinioni a discapito della coerenza. Detto in altri termini, la formazione delle opinioni nei social passa per semplificazioni, come i meme, che riducono la realtà a stereotipi e a visioni binarie; al contempo, la peculiarità dei social è o la radicalizzazione delle opinioni a discapito della tolleranza, oppure – senza escludere il precedente – un approccio eterogeneo alle convinzioni e alle fonti riunite non necessariamente in maniera logica o coerente, favorendo così la diffusione di false notizie. Si tratta di atteggiamento individualista, perché sconnette il soggetto dal contesto favorendo l’idea secondo cui tutto comincia e dipende da sé stesso. Al contempo, i social non sono oggi disgiungibili dai piani di investimenti e ricerca sull’intelligenza artificiale la cui implementazione può favorire forme di controllo sulla cittadinanza di tipo illiberale. Una tendenza che potrebbe peggiorare per l’assenza di controlli e riflessioni sull’impatto dell’IA, anche in relazione al mutamento epistemologico che comportano. Si tratta anche di una questione di potenza militare e di statura internazionale. Fermarsi o rallentare può essere dannoso secondo questa prospettiva – che si innesta sull’incremento dei profitti dei possessori delle aziende di IA. Tanto più che nello sviluppo di questo campo un ruolo centrale lo ha la Cina, una dittatura che non è soggetta a regole internazionali né tantomeno a necessità di riflessione e controllo democratico sullo sviluppo dell’IA. Sotto questo punto di vista, è la Cina che guida e che spinge alla rincorsa gli Stati Uniti, favorendo la saldatura tra transizione verso una democrazia illiberale e capitalismo.
Tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato hanno in comune la transnazionalità, essere cioè dinamiche complesse che per la loro gestione in maniera democratica necessiterebbero la cessione di sovranità e la creazione di organismi sovranazionali e/o federali. Era una strada possibile quando si verificarono i momenti di cesura, momenti che indicavano la necessità di correggere il tiro, ma per cui non è ancora detta l’ultima parola.
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Immagine di apertura: William Kentridge, “Trionfi e lamenti”, 2016, Street Art, Lungotevere Roma
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