1. Il dibattito sull’intelligenza artificiale si chiede se essa costituisca un nuovo paradigma economico, se ci renda più stupidi, se sia sostenibile. Sono domande serie, ma presuppongono tutte la risposta a una domanda precedente, che si pone raramente: che cosa è una macchina? Non nel senso di chiedersi se l’IA pensi o sia cosciente, domanda che finisce per rassicurarci sul nostro primato, ma nel senso di quali rapporti la compongano e che cosa essa faccia. Da come vi si risponde dipende tutto il resto, compresa la teoria del valore.
Due risposte sono oggi prevalenti. La prima tratta la macchina come un oggetto eminentemente tecnico: una capacità che diventa paradigma quando trova infrastrutture, domanda solvibile ed energia. La seconda la tratta come oggettivazione del sapere del lavoro vivo: l’IA sarebbe anzitutto la storia sociale di un’estrazione, la codifica di una cooperazione sottratta a chi l’ha prodotta. Entrambe dicono qualcosa di vero, ed entrambe lasciano però fuori ciò che mi pare decisivo: l’IA non è una tecnologia in attesa di infrastrutture adeguate, perché è essa che le sta già trasformando. Questa affermazione non è formulabile finché la macchina resta un oggetto tecnico o un deposito di sapere. Richiede un altro concetto di macchina.
2. Nel pensiero di Deleuze e Guattari la macchina non è un oggetto dotato di una funzione determinata. Le macchine tecniche sono componenti di concatenamenti eterogenei, in cui entrano corpi, segni, istituzioni, affetti, norme e ambienti materiali. Ciò che conta non è il dispositivo isolato, ma le relazioni attraverso cui elementi diversi diventano operativamente connessi. Deleuze lo ha detto in modo molto efficace: la macchina è sociale prima di essere tecnica. Vi operano anche segni che non hanno bisogno di significare: punteggi, soglie, codici e classificazioni agiscono sulle condizioni dell’azione senza dover dire qualcosa a qualcuno. Guattari le chiamava semiotiche a-significanti.
Da qui si misura il limite della lettura estrattiva, oggi la più influente nella critica marxiana dell’IA. Il suo nucleo va tenuto. I grandi modelli sono costruiti su immensi depositi di linguaggio, immagini e classificazioni prodotti socialmente, e lo sfruttamento non si esaurisce nell’origine: prosegue sul lavoro di chi etichetta, modera, corregge. L’estrazione è una tesi genealogica: spiega da dove vengono le capacità della macchina, non che cosa la macchina fa quando opera. Se la macchina è soltanto il deposito di un sapere già accumulato, il suo funzionamento diventa secondario rispetto all’intelligenza che vi è catturata: l’apparato immagazzina, fissa e impone ciò che è stato già formalizzato. La macchina diventa passiva proprio nel momento in cui la si denuncia.
Ne discendono due conseguenze. Sul piano politico, se tutto è estrazione il programma è la restituzione: riprendersi ciò che è stato sottratto. Il problema è che non si può restituire ciò che, in realtà, non è mai stato una cosa separata. La capacità umana è tecnica fin dall’inizio, e non c’è un fare umano da difendere prima delle sue invenzioni. Sul piano teorico, ed è il punto decisivo, se la macchina è soltanto cristallizzazione di lavoro vivo il plusvalore resta interamente antropocentrico, e la misura del valore attraverso il tempo di lavoro conserva il suo fondamento. La lettura estrattiva, pur denunciandolo, tiene in vita lo schema della misura.
Il superamento di questa impostazione lo ha formulato con precisione un giovane studioso, Antonio Ricciardi, discutendo la lettura del plusvalore macchinico come general intellect trasformato in capitale costante: «la macchina non è un mero accumulo di conoscenze, ma è piuttosto un pezzo del concatenamento che, al pari dei corpi e delle soggettività, può essere oggetto di sfruttamento» (La macchina Netflix, ombre corte, 2026, p. 21). Nel dibattito sull’IA questo passaggio non è una sottigliezza. Finché la macchina resta lavoro morto, la critica resta dentro l’immagine dell’«uomo di ferro» di Andrew Ure: la macchina come riduzione della variabilità e come comando. Se invece la macchina è un pezzo del concatenamento, essa non presuppone soltanto la cooperazione sociale: ne riorganizza le condizioni. Per questo trasforma le infrastrutture invece di attenderle. E questo cambia in profondità lo scenario politico.
3. Chiamo indeterminazione macchinica la condizione che da qui diventa visibile: processi il cui esito non è specificato esaustivamente in anticipo, pur restando vincolato da architetture, dati, parametri e infrastrutture. Non è rumore da correggere, non è creatività autonoma della macchina, non è un residuo che sfugge al calcolo. La determinazione non scompare: cambia forma e si distribuisce lungo il concatenamento. Un sistema tecnico generativo, come l’IA, non sceglie da un insieme di possibilità già dato: costituisce l’insieme.
L’indeterminazione non coincide con la variabilità delle risposte. Un modello può essere reso perfettamente riproducibile e continuare a generare. Il punto è che la funzione che calcola non è stata specificata da nessuno: è stata indotta dai dati, e non è ispezionabile.
La governamentalità algoritmica governa il presente attraverso futuri anticipati; la computazione generativa produce le alternative stesse attraverso cui i futuri potranno essere agiti. Ma l’inesauribilità del possibile non garantisce di per sé alcuna apertura politica. Che il campo non si chiuda mai del tutto non dice nulla su chi lo organizza. Il potere non ha bisogno di eliminare la variabilità: opera pesando, filtrando, ordinando, facilitando alcune traiettorie ed escludendone altre.
4. Come ha mostrato Marx, nel capitalismo industriale lo sfruttamento non si presenta come tale, ma come scambio: il salario paga la forza-lavoro al suo valore, misurato in tempo di lavoro, e il plusvalore resta nascosto dentro uno scambio fra equivalenti. È la misura a rendere lo sfruttamento invisibile, perché lo fa apparire come l’esito di una legge economica e non di un rapporto di potere.
Il pensiero femminista della riproduzione sociale lo ha mostrato prima di ogni altro, da Mariarosa Dalla Costa e Leopoldina Fortunati a Silvia Federici: il salario misura soltanto una parte del lavoro messo a valore, e lascia nell’ombra il lavoro gratuito con cui la vita stessa viene prodotta e riprodotta. Quando è la vita intera a essere messa al lavoro, le «vite lavorate» di cui scrive Cristina Morini, la sussunzione, come suggerisce Andrea Fumagalli, diventa vitale, e nessuna misura in tempo di lavoro può più contenerla. La macchina apre la stessa breccia da un altro lato: non dalla vita che eccede il salario, ma dal concatenamento che eccede il lavoro vivo.
Se la variabilità su cui il processo produttivo lavora non proviene più soltanto dal lavoro vivo, questo ancoraggio antropocentrico non regge. Deleuze e Guattari parlavano, accanto al plusvalore umano, di un plusvalore macchinico. Non si tratta di dire che la macchina produca valore da sé: il valore resta un rapporto sociale, e lo sfruttamento non scompare, si redistribuisce lungo il concatenamento. Si tratta di riconoscere che il lavoro vivo non è più l’unica fonte di variazione valorizzabile. Con Marx, dunque, e oltre Marx.
La conseguenza è quella che Marx stesso aveva intravisto nel Frammento sulle macchine, e che lo stesso Fumagalli ha posto al centro della sua analisi del capitalismo bio-cognitivo: la misura attraverso il tempo di lavoro perde il suo fondamento. Che cosa giustifica allora l’appropriazione del valore prodotto dal concatenamento? Non più uno scambio fra equivalenti, ma soltanto il fatto che il capitale possiede i modelli, i dati e le infrastrutture senza i quali il concatenamento non funziona. Lo sfruttamento sopravvive cambiando forma: diventa comando, come ha scritto Negri, e rendita, come hanno ben mostrato Vercellone e Marazzi, cioè un prelievo che si esercita in forza di un titolo di possesso e non di un contributo alla produzione.
È questo il punto politico. Ciò che si presenta come legge economica appare naturale e si subisce. Un titolo di proprietà è un’istituzione sociale e giuridica, e come tale si può contendere: costruendo modelli e infrastrutture pubbliche e comuni, rivendicando i dati come bene collettivo, lottando sulle regole che stabiliscono chi possiede che cosa. La fine della misura non abolisce lo sfruttamento, ma lo rende visibile come rapporto politico. Non è una garanzia: il capitale può mantenere il proprio comando con le recinzioni proprietarie e con la concentrazione della potenza di calcolo. È un terreno di lotta.
5. Due esempi, entrambi vicini a noi. Il 26 agosto 2026 il Tesoro statunitense ha inserito il collettivo Autistici/Inventati nella lista SDN. Nessun server è stato sequestrato. Due giorni dopo il dominio autistici.org ha smesso di risolversi, perché è cambiato un campo in un database di registro gestito sotto giurisdizione statunitense, benché il registrar fosse francese. Una banca italiana ha sospeso l’operatività del conto, rendendo indisponibili i fondi, e nei giorni seguenti il collettivo ha annunciato lo spegnimento dei propri servizi. Anche la mailing list di Effimera si appoggiava a quei server e ha dovuto migrare. Nessuna legge di mercato ci ha spostati: il servizio non era fallito, nessun concorrente lo aveva sostituito. È bastato che chi controlla alcuni anelli dell’infrastruttura, un registro di nomi e una banca, desse esecuzione a una decisione amministrativa presa altrove. Qui non c’è una misura che faccia apparire il potere come l’esito di una legge economica: il controllo dell’infrastruttura si mostra per quello che è, un rapporto di potere fondato sul possesso. E proprio per questo si può contendere.
Il secondo esempio riguarda Milano. La proposta del Consiglio regionale della Lombardia di costruire ottanta nuovi data center nell’area metropolitana pone la stessa questione su scala materiale: suolo, energia, acqua. Come osserva Roberto Antonio Romano in questi materiali, un data center da 10 MW consuma quanto circa ventimila abitazioni. Quel vincolo fisico si distribuisce secondo un titolo: chi decide dove sta il consumo, e chi lo subisce.
Rifiutare l’IA non risolverebbe nulla. Una posizione para-luddista lascerebbe il concatenamento a chi già lo possiede, e finché resta nelle mani di pochi monopolisti il suo uso sarà capitalistico, militare e distruttivo. La fuoriuscita dallo sfruttamento non passa per la liberazione del lavoro vivo dalla macchina, ma per la riappropriazione comune del concatenamento. E la riappropriazione non si decreta, si compone. La composizione tecnica del concatenamento la organizza il capitale; la composizione politica, come insegnava Alquati, nessuna infrastruttura la produce da sé.
6. Resta una domanda per chi usa questi sistemi ogni giorno. Nessun output generato contiene la specificazione completa della situazione in cui dovrà valere: qualcuno deve ancora stabilire se sia pertinente, adeguato, praticabile. Il lavoro vivo non viene abolito, viene ricollocato verso la validazione, l’interpretazione e la decisione.
Vorrei, prima di concludere, aggiungere questo: chi è esposto alle conseguenze non sta nella stessa posizione di chi genera la risposta. Un modello può produrre una risposta plausibile senza che la sua inadeguatezza diventi per esso un’esperienza. Un ricercatore, un medico, un lavoratore possono invece essere chiamati a risponderne e sostenerne le conseguenze. Delegare un’operazione non delega la responsabilità del suo uso. La domanda non è allora che cosa sfugga alla macchina, ma se l’interazione lasci a chi la usa una capacità in più o gliela consumi. È il passaggio dall’output al sapere, ed è anch’esso da contendere, terreno di lotta a-venire.
7. Se la macchina è sociale prima di essere tecnica, non esiste una soluzione tecnica alla questione di chi la possiede. Abbiamo spostato la nostra lista altrove in pochi giorni. Contendere il rapporto di potere che ce lo ha imposto è un’altra cosa, e riguarda tutti.
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Fonti sul caso Autistici/Inventati: US Department of the Treasury, comunicato stampa SB0616 e General License 36 (26 agosto 2026); record RDAP di autistici.org, Public Interest Registry. Alcune delle tesi qui esposte sono sviluppate in un lavoro più ampio, in corso di valutazione.
Immagine in apertura: un dipinto di Ai-Da A.I. God. Portrait of Alan Turing (2024).
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