La raccolta delle firme promossa da 15 persone libere da ogni soggezione a partiti o a organizzazioni politiche istituzionali ha segnato una svolta in questa vicenda, cogliendo di sorpresa non solo l’arrogante governo in carica e la sua opposizione assopita, ma anche la comunicazione in tutti i suoi variegati segmenti (stampa, televisione, network, ogni forma di social). C’era un clima di rassegnazione, di attesa della sconfitta annunciata e considerata inevitabile; i sondaggi concordemente rilevavano una sicura maggioranza pronta a confermare la riforma costituzionale della giustizia e un incremento notevole delle astensioni dal voto. I media suggerivano: tanto non cambia nulla. La destra al potere navigava con il vento in poppa, procedeva senza incontrare ostacoli, perdendo via via ogni freno inibitorio e confessando con sempre maggiore prepotenza il disegno di esercitare un controllo pieno sull’esercizio del potere giudiziario, piegandolo così alle esigenze di quello esecutivo. Il più sfacciato nel togliere ogni velo alla verità era proprio il ministro di giustizia, Nordio. Intorno a lui c’era la miseria degli ascari arruolati in ordine sparso, ieri all’opposizione, oggi a sostegno del governo: piccoli drappelli di sedicenti democratici, nuclei di pretesi militanti della sinistra in cerca di vantaggi personali, pattuglie di progressisti a caccia di riflettori per uscire dal dimenticatoio, bande di ex-militanti della protesta sociale ormai avviliti e acciecati dal rancore. La raccolta di firme ha aperto una breccia, è stato un temporale inatteso che ha modificato il quadro e spazzato via la cortina nebbiosa che impediva di vedere la realtà di una modifica in senso reazionario e repressivo. La moltitudine dei precari e degli oppressi ha cominciato faticosamente a capire che occorreva una reazione, che bisognava bloccare la riforma. Senza mezzi e senza finanziamenti il passaparola circolato via social è riuscito a superare il muro del silenzio comunicativo – con queste dimensioni è la prima volta che accade! – e raggiungere le necessarie 500.000 firme, costringendo partiti e sindacati a un cambio di passo, causando il differimento della prima data in programma (1 marzo) e successivamente ottenendo un diverso quesito nella scheda (diverso da quello proposto in origine da maggioranza e opposizione parlamentare: mancava l’intera sequenza degli articoli modificati, quella che rende palese l’ampiezza di una riforma gabellata per marginale). La discussione animata sorta intorno alla raccolta delle firme, almeno secondo i sondaggi, si è concretata in un’inversione di tendenza, riaprendo una partita che sembrava chiusa. Il regime ha risposto con la consueta violenza intimidatoria, rovesciando dentro la comunicazione una valanga di menzogne.

Non è facile, per i non addetti ai lavori, districarsi nel labirinto delle norme oggetto dell’intervento chirurgico attuato con la riforma costituzionale: già questo dovrebbe insospettire e mettere in guardia. Prendere una decisione senza avere chiarezza in ordine alle conseguenze mette oggettivamente in difficoltà chi è chiamato a votare. E anche questo, in base a semplice buon senso popolare, è un buon motivo per dire un secco NO al progetto del governo; nessuna persona ragionevole può acconsentire di buon grado al varo di norme le cui conseguenze neppure i redattori del testo sono in grado di delineare con precisione, limitandosi ad affermazioni del tutto sganciate dalla realtà e da un possibile (scientifico) nesso causale fra cura proposta e risultato atteso. A maggior ragione quando chi sostiene le novità è una coalizione di reazionari amanti delle avventure e della guerra.

Ci dicono che la riforma andrà ad accelerare i processi, civili e penali, che le decisioni arriveranno più rapidamente, senza intoppi. Questo è un falso conclamato. Ci dicono che con la riforma verranno meno gli errori giudiziari; anche questo è un falso conclamato. Nei processi civili e amministrativi, nel diritto del lavoro e nel diritto di famiglia, nel contenzioso tributario o in quello familiare, dunque nella larga maggioranza delle decisioni che riguardano la larga maggioranza dei cittadini italiani, il pubblico ministero non compare e neppure è previsto che compaia (unico ruolo è un parere non vincolante nel giudizio di Cassazione, che però solo le parti possono aprire, il PM non ha questa facoltà). Ma anche nel processo penale, l’unico in cui la pubblica accusa gioca un ruolo effettivo, non è dato comprendere come le nuove norme possano comportare, logicamente e comprensibilmente, più rapidità e più giustizia. Infatti, a turno, i sostenitori del SI lo affermano e lo negano, secondo il pubblico e secondo le circostanze. E’ l’abitudine a mentire.

Evidentemente altri e diversi sono i motivi che hanno indotto l’estrema destra al varo della riforma. Tocca vedere quali siano per davvero. Quando Giorgia Meloni sproloquia sulla vicenda della casa nel bosco o il coro dei giornalisti di regime ci propina commenti a vanvera sul delitto di Garlasco vogliono solo, e a prescindere da quei processi che nessuno conosce nelle carte reali, inviare un messaggio subliminale: bisogna controllare la magistratura, piegarla alla volontà popolare per come espressa dai suoi rappresentanti eletti, al dibattito televisivo, alle necessità dell’esecutivo, all’ordine pubblico, alla sicurezza. E quando legano i fatti di cronaca al voto referendario lo fanno con malizia fraudolenta, per puntellare il raggiungimento del loro obiettivo: il controllo e la rimozione di ogni possibile ostacolo al loro programma politico-economico-sociale.  Questa è la verità: il resto è rappresentazione spettacolare per occultarla.

La magistratura (giudicanti e pubblici accusatori, civili e penali) è da sempre piuttosto sensibile alle pressioni del potere politico e agli umori della c.d. opinione pubblica; del resto non può stupire che chi partecipa a un concorso e poi va a ricoprire un ruolo istituzionale non abbia aspirazioni rivoluzionarie, ma sia piuttosto, per sua natura, o tranquillamente conservatore o, al più, prudentemente progressista, in ogni caso rispettoso della legge. Infatti i magistrati sono, in larga maggioranza, politicamente moderati (laici o credenti che siano); lo si comprende esaminando nel complesso le loro decisioni. Ma al governo questo non basta. Non sopportano l’applicazione della legge quando ostacola i piani del potere, quando non ghettizza e non punisce il nemico, quando non aiuta e non assolve l’amico. Il potere esecutivo esige il controllo sull’autonomia del potere giudiziario; quando non ci riesce (o non ci riesce in pieno) la reazione è rabbiosa. Ora vogliono cancellare quel poco di giustizia rimasta, procedere verso il massacro della speranza, creare rassegnazione imposta.

Il mezzo per controllare la magistratura ordinaria ricorda il gioco delle tre carte. Apparentemente non cambia nulla. In realtà, modificando la costituzione, si apre la via a sostanziali modifiche usando leggi ordinarie. La separazione delle carriere è l’apparenza; piegare totalmente la magistratura, eliminando ogni segmento autonomo, è la sostanza.

L’esercizio del potere disciplinare spetta al ministro di Giustizia, oggi a quel bel tipo di Nordio. Con la riforma a decidere sarà una c.d. Alta Corte di 15 membri. Sei sono politici (3 li nomina il Presidente e 3 il Parlamento estratti da un listino bloccato, senza riservare una quota di minoranza); 6 sono giudici e 3 sono procuratori (estratti quelli a sorte fra chi ha almeno 20 anni di anzianità e sia abilitato in Cassazione). Il ricorso è presso la stessa Alta Corte, non si esce di lì: niente controllo giurisdizionale indipendente. Ma, e qui sta l’inghippo, sarà una legge ordinaria a dirci come verranno composti i collegi giudicanti all’interno dell’Alta Corte (per esempio in 3, 2 politici e 1 togato) e quelli preposti al riesame; i collegi li forma il Presidente, e questo per la riforma deve essere un politico. In buona sostanza l’esercizio del potere disciplinare, con un voto blindato di maggioranza, finisce nelle mani dei partiti di governo! Immaginiamoci con quanta tranquillità il procuratore di Milano che è intervenuto sullo sfruttamento dei Rider o il giudice civile che ha censurato la detenzione dei migranti in Albania andranno a svolgere domani il loro compito.

Ma anche il Consiglio Superiore cambia radicalmente; diventano due e mutano composizione. I due terzi assegnati alla magistratura (giudicante o requirente) saranno estratti a sorte fra tutti quanti (anche quelli, inesperti, di prima nomina), ma secondo le procedure previste dalla legge. Una legge ordinaria che oggi non esiste e che farà a suo piacimento la maggioranza. L’intelligenza artificiale suggerirà i meccanismi da usare per essere certi di controllare almeno una parte dei membri togati estratti a sorte (sono oggi 15: su 9 ne bastano 2 per avere il controllo di 8 a 7); il terzo politico sarà invece estratto da un listino blindato eletto a maggioranza dalla maggioranza del parlamento, con procedura oggi sconosciuta e affidata ancora una volta alla legge ordinaria (ovvero al governo), senza alcuna tutela per la minoranza (per esempio: 6 pasdaran scelti fra 12 pasdaran complessivi, alla faccia del sorteggio!). Tramite il Consiglio il governo si assicura il controllo delle promozioni, delle assegnazioni alle cariche più delicate, dei trasferimenti, del tagliare la carriera ai riottosi e ai disobbedienti. Mentre noi guardiamo il truffatore che muove le tre carte quello rapidamente distrae la nostra attenzione e ci conduce nella scelta sbagliata; quando le scopre (con le leggi ordinarie e i decreti applicativi) sarà ormai troppo tardi per rimediare.

Ci domandiamo, per fare un esempio su una questione concreta che ci sta a cuore e sulla quale abbiamo scritto qualche giorno fa, se, in caso di vittoria del sì, le procure potrebbero mantenere la stessa libertà dimostrata da quella di Milano nell’indagine contro il caporalato e i salari da fame subiti dai fattorini di Deliveroo e Glovo Italia. Non sono in pochi a temere che, con le modifiche proposte, la complessità investigativa potrebbe aumentare, si potrebbe insomma avere una minore incisività delle procure nell’indagare fenomeni complessi che coinvolgono potenti interessi economici.

Questo referendum ha anche, oltre agli scopi che abbiamo finora menzionato, un fine più strettamente politico, che va oltre il tema del controllo della magistratura, anzi lo travalica sino a rendere ancora più innocue, di quanto già non lo siano, le deboli regole formali del gioco democratico. Se infatti vincesse il SI, tale risultato spianerebbe la strada ad una seconda riforma costituzionale ancor più pericolosa: il premierato elettivo. È questo il vero obiettivo del governo Meloni: un obiettivo sicuramente più traumatico e pericoloso di quanto non sia la riforma della magistratura (cavallo di battaglia di Forza Italia) e la riforma dell’autonomia differenziata (cavallo di battaglia della Lega di Salvini). Il premierato, all’interno di queste riforme, infatti, sarebbe il sigillo finale per sancire, in barba alla costituzione antifascista, il primato dell’autoritarismo dispotico che tanto piace ai nostalgici del ventennio.

A proposito di dispotismo e di tirannia che si vanno consolidando di questi tempi – gli esempi non mancano, da Donald Trump a Benjamin Netanyahu a Viktor Orbán a Erdogan, prima di arrivare a Giorgia Meloni – guardando al fondo delle cose che accadono nella realtà quotidiana, indebolire irreparabilmente la ripartizione dei poteri, come questa riforma si propone di fare, sortirà il risultato che chi fa le leggi potrà usarle per rafforzare il proprio potere, mentre chi le applica potrà interpretarle a proprio piacimento, annullando, di fatto, le libertà dei cittadini.

Per questo vanno fermati, ora.