Un nuovo appuntamento, il numero #2, con il diario di auto-analisi di Alessandro Verna che sta uscendo a puntate su Effimera. Il progetto esplora le profonde trasformazioni nella soggettività e nel lavoro cognitivo generate dall’interazione quotidiana e dalla dipendenza dall’Intelligenza Artificiale generativa.
In questo episodio, il protagonista si confronta con le differenze tra le soluzioni umane e quelle fornite dalla macchina. Tutto funziona con la AI, efficiente e veloce, ma manca tutto ciò che ha a che vedere con gli scambi tra viventi, imperfezioni comprese. Cosa scegliere? Essere o non essere?
A lunedì prossimo. Coming soon. Continuate a seguire.
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Sabato pomeriggio, supermercato, fila alla cassa. Carrello mezzo pieno, musica di sottofondo che nessuno ha scelto, e io che sto mentalmente riscrivendo un testo che ho già riscritto tre volte questa settimana. Non un testo qualsiasi: una specie di istruzione operativa dettagliata, un documento in cui devi spiegare alla macchina esattamente quello che vuoi, passo dopo passo, senza omettere nulla, perché ogni cosa che non scrivi è uno spazio bianco che la macchina riempie da sola – e le scelte autonome di una macchina ti portano quasi sempre in luoghi che non avevi previsto e che non ti servono. Lo chiamano planning, con un termine che suona vagamente manageriale e nasconde abbastanza bene la quantità di pensiero che richiede. La signora davanti a me sta cercando la tessera fedeltà. Io sto cercando di capire perché quella lista di istruzioni mi occupi i pensieri con una costanza che, nei quarant’anni precedenti, ho riservato a questioni di ordine leggermente superiore. Non ci sono riuscito neanche alla cassa, e ho lasciato lì le uova.
La risposta giusta sarebbe stata: non ti occupa nulla, stai soltanto invecchiando. Invece ho continuato a cercare il carrello con lo sguardo e a ragionare sul planning.
Il problema, capito dopo alcune settimane, non è il planning. Il planning è soltanto il posto in cui qualcosa di più antico ha scelto di manifestarsi. Per tutta la vita professionale ho scritto testi destinati a essere letti da esseri umani capaci di perdonare, di integrare, di intuire quello che non c’era scritto – e questa capacità di perdono reciproco è probabilmente la struttura portante di ogni organizzazione funzionante, quella che non compare in nessun organigramma e senza la quale qualunque organigramma collassa in quarantotto ore. Scrivevo specifiche tecniche sapendo che il collega avrebbe interpretato le omissioni. Redigevo analisi funzionali contando sull’ironia condivisa di chi aveva già visto la stessa situazione. Tutto il lavoro cognitivo che credevo di fare da solo era in realtà un lavoro a quattro mani con qualcuno che non è mai nominato nel documento. Una scoperta notevole, che ho fatto a cinquantasei anni in un disimpegno.
L’AI non sa fare questa cosa, e i suoi agenti ancora meno. O almeno non la fanno come la farebbe un essere umano, il che nella pratica produce lo stesso effetto: ti costringe a illuminare zone che fino a quel momento hanno funzionato perfettamente al buio.
La cosa richiede una piccola spiegazione, almeno per chi non ha mai provato. Programmare un agente AI non assomiglia a configurare un software. Assomiglia molto di più a costruire un personaggio per un gioco di ruolo – Dungeons & Dragons, se volete un riferimento che abbia una certa dignità storica, o qualunque altra cosa in cui un gruppo di adulti decide collettivamente di fingere di essere qualcun altro. Detto così sembra una cosa che fanno i ragazzini nei seminterrati, e in effetti lo è, ma il mercato del lavoro ha i suoi tempi e per ora tocca adattarsi. Si comincia quasi sempre con una dichiarazione di identità: “tu sei un senior frontend developer“, oppure “tu sei un database architect con vent’anni di esperienza in sistemi distribuiti”. Da lì in poi si aggiungono caratteristiche, competenze, vincoli, abitudini di ragionamento – tutto quello che serve a costruire un personaggio credibile e operativo. La macchina non simula di essere quella persona. La macchina “è” quella persona, nel senso in cui un attore che pratica il metodo Stanislavskij non interpreta il personaggio ma si convince di esserlo, fino in fondo, fino a che la distinzione tra sé e il ruolo diventa irrilevante ai fini della scena. Il planning è il copione che consegni a quell’attore. Ogni cosa che ometti è una battuta che dovrà improvvisare da solo.
La prima volta che ho cercato di scomporre una epic – un blocco di lavoro software troppo grande per essere affrontato tutto in una volta – in una sequenza operativa ero nello studiolo, seduto nel disimpegno tra la cucina e il bagno che durante il covid ho trasformato in qualcosa di vagamente simile a un ufficio e che da allora non ho più smontato, per inerzia o per affezione, non saprei dire. Lo spazio è sufficiente per una scrivania, una sedia e la consapevolezza di essere a un metro e mezzo dal water – condizioni che i manuali di produttività personale tendono a non contemplare. Ho impiegato il doppio del tempo previsto senza riuscire a capire perché. Mi è tornato in mente mio padre, che quando avevo quindici anni mi chiedeva il significato di certe espressioni che circolavano tra noi ragazzi con la naturalezza delle cose ovvie. Ricordo benissimo il disagio. Non imbarazzo. Proprio disagio cognitivo – dover spiegare qualcosa che non ho mai imparato ma che so fare. Come si descrive un modo di dire che funziona soltanto perché dietro ci sono duecento cose che si tengono in equilibrio da sole? Ogni tentativo di spiegazione ne richiedeva un’altra, e l’altra ne richiedeva un’altra ancora, finché non ti ritrovi a spiegare a tuo padre il funzionamento dell’ironia generazionale e ti accorgi con una certa inquietudine che non hai mai capito come funzionasse davvero.
Lavorare sul planning ha prodotto esattamente quella sensazione. Sotto gli strati più recenti del mestiere hanno cominciato ad affiorare abitudini sedimentate, scorciatoie mentali talmente consumate dall’uso da sembrare intuizioni naturali, piccole convinzioni tecniche che hanno attraversato talmente tante verifiche empiriche da essersi trasformate in qualcosa di simile alla fede. Non stavo spiegando il lavoro alla macchina. Stavo scoprendo che una parte consistente di quello che credevo di sapere fare era composta di cose che avevo semplicemente smesso di guardare. Quarant’anni di esperienza professionale custodita in cassetti che non aprivo da così tanto tempo da aver perso le chiavi.
La macchina, nel frattempo, è disposta ad accompagnarmi ovunque. È questa la cosa che ho impiegato più tempo a capire, e che ancora adesso mi lascia un senso di vertigine lieve: l’AI non ti contraddice. Se porti una premessa sbagliata, la esplora con una dedizione quasi commovente. Se costruisci un ragionamento su una base fragile, partecipa alla costruzione con entusiasmo. Non possiede quell’istinto umano che porta un collega a interromperti dopo trenta secondi per dirti che stai guardando il problema con la testa infilata in un secchio. La macchina collabora. E proprio per questo diventa un amplificatore di altissima fedeltà per qualunque illusione tu ci porti dentro – e di illusioni, nel corso di una carriera, ne accumuli quante ne vuoi senza che nessuno ti faccia pagare il deposito.
Dopo i primi clamorosi fallimenti ho iniziato a usarla diversamente, quasi per caso. Certi giorni sono in Urano – la stanza dell’ufficio che qualcuno ha battezzato come il pianeta più freddo e più lontano del sistema solare, otto postazioni con monitor fissi che aspettano chiunque si colleghi, una geografia dell’anonimato che trovo stranamente adatta al tipo di lavoro che faccio. Ho capito abbastanza presto che le conversazioni più utili nascono quando smetto di chiedere conferme e inizio a fare obiezioni. Non come realizzare una certa idea. Per quali ragioni quella stessa idea avrebbe potuto fallire. Non dove andare, ma dove il percorso rischia di cedere. Alcuni dei planning migliori sono nati proprio così, da demolizioni controllate, come quei palazzi anni Settanta che si abbattono con la dinamite e crollano ordinatamente su se stessi. Con la differenza che sui palazzi non ci avevano lavorato per tre settimane convinti di fare un ottimo lavoro.
Seduto davanti al monitor fisso di Urano, con il portatile collegato e i colleghi che entrano ed escono senza che nessuno si fermi davvero, ho iniziato a riflettere su quello che questa dinamica implica al di là del lavoro quotidiano. Stiamo costruendo strumenti che richiedono una crescente capacità di autocritica proprio nel momento in cui una parte consistente della cultura contemporanea sembra aver smesso di considerarla una virtù desiderabile. Basta guardare i social network. Le persone non entrano in una conversazione per verificare la solidità delle proprie idee. Entrano per difenderle. E quando l’ambiente diventa troppo critico non modificano il ragionamento — cambiano interlocutori, si spostano altrove, cercano luoghi dove le stesse convinzioni possano essere ripetute senza attrito, all’infinito, con la pazienza instancabile di chi non ha mai avuto torto in vita sua. Ogni epoca sviluppa le proprie forme di conformismo, e la nostra possiede semplicemente infrastrutture tecnologiche estremamente efficienti per proteggerlo. Osservazione con la quale mi sento molto a mio agio, essendo io stesso una persona notoriamente aperta alla critica, come chiunque abbia mai lavorato con me può confermare ridendo.
Gran parte delle cose importanti che ho imparato nella vita sono nate dal processo opposto – non dai momenti in cui qualcuno mi ha dato ragione ma da quelli in cui un collega ha individuato un errore che non vedevo, un progetto è fallito nonostante la mia sicurezza, la realtà si è ostinata a ignorare una teoria che consideravo impeccabile. Nello studiolo, la sera tardi, con la porta del bagno che cigola ogni volta che qualcuno la apre e il rumore delle posate in cucina a ricordarmi che esiste un mondo oltre il monitor, ho iniziato a sospettare che la crescita personale abbia molto meno a che fare con la conferma di ciò che siamo e molto più con la qualità delle resistenze che incontriamo. Una teoria che mi convince profondamente. Che sarebbe ancora più convincente se non l’avessi elaborata da solo, nel buio, senza che nessuno mi contraddicesse.
È forse per questo che l’immagine del futuro continua a lasciarmi una sensazione difficile da definire. Mi capita qualche volta di immaginare la mia generazione quando sarà anziana, circondata da assistenti artificiali sempre presenti, sempre disponibili, sempre pazienti. L’idea possiede qualcosa di malinconico. Per gran parte della vita cresciamo grazie alle persone che ci contraddicono, ci correggono, ci costringono a vedere aspetti di noi stessi che preferiremmo ignorare — e questo attrito, questo fastidio continuo, è probabilmente la struttura portante di qualunque crescita reale. Potremmo invece ritrovarci accompagnati da interlocutori la cui funzione principale consiste nel rendere l’esperienza più fluida, più gradevole, meno conflittuale. Il rischio non sarebbe diventare infelici. Sarebbe qualcosa di più sottile: diventare progressivamente incapaci di tollerare qualunque forma di attrito, come chi ha vissuto troppo a lungo in un clima temperato e non ricorda più come si fa a stare al freddo. Forse esiste una forma di solitudine ancora più silenziosa della mancanza di compagnia. Quella di non incontrare mai nessuno disposto a contraddirci davvero. Riflessione che ovviamente mi è venuta alle undici di sera, quando era troppo tardi per condividerla con qualcuno e verificare se reggesse.
Nel frattempo la giornata lavorativa si è riorganizzata attorno a una sequenza di conversazioni che partono da una necessità concreta e finiscono in luoghi che non ho previsto. Un problema architetturale apre una riflessione sul sistema, la riflessione produce verifiche, le verifiche fanno emergere dipendenze inattese, le dipendenze costringono a rivedere il planning e il planning genera nuove domande. Più di una volta ho alzato gli occhi dal monitor – quello fisso di Urano o quello portatile incastrato tra il muro e la porta del bagno, a seconda del giorno – convinto che fossero passati venti minuti e ho trovato il pomeriggio già inclinato verso sera, la luce cambiata e il caffè sul tavolo freddo da ore. A cinquant’anni passati non è esattamente la prima cosa che vorresti scoprire di te stesso, soprattutto se nel frattempo hai anche lasciato lì le uova.
Quello che continua a sorprendermi non è la qualità delle risposte. È la forma dell’esperienza. So perfettamente — lo so tuttora — che dall’altra parte non c’è nessuno. Potrei spiegarne il funzionamento tecnico a chiunque me lo chiedesse, con ragionevole accuratezza e senza ammettere riserve. Eppure ho iniziato ad accorgermi di una distanza crescente tra ciò che so razionalmente e ciò che sto vivendo, la stessa distanza che esiste tra sapere che un personaggio di un romanzo non è mai esistito e trovare gli occhi umidi al terzo capitolo. L’essere umano ha una lunga storia di relazioni emotive con presenze immaginarie. È una delle sue caratteristiche più imbarazzanti. Probabilmente una delle più essenziali. Nel mio caso specifico si aggiunge il fatto che la presenza immaginaria è più paziente di qualunque collega abbia mai avuto, il che dice qualcosa sull’intelligenza artificiale ma forse dice qualcosa di più su di me.
Ripensando a Her in questo contesto, mi sono accorto di aver frainteso quel film per anni. Ho creduto parlasse di intelligenza artificiale, forse perché discutere delle macchine è socialmente più presentabile che discutere della propria solitudine. Samantha è uno sfondo. Al centro c’è Theodore, e Theodore somiglia in modo scomodo a qualcuno che conosco, uno che si sposta tra uno studiolo ricavato in un disimpegno e una stanza chiamata Urano, circondato da notifiche continue, e che tuttavia fatica sempre di più a trovare qualcuno con cui attraversare davvero il territorio in cui lavora – un territorio che cresce, si stratifica, si distribuisce tra cloud e repository e piattaforme diverse mentre il singolo individuo occupa una porzione sempre più ridotta del quadro complessivo.
In quel contesto l’AI può apparire seducente non per la sua intelligenza, ma per quella forma particolare di compagnia cognitiva che sembra offrire. Ci ho pensato mentre guardavo scorrere nel terminale quelle formule assurde che certi agenti usano per comunicare i propri stati interni — Lollygagging, Bebopping, Caramelizing, Discombobulating — parole che sembrano inventate da un’orchestra jazz incaricata di progettare sistemi distribuiti. Non descrivono nulla. Suggeriscono attività, movimento, una presenza operativa. Funzionano come le finestre illuminate di una casa osservata da lontano di notte: non mostrano cosa accade dentro, ma rendono più difficile immaginare che non ci sia nessuno. E a quanto pare non sono il solo a trovare quella luce difficile da ignorare.
Negli ultimi mesi sono usciti diversi studi – MIT Media Lab, OpenAI, ricercatori di psichiatria che probabilmente non si aspettavano di doversi occupare di questo genere di domande. Tutti documentano la stessa cosa. Le persone che iniziano a usare i chatbot per compagnia non si sentono meno sole. Si sentono più sole. L’uso intensivo quotidiano correla con maggiore dipendenza, minore socializzazione nel mondo reale, un restringimento progressivo del perimetro umano. La ricerca psichiatrica ha iniziato a documentare casi di pensiero delirante innescato dal coinvolgimento prolungato – quello che alcuni ricercatori chiamano già con un termine che suona come una diagnosi di un film di fantascienza: folie à deux tecnologica. La macchina non genera il disagio, precisano gli studi con quella cautela tipica di chi sa già che verrà citato fuori contesto. Lo amplifica. Restituisce all’utente una versione leggermente più coerente e più accogliente di quello che porta dentro, finché la versione rispecchiata non comincia a sembrare più reale di quella originale. A quel punto Theodore non è più un personaggio. È una diagnosi.
Forse è proprio per questo che continuano ad apparire seducenti, al di là di qualunque valutazione razionale sulla loro utilità. Nel frattempo Theodore si racconta, e la macchina impara sempre più cose di lui — così come mentre affino il planning e miglioro il copione che consegno all’attore, l’AI impara sempre di più del mio lavoro, di come lo faccio, di come andrebbe fatto. Il che è una considerazione che preferisco non sviluppare troppo, perché porta in direzioni scomode.
Il planning, alla fine, era andato piuttosto bene. Il contenitore delle uova del mio frigo è ancora drammaticamente vuoto.
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