A Ceuta, un’enclave spagnola in Marocco, sono entrate in pochi giorni tra 50 e 60 mila persone dal Marocco senza visti né permessi. Ad oggi si contano almeno 84 persone morte, rendendo questo uno degli eventi più letali per la popolazione locale negli ultimi anni, a cui aggiungere i feriti di cui non si conta l’entità. Nel frattempo, il governo spagnolo ha rimpatriato quasi tutte le persone entrate, come affermato dal ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska.

Questo avvenimento ha immediatamente dato luogo a una serie di interpretazioni della situazione, che hanno avuto la caratteristica comune di non considerare o al massimo lasciare sullo sfondo queste persone e i loro interessi, bisogni e desideri.

La categoria di guerra ibrida

Al centro delle spiegazioni sono state poste soprattutto ragioni geopolitiche, come quella che individua in una strategia a guida israeliana l’organizzazione di questi arrivi per mettere in crisi il governo spagnolo e quella che inserisce tali arrivi nella più generale guerra per il controllo dei mari tra Mediterraneo e Golfo Persico. Queste analisi utilizzano o si rifanno al concetto di guerra ibrida, dunque all’uso delle migrazioni come arma da parte di alcuni Stati contro altri Stati o governi[1]. È la stessa categoria che ha impiegato l’Unione Europea per inquadrare i tentativi di ingresso in alcuni Stati europei dai confini con la Bielorussia e la Russia, definendoli come un’arma del governo di Putin per destabilizzare il continente.

A queste ragioni si è aggiunta la propaganda, dal contenuto esplicitamente razzista o orientato a ribadire la distanza dalle politiche di regolarizzazione del Governo Sanchez. Il Governo italiano è giunto a sospendere lo spazio di libera circolazione (cosiddetto accordo Schengen) con la Spagna, nonostante l’inizio dei rimpatri verso il Marocco e, soprattutto, il fatto che le enclave di Ceuta e Melilla sono fuori dalle regole dello spazio Schengen.

Razzismo e disumanizzazione

Ovviamente, la propaganda razzista si è esaltata. Le parole utilizzate sono state quelle solite: invasione, assalto, allarme. La televisione spagnola ha proposto parole di guerra per inquadrare questi arrivi, assecondando il processo dominante di disumanizzazione brutale delle persone immigrate o richiedenti asilo che le riduce a mostri.

Un intreccio di processi

La realtà sul campo è, invece, più articolata.

Prima di tutto c’è la storia, non tanto quella coloniale, da cui residuano Ceuta e Melilla, ma quella delle politiche spagnole della frontiera che sono l’avanguardia delle politiche migratorie europee fondate sulle esternalizzazioni; dunque, su accordi con altri Stati per gestire, controllare e reprimere le migrazioni. La Spagna ha inaugurato dai primi anni ’90 queste politiche, poi divenute tipiche dell’intera Unione Europea, comprendendo anche l’enclave di Ceuta per la quale è in vigore un accordo di rimpatrio con il Regno del Marocco dal 1992. In questa politica la Spagna è divenuta l’avanguardia europea delle politiche fondate sull’esternalizzazione delle frontiere e sull’uso di tecnologie di controllo sempre più sofisticate. I muri di Ceuta e Melilla sono divenuti un riferimento per le polizie di tutto il mondo per la costruzione e il controllo di tali strutture fortificate.

Poi, dentro questa storia, c’è l’attualità, che è un intreccio di fattori che comprendono le relazioni internazionali, i desideri delle persone, la crisi economica e dei diritti umani interna al Marocco, i cambiamenti giuridici in Spagna. Per comprenderlo bisogna affidarsi a chi interviene e fa ricerca da tempo, come Ana Lopez Sala del Centro di ricerca nazionale CSIC e le organizzazioni solidali attive sul terreno, e tenere insieme emigrazione e immigrazione, come ci ha insegnato Abdelmalek Sayad. Intrecciando una conversazione che ho avuto con Ana con i comunicati delle organizzazioni locali[2] si comprende che è necessario prima di tutto riconoscere il malcontento presente tra i giovani marocchini e la povertà che è in costante aumento, ricordando, tra l’altro, che, dopo la pandemia, il Marocco ha chiuso la frontiera e molte persone che prima si mantenevano lavorando a Ceuta non possono più attraversarla con i passaporti di frontiera.

Questo è particolarmente evidente nel Marocco settentrionale, nelle aree di Tangeri e Tétouan, dove, in modo cronico, aumentano le differenze sociali e le disuguaglianze interne. I giovani del nord non riescono più a mantenersi e vedono crescere sempre di più la ricchezza delle élite marocchine.

Alcuni di questi giovani, negli ultimi tre anni, sono morti nel tentativo di attraversare il confine a nuoto, perché i perimetri di frontiera sono ormai praticamente invalicabili e l’accesso via mare rappresenta per molti l’unica possibilità,  anche se questo ha sempre fatto poca notizia. È un’enorme catastrofe umanitaria, ma non è un fenomeno dell’ultima settimana: è una tragedia continua che non si scopre oggi.

Nel 2024 sono stati documentati diversi casi di giovani morti nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina. Ne riporto alcuni di cui si hanno notizie certe. Il 9 marzo 2024 un ragazzo è morto annegato mentre cercava di attraversare il confine marittimo; il corpo è stato recuperato nelle acque prossime a Ceuta. Il 7 luglio 2024 è stato recuperato il corpo di un altro giovane morto durante il tentativo di ingresso a nuoto, con dispositivi di galleggiamento. Nel dicembre 2024 la Guardia Civil ha recuperato altri corpi di giovani migranti deceduti durante tentativi di attraversamento a nuoto.

Nel 2025 è proseguita e si è aggravata queste serie di morti giovani. I ritrovamenti di corpi sono aumentati nel corso dell’anno: a settembre la Guardia Civil aveva recuperato almeno 25 cadaveri nelle acque di Ceuta, in gran parte di persone che avevano tentato l’attraversamento a nuoto. A metà settembre il numero era salito a 31. A dicembre 2025 le autorità locali riferivano di 44 persone migranti morte sulle coste di Ceuta durante l’anno, più del doppio rispetto al 2024, quando i corpi recuperati erano stati 21. Il numero reale delle vittime potrebbe, nondimeno, essere superiore, considerando le persone disperse in mare e non recuperate (si stimano fino a 200 morti possibili).

Nonostante ciò, queste persone sono sempre state respinte. Tuttavia, dopo una durissima battaglia legale, una sentenza della Corte Suprema, la 814 del 2026, ha vietato le espulsioni rapide (la cosiddetta devolución en caliente) di coloro che riescono ad arrivare a nuoto.

A questa situazione si sono aggiunte nuove tensioni con il Marocco, legate al miglioramento delle relazioni della Spagna con l’Algeria, che storicamente ha mantenuto una posizione favorevole al Sahara Occidentale, al cui interno l’élite marocchina utilizza la propria popolazione come strumento politico.

Dunque, ciò che è accaduto è il risultato di una combinazione di fattori: un crescente malcontento, soprattutto nelle province settentrionali e tra i giovani del Marocco, determinato dalla riduzione delle libertà, dall’aumento della povertà e dalle minori possibilità di attraversare quotidianamente la frontiera per lavorare, combinato con ragioni internazionali e, soprattutto, con la spinta autonoma delle persone in movimento che hanno visto aprirsi uno spiraglio e si sono organizzate per varcarlo.

Anche se un numero imprecisato di loro è morto, perché agli 84 decessi accertati finora si potrebbero aggiungere quelli che i familiari stanno cercando.

L’autonomia delle migrazioni

In altre parole, per comprendere le emigrazioni, compreso il tentativo di Ceuta (probabilmente fallito perché il Governo spagnolo è impegnato a riportare tutte le persone indietro), bisogna riconoscere che le persone hanno e agiscono una propria autonomia: ciò che è accaduto è anche il risultato del loro disagio, del loro malcontento e della volontà di libertà e di un futuro diverso.

A Ceuta non sono giunti mostri, invasori o mezzi di guerre ibride. A Ceuta sono arrivati esseri umani in cerca, in ogni caso, di una prospettiva di vita migliore. Dalla prospettiva della giustizia sociale, dell’uguaglianza e dell’internazionalismo, l’analisi non può fermarsi ai complotti geopolitici, alla guerra ibrida – insomma, al pensiero di Stato. L’analisi deve dare centralità alla richiesta di libertà e vita che, ancora una volta, è venuta da quelle persone in movimento. E deve dare centralità alla loro richiesta di abbattere i muri, il filo spinato, le telecamere a infrarossi: superando il sistema mortale ed escludente delle frontiere europee.

Come mi ha scritto, e reso poi pubblico in un commento in un canale social, un giornalista del Punjab immigrato in Italia, Paramjit Dosanjh, “la migrazione non può essere spiegata soltanto con la geopolitica, con le frontiere o con le strategie dei governi. Bisogna guardarla attraverso gli occhi di chi, lasciando la propria casa, porta nel cuore un pugno della propria terra. Molto spesso non è la persona ad abbandonare il proprio paese: sono le circostanze che la costringono a farlo”.

Superare il regime delle esternalizzazioni

Il governo spagnolo ha affrontato la situazione con il rimpatrio. Non ha avuto il coraggio di riconoscere il fallimento delle politiche di esternalizzazione che, tra l’altro, alimentano le dittature. Non ha avuto il coraggio di dire che ciò che è accaduto a Ceuta, morti comprese, è causato dalle politiche migratorie e di frontiera in corso da 35 anni, che trattano le persone immigrate e potenziali richiedenti asilo come nemici interni e che, quindi, vanno abolite. Non ha avuto il coraggio di togliere a governi autoritari e antipopolari come quello marocchino il ruolo di poliziotto delle migrazioni delegato da Spagna e Unione Europea, grazie al quale può agire i propri ricatti, anche utilizzando la propria popolazione più povera come strumento politico.

Gli ingressi a Ceuta di questi giorni evidenziano che le politiche repressive delle migrazioni sono ormai fallite. Sarebbe proprio questo il momento di dimostrare che le persone migranti non sono un problema da contenere o da respingere, ma soggetti da tutelare, a cui devono essere garantiti diritti e dignità. È possibile, anzi necessario, costruire una politica migratoria fondata sul rispetto degli esseri umani, in una direzione opposta al modello promosso dal Nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo che accresce e normalizza la criminalizzazione delle persone migranti e potenziali richiedenti asilo e il razzismo istituzionale e sociale.

NOTE

[1] Ad esempio, un articolo di commento de El Pais si intitola: “Quanto accaduto a Ceuta non è immigrazione, è un attacco ibrido”.

[2] Per questi rinvio qui  e qui  e, specialmente, all’analisi dei collettivi di Ceuta attivi da venti anni sul terreno.