Siamo arrivati alla “fine della Storia”, o meglio alla fine di questa storia: “La Storia, del resto, non sembra mai essere tale mentre accade: appare come un lunedì qualunque”. Con questo episodio #09 di Apocalypse Prompt si conclude la serie di Alessandra Verna, un racconto sull’Intelligenza Artificiale e noi, sulla nostra vita al cospetto della macchina. Fatti e riflessioni da un mondo ormai abitato dall’AI generativa che ci hanno accompagnati in queste settimane estive.
Siamo a Napoli nel futuro, nell’aprile 2045 con 29 gradi alle sei e 10 del mattino “ed era novembre”. Com’è il futuro del protagonista, con “i nodi che sono server locali con modelli AI personalizzati”? Com’è la vita di quest’uomo cui, a 73 anni, mancano 22 mesi alla pensione e va a rileggere ciò che scriveva nel Ventisei? Com’è la fine di questa storia?
“Quello che sto vivendo è uno dei futuri che potevano capitarci, ma non era il più probabile. Ce n’erano di peggiori, così come ce n’erano parecchi di migliori; questi ultimi però li abbiamo mancati per pigrizia, per stanchezza, per la convinzione che tanto fosse già tutto deciso, che poi è la forma di pigrizia più elegante che conosca”.
Grazie davvero all’autore di questa auto-inchiesta, grazie a chi ci ha seguito in questa avventura. Chi si fosse perso un episodio lo ritrova su Effimera, sul sito: n #08; n #07; n #06; n #05; n #04; n #03; n #02; n #01; n #00.
Ci vediamo presto. Ci lasciamo, per il momento, pensando anche ai server spenti di Autistici/Inventati e ricordando qui, a futura memoria, la data della dichiarazione del Collettivo: sabato 6 settembre 2026. Ma questa è un’altra, terribile, Storia.
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La casa aveva già fatto le sue cose quando mi sono alzato. Il caffè no, perché lo faccio io, ma non per una posizione filosofica, è piuttosto un residuo caratteriale che difendo con la tenacia dei miei settantatré anni, per quanto mi sembri a volte commovente e leggermente idiota.
Lei dormiva in una stanza a ventidue gradi e mezzo; non è una temperatura mia: è sua, decisa dal suo nodo, che in tre estati ha imparato che se l’aria sale di un grado, lei si sveglia alle cinque e passa la giornata di malumore. In una casa i cosiddetti nodi sono tanti quanti sono gli abitanti che hanno già passato i quattordici anni.
I nodi sono server locali con modelli AI personalizzati.
Ognuno ha il proprio e non si fondono. Quello di lei conosce cose che io non saprò mai, perché il diritto alla privacy, a non essere completamente conosciuti anche da chi ci dorme accanto, lo abbiamo conquistato proprio nel momento in cui rischiavamo di perderlo.
Fuori erano ventinove gradi alle sei e dieci, ed era novembre. La notizia sarebbe il contrario.
Il rasoio è di quelli veri, con la lama che si cambia: esistono da quindici anni apparecchi che ti fanno la barba in ventidue secondi senza tagli, ma io continuo a passarmi una lama sulla gola come un fesso, che però sa dove sta, sotto la mascella, quella piega che va tesa con due dita. Lo specchio si è acceso mentre insaponavo, se acceso è la parola adatta: l’informazione non copre il riflesso, ci galleggia sopra, come sul televisore a valvole di mia nonna in quei quaranta secondi in cui vedevi la stanza e affiorava il mondo. Ho impiegato sessant’anni per tornare al punto di partenza, con la differenza che adesso il mondo che affiora sa come mi chiamo.
Al nodo non ho mai dato un nome. Yuri al suo sì, si chiama Losco, perché lui appartiene alla generazione che il nodo se l’è trovato addosso da adulta, dopo un’adolescenza passata a parlare con macchine di qualcun altro.
Adesso il nodo si prende a quattordici anni, l’età in cui la legge ti riconosce padrone della tua memoria e i genitori tirano fuori i soldi, con le stesse discussioni che si facevano per il motorino. Io gli parlo senza vocativo, come si parla in officina a uno che sta sotto la macchina e di cui vedi soltanto le gambe.
«Dimmi.»
Sopra la guancia insaponata è comparsa la curva della popolazione italiana, quella lunga discesa che somiglia a una spalla che si abbassa.
«Il decreto sulla previdenza è stato approvato stanotte. Riguarda anche te.»
Non mi sono fermato. Questo è il dettaglio che voglio ricordare, perché ci ho pensato dopo, sul treno: non mi sono fermato. La mano non ha esitato, il che significa che una parte di me aspettava quella frase da mesi e le aveva già preparato una sedia.
«Quanto?»
Avrebbe potuto rispondere con la media nazionale, una di quelle cifre che appartengono a tutti e quindi a nessuno. Ha fatto l’altra cosa, quella che ci ha tolto per sempre la possibilità di sentirci parte di una media: ha incrociato il decreto con i miei quarantasette anni di contributi, i buchi della partita IVA, i due anni riscattati nel Ventisei, e mi ha detto la mia data. Non la data degli italiani. La mia, su misura, come un vestito.
Giugno del Quarantacinque a sinistra. Aprile del Quarantasette a destra. Sotto, senza enfasi: ventidue mesi.
La data di sinistra ce l’avevo addosso da quattro anni; l’avevo detta a tavola a Natale, con quel tono tra il vanitoso e lo scaramantico che si usa per le cose che si desiderano davvero. Adesso guardavo la mia faccia incorniciata tra due numeri scritti con la stessa cortesia tipografica, come se spostare la fine del lavoro di un uomo fosse un’operazione di allineamento.
Ventidue mesi a quarant’anni sono un progetto, a settantatré sono una percentuale. La macchina del mio nodo conosce le tavole attuariali, sa qual è la mia percentuale, ma non me l’ha detta perché non gliel’ho chiesto. Non so se si chiami delicatezza. Sospetto di no.
«Quanto c’entra l’AI?»
Ha ricostruito la catena senza enfasi, con quel mezzo secondo di ritardo che il mio nodo ha sempre avuto, perché è un nodo onesto, di fascia media, comprato a rate nel Trentotto, mentre in questa città esistono case in cui la stessa risposta arriva istantanea. La differenza tra me e loro non sta più nel sapere ma nel mezzo secondo. Meno lavoro umano, meno base contributiva. Poi, il pezzo che nessuno aveva messo in conto: le cattedrali erano state costruite sulla promessa che l’Intelligenza sarebbe stata per sempre una cosa da chiedere altrove, pagandola a consumo. Un contatore, un tot per ogni pensiero, in cui il capitale previdenziale del mondo era entrato, perché quella promessa sembrava solida come l’acqua e la luce. Quando i pesi dei modelli sono usciti dalle mani di chi li produceva, la domanda non è calata: si è spostata di qualche metro, dalla fila davanti al contatore nella stanza accanto. Le cattedrali sono rimaste in piedi con la loro sete, in mezzo a un paese che contava l’acqua. La macchina che mi ha tolto di dosso il padrone, il contatore e il permesso è la stessa che si è mangiata la mia pensione. Non è un paradosso, ma una fattura, ed io l’ho pagata con l’unica valuta che il sistema accetta senza discutere: gli anni.
Quello che il nodo non ha fatto, in tutto questo, è dirmi cosa ne pensasse. Ha portato i pezzi e si è fermato. Ci abbiamo messo una generazione ad ottenerlo e nessuno ci aveva detto quanto sarebbe stato solitario: un tempo l’algoritmo ti dava un’opinione, così potevi almeno arrabbiarti con lui.
«Basta.»
I grafici si sono ritirati come si ritira l’acqua da un vetro. Ho finito di radermi e mi sono tagliato sotto la mascella, nel punto in cui non mi taglio mai, che poi è il modo in cui il corpo fa sapere alla testa di aver capito benissimo, mentre lei continua a comportarsi in maniera ragionevole.
«Preparati.»
«Per cosa?»
«Per andare da Yuri.»
Il portone non mi riconosce in viso, perché il riconoscimento facciale è vietato da undici anni: il mio nodo parla con la serratura, questa verifica che abito lì, apre. In quei due secondi mi metto gli occhiali, l’unica tecnologia della mia vita adottata per vecchiaia e non per entusiasmo, visto che le progressive mi servivano comunque; sulla stanghetta c’è un pezzetto di nastro, perché sostituirla costa quanto tre mesi di potenziamento del nodo, e io ho evidentemente deciso quale delle due cose mi renda più intelligente.
Il nodo mi aveva dato un numero, il corpo me ne ha dato un altro: il marciapiede restituiva il calore di una notte mai scesa sotto i ventisette ed io, alle otto, ero già in quella condizione in cui si smette di ragionare sul mondo e si ragiona sui prossimi trenta metri.
Il percorso proposto non era il più breve, non lo è mai: diciassette minuti invece di undici, la distanza calcolata per ultima, dopo il sole e la temperatura del pavimento. Lungo Via dei Tribunali gli occhiali facevano la cosa che non ho mai disattivato: confrontare presente e ricordi. La tipografia dove ritiravo le prove di stampa quando facevo il grafico – residenza turistica; l’istituto tecnico dove ho fatto il quinto anno – hotel a quattro stelle.
Il nodo non commenta mai, e la sequenza fa da sola, come la fila delle date su una lapide di famiglia.
Non ho mai visto Napoli così bella. Somiglia esattamente a quello che i turisti hanno sempre immaginato che fosse: l’intonaco scrostato sta dove si vede e non dove si vive, mantenuto così con la cura di un prato inglese, la festa a qualunque ora come una vigilia perenne di San Gennaro, la simpatia e la cazzimma nella proporzione esatta di un film degli anni Cinquanta del ‘900. Allora era solo un film, oggi non si realizza quasi più niente: Napoli produce esperienza di Napoli e lo fa benissimo, con una competenza che in un’altra epoca avremmo chiamato industria.
Il ragazzo mi si è messo di fianco a San Gregorio Armeno.
«Water? Taxi? You need help, sir?»
Sedici anni, una borsa termica a tracolla.
«Acqua fredda, due euro. Chella d”e distributori sta ‘a quattro e mmiez’.»
«No, grazie.»
Si è fermato mezzo passo dietro di me e ho sentito il silenzio che fa uno quando ricalcola.
«Ma vuje site ‘e ccà.»
«Sì.»
«E allora pecché nun m”o dicite subito? Aggio perzo tre minute.» Con l’indignazione tecnica di chi parla di un danno, non di una scortesia. «Tre minute a chest’ora sono quatte gruppe.»
Ha guardato un punto in aria alla sua sinistra, che è il modo in cui si guarda dentro gli occhiali.
«’O nodo mio m’aveva ditto ca eravate straniero… Tene sett’anne. Sbaglia sempe ‘a matina, quanno ‘a gente cammina chiano.»
Il suo nodo l’ho visto quando ha alzato il braccio: marca grossa, logo che luccica anche all’ombra. Pezzotto. Lo chassis identico all’originale, la serigrafia fatta meglio di quella vera, dentro quello che si è trovato. Come le scarpe, come la maglietta con il nome di una casa di moda scritto più largo del torace: la contraffazione qui non è mai stata un inganno, è una forma di partecipazione, ci si compra la scocca del mondo nel quale non si può entrare. Io ho un nodo che mi fa aspettare mezzo secondo e me ne lamento mentre mi rado, lui ha un nodo che gli mangia il pranzo. Siamo tutti e due proprietari della nostra macchina, eppure la distanza tra noi è più larga di quella che c’era tra me e il padrone, quando il padrone esisteva.
«Jatevenne, va’», ha detto, già girato verso un gruppo che scendeva dal vicolo. Poi si è voltato di nuovo.
«Uè. ‘O vico appriesso sta all’ombra fino ‘e nnove e mezza. Chisto addò state jenno vuje già sta pigliann sole.»
Aveva ragione. Gli occhiali non me l’avevano proposto perché quel vicolo tecnicamente è un cortile e nessuno lì dentro ha interesse a dichiarare niente. Ho girato dove diceva lui, dentro un fresco che sapeva di calce bagnata; mi è venuto da ridere per la prima volta da quando sapevo della pensione: quarant’anni di infrastruttura cognitiva planetaria e la strada più fresca me l’ha indicata uno scugnizzo incazzato.
A metà di corso Umberto, senza un metro d’ombra, la linea davanti agli occhi ha scritto: Pausa consigliata. Punto d’acqua a trenta metri. Mi sono quasi offeso. Ho passato quarant’anni davanti a macchine che mi dicevano di andare più veloce, la barra di avanzamento, il ticket con la scadenza, il pallino verde che certificava che ero vivo, il contatore dei token che scendeva mentre pensavo e, adesso, una macchina mi dice di fermarmi: quello che mi fa impressione non è che me lo dica, ma che abbia ragione. Mi sono fermato, ho bevuto; il taglio sotto la mascella si era riaperto con il sudore. Me ne sono accorto dal bruciore, che è un modo antichissimo di ricevere una notifica.
***
Nel riquadro da quattro sedute del treno per Baiano, c’era una famiglia.
Lui e lei sui ventotto, una bambina addormentata in braccio, un maschietto di sette o otto anni con le buste della spesa tra i piedi. Nordafricani.
La prima cosa che ho pensato è che erano troppo giovani per avere già due figli, ma mi sono accorto subito che quel pensiero non veniva da me: era la proiezione della curva sullo specchio. Ed io mi ritrovavo a fare i conti in tasca alla fertilità altrui, come un contabile del ministero.
Alle nove ho messo le cuffie per la call, la solita da undici anni: quattordici minuti, nessuno mi ha chiesto dove fossi, perché la domanda non esiste più. La lista dei to-do l’ho passata al nodo, che conosce il progetto, le mie convenzioni e mi cercherà solo se gli mancano informazioni o se tocca una delle cose che gli ho ordinato di riportarmi sempre, poche e tutte irreversibili.
Per trent’anni quello che sapevo finiva altrove, nei ticket, nei planning che addestravano l’agente destinato a sostituirmi; adesso sta nel mio nodo e tra tre anni e cinque mesi uscirà dalla porta insieme a me ed alle mie conoscenze. È lui che tratta con quello dell’azienda, enormemente più grande, e in una trattativa tra macchine chi ha più capacità detta il ritmo senza alzare la voce.
Essere proprietari non basta a essere pari: i miei nonni lo sapevano benissimo a proposito della terra.
Stavo lavorando davvero, ma contemporaneamente andavo da mio figlio, col finestrino aperto. È la cosa che ci hanno promesso per quarant’anni e non arrivava mai. È arrivata ai miei settantatré, il giorno in cui mi hanno spostato la pensione.
Le buste erano di negozi del centro. Il bambino faceva ballare un Pulcinella con la molla contro il vetro.
«Karim, statte fermo che ‘a sceti.»
Ci ho messo due fermate a capire che non tornavano dal lavoro: erano stati a Napoli da turisti. Io abito a Napoli e stavo uscendo dalla città. La direzione dei corpi, in un paese, dice più cose di qualunque grafico. La scena era di una normalità assoluta, la stessa di quarant’anni fa, con me al posto di lui e Yuri al posto di Karim, un altro contesto, le stesse dinamiche.
«Domani vado direttamente ai teli», ha detto lei. «Se aspetto martedì, con questo sole, mi bruciano i grappoli di fuori.»
Prima di aprire bocca ho chiesto in silenzio al nodo che varietà di datteri si coltivano nell’entroterra campano. Mezzo secondo, tre nomi. Ho alzato la testa pronto a fare la figura del signore che se ne intende, ma poi nell’istante in cui stavo per usarla mi sono vergognato: avevo davanti una donna che quel mestiere lo fa con le mani e la prima cosa che avevo fatto era chiedere a una macchina il permesso di parlarle! Quarant’anni di delega non se ne vanno perché il mondo è cambiato intorno a te. Restano nelle dita, come il fumo. Ho tolto gli occhiali e li ho messi in tasca.
«Scusate se mi intrometto. Datteri, avete detto? Qui?»
«Sopra Quadrelle. Undici ettari.»
«E l’acqua?»
«Meno di un noccioleto.» Ha spostato la bambina sull’altro braccio. «Il problema non è la quantità, è quando gliela dai. La palma vuole i piedi bagnati e la testa nel forno. Se sbagli il momento non muore, però il dattero esce piccolo e non lo compra nessuno.»
Ha detto due dei tre nomi che avevo letto negli occhiali più un altro che negli occhiali non c’era, motivo per cui sarebbe sempre meglio parlare con le persone.
«E l’impollinazione?»
Mi ha guardato meglio. «Voi che fate di lavoro?»
«L’informatico.»
«E allora perché sapete dell’impollinazione?»
«So soltanto che c’è una cosa che si fa a mano.»
«Si fa a mano. Si prende il fiore maschio e si va femmina per femmina. Sopra Nola lo fanno col drone, però il drone spreca il polline e il polline costa. Noi siamo in quattro e ci mettiamo undici giorni. Mia nonna in Tunisia lo faceva con la scala di legno.»
Lei è nata a Caserta; in Tunisia c’era stata sua madre, vicino a Tozeur. Quel sapere adesso serve sopra Quadrelle, non perché qualcuno abbia avuto una bella idea sull’integrazione: perché il clima di qui si è avvicinato a quello di là abbastanza da renderlo pertinente.
«Prima là c’erano le nocciole», ho detto.
«Ancora ce ne sono. Poche. Il problema della nocciola non è il caldo d’estate, è che d’inverno non fa più abbastanza freddo. La pianta ha bisogno di dormire. Se non dorme, la primavera dopo non capisce che deve svegliarsi e ti fa mezzo raccolto. Mio suocero ha tenuto duro fino al Trentanove, poi ha estirpato.»
Ho passato la mattina a farmi spiegare da una macchina perché il mio paese non paga più le pensioni, e ho capito tutto senza sentire niente. Trenta secondi sul sonno invernale di un nocciolo mi hanno fatto vedere il clima meglio di quindici anni di grafici: la macchina mi spiegava un sistema, lei mi raccontava un lutto agricolo di famiglia.
Il marito fino a quel momento aveva passato il tempo a impedire che Karim si sporgesse dal finestrino.
«Sto al centro di smistamento di Nola.»
«E cosa ci fate?»
«Aggiusto. Là dentro non c’è nessuno, dottò. Quattro chilometri di nastri, i bracci, i carrelli che si muovono da soli, e la notte non c’è manco la luce accesa perché a loro la luce non serve. Poi una cosa si rompe. E quando succede, quello che non funziona più, non è mai quello che il sistema segnala.»
Mi sono messo a ridere e lui si è insospettito.
«Perché ridete?»
«Perché è la stessa cosa che faccio io. Io aggiusto quello che scrivono le macchine. Il sistema ti dice sempre che il problema sta in un punto, ma il problema non sta quasi mai lì.»
«Eh… Uguale.»
Mi ha raccontato del braccio numero nove che perdeva il pezzo sempre alla stessa ora: la diagnostica dava la pinza, ma la pinza era nuova, così per tre mesi hanno cambiato pinze. Un mattino poi, lui ha visto che alle undici e venti il sole entrava da un lucernario e accecava il sensore. Hanno risolto con una lamiera da quattro euro. Me l’ha raccontato con lo stesso orgoglio con cui io racconto ancora il bug dell’iPad del San Carlo: due mestieri che non si somigliano in niente, tranne che tutti e due passiamo la vita a cercare una lamiera da quattro euro per far funzionare sistemi che costano milioni.
Stanno a Baiano da sei anni; prima a Casalnuovo, con il condizionatore che a luglio superava l’affitto. In collina la temperatura di notte scende ancora, per cui sette ore di macchina spenta per quattro mesi l’anno sono, in soldi, la differenza tra due figli e uno. Non l’hanno detta così: questa frase l’ho costruita io, e mi vergogno anche di questa, perché ridurre due bambini a una bolletta è esattamente il vizio del ministero.
«Vostro figlio dove sta?»
«A Baiano. Fa il barbiere, sulla piazza.»
«Ma è vostro figlio quello?» Ha dato una gomitata al marito. «Karim va da lui.»
Il bambino a sentire il suo nome si è voltato e ha detto che il barbiere gli fa il disegno di lato, ma che sua madre non vuole. Sua madre ha detto che il disegno costa tre euro in più. Il padre ha detto che glieli dà lui.
«Ha figli?», ha chiesto lei.
«No. Ha trentun anni, non ha nemmeno una compagna fissa. Non credo che ne voglia. Gliel’ho chiesto una volta e mi ha risposto che non se la sente di spiegare a un altro essere umano perché l’ha portato qua.»
Lo avevo detto senza pensarci, e mi è rimasto in bocca il sapore di una cosa che non si dice agli sconosciuti. Loro non hanno commentato, che è stata la loro forma di educazione.
Fuori sono cominciate le serre, i teli d’ombra tesi come vele basse, le file delle palme, poi le case: finite, basse, muri spessi, finestre piccole dalla parte del sole. Conosco la zona da cinquant’anni e non l’avevo mai vista così piena. Si preparano a scendere. Il bambino mi saluta con la mano da mezzo metro di distanza. Lei mi ha detto di riferire al barbiere che il disegno di lato è vietato. Non ci siamo detti i nomi: so come si chiama loro figlio e non so come si chiamano loro, il tipico modo in cui parla la gente sui treni. Per quaranta minuti non avevo incontrato l’immigrazione né la crisi demografica: avevo incontrato una famiglia che tornava a casa e aveva fretta perché il bambino doveva fare i compiti.
Nella piazza di Baiano la prima cosa che ho notato è stato il rumore. La folla fa un suono continuo, la gente che si conosce fa un suono a scatti, fatto di nomi gridati in mezzo alla strada. A Napoli, quella mattina, avevo attraversato tre chilometri di città bellissima senza sentire nessuno chiamare qualcun altro per nome.
Yuri ha alzato la testa, ha detto «Uè», ha continuato a lavorare e dopo trenta secondi mi è passato accanto e mi ha messo una mano dietro il collo per due, senza fermarsi. Mattia mi ha salutato con le forbici alzate come si saluta col bicchiere. Nessuno dei due mi ha chiesto come stavo, che è stata la cosa più affettuosa che potessero farmi: significava che ero uno di quelli che entrano senza essere ricevuti.
Accanto alla porta c’è una mensola di legno con dodici vani, come quella dei cappelli nei circoli di una volta. Dentro ci stanno gli occhiali. Nessun cartello: succede e basta, come togliersi il cappello in chiesa. I miei erano in tasca da due ore; li ho messi nel vano libero e ho sentito di aver fatto una cosa che aveva un significato, il che è ridicolo a settantatré anni per un paio di occhiali su una mensola.
Le poltrone da lontano sono quelle tipiche da barbiere, ma da vicino si vedono bracci sottili che si muovono con la lentezza educata delle macchine costruite per stare vicino ai volti delle persone. Grazie a queste poltrone “intelligenti”, in due potevano gestire nove clienti; nella terza poltrona un signore stava a occhi chiusi sotto un panno caldo. Mio padre se ne stava esattamente così, e diceva che suo padre gli raccontava la stessa cosa: l’unico momento della settimana in cui un uomo poteva stare zitto in pubblico senza doverne dare spiegazione. La differenza è che adesso il panno sul viso lo posa un braccio meccanico, con un movimento copiato da una mano vera e ripulito delle esitazioni. Non hanno tolto il gesto: hanno soltanto automatizzato il lavoro del garzone di salone, che è la ragione per cui lì dentro c’erano nove persone e non un distributore automatico di rasature.
In fondo, un biliardo e un bigliardino attorno al quale urlavano quattro ragazzini in due lingue. Yuri e Mattia sono bravi con le mani, ma il mestiere è tenere insieme la stanza: ogni volta che una conversazione sta per morire, uno dei due la raccoglie e la passa a qualcun altro come il sale a tavola.
Per una vita ho costruito sistemi in cui le informazioni si muovono tra le persone senza attrito. Mio figlio lo fa con la voce e con i gesti, in ottanta metri quadri, e lo fa meglio.
Di come sta non ho avuto bisogno di chiederglielo. Ogni nodo ha una parte pubblica, che ha preso il posto dei social: una stanza della propria macchina che dà sulla strada. Quello che Yuri pubblica resta a casa sua e nasce con addosso l’elenco di chi ha la chiave; se sono nell’elenco, il mio nodo va a bussare e mi rende partecipe, se non ci sono non sa nemmeno che esiste. Non è nascosta, non è filtrata: non c’è. Io di mio figlio vedo la stanza che mi ha autorizzato a vedere, e sospetto che venga arredata con cura prima delle mie visite.
Ho giocato a biliardo con un signore che giocava da solo, anche così gli uomini della mia generazione chiedono compagnia senza esporsi. Ho perso due partite guardando mio figlio lavorare. Verso l’una Mattia ha fatto un movimento del mento verso di lui e ha detto una parola sola, «Vai».
Seduti da “Agadir”, il marocchino in mezzo ai vivai, gli ho raccontato la giornata in ordine.
Lo specchio, le due date, i ventidue mesi. Ha detto una parolaccia molto precisa e poi ha chiesto se stessi bene: la domanda giusta, che nessuno mi aveva ancora fatto.
Della famiglia sul treno, ha detto «Karim» prima che lo dicessi io. Gli ho riferito del disegno di lato, ha risposto che lo farà lo stesso, perché il cliente è il bambino.
La sera il paese si riempie, arrivano dai comuni intorno e da Nola quelli che hanno finito il turno; è venerdì e il negozio resta aperto fino a tardi.
«La scena musicale, qui, com’è?»
«Non so bene come si chiama il genere. C’è uno di Quadrelle con la fisarmonica e un ragazzo che ci sta sopra col guembri. All’inizio faceva ridere. Adesso è così e basta. Nessuno lo chiama in nessun modo, papà, è una musica tra le tante… qui è tutto un melting pot»
La mattina, una donna mi aveva spiegato che il metodo con cui i suoi nonni curavano le palme, adesso lo usano sopra Quadrelle… Mi sono ritrovato a pensare alla talea, il ramo che si innesta in un’altra pianta: quello che cresce dopo è una nuova cosa e, se il lavoro è fatto bene, regge meglio di tutte e due.
Yuri mi stava dicendo la stessa cosa parlando di musica.
«Tu, invece?»
Ha capito benissimo.
«Sto ancora con Nadia, ormai è da un anno e otto mesi. Adesso lavora a Nola, all’ospedale. Lei continua ad avere il nodo a casa sua, io tengo nella mia, ci vediamo quattro sere su sette.»
«E vi va bene così…»
«Ci va bene adesso. Fra cinque anni non lo so.»
Ha alzato le spalle senza nessuna difesa nella voce. «Papà, io non è che ho deciso di non fare figli. Non ho deciso niente. Non mi manca. Se un giorno mi mancherà, poi me ne preoccuperò.»
Non ho insistito, per due motivi. Il primo è che non avevo niente di decente da dire. Il secondo è che nemmeno io avevo deciso niente: Yuri è arrivato quando avevo quarantadue anni, in un momento in cui con la mia ex non stavamo progettando nulla di particolare. Forse, la verità che la mia generazione non dice ad alta voce, è che quasi nessuno di noi ha scelto di diventare padre; lo siamo diventati in mezzo ad altre cose, poi ci siamo raccontati che era un progetto. La differenza tra noi due non è che lui rifiuta e io ho accettato. La differenza è che lui lo sa.
Con la notizia sulla pensione fissa nella testa, mi viene da pensare che, seppure mi nascesse un nipote, il calcolo non tornerebbe: se si mettesse d’impegno già da domani, quel bambino comincerebbe a versare contributi verso il Sessantasei, quando io dovrei avere novantasei anni. Un nipote non è una riforma previdenziale. Questa è la parte comica della giornata: la stessa mattina in cui una macchina mi ha spiegato che devo lavorare ventidue mesi in più perché non nasce più nessuno, io mi sono seduto a fare le pulci alla vita sentimentale di mio figlio, come se la faccenda si potesse sistemare in famiglia. Per Yuri invece, la speranza è nei tanti Karim d’Italia
Ci siamo abbracciati sulla porta, tre colpi sulla schiena e via, come sempre.
***
Il treno delle tre era mezzo vuoto, privilegio di chi si muove nella direzione opposta.
Il lavoro era andato avanti da solo: quattro voci chiuse, una domanda in sospeso, l’ultima scritta in un modo che ho riconosciuto come mio, compresa la mania di lasciare una riga vuota prima del blocco che conta – presa nel 1998 da un collega morto nel Ventinove.
Tra Avella e Nola ho fatto la cosa che avevo evitato per otto ore, cioè pensare veramente ai ventidue mesi.
La verità è che sono stanco. Non della giornata: in quel modo in cui si è stanchi a settantatré anni, che non si risolve dormendo. Il lavoro di oggi è leggero, lo è davvero: la call, la lista, il nodo che macina, due o tre punti in cui serve la mia testa, poi alle cinque è finita. Il problema non è il peso. Il problema è che ho passato quindici anni con il timore, ogni giorno, di stare a un passo dall’essere sostituito… è una sensazione non se ne va per decreto, ti resta cucita addosso.
Ci sono le leggi, oggi: il disincentivo al licenziamento per sostituzione algoritmica, gli sgravi che l’azienda incassa per accompagnarmi alla pensione invece di scaricarmi.
Sarei un ipocrita se raccontassi che sono ancora lì per meriti miei. Sono lì perché tenermi è più conveniente, è questo che mi ha salvato il culo. Uno può offendersi per una frase del genere e io l’ho fatto più di una volta, però bisogna ammettere che tutte le tutele degli ultimi due secoli hanno funzionato così, rendendo conveniente non farci a pezzi. Il rispetto della dignità non è mai stato un sentimento del padrone: è sempre stata una voce di costo per la quale si è combattuto affinché fosse messa a bilancio.
Senza tutto questo, starei sul treno con gli stessi ventidue mesi davanti, perché la demografia è la demografia e i fondi li avevano già bruciati. Sarebbero però ventidue mesi di un lavoro che si mangia ogni momento, con il contatore che scorre mentre penso. Non li reggerei.
Alla mia età lo tollero soltanto perché mi occupa poco tempo: la questione non è più cosa fai, è quanta parte della giornata ti resta dopo.
La cosa che mi porto a casa, però, non sta in nessuna di quelle conquiste.
Il ragazzo di San Gregorio Armeno sa che quel vicolo resta all’ombra fino alle nove e mezza, mentre nessuna mappa al mondo lo sa.
La donna del treno sa che la palma vuole i piedi bagnati e la testa nel forno.
Il marito sa che alle undici e venti il sole acceca il sensore.
Mio figlio sa tenere insieme una stanza con ventidue persone dentro.
Nessuna di queste quattro cose sta in un modello, e non perché siano stupidi: non ci sta perché nessuno le ha ancora consegnate. Per trent’anni abbiamo consegnato tutto, ogni volta in cambio di un’efficienza reale: un pezzo alla volta, quello che sapevamo usciva dalle nostre mani e tornava indietro sotto forma di servizio da pagare.
Il treno è entrato in galleria e nel vetro nero ho guardato il mio riflesso, la seconda volta in un giorno; la prima aveva la faccia insaponata e due date ai lati della testa.
Siamo usciti dall’altra parte e la luce mi ha fatto socchiudere gli occhi – il modo in cui la luce si comporta davvero quando arrivi in fondo al tunnel, senza nessuna riconoscenza da parte tua. La luce, oltre la galleria, è una caratteristica strutturale, non una promessa.
La frase – la luce in fondo al tunnel – me la ricordo da sempre, pronunciata da ministri, amministratori delegati, direttori del personale e, persino da me stesso, in due riunioni delle quali non vado fiero. Ha sempre significato che bisognava resistere ancora un po’, ma a pronunciarla era, ogni volta, qualcuno che in quel tunnel non c’era.
Oggi non me l’ha detta nessuno. L’ho vista io dal finestrino, dura fino alla prossima galleria che, su questa linea, arriva dopo quattro minuti.
A casa lei mi ha chiesto com’era andata e ho risposto “Bene”, che è la risposta esatta e insieme la più incompleta di cui disponessi. Della riforma ho parlato per ultimo, come si dice per ultima la cosa che si è tenuta dentro tutta la giornata; lei ha fatto la cosa giusta, cioè niente, per un poco.
In bagno ci sono tornato verso le undici. Aprile del Quarantasette stava ancora nell’angolo dello specchio, dove il nodo lascia le cose che secondo lui non ho finito di guardare. Mi sono accorto che stavo per chiedergli quante mattine mancassero, quel numero esatto che lui ha e che mi direbbe in mezzo secondo senza commentare.
Non gliel’ho chiesto. Gli ho chiesto un’altra cosa.
«Fammi rileggere quello che scrivevo nel Ventisei.»
Lo specchio si è riempito di righe sopra la mia faccia, in quel riflesso che fa vedere insieme il testo e chi lo ha scritto.
Quel signore di cinquantasei anni aveva paura, era una paura fondata: scriveva che il lavoro si stava smontando pezzo per pezzo, che quello che sapevamo usciva dalle nostre mani per rientrarci sotto forma di servizio a consumo, che il contatore girava mentre pensavamo, che chiamavamo proprietà cose che non ci appartenevano.
Sui fatti non ha sbagliato quasi niente. Su una cosa sola ha errato del tutto: dava per scontato che quello che stava accadendo non poteva essere fermato. Scriveva del futuro con lo stesso tono con cui si scrive il referto dopo un’autopsia.
Il mondo in cui l’ho riletto è più povero di quello, più vecchio, più caldo e più diseguale. Contiene però cose che quel signore non metteva tra le possibilità serie, nemmeno nelle giornate buone: lavoro cinque ore, la mia conoscenza sta in una macchina che ho pagato io e mi appartiene, nessuno registra dove mi trovo, mio figlio taglia i capelli in un paese vivo e, in questo momento, dentro il suo negozio, c’è gente che ha appoggiato gli occhiali su una mensola e parla con degli sconosciuti da due ore. Niente di tutto questo era nelle previsioni, nonostante le facessero persone molto più informate di me.
Per fortuna, non è successo, non certo perché la tecnologia si sia ammorbidita da sola.
È accaduto perché una quantità enorme di persone ha fatto una quantità enorme di cose piccole, quasi tutte poco eleganti, nessuna all’altezza del problema nel momento in cui la stava facendo.
Una legge scritta male e corretta tre volte.
Un ragazzo che fa girare un modello su una scheda da videogioco per mostrare agli amici che ci riesce.
Quattro parole inglesi rimesse nell’ordine giusto.
Un’assemblea di novembre in cui parlano in undici e sembra un pomeriggio buttato.
Una causa che dura sei anni e la vincono persone che nel frattempo hanno cambiato mestiere.
Nessuna di queste cose, mentre accadeva, aveva l’aria di essere Storia.
La Storia, del resto, non sembra mai essere tale mentre accade: appare come un lunedì qualunque.
Della fine della Storia, mi hanno tormentato per tutta la giovinezza; ci avevo creduto pure un poco, nel modo distratto in cui si crede alle cose che dicono tutti.
La Storia però non finisce e questa è una notizia peggiore di come suona, perché significa che non finiscono nemmeno le rotture di scatole, che niente di quello che abbiamo ottenuto sta fermo dove l’abbiamo messo.
Fra dieci anni è probabile che qualcuno provi a rimettere il contatore, con un altro nome e con ottime ragioni. Sarà compito di qualcun altro accorgersene in tempo.
Significa anche l’altra cosa, però. Quello che sto vivendo è uno dei futuri che potevano capitarci, ma non era il più probabile. Ce n’erano di peggiori, così come ce n’erano parecchi di migliori; questi ultimi però li abbiamo mancati per pigrizia, per stanchezza, per la convinzione che tanto fosse già tutto deciso, che poi è la forma di pigrizia più elegante che conosca.
Quel signore di cinquantasei anni credeva di stare descrivendo un destino. Ma era solo un lunedì.
Ho detto “Basta” e lo specchio è tornato ad essere uno specchio.
Domani mattina mi devo radere di nuovo.
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