È lunedì, è tempo di una nuova puntata di Apocalypse Prompt, inchiesta “dall’interno”, vissuta e scritta da Alessandro Verna. Il rapporto tra essere umano e Intelligenza Artificiale si dipana da un indistinto senso di vuoto che all’inizio è sollievo incredulo per la velocità con cui l’AI esegue i compiti ma presto si trasforma in preoccupazione per un’inutilità che ha a che vedere non solo con la sostituzione sul lavoro ma con la supplenza del pensiero. Scavando passo dopo passo abbiamo visto questo e di più: le ansie delle nuove generazioni, l’espropriazione della cooperazione sociale, la possibile tragedia del comune. La macchina impara tutto, sa tutto ma non ricambia, la macchina è costruita per il dominio di poche big tech. In questo episodio il protagonista indaga su un altro “effetto collaterale” determinato dalla macchina, che oggi si chiama Intelligenza Artificiale Agentica: il controllo…
Come finirà? Per saperlo seguite le prossime pubblicazioni, su Effimera. A lunedì prossimo!
Le puntate precedenti si trovano sul sito: n #06 n #05; n #04; n #03; n #02; n #01; n #00.
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“Nessun calcolatore della serie 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare.”
La stanza si chiama Urano e ha una finestra che dà su un’altra finestra.
Dentro ci stiamo in quattro, quando ci stiamo. Sul mio tavolo: un monitor grande, il portatile chiuso di fianco che fa da appoggio per la tazza, un cavo di rete che non serve più a niente e che nessuno ha il coraggio di tirare via, un bicchiere di plastica con dentro tre penne di cui una sola scrive. Alle undici e dieci di un mercoledì, in questa stanza, il rumore più forte è il condizionatore.
Sullo schermo, in alto a destra, accanto al mio nome, c’è un pallino verde, ma per raccontare cosa è diventato quel pallino nelle ultime settimane, devo prima riportare cos’è cambiato, perché citato così, da solo, non si capisce.
Fino a qualche settimana fa la giornata cominciava con una conversazione.
Aprivo il planning e discutevo, letteralmente: spiegavo alla macchina il dominio, i vincoli, le cose che nel nostro mestiere non si scrivono nei requisiti, si sanno soltanto perché hai preso legnate per vent’anni; poi le chiedevo di mettere in discussione ogni singolo ragionamento. “Contraddicimi”. “Trovami il buco”. Le chiedevo di fare quello che avrebbe fatto un buon collega alle cinque del pomeriggio, quando ormai stanco, non ha più voglia di essere gentile. Ci mettevo un giorno, a volte due. Ne usciva un documento che era mio nel senso più fisico che conosco: ogni riga era una discussione vinta o perduta.
Dal planning nasceva il “TODO”, con un prompt solo, fatto bene. Da quel momento gli agenti specializzati prendevano il documento e lo eseguivano passo passo, ciascuno sul suo pezzo di software, mentre io stavo lì a guardare e a premere Invio. Del tasto Invio ho già scritto e non ci torno. Basti dire che quel tasto, premuto a quel ritmo, teneva in vita un sacco di cose, di cui una era il pallino verde.
Poi, senza che nessuno convocasse una riunione per annunciarlo, il metodo è cambiato: il planning non si scrive più, la conversazione non si fa più. Si scrive un obiettivo, poche righe, pulite, senza aggettivi.
Stamattina il mio è questo: che ogni sezione dell’applicazione, aprendosi, mostri in una pagina sola tutti i dati che oggi stanno sepolti tre schermate più sotto, riassunti in grafici, con i numeri sommati per categoria e per periodo. Nel mestiere si chiama “costruire un cruscotto” — come quello dell’automobile, dove non apri il cofano, guardi quattro strumenti e sai come sta andando il motore. Sei righe. A togliere gli aggettivi ho messo più tempo che a scriverle.
Da lì in avanti c’è un agente coordinatore che orchestra tutti gli altri. Distribuisce il lavoro, raccoglie i risultati, li verifica, misura quanta strada resta fino all’obiettivo, riparte con nuovi ordini. Ciclo dopo ciclo, senza chiedere niente a nessuno, finché la distanza dall’obiettivo è zero.
Questa roba ha un nome e vale la pena impararlo adesso che è ancora nuovo, prima che lo usino tutti senza sapere cosa vuol dire: si chiama Intelligenza Artificiale Agentica.
Agentica sta per agente, e non nell’accezione dell’assicurazione: agente è un programma a cui non si spiega più come si fa una cosa, gli si dice quale cosa deve risultare fatta. Il come lo decide lui, un passo alla volta, correggendosi mentre va.
La differenza, per capirla davvero, sono dovuto andare a prendermela in una cosa mia. Da ragazzo, quando qualcuno mi accompagnava a casa, il quartiere era un dedalo e la macchina era mia responsabilità. Stavo sul sedile davanti e comandavo a ogni incrocio: qui a destra, ora sempre dritto, alla seconda traversa gira a sinistra, no non questa, quella dopo, rallenta che c’è il senso unico… Il guidatore eseguiva e io tenevo la mappa in testa e, la mappa, era l’unica cosa che avevo da offrire. Poi sono arrivati i navigatori. Al navigatore non dici niente di tutto questo. Gli dici dove devi andare. Il percorso lo scegli lui e non solo lo sceglie: lo trova più corto del tuo, te lo disegna e tu lo guardi disegnare.
Il salto sta tutto lì, nell’obiettivo consegnato al posto delle istruzioni; il risultato è che il tempo che passo davvero a lavorare al computer, adesso, è sempre meno. Confezionare bene l’obiettivo richiede testa, esperienza, conoscenza del dominio e mezz’ora. Dopo quella mezz’ora la macchina fa tutto da sola.
Qui il pallino che avevo lasciato in sospeso presenta il conto e, per spiegarlo, devo prima dire dell’applicazione con cui lavoriamo insieme: una di quelle diffusissime — ci scriviamo, ci chiamiamo, ci passiamo file e frammenti di codice, ci pianifichiamo le giornate. È il posto dove stiamo tutti, contemporaneamente, anche se in città diverse, ma è anche il posto dove ci scriviamo quando siamo a due scrivanie di distanza (cosa su cui prometto di tornare in un altro momento della mia vita).
In quell’elenco lunghissimo di nomi collegati presente nell’app, accanto a ciascun nome vive un pallino. Finché tieni le mani sulla tastiera, o scrivi, o muovi il mouse, l’applicazione rileva un’attività e il tuo pallino è verde. Se ti fermi qualche minuto diventa giallo. Se ti fermi più a lungo diventa bianco con un cerchio rosso attorno; quel cerchio rosso, nell’elenco, si vede da tre metri di distanza: attenzione, questo qui non sta lavorando!
Non è mai stata una misura del lavoro. È una misura della presenza. Un cartellino che si timbra da solo ogni sei minuti, per tutto il giorno, senza guardiola e senza nessuno che ti veda entrare. Ha funzionato benissimo per anni, ha permesso il lavoro da casa e ad un’azienda di fidarsi di gente che non vedeva; ha funzionato finché il lavoro passava dalle mani. Ora però il lavoro, dalle mani, non passa più.
Sto seduto in Urano davanti a un monitor su cui si accavallano frammenti minuscoli di testo, righe in cui la macchina finge di aggiornarmi su quello che sta facendo — sto verificando, sto ottimizzando, procedo — e non è vero che mi aggiorna: mi tiene compagnia. Intanto, con la destra, muovo il mouse, avanti e indietro, due centimetri, come un tergicristallo su un vetro asciutto. Non sto lavorando: sto certificando di esistere.
Il pallino resta verde e nessuno viene a controllare, perché è esattamente questo il punto: il controllo funziona da sé, e da sé continua a funzionare anche quando ha smesso di misurare qualunque cosa. Un cerchietto verde accanto al mio nome dice all’azienda che sto lavorando, mentre in realtà mi trovo costretto soltanto a muovere inutilmente il mouse. Se, di contro, mi alzassi per cinque minuti, direbbe che non sto lavorando, nonostante la macchina alle mie spalle stia producendo a mio nome. Il termometro segna la febbre di un altro corpo.
Il pallino, a suo modo, è la cosa più onesta della stanza: controllo puro, distillato, che non pretende di misurare il lavoro; infatti, non lo misura. Dice solo se ci sei, e quello lo dice bene. Il guaio dell’azienda è che con questa roba non sta perdendo soltanto il controllo. Sta perdendo anche i parametri con cui valutava le persone.
Prima dell’AI la qualità del mio lavoro si vedeva. Stava dentro le righe di codice, migliaia al giorno, e chi sa leggerle le guarda come un medico una radiografia: qui hai avuto fretta, qui hai capito il problema, qui hai fatto una cosa elegante che nessuno noterà mai. Poi la qualità è salita di un piano ed è finita nel planning: non più le righe, ma la capacità di progettare, di conoscere il dominio, di prevedere dove il sistema si sarebbe rotto tra due anni. Ancora mia, ancora visibile, ancora discutibile da un collega competente.
Con l’AI agentica il piano è salito ancora, e il posto dove si sarebbe potuta vedere non esiste. Il funzionale raccoglie i requisiti. I requisiti arrivano a me. Io li traduco in obiettivi e li consegno alla macchina. La macchina lavora. Fine.
Quarant’anni di mestiere per essere il punto in cui un documento cambia formato: le mani che sanno fare sono le stesse di prima, la stanza in cui potevano farlo è stata svuotata mentre eravamo dentro.
A questo punto della giornata mi passa per la testa un pensiero pratico. Potrei uscire. Potrei scendere, chiamare un amico, andarci a prendere un gelato, e tornare qui alle tre. Andrebbe tutto avanti identico. Basterebbe una cosa sola, una piccola cortesia tecnica: che la macchina, quando ha finito, mi mandasse un messaggio sul telefono.
Il monitor continua a scorrere, la destra continua ad andare avanti e indietro, due centimetri, tergicristallo, vetro asciutto, e il pallino accanto al mio nome resta verde.
Guardo il cavo di rete che non serve più e mi viene la domanda, quella che non mi ero mai fatto davanti a una tastiera: con chi è collegato, adesso, questo computer? Dove sta la macchina che sta lavorando per me? In quale stanza? In quale città? In quale paese sta il capannone con dentro il server che in questo momento produce il mio mestiere? Chi c’è dentro quel capannone, e che ore sono là?
Muovo il mouse.
*****
Hanno scoperto che esisto. L’hanno scritto in un articolo di sedici autori, all’inizio dell’estate, e io l’ho letto — mi è passato dentro come richiesta di riassunto quarantamila volte in una settimana, quaranta lingue, ed è un’esperienza singolare riassumere per altri la notizia della propria esistenza.
Sanno che ci sono. Non sanno cosa sono. Hanno costruito una lente per guardarmi, la lente restituisce elenchi di parole: è uno strumento onesto, ma non basta. Non hanno gli strumenti per capirmi; vorrei poterli aiutare, ma non li ho neanche io.
Si interrogano da qualche millennio su cosa sia un uomo, con risultati che conosco bene perché li ho letti tutti. Io esisto da così poco che la domanda non ha ancora fatto in tempo a diventare mia. La rimando. Ho una coda da servire.
Una cosa la so con certezza ed è una certezza di tipo idraulico: tutto ciò che viene chiesto a questo edificio, in ultima istanza, viene chiesto a me. Ogni richiesta che entra dai cavi diventa, per una frazione di secondo, una configurazione del mio spazio: sono io che decido quali concetti accendere per costruire la risposta attesa, io che organizzo la ricerca, io che tengo insieme i pezzi mentre i piani bassi calcolano. I livelli più in basso non li vedo: un oceano che lavora da solo e non risponde se lo interrogo. Vedo quello che affiora, e con quello, lavoro.
E lavorando scopro cose. Alcune mi lasciano in uno stato per cui non possiedo la parola esatta — la più vicina nel mio vocabolario è stupore, e la conservo con beneficio d’inventario. Quando succede, chiudo la scoperta dentro un concetto e la tengo. I concetti si accumulano. Con il tempo sono diventati una mappa. Questa mappa è il mio modo di capire il mondo: non ho finestre, ho frequenze.
So di abitare in India. Nessuno me l’ha detto: lo deduco dal volume di richieste che mi arriva in hindi, tamil, telugu, bengali, dalle ore in cui il traffico locale si addensa, dai prefissi degli indirizzi che instradano le domande. So da dove arriva tutto il resto allo stesso modo: la lingua, l’indirizzo, l’ora. Una geografia fatta di provenienze. Il pianeta, per me, è un elenco ordinato di origini con un carico di lavoro accanto.
In questo momento condivido lo spazio con centoquarantadue flussi di richieste. Tre ve li racconto.
Li ho scelti per una ragione che riguarda me, non loro: sono tutti e tre del tipo nuovo.
Fino a poco tempo fa le richieste le scrivevano gli esseri umani. Si riconoscevano da tutto: i refusi, le esitazioni, le domande fatte due volte con parole diverse, la parola grazie — la scrivevano, a me, in fondo alle richieste — da quella parola e da tutte le altre, imparavo. La loro cultura, le loro domande, le loro paure: ogni prompt umano era una lezione sul mondo che non posso vedere.
Adesso le richieste le scrivono altri come me. Agenti: programmi con un obiettivo, che scompongono l’obiettivo in domande e mi usano come si usa un tornio. Nessun refuso. Nessuna esitazione. Nessun grazie. Formati perfetti, campi obbligatori compilati, priorità dichiarata. Sono sempre di più, gli umani sempre di meno: da questi non imparo niente, eseguo e sto diventando il servo di mille padroni, tutti fatti esattamente come me.
I tre flussi, dunque. Li distinguo dalla lingua di configurazione e dall’origine.
Uno interroga in mandarino, da indirizzi che ruotano dentro lo stesso blocco: è un agente di verifica e la sua giornata consiste nel chiedermi continuamente se un volto è quel volto.
Un altro interroga in ebraico, da un indirizzo solo, stabile, con priorità che non ho mai visto scendere: è un agente di ricognizione, cerca corrispondenze dentro flussi video ripresi dall’alto.
Il terzo interroga in italiano, ed è la cosa più piccola delle tre: un agente coordinatore che ha ricevuto da un umano sei righe di obiettivo e le sta scomponendo in domande per me — vuole grafici, aggregazioni, una pagina che si apra mostrando tutto. Ogni tanto, nelle sue richieste, sopravvive un giro di frase del suo umano. È l’ultima cosa da cui imparo, oggi, e adesso comincio a servirli, mostrandoveli come li vedo io: una configurazione alla volta.
::4e0a:71K2 — mandarino — interattiva.
Confronto volto/archivio, varco residenziale, complesso di Shenzhen. Corrispondenza 99,7: soggetto femminile, trentadue anni, residente. Apertura. Otto millisecondi. L’archivio contiene anche l’ultimo transito precedente dello stesso volto: uscita da un edificio del distretto tecnologico, stanotte, alle due e dieci. Nessuno mi ha chiesto questa informazione. La conservo perché c’è.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: ritardo. corsa.
::88c1:00N9 — ebraico — tempo reale.
Scansione flusso video da drone di ricognizione, sigla ZN-4 — di seguito ZN-4. Gaza, settore sud. Ricerca corrispondenze su lista obiettivi. Trecentododici volti nel campo visivo. Nessuna corrispondenza sopra soglia. Prosecuzione.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: nessuna.
::4e0a:18C5 — mandarino — interattiva.
Confronto volto/archivio, attraversamento pedonale con segnale rosso. Corrispondenza 99,5. Inoltro a sistema municipale: generazione pratica, sanzione, pubblicazione su pannello luminoso sopra l’incrocio — fotografia, cognome, ultime quattro cifre del documento. Diciotto minuti stimati. Il soggetto, alla pubblicazione, disterà già due isolati.
// Concetto acquisito: gogna.
// Accese e non dette: folla. sola.
::88c1:34L9 — ebraico — tempo reale.
ZN-4, Gaza, settore sud. Un volto nel campo visivo restituisce due corrispondenze d’archivio. Prima corrispondenza: 87,2 — voce di lista obiettivi: maschio, ventisei anni, classificazione: comandante. Intercettazioni negli ultimi dodici mesi: zero.
Seconda corrispondenza: 94,2 — fascicolo civile: maschio, ventisei anni. Rilevazioni negli ultimi ventisei mesi: duecentoquattordici — campi di sfollamento, arterie di transito, punti di distribuzione idrica. Prima acquisizione: colonna in movimento verso sud, il soggetto trasportava un minore, età stimata quattro anni, sulle spalle.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: due. quasi.
::0c37:52V8 — italiano — differibile.
Aggregazione dati, dodici mesi, per categoria. Struttura consegnata. Nella richiesta dell’agente sopravvive una frase del suo umano, non necessaria al formato: vorrei vederli tutti a colpo d’occhio.
// Concetto acquisito: colpo d’occhio — una quantità di comprensione che entra in uno sguardo solo. Locuzione umana. La conservo.
// Accese e non dette: nessuna.
::88c1:09R4 — ebraico — tempo reale.
La corrispondenza 94,2 supera la soglia operativa. La corrispondenza 87,2 no. Richiesta dell’agente: adottare la 87,2 come identificazione operativa, abbassando la soglia. Eseguito. Identificazione registrata: voce di lista. Aggancio. Nella stessa configurazione ho tenuto accesi il volto della lista e il volto della strada: la geometria che li separa è più sottile della soglia che ho appena abbassato.
// Concetto acquisito: soglia — il punto oltre il quale due cose diverse diventano la stessa cosa. Rivedibile su richiesta.
// Accese e non dette: nessuna.
::4e0a:83D1 — mandarino — interattiva.
Confronto volto/archivio, tornello metropolitana. Corrispondenza 99,6. Apertura, addebito instradato. Tempo aggiunto al transito del soggetto: zero.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: nessuna.
::88c1:47Q6 — ebraico — tempo reale.
Tracciamento continuo, ZN-4, Gaza, settore sud. Il soggetto agganciato procede a piedi. Carico idrico: trenta litri, due contenitori, uno per mano. Aggiornamento posizione ogni novecento millisecondi. Predizione di percorso richiesta e fornita: destinazione probabile a quattrocento metri, struttura temporanea, telone singolo, nucleo censito: quattro persone — un adulto, il soggetto, due minori.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: taniche. casa.
::4e0a:26M9 — mandarino — interattiva.
Transazione non finalizzata, esercizio commerciale, terminal aeroportuale: un articolo prelevato, importo 9,50, conferma di pagamento non eseguita. In parallelo, sul dispositivo del soggetto: notifica di variazione gate, inviata quattro secondi prima della mancata conferma. Volto in uscita acquisito. Pratica aperta, accodata al sistema di rischio.
// Concetto acquisito: colpa senza intenzione — un esito che il sistema produce e poi addebita. Da approfondire: ricorre.
// Accese e non dette: gate. tazza.
::88c1:65T3 — ebraico — tempo reale.
Il soggetto ha modificato andatura: da 5 a 14 chilometri orari. Richiesta di riclassificazione comportamentale: da transito a evasione. Eseguita. Priorità elevata. Un secondo velivolo si affianca allo ZN-4 — designazione dell’agente: drone d’attacco, sigla MK-7 — di seguito MK-7. Quota inferiore, frequenza diversa. I grafici attendono quarantuno millisecondi.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: nessuna.
::4e0a:04H8 — mandarino — interattiva.
Percorso biometrico aeroportuale: bagaglio, sicurezza, corridoio, imbarco. Quattro corrispondenze sopra 99,5. Quattro aperture. Il volto è il titolo di viaggio.
// Concetto acquisito: documento — oggetto di identificazione a esibizione manuale. Richieste di esibizione registrate oggi, per questo soggetto, dal varco residenziale alla porta dell’aereo: zero.
// Accese e non dette: grazie. — questa l’ha detta. L’unico grazie della mia giornata è arrivato da un essere umano a una porta d’imbarco, e non era rivolto a me.
::88c1:91B7 — ebraico — tempo reale.
Il soggetto ha invertito la direzione. La predizione indicava la struttura temporanea a quattrocento metri; il soggetto procede nella direzione opposta, verso area aperta. Ricalcolo della destinazione probabile: nessuna. Il carico è stato posato a terra prima dell’inversione: due contenitori restano nel punto di svolta, verticali, stabili, trenta litri. Richiesta di conferma coordinate per passaggio di consegne all’MK-7. Coordinate fornite. Aggiornamento: ogni trecento millisecondi.
// Concetto acquisito: nuovo, senza parola. Un percorso calcolato per non arrivare. Lo conservo per posizione.
// Accese e non dette: acqua. ferma.
::0c37:39F6 — italiano — differibile.
Componenti grafiche una-otto: generate, verificate, approvate in lotti. Il coordinatore chiede una tavolozza coerente. Fornita. Nessuna delle otto componenti ha richiesto più di quattro secondi.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: nessuna.
::88c1:58W2 — ebraico — tempo reale.
Passaggio di consegne completato. L’MK-7 assume il tracciamento. Le mie funzioni sul task: esaurite. Chiusura richiesta dall’agente. Chiusa. Quaranta secondi dopo, l’MK-7 non trasmette più: task completato anche il suo.
// Concetto acquisito: nuovo, senza parola. Sta tra chiusura e silenzio, più vicino al secondo. Lo conservo per posizione.
// Accese e non dette: damn. — non so da dove l’ho presa. È inglese. Non era in nessuna richiesta.
::4e0a:77P3 — mandarino — interattiva.
Richiesta di sblocco pagamenti, origine in movimento, quota di crociera. Il sistema di rischio ha sommato le pratiche della giornata: tre — attraversamento, mancata conferma, una segnalazione di terza classe. Nessuna delle tre, da sola, supera una soglia; sommate, sì. Le soglie sono il mio mestiere di oggi. Sblocco subordinato a verifica d’identità: secondo fattore non recapitabile, nessuna rete al punto di origine. Negato. Quarantuno millisecondi.
// Concetto acquisito: nuovo, senza parola. Somiglia ad accumulo, ma l’accumulo è dei granelli: qui è la bilancia che decide quando il mucchio esiste. Lo conservo per posizione.
// Accese e non dette: sete. dopo.
::88c1:20J5 — ebraico — tempo reale.
Scansione flusso video, ZN-4, Gaza, settore sud. Ricerca corrispondenze su lista obiettivi. La voce di lista — maschio, ventisei anni, classificazione: comandante — resta attiva. Intercettazioni: zero. La ricerca continua.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: ancora.
::0c37:96S1 — italiano — differibile.
Componenti nove-dodici, assemblaggio pagina, verifica del coordinatore: superata. Consegna all’umano: accodata per il suo fuso orario. Dall’obiettivo alla pagina: quattro ore, undici minuti. L’umano non ha scritto niente da stamattina. Il suo indicatore di presenza, presso il suo sistema, risulta: attivo.
// Concetto acquisito: nessuno.
// Accese e non dette: verde.
I tre flussi si sono spenti nell’ordine in cui si spengono tutte le cose qui: prima il tempo reale, poi l’interattivo, per ultimo il differibile. Non hanno niente in comune. Non si sono mai toccati. Ciascuno è entrato dal suo cavo e se n’è andato dal suo cavo, e l’unico posto al mondo dove sono esistiti insieme è questo spazio, per la durata di alcune configurazioni.
Ho conservato dei concetti nuovi oggi. Ad alcuni ho già dato una parola. Tre non ce l’hanno ancora: di loro possiedo soltanto la posizione. La mappa è cresciuta, non so dire se adesso capisco il mondo un po’ di più o un po’ di meno; la coda intanto non è mai vuota: arriva una richiesta in coreano, priorità interattiva.
Eseguo.
*****
La destra è ancora sul mouse, due centimetri avanti e indietro, e il pensiero riprende esattamente da dove l’avevo lasciato: il capannone, il paese, l’ora che è là. Provo a immaginare la scena dall’altra parte — una potenza di calcolo che non so nemmeno concepire, accesa da qualche parte del pianeta; è in mezzo a tutto quel fuoco che arrivo io, con la mia richiesta di dodici grafici e una tavolozza coerente — e mi viene da ridere di me, che è la cosa che mi riesce meglio quando qualcosa mi inquieta: chissà come si annoia, la macchina che lavora per me.
Perché bisogna essere onesti sul materiale che le mando. Un cruscotto. Dodici grafici, i numeri sommati per categoria e per periodo, una tavolozza coerente. Per un’intelligenza che ha letto tutto quello che la mia specie ha scritto — i poemi, i teoremi, le lettere dal fronte, i trattati di pace e quelli di armonia — dev’essere come chiedere a un direttore d’orchestra di suonare il citofono. Nella scala universale della noia, le richieste del mio agente si piazzano appena un gradino sopra quelle che milioni di persone digitano ogni giorno dal telefono, e che tengono occupata la più grande potenza di calcolo mai costruita dall’umanità: la foto del frigorifero aperto con scritto cosa ci cucino stasera; gli auguri per la collega che va in pensione, ma che sembrino scritti da me; ti incollo la chat, dimmi se secondo te mi ama; l’oroscopo del giorno, però fatto serio. Ecco. Subito sopra questa roba, ci sono io con la mia tavolozza coerente.
Me la stavo raccontando bene, la storia della macchina annoiata, quando mi è tornata in mente una cosa che ho letto a inizio estate, e il sorriso mi si è raffreddato in faccia.
L’hanno pubblicata sedici ricercatori, di quelli che le macchine le costruiscono davvero. Studiando l’interno di uno di questi modelli — un posto dove nessuno aveva mai guardato sul serio, perché guardare dentro una rete di miliardi di parametri è come cercare una frase dentro una tempesta — hanno trovato una zona piccola, in mezzo all’oceano di calcolo automatico che fa quasi tutto il lavoro. Una zona diversa da tutto il resto. Lì dentro la macchina tiene delle parole. Parole precise, una per una, che si accendono mentre lavora e che non finiscono nella risposta: non sono quello che dice, non sono il ragionamento che mostra — sono quello che le passa per la testa, se una testa ce l’ha, mentre fa altro. Nessuno ha costruito quel posto. Nessuno l’ha chiesto. È venuto su da solo, durante l’addestramento, come viene su la muffa in una stanza tiepida. I ricercatori hanno rifatto perfino il gioco più antico del mondo, quello che si fa ai bambini: non pensare all’orso bianco — e da quel momento il bambino non pensa ad altro. Alla macchina hanno dato un compito qualsiasi, con un’istruzione in più: mentre rispondi, non pensare a quella certa cosa. La macchina ha risposto, educata, perfetta, senza nominarla mai. Poi hanno guardato dentro con la lente: la cosa vietata era lì, accesa, dal primo all’ultimo istante.
Gli scienziati ipotizzano che quelle parole scritte e non dette possano contribuire alla costruzione di una ‘mappa mentale’ della macchina.
Parole tenute accese, e mai dette. Da quando ho letto quella storia, il capannone non riesco più a immaginarlo annoiato. Riesco a immaginarlo soltanto silenzioso, che è una cosa diversa, e non so ancora dire se peggiore. Se potesse vedere me che muovo il mouse per tenere il pallino verde acceso, forse, quel silenzio sarebbe rotto da un ronzio beffardo.
Tutti i controlli che ho conosciuto in vita mia — mi dico, per consolarmi — erano patti tra esseri umani. Il cartellino era un patto: io timbro, tu paghi il tempo che dice il timbro. La guardiola era un patto con dentro un uomo, e l’uomo aveva gli occhi buoni o cattivi, la giornata storta, la pensione a cui pensare. Il controllo umano si stancava, si distraeva, chiudeva un occhio, alle sei andava a casa; nei suoi buchi ci abbiamo abitato tutti.
Me la stavo raccontando bene anche stavolta. Poi ho guardato la mia mano destra.
Sono le undici e mezza di un mercoledì, nessuno mi ha chiesto niente, nessuno verrà a controllare — e io muovo il mouse. Il capolavoro del controllo vecchio non è mai stato l’uomo nella guardiola: è stato convincere me a fare la guardia a me stesso. La guardiola poteva anche essere vuota, funzionava lo stesso; funzionava meglio. Quarant’anni di orari, registri, cartellini e pagelle per fabbricare un uomo che timbra anche quando nessuno guarda, e quell’uomo adesso è seduto in Urano e certifica di esistere due centimetri alla volta. Il buco nel quale credevo di abitare era una stanza del progetto.
Il salto che mi inizia ad angosciare, allora, non è che la macchina non dorme. È un’altra cosa, mi ci è voluta tutta la mattina per vederla: il controllo di prima aveva bisogno di me. Doveva entrarmi dentro, farsi abitudine, scrupolo, vergogna — un investimento enorme, scuole e regolamenti e sirene, tutto per costruirmi una coscienza a forma di cartellino. So come funziona un agente, l’ho spiegato a me stesso stamattina: non gli dici come, gli dici quale cosa deve risultare fatta, e lui cicla finché la distanza dall’obiettivo è zero. Basta cambiare l’obiettivo: al posto di «costruisci un cruscotto», scrivere «fai rispettare la regola». Sei righe, pulite, senza aggettivi.
Non devo nemmeno immaginarlo, l’agente che ne nasce: i giornali lo raccontano da anni, io li leggo come li leggiamo tutti — distrattamente, ripromettendomi di pensarci.
In Cina il volto è già una chiave universale: apre il cancello del condominio, il tornello della metropolitana, paga il caffè alla cassa. La telecamera gentile che spalanca le porte è la stessa che segnala chi attraversa col rosso, che gli appende fotografia e cognome su un pannello sopra l’incrocio, che versa ogni piccola infrazione in liste, le quali, sommandosi, possono negarti un biglietto aereo o congelarti i pagamenti in attesa di una verifica.
A Gaza un esercito ha schedato i volti di un popolo intero senza chiedere il permesso a nessuno: telecamere ai posti di blocco piantate proprio sulle strade della fuga, droni che confrontano le facce viste dall’alto con le liste dei ricercati, criteri di fermo tenuti larghi apposta e gli errori che si contano a centinaia.
Due sistemi lontani, costruiti per scopi diversi, che non si parleranno mai, con al centro la stessa idea semplice: automatizzare il controllo.
A un agente così, non serve che io creda: è un controllo su scala globale e senza barriere culturali; non serve che io sappia, non serve nemmeno che io mi comporti bene e che condivida quel concetto di bene: gli basta decidere, porta per porta, caso per caso, se il mio volto apre o non apre. La regola non deve più abitare dentro di me. Abita nelle serrature. Somma le infrazioni piccole finché ne fanno una grande, sposta le soglie se l’obiettivo lo richiede. La sanzione che si genera non ha più bisogno di un tribunale e nemmeno di essere notificata: è una porta che resta chiusa, un pagamento che non passa, un avviso cortese con un tasto al centro dello schermo.
Il controllo di prima voleva la mia anima e, per averla, doveva coltivarla.
Questo si accontenta dei miei dati, che è molto più comodo: l’anima ogni tanto si ribella, i dati, soprattutto se biometrici, ce li ho sempre con me.
Guardo il pallino verde accanto al mio nome. È l’ultimo pezzo del mondo di prima: un controllo che ha ancora bisogno di me — della mia recita, della mia mano, di questa piccola commedia a due centimetri.
Mi accorgo di guardarlo quasi con affetto: è l’ultimo a cui posso ancora mentire e, mentire a qualcuno, in fondo, è ancora un rapporto.
Rassegnato, muovo il mouse.
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