Probabilmente non vi è alcuna ragione per scrivere l’ennesimo articolo scandalizzato e critico sull’atrocità del decreto “anti-maranza”. Farlo sembrerebbe postulare l’esistenza di interlocutori e di razionalità classiche. Implicherebbe, cioè, l’illusione di muoversi entro spazi sociali in cui a contare sono la capacità di pressione dell’opinione pubblica, l’interesse per le argomentazioni razionali sui temi della pena o persino le evidenze in materia di sviluppo cerebrale e psicologico dei minori.

A proposito di questi ultimi, l’atto stesso di argomentare lamentandosi della nuova misura giuridica presupporrebbe l’esistenza di una considerazione degli individui più giovani, delle vulnerabilità connesse agli status (da quello di cittadino a quello di soggetto economicamente svantaggiato) e delle funzioni del potere pubblico analoga a quella maturata a partire dal tardo Ottocento. Ossia — per quanto riguarda i minori in Italia — a quelle questioni emerse prima col Codice Zanardelli (che poneva quantomeno il tema dell’accertamento del “discernimento” per i reati compiuti tra i 9 e i 14 anni) e poi in epoca fascista. Ovvero in quella stagione — e sotto quel regime — durante i quali si sanciva che i “giovani pericolanti” fossero, almeno in teoria, meritevoli di un trattamento differenziato rispetto a quello degli adulti.

In questa prospettiva, l’ennesimo decreto sulla sicurezza non è interessante solo per i cambiamenti che implica nell’atteggiamento verso i giovanissimi, ma anche perché conferma come la cultura politica contemporanea si muova lungo assi e principi che vanno oltre le temporalità individuate dai manuali o dalle ricostruzioni storico-giuridiche e politiche. Quelle stesse ricostruzioni che presiedono alla formazione di quel soggetto borghese che oggi avverte un senso di scandalo dinanzi alle evoluzioni delle politiche penali o, più in generale, sociali.

Probabilmente il cittadino borghese “classico” — di fede progressista così come conservatore ma di orientamento liberale — farebbe meglio ad accettare che si trova oggi dinanzi a un “oltre”. Ossia a una serie di cesure che non riguardano solo questo soggetto classico che si trova a vivere in un mondo che non riconosce, ma persino la sua controparte reazionaria oggi al potere. Il “decreto anti-maranza”, insomma, non ha molto a che fare con quel Fascismo classico che, si dice, farebbe parte dell’ideologia implicita delle nuove destre di governo (da Trump a Meloni, passando per quelle già al potere in Europa o prossime a esserlo).

Inoltre andrebbe chiarito che non è solo questo decreto a essere “oltre”. Verosimilmente, infatti, è l’insieme dei provvedimenti, delle visioni e delle misure ad andare al di là delle aspirazioni del Fascismo storico. Cosicché potremmo dire che la distanza tra gli orientamenti liberali o progressisti in senso lato (inclusi quelli variamente socialisti) e il Fascismo fosse, tutto sommato, assai minore di quella che intercorre oggi tra i progressisti e le nuove destre di governo. Soprattutto, però, è la distanza tra il Fascismo storico e questo nuovo oggetto al potere a essere tutt’altro che minima.

In questo senso, il decreto “anti-maranza” non è solo uno degli obbrobri politici e giuridici che — in un’ottica classica — si sommano tra loro in questi anni. Il documento è, piuttosto, un testo culturale. Ossia è un tassello di quelle difformità che svelano la natura dei bricolage ideologici caratteristici delle destre radicali contemporanee.

Com’è evidente, l’infanzia e i giovanissimi in generale pongono da sempre la questione della riproduzione sociale. Dinanzi al problema della devianza, la riproduzione postula anche quello della “correzione”. Nel caso italiano, questo problema viene di fatto accantonato. In primo luogo perché i minori che fungono da pretesto per l’adozione dell’ultimo decreto non apparterrebbero al corpo nazionale: la loro riproduzione non è un obiettivo desiderabile. La “nazione”, infatti, non è vista come l’insieme di coloro che vi risiedono, ma come l’insieme dei soggetti titolati per diritto di sangue. Sebbene ciò presenti una forma di continuità con gli assetti storici in materia di cittadinanza, si scontra tuttavia con il fatto che una norma è, dopotutto, universalmente valida. A risentire di tali processi, dunque, non sono solo i “maranza” — intesi non in senso “etimologico” come giovani poco raffinati delle classi subordinate, ma in senso contemporaneo, ossia come discendenti di immigrati (ad esempio “mar-occhini”) — ma tutti. Giovani italiani compresi.

La possibilità di questa uguaglianza di trattamento è essa stessa un elemento di scostamento rispetto ai modi fascisti classici di immaginare — almeno teoricamente — il corpo della nazione e la sua riproduzione. La punizione, come si è detto, doveva sì implicare la sanzione in presenza di una capacità di discernimento, ma idealmente doveva contemplare la rieducazione volta alla reintegrazione. Nel contesto contemporaneo, invece, il problema della reintegrazione nel corpo sociale è di fatto estraneo al dibattito. Anzi a costituire l’orizzonte di trattamento per il reo “non-italiano” è, nel medio periodo, l’espulsione (quella che, con un’espressione linguisticamente insensata, viene chiamata “reimmigrazione”). Per gli altri, invece, esso è sostanzialmente l’ingresso in un circuito penale caratterizzato dalla produzione incessante di nuove tipologie di reato, aggravamenti di pena e forme sempre più estese di sorveglianza tecnologica.

A partire da qui si possono intravedere le prospettive implicite ed esplicite di un’ideologia che fonde visioni accelerazioniste in materia di tecnologia e società con motivi culturali iscritti nella nostalgia. Una nostalgia che va ben oltre il Fascismo e che contempla, forse, persino i rapporti politici della prima modernità. Rapporti che, con un’espressione dibattuta e divisoria, altri hanno definito non a caso “tecno-feudali”. In ogni caso, al di là dei nominalismi, ciò che conta è che parliamo di visioni che  prospettano la fine dello spazio politico repubblicano o parlamentare e che non guardano ai cittadini come alla controparte di un ipotetico “contratto sociale” di cui garantirsi la cooperazione volontaria, bensì come a masse dominabili attraverso relazioni di forza mediate dal complesso poliziesco e tecnologico.

Se il problema del consenso di massa si pone dunque ancora nel presente, non è affatto scontato che mantenga un significato nel vicino futuro.

Tornando al “decreto anti-maranza”, questo è interessante anche perché mette in discussione la sacralità dei minori. Nel mondo contemporaneo poche figure sono protette quanto loro; e i  bambini più degli adolescenti, certo. Ma la prospettiva di un ritorno all’Ottocento e all’imputabilità a partire dai nove anni è tutt’altro che improbabile. Non mancano del resto precedenti contemporanei statunitensi e persino britannici di imputabilità di minori, talvolta anche affetti da ritardi cognitivi conclamati. Ciò è reso possibile dalla sostituzione della centralità della protezione (ossia la tutela dei diritti fondamentali e le garanzie per il pieno sviluppo della persona) con quella della sicurezza dai pericoli alla persona e alla proprietà. Se la salvaguardia dei diritti della persona implicava una preoccupazione per il futuro della società nel suo insieme (inclusi i criminali), la focalizzazione odierna sulla sicurezza della vittima — anche solo potenziale — si fonda invece sull’incapacitazione della fonte di pericolo. C’è ancora un’idea di futuro in tutto questo, che, tuttavia, non si concentra attivamente sul divenire dei soggetti (come avviene nell’imperativo dei diritti universalistici), ma sulla negazione permanente, e dunque anche futura, di chi costituisce una minaccia.

Se un’idea contrattualistica la si rinveniva persino nel Fascismo storico (base dell’idea “sociale” del Fascismo stesso e della nostalgia che ne accompagna il ricordo), le destre radicali contemporanee sono andate oltre. Esse guardano più facilmente ai rapporti monarchici pre-parlamentari o, per l’esattezza, a quei rapporti in cui il monarca e un ristretto gruppo di “Signori” — rappresentanti di interessi ben distinti dalla popolazione comune — negoziano tra loro come soci in affari. Esse contemplano cioè dei rapporti politici dove il compito primario del sovrano è la garanzia dell’ordine in cambio di una partecipazione agli utili.

Se questo quadro — per quanto momentaneamente parossistico — appare più simile all’attuale condizione statunitense, è tutt’altro che peregrino pensare che faccia parte delle nostre prospettive future.

In questo senso, il “decreto anti-maranza” è quel tassello la cui significanza analitica risiede non tanto negli evidenti abusi che contiene, quanto nella sua capacità di mostrare fin dove possano spingersi le trasformazioni antropologiche prodotte da forme di pedagogia sociale consapevole e inconsapevole. Come esse, cioè, possano inserirsi nel diritto e nelle politiche, entro un quadro comunque di interazione continua tra mondo giuridico e mondo sociale (“il diritto nella società e la società nel diritto”, si dice classicamente). Tra queste mutazioni possiamo individuare tratti quali: la coltivazione sistematica dell’indifferenza (l’opposto dell’empatia); la composizione demografica dello Stato e i suoi squilibri generazionali (l’invecchiamento strutturale della popolazione); le trasformazioni economico-antropologiche (come gli effetti cognitivi e spesso un po’ illusori dell’imprenditorialità diffusa di piccolo cabotaggio, quasi una forma di hustling e di arte dell’arrangiarsi tra le strettoie dell’economia che crea però gerarchie sociali spesso del tutto immaginarie); le nuove forme dell’ignoranza (il passaggio dalla lettura alla fruizione di video brevissimi per comprendere gli avvenimenti); e, infine, le trasformazioni sensoriali e cognitive indotte dalla tecnologia (la riduzione dei tempi di concentrazione e della disponibilità all’ascolto).

Se ogni epoca storica ha testimoniato cambiamenti nelle forme organizzate dell’esistenza e dello spirito che la contraddistingueva, quella che si è appena aperta è una stagione dai tratti ben diversi rispetto alle altre modernità che ci siamo lasciati alle spalle. Questa nuova idea di modernità, per esempio, non contempla davvero il mito della trasformazione; o, per meglio dire, lo contempla certamente ai fini di un’imminente rivoluzione autoritaria, dopodiché essa mira alla propria eternità. Come il regime Nazista — e dunque oltre il Fascismo — essa mira a farsi potere duraturo e permanente. Il che apre evidentemente il problema di una Resistenza. Il punto, tuttavia, è che non è ancora chiaro quale proposta ideologica e quali pratiche siano davvero all’altezza della sfida (in primo luogo, quella che consiste nel fatto che, anche soltanto nel medio periodo, la società delle persone continui ad avere un senso nella politica).

 

Immagine in apertura: ph. Francesco Faraci, dal progetto fotografico “Malacarne: Kids come first”, Palermo 2021.