In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero.

In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano.

In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio.

Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra.

Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà.

C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci.

La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente.

La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere.

Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme.

Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere.

Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento.

La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare.

Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio.

Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle.
C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico.

Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero.

Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni.

Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere.

Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi.

Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi.

Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa.

Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro.

Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme?

Queste sono le domande politiche all’altezza del presente.

Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili.

Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire.

Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale.

Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro.

Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.