“Con la Mayday inizia quel ciclo di narrazione sul fatto che i precari possono

organizzarsi nei posti di lavoro, si può lottare nella precarietà, si può porre

questa condizione al centro del dibattito politico e culturale.” (CS, M, Collettivo Acrobax)

 

Volgere lo sguardo al passato può confluire in un esercizio intellettuale nostalgico e fine a sé stesso o rappresentare l’occasione per ripensare il nostro presente in relazione a quelle esperienze sociali e politiche che hanno costruito alternative in uno spazio-tempo distante dal nostro. Ripercorrere i momenti in cui sono emerse quelle rotture dentro il fluire del quotidiano, senza elogiare acriticamente tali esperienze, ma riconoscendo le conseguenze che hanno prodotto nell’ordine delle cose, a partire dall’immaginazione di pratiche che hanno saputo cogliere le trasformazioni del tempo in cui sono state pensate e agite, può diventare un esercizio stimolante e utile al nostro presente.

In questo quadro può essere riletto il primo maggio dei precari e delle precarie, la Mayday Parade milanese: esperienza politica di rottura dell’esistente, presa di parola dei precari e delle precarie che nella parata del primo maggio da singoli frammentati diventano voce collettiva, una voce che si costruisce dentro e in relazione alla giornata di mobilitazione.

Prima di analizzare la Mayday come spazio politico e di costruzione di significato, è però necessario contestualizzare per comprendere i tempi, i soggetti e i rapporti di potere in cui hanno preso forma questi processi.

Milano a partire dagli anni Novanta vive mutamenti sul piano economico, sociale e culturale che la rendono una delle realtà urbane della penisola in cui è possibile osservare l’accelerazione dei processi di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro e delle vite all’interno di precisi spazi (come centri commerciali e le catene delle multinazionali) che conquistavano e si diffondevano sul territorio, costruendo un diverso modello di consumo, di produzione e di socialità. Proprio a Milano agli inizi degli anni Duemila nascono alcuni collettivi, tra i quali emergono prima i Chainworkers e successivamente il collettivo San Precario che, a partire dall’osservazione delle nuove forme di organizzazione del lavoro, denunciano i processi di precarizzazione in atto e i limiti di quel paradigma della flessibilità del lavoro e delle vite che negli anni Ottanta dominava i discorsi pubblici e politici e ridefiniva le proposte del mondo della politica e delle imprese e spesso dei sindacati, con poche eccezioni.

Attraverso il racconto delle proprie esperienze, svelando le conseguenze nefaste della flessibilità, il collettivo contrappone la parola precarietà alla magic word flessibilità, sostituendo all’esaltazione del lavoro flessibilizzato sostenuto dalle imprese, la parola dei precari e delle precarie che nelle azioni collettive, nella Mayday stessa, portavano i propri corpi, le proprie vite in precario equilibrio come testimonianza della mancata promessa di un futuro stabile.

Leggere la precarietà

“Io penso che il nostro più grande merito sia stato rimettere al centro il tema della precarietà e di averlo fatto in modo creativo riuscendo a trovare gli strumenti di comunicazione e azione politica che riuscissero non solo a affermare con forza quanto dicevamo, ma coinvolgere persone nuove che non avevano esperienza politica, che della politica non gliene fregava una mazza e di mettere in comunicazione mondi molto diversi come quelli dei centri sociali, quelli dell’associazionismo, dei raver e delle persone normali che si trovavano in una situazione sociale e lavorativa drammatica e non sapevano da che parte girarsi e che identificavano nella precarietà e poi successivamente nella sua trasformazione in icona con San Precario, in San Precario il santo a cui votarsi, un punto di riferimento da andare a cercare per provare a invertire, per provare ad affrontare un problema che nessun altro tra le  organizzazioni sindacali o di chi cercava di difendere i loro diritti, gli offriva la possibilità di risolvere.” (R, M, Collettivo di San Precario).

Alla fine degli anni Novanta l’introduzione e la legittimazione nel dibattito pubblico e politico del frame della precarietà è stato il risultato di azioni culturali e politiche che guardavano alla mayday come momento centrale della presa di parola. Proprio in quegli anni nelle parate della Mayday che nascevano con l’intento di risignificare la Festa dei lavoratori venivano introdotte pratiche innovative, immagini e un vocabolario simbolico che aveva l’ambizione di rappresentare quei lavoratori sempre più esclusi dalle tradizionali forme di rappresentazione e rappresentanza, ovvero fornire loro un’identità a partire da un linguaggio comune che fosse veicolo primario per costruire letture condivise della realtà, a partire dallo spazio del lavoro. In questo quadro, le letture della precarietà sono il prodotto di un lavoro collettivo che trova nella riflessione sul lavoro il suo inizio e baricentro, attenzione che viene lentamente integrata con altre questioni che non sono da intendersi come aspetti slegati dalla questione lavorativa, ma elementi costitutivi della condizione di esistenza del soggetto e che ridisegnano le stesse condizioni del lavoro.

Alla fine degli anni Novanta la precarietà che diventa la condizione del lavoro di un numero sempre maggiore di lavoratori e lavoratrici è ancora vissuta come una condizione del singolo, difficile da inquadrare in una lettura condivisa. Concentrarsi sul vissuto individuale non agevola la condivisione delle esperienze, ma aumenta la frammentazione:

“La precarietà come dicevo la precarietà è vero che è un fenomeno sociale e collettivo e generalizzato, ma viene vissuto a differenza di altre esperienze in modo molto soggettivo.” (GT, M, CollettivoT-28)

Il rischio di una lettura troppo soggettiva della precarietà è quello di depotenziare forme di resistenza collettiva, limitando la costruzione di azioni conflittuali: la colpa e la responsabilità sono due dispositivi discorsivi e psicologici molto potenti che agiscono come freni all’azione condivisa.  In questo quadro, ciò che ha tentato di fare il movimento contro la precarietà, a partire dall’esperienza dei Chainworkers, è stato quello di imporre la parola precarietà nel dibattito pubblico, risignificandola e mostrando la materialità di questi processi e la loro generalizzazione. La lettura della precarietà non è però da intendersi in quanto lettura omogenea e stabile, poiché essa è il prodotto del lavoro riflessivo svolto in seno ai collettivi, ai singoli e ai movimenti che si sono interessati alla questione e hanno messo in comune le proprie riflessioni: in questo senso, la parola precarietà si è affermata nel tempo nel contesto italiano grazie all’azione combinata di queste soggettività sociali e politiche che grazie al lavoro sul piano comunicativo, alle mobilitazioni, alla produzione intellettuale, alle relazioni instaurate, hanno agito nel dibattito pubblico e politico, riuscendo a imporre almeno sul piano dell’immaginario una diversa rappresentazione della propria condizione. A partire dallo spazio della Mayday. Un dibattito che si è arricchito di nuove voci in quello spazio hanno rivendicato la propria esperienza, contribuendo al racconto collettivo e alla costruzione di una identità collettiva aperta che nasce come espressione di potenza. La Mayday ha rivestito un ruolo chiave, individuata come spazio da risignificare, terreno di lotta: la festa del lavoro diviene la festa dei precari e delle precarie. Non del lavoro precario, ma delle soggettività che rivendicano la propria esistenza. A partire dal lavoro, oltre il lavoro. Le letture della precarietà nascono in forte connessione con il bisogno politico dell’auto-rappresentazione e della auto-rappresentanza, momenti fondamentali del movimento che devono essere analizzate tenendo conto delle riflessioni che nei movimenti in quegli anni hanno informato le mobilitazioni. Tra queste emerge la riflessione sulla potenza precaria.

La potenza precaria

“ecco diciamo mi pare che il giro della Mayday abbia a un certo punto affermato un nuovo sé, cioè l’essere precari per un certo momento è diventato una produzione di senso, non solo di discorso ma anche di senso, cioè io chi sono? Non sono più quello che si deve riconoscere per assenza, quello che non ha un posto fisso? No, cioè io ho una identità che è quella del precario, una identità comune, una identità che ha un suo senso dentro alla trasformazione del lavoro, alle nuove contraddizioni sociali, dentro alla comunanza di condizione, ecco per un momento l’ha rappresentato. (GR, M, Uninomade/Quaderni di San Precario).

La questione della “potenza precaria” è centrale nei discorsi del collettivo San Precario.

Il primo punto che venne affrontato nelle assemblee fu quello della potenza del soggetto:

“tu sei potente. Per capire che tu sei potente dobbiamo parlare in un certo modo, dobbiamo comunicare in un certo modo. Da qui nasce l’idea che il precario deve creare un contro immaginario. (AF, M, Collettivo San Precario)

La potenza del precario emerge e viene riconosciuta grazie alla creazione di immagini e di un linguaggio condiviso. Anche in questo caso, la costruzione dell’immaginario è strettamente legata alle Mayday, le parate dell’orgoglio precario che nascono proprio per rivendicare la potenza dei lavoratori atipici che iniziano a riconoscersi in quella modalità di comunicazione e azione.

Nella fase politica in cui la mayday prende forma, le riflessioni sulla potenza, sulla costruzione di una identità precaria e di una potenza precaria, erano interne ai discorsi dei movimenti che provavano a darsi nuovi linguaggi e strumenti a partire dalla tradizione che aveva contribuito a formare le prime suggestioni. Si tratta di riflessioni che nascono dalla consapevolezza dell’importanza della presa di parola: i discorsi della Mayday sono il prodotto dei precari e delle precarie e la costruzione dell’identità collettiva è strettamente legata ai loro discorsi. Al contempo i discorsi dei precari e delle precarie costruiscono, in un processo continuo e in divenire, la loro stessa identità. I discorsi pensati e messi in scena dai precari e dalle precarie si inseriscono sempre all’interno di uno schema dominante: svelare questo perimetro è necessario perché permette di volgere lo sguardo al piano definito dai rapporti di potere in cui si muovono i soggetti. Le condizioni in cui prendono forma sono elementi materiali in cui si inseriscono i discorsi che nascono in relazione a quella potenza precaria che si rafforza nelle letture condivise della realtà. La lettura militante della precarietà si costruisce non solo sul piano teorico, ma nelle piazze, negli incontri, nella stessa parata. Momenti strettamente interconnessi con la rappresentanza, o meglio l’auto-rappresentanza: auto-rappresentazione e auto-rappresentanza sono i due momenti costitutivi di un movimento che nella costruzione dell’identità collettiva precaria ha provato a far confluire il suo desiderio di riconoscimento, attraverso letture militanti della precarietà che hanno definito la base per rivendicare la “potenza precaria” come presa di coscienza per immaginare collettivamente la soggettività politica in lotta.

Auto-rappresentarsi come momento politico fondamentale

Le Mayday sono momento fondamentale dell’articolazione di una risposta concreta al bisogno di rappresentarsi: auto-rappresentarsi significa prendere la parola, necessità che nasce dal bisogno di raccontarsi e definirsi oltre le etichette e le definizioni che obbligano il precario e la precaria a pensarsi all’interno della dicotomia data dall’attesa del posto fisso che sarebbe arrivato con l’età adulta e l’accettazione della flessibilità come condizione preliminare per l’autonomia e l’emancipazione stessa del lavoratore.

In risposta alle false immagini circolanti sui  lavoratori e le lavoratrici precari, la Mayday rappresentò un momento politico di grande interesse: in questo senso se l’auto-rappresentarsi è inteso come momento politico centrale nella costruzione di una soggettività politica, la Mayday può essere considerata il momento più spettacolare e visibile della vita del movimento che aggrega il tempo di soggetti, collettivi, associazioni, movimenti presenti nel contesto italiano (e poi europeo) che nella parata ritrovano la relazione con i propri simili proprio grazie alla possibilità di mettere in comune la propria condizione.

Condizioni frammentate e diverse, come le stesse soggettività, i saperi e le questioni e rivendicazioni che compaiono nella sfilata: migranti, donne, disoccupati, precari, uomini, femministe, mediattivisti, redattori, ricercatori. Tutti e tutte hanno il diritto di portare il proprio pezzo di vita, la propria identità che trova un nuovo senso e significato nella costruzione di un percorso condiviso. Un percorso che non si limita al primo maggio dei precari e delle precarie, ma prova a strutturarsi nel corso dell’anno. I saperi vengono messi in condivisione e obiettivo è quello di creare, a partire dalla parata, una contro-narrazione che nasce sui discorsi, i corpi e le azioni che prendono vita nella Mayday. Una manifestazione che cresce nel desiderio di auto-rappresentarsi dei precari e delle precarie e nasce a partire da una forte critica non solo al sindacato come soggetto incapace di tutelare e rappresentare gli interessi dei nuovi lavoratori e lavoratrici, ma alla sua stessa impossibilità e incapacità di raccontare i precari.

Accanto alla parata, nella vertenza e nella difesa del lavoratore (non del lavoro) si definisce un ulteriore piano di costruzione collettiva che vede nello strumento giuridico un dispositivo limitato che deve essere pensato e agito in relazione a un discorso politico più generale. Auto-rappresentanza e autorappresentazione sono due momenti centrali che si combinano e sovrappongono, rafforzandosi a vicenda, anche laddove le vertenze possono diventare delle sconfitte.

In questo senso, la soggettività precaria non può essere raccontata dai sindacati: la rappresentazione che ne danno è artefatta, così come quella dei media e dei politici che continuano a esaltare la flessibilità o a promettere soluzioni per i giovani precari, promesse che non verranno mantenute.

Ecco allora che la Mayday, ovvero la parata del primo maggio, viene pensata, come evidenziano Cristina Morini e Paolo Vignola nella Piccola enciclopedia precaria (Agenzia X, Milano 2025) che raccoglie testi dei Quaderni di San Precario, rivista avviata negli ultimi anni delle mobilitazioni, per “consentire la rappresentazione più significativa e potente degli strati atipici del lavoro, connotati da un dato generazionale, che non necessariamente rivendicano un posto fisso né tanto meno la riproposizione di antiche identità, ma nuovi statuti ontologici dentro la condizione precaria del lavoro-vita, e soprattutto nuove garanzie sociali e nuovi istituti di welfare”.

Questo evento rappresenta uno spazio simbolico dove forme cooperative e pratiche conflittuali sfidano apertamente la tesi su cui si fonda parte del potere delle retoriche dominanti: l’assunto della impossibilità dell’auto-organizzazione dei precari e delle precarie, ovvero dell’universo del lavoro atipico. Attraverso la Mayday, il movimento contro la precarietà, quindi sia il collettivo di San Precario che la rete costituita con altre realtà sul piano locale e nazionale, rivendica l’accesso a una cittadinanza non legata al lavoro in senso stretto, ma capace di valorizzare le vite a prescindere da esso: negli slogan urlati e performati nella parata, nei cartelloni e striscioni, sono raccontati i bisogni che i precari e le precarie rivendicano. Tra questi, la mobilità e l’assistenza sanitaria, il libero accesso all’istruzione, alla conoscenza e alla cultura, diritti a una vita affettiva, de-fiscalizzazione e facilitazione nella ricerca della casa, fonti di reddito, alternative e una rottura del legame tra il permesso di soggiorno per migranti e il contratto di lavoro. Tante sono le questioni che trovano una sintesi nei cinque assi della precarietà a partire dai quali il collettivo prova a riflettere sulla condizione del presente del precario e della precaria:

“reddito, casa, comunicazioni e saperi, affetti, mobilità erano quindi questi cinque assi della precarietà che andavano a coprire tutto il panorama delle esistenze precarie e questi cinque assi erano immediatamente comunicabili, erano immediatamente condivisibili e immediatamente fatti propri da tutte le persone, perché tutte le persone possono immediatamente capire che queste cinque questioni sono cinque questioni prioritarie che possono essere, come dire, trovare delle motivazioni di lotta e comunanza tra tutte le persone al di là delle latitudini, del colore della pelle, dell’età che tu hai.” (F, M, Collettivo San Precario).

Il movimento della Mayday assume la dimensione soggettiva della precarietà, la precariousness, per definire e dare visibilità a un nuovo fenomeno e soggetto sociale che nomina collettivamente, il precariato: il precariato recupera e rielabora simboli, pratiche e linguaggi del passato per adattarli al presente. Per fare questo usa diversi espedienti, tra cui, appunto, San Precario, l’icona rappresentativa della Mayday: il Santo protettore di contratti co.co.co, a progetto e simili si costituirà nel tempo come istituzione collettiva, riconosciuta a livello globale e diventerà rappresentativa di quel movimento. Un simbolo che racconta con ironia la condizione dei precari e delle precarie.

Per concludere

Come accennato, volgere lo sguardo al passato può rappresentare un utile esercizio nell’ottica di ripensare il presente. L’esperienza della Mayday che nel tempo ha cambiato forme, partecipazione e centralità, rappresenta un interessante esperimento che può ispirare riflessioni oggi sulla necessità di risignificare riti collettivi che hanno sempre meno la capacità di mobilitare e ispirare i lavoratori e le lavoratrici, immaginando anche forme nuove di partecipazione.

La Mayday ha rappresentato uno spazio politico di ri-significazione in una fase storica di trasformazione del lavoro e della vita fuori il lavoro, in cui sempre meno definito era il confine tra lavoro e tempo liberato dal lavoro. Furono anni di riflessioni e costruzioni teoriche di grande importanza che ancora oggi possono muovere le nostre coscienze, stimolare dibattiti, suggerire parole e riflessioni che sono ancora vive, ma devono essere recuperate. Non si tratta solo di un lavoro teorico come dimostra la stessa Mayday, al centro di questa riflessione sullo spazio politico in cui le lotte sono state costruite. Uno spazio non neutro ma informato da letture delle precarietà che sono mutate nel tempo anche grazie alla forza delle soggettività che si sono mosse in quel campo.

L’esperienza della Mayday suggerisce la necessità di adattare gli strumenti della lotta alle trasformazioni del piano produttivo e immateriale. Il movimento contro la precarietà ha avuto la capacità di connettere e far dialogare strumenti diversi come la parata e la vertenza sindacale, facendoli confluire in una conflittualità concreta contro la flessibilità, venduta dalle imprese come strumento di autonomia e libertà. Una flessibilità che assume le forme della precarietà che diventa condizione condivisa di sfruttamento e quindi struttura contro cui agire. Quella precarietà che in quegli anni era ancora percepita come la questione a partire dalla quale costruire le azioni di lotta, dentro la quale costruire azioni di resistenza. Se oggi troppo spesso la precarietà è diventata parte del nostro quotidiano, condizione che non viene messa in discussione ma accettata come parte costitutiva del lavoro e delle nostre vite, lo sguardo rivolto al passato ci permette di cogliere le tappe fondamentali che hanno portato alla stabilizzazione delle precarietà, ma anche alle concrete  possibilità di agire contro un dispositivo usato per costringere le nostre vite in un immaginario oppressivo che legittima una struttura che imprigiona le esistenze. Condizioni materiali e immateriali che ci ostacolano ma non impediscono la nostra cospirazione.

La precarietà ci permette anche di riflettere su un concetto, quello della flessibilità che oggi continua ad essere la magic word che le imprese private e le aziende pubbliche ci ripropongono nel quotidiano del nostro lavoro come strumento di libertà ed autonomia, due parole che nella storia sono state al centro dei discorsi dei lavoratori e delle lavoratrici e che oggi sono ridotte a parole d’ordine nei luoghi di lavoro, riproposte come soluzioni dall’alto per il benessere del singolo e lo sviluppo dell’impresa.