Ci vuole un bel coraggio per affrontare in una tesi di dottorato (quindi all’inizio dell’attività di ricerca) un tema tanto spinoso quanto nevralgico come quello del rapporto tra moneta e potere. Due concetti, moneta e potere, sui quali il pensiero filosofico, politico, sociologico e economico ha versato fiumi di inchiostro e che hanno rappresentato una sorta di cartina di tornasole per capire come gli autori che si sono cimentati in questa sfida intendono interpretare il mondo (capitalistico) che ci circonda.

Antonio Di Stasio ha avuto questo coraggio e ha fatto bene. Denaro e Potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario, (Orthotes, Napoli, 2025, prefazione di Carlo Vercellone, pp.371, Euro 30,00) è un contributo decisamente innovativo (per dirla con Christian Marazzi) ed è il frutto di una ricerca ragionata che va oltre i luoghi comuni che un certo pensiero dogmatico (soprattutto quello mainstream ma anche quello di un certo marxismo ortodosso) continua a sostenere. Come scrive Carlo Vercellone, nella prefazione (da leggere assolutamente):

“Il saggio di Antonio di Stasio, […] contro le tendenze dogmatiche del marxismo, riparte dal rapporto tra denaro e potere in Karl Marx per mostrare, sul piano epistemologico e logico-storico, come il superamento del capitalismo non implichi la soppressione del denaro, ma, al contrario, possa e debba compiersi nel divenire comune, inteso come modo di produzione monetario” (p. 5).

Nei primi due capitoli, che non andremo ad approfondire in questa sede, Di Stasio si concentra sui fondamenti epistemologici della sua analisi. In particolare, viene ribadito, partendo da Marx, che la “costituzione di una critica materialista e immanentista del modo di produzione presuppone la non coincidenza del concetto di capitale con quello di società” (pag. 145). Parimenti, è importante “sganciare il concetto di moneta dalla sua riduzione a moneta-capitale” (pag. 145).

Ciò viene reso possibile dalla necessità di un ripensamento della moneta a partire dalla cosiddetta “svolta monetaria della teoria marxiana del valore”. Il capitolo 3, dal titolo indicativo “Le condizioni storiche della svolta monetaria e le trasformazioni del lavoro”, si sofferma sulle profonde modificazioni storiche che hanno segnato il passaggio dal paradigma fordista ai nuovi processi di valorizzazione dei decenni seguenti, che trova nelle modalità del capitalismo cognitivo, la loro declinazione.

  1. Il passaggio dal capitalismo fordista al capitalismo cognitivo

Tale passaggio è segnato da alcune trasformazioni strutturali (quindi irreversibili) che riguardano, in primis, la delegittimazione della teoria del valore lavoro, legata alla crisi del fordismo e all’avvento, appunto, del capitalismo cognitivo, foriero di una

“economia sempre più centrata sulla dimensione cognitiva e immateriale: digitalizzazione, finanziarizzazione, centralità dell’innovazione e della conoscenza come principale fonte di produzione” (pag.109).

In secondo luogo, si è assistito ad un processo di smaterializzazione della moneta, dopo la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro con l’oro nell’agosto 1971 da parte dell’allora presidente Nixon, che apre la strada alla regolazione neoliberale della moneta. Fa bene Di Stasio a soffermarsi su questo epocale passaggio, spesso misconosciuto o non considerato dagli economisti mainstream, che non solo ha messo in crisi la teoria monetarista (e le conseguenti politiche di austerity) ma ha favorito l’avvento delle monete digitali private (le criptovalute) o pubbliche (Central Bank Digital Currency: CBDC).

Infine, terzo punto, abbiamo assistito, come ovvia conseguenza, a una dissociazione tra il concetto di valore e quello di ricchezza sociale. È un tema questo che è stato posto da Carlo Vercellone, quando fa notare che nel capitalismo contemporaneo la valorizzazione e l’accumulazione del capitale non comportano più (come ai tempi del fordismo) un ampliamento della ricchezza sociale intesa come “quantità di valore d’uso disponibile” (pag. 111).  La depredazione delle risorse naturali (con il rischio del loro esaurimento), la crisi della riproduzione sociale (via decremento della natalità), la finanziarizzazione dell’economia e l’emergere di un’economia di guerra sempre più strutturale sono la riprova di questo processo di distruzione sociale.

In questo contesto, si fa sempre più impellente definire il lavoro produttivo come fonte dell’attività di accumulazione. La questione è posta nel cap. 4 “Cos’è lavoro produttivo?”. La discussione parte dalla critica all’identità tra lavoro produttivo e lavoro salariato. Il marxismo più ortodosso si rifà alla nota definizione posta da Marx nelle Teorie del plusvalore:

“è produttivo soltanto il lavoro, salariato che produce capitale, quello che riproduce, accresciuta, la somma di valore in esso investita, o che restituisce un lavoro maggiore di quello in esso contenuto sotto forma di salario” (K. Marx, Storia delle teorie economiche, vol. I, Einaudi, Torino, 1958, pag. 249).

Tale definizione di Marx era ai suoi tempi assai innovativa rispetto ad altre definizioni che si rifacevano a lavori o a settori specifici (come l’agricoltura per i fisiocratici). Per Marx, il lavoro è una categoria che si definisce nel quadro dei rapporti sociali sulla base del funzionamento del modo di produzione considerato. E il modo di produzione che Marx analizza è quello di un sistema capitalistico che ha nel lavoro salariato la principale se non unica fonte di accumulazione. Nel capitalismo, scrive Marx, “lavoro produttivo” è il lavoro salariato che produce plusvalore per il capitale. (pag. 126).

Il nodo problematico che le teorie del capitalismo cognitivo hanno aperto è, nelle parole di Di Stasio,

“comprendere perché Marx definisce produttivo solo il lavoro salariato e non altre attività non salariate che potrebbero concorrere alla produzione di plusvalore?” (pag. 126).

Già l’operaismo nella seconda metà del Novecento aveva cercato un allargamento del lavoro produttivo oltre la figura del lavoro salariato. Un’operazione, che come sa chi viene da quella tradizione (ad esempio, chi scrive e Di Stasio) ha suscitato all’epoca e anche oggi forti critiche sino a essere accusati di “social liberismo” e di mettere in discussione la validità della teoria del valore-lavoro.

Ma occorre tuttavia notare che ci sono anche dei riferimenti dell’opera marxiana che vanno in questa direzione di allargamento della nozione di lavoro produttivo, seppur con ambiguità. Antonio di Stasio si sofferma in particolare su alcune professioni (oggi centrali nel capitalismo contemporaneo: come gli addetti alla vendita – i moderni lavoratori dei call center? – i trasportatori di merci – oggi i rider e i lavoratori della logistica? -, gli impiegati dell’amministrazione e della contabilità) che, seppur salariati, non vengono considerati produttivi da Marx, nonostante il loro lavoro sia funzionale alla realizzazione del valore prodotto altrove.

Antonio di Stasio, in proposito, mette in discussione questo tipo di impostazione sostenendo che:

“ritenere sterili questi lavoratori è la conseguenza di un errore logico che ha delle conseguenze ben più profonde sulla teoria marxiana del valore. Tale errore, sebbene potesse essere – anche se solo apparentemente – rimosso già al tempo della centralità fordista della fabbrica, è diventato ineludibile con le trasformazioni dei processi produttivi che hanno portato al capitalismo cognitivo” (pag. 129).

Secondo Di Stasio la radice di tale ambiguità risiede nella definizione del concetto di valor d’uso. In alcuni passaggi (ad esempio, a pag. 55 de Il Capitale, Newton Compton, Roma, 2012) il valore d’uso

“sembra arrivare a coincidere con la dimensione oggettiva della merce, (…). Quando invece si tratta di un’attribuzione soggettiva e socialmente determinata” (pag. 129).

Nella fase della circolazione, una volta terminata il processo produttivo, non si manifesta solo il valore d’uso, perché il valore di scambio non si modifica una volta prodotto il bene. Nella logistica contemporanea, anche a seguito di tecnologie innovative (ICT) che rendono il processo produttivo organizzato non più in semplici stock ma sempre più in flussi, la circolazione diventa parte integrante della produzione di valore di scambio.

La definizione di lavoro produttivo, dunque, non è univoca ma varia al variare delle modalità dei processi di accumulazione e valorizzazioni, che si susseguono, comunque, all’interno del paradigma del capitalismo. Altrettanto varia il rapporto tra valore di scambio e valore d’uso. Per Marx, il valore d’uso dipende dal grado di utilità che una specifica merce detiene in quanto tale o in quanto va a soddisfare dei bisogni soggettivamene determinati. Per la teoria marxiana del valore-lavoro, il valore di scambio di una merce è determinato dal tempo di lavoro necessario per produrre una certa merce. Il valore d’uso della merce è la condizione necessaria perché possa essere effettivamente venduta e non influenza la determinazione del valore di scambio. E infatti il valore di scambio è determinato dal tempo sociale necessario per produrre una merce – o meglio il valore d’uso della merce – in modo oggettivo.

Tuttavia, Di Stasio fa notare che Marx, in un noto passo dei Grundrisse, argomenta che vi è produzione se vi è consumo e viceversa. Si potrebbe affermare che

“la produzione produce il consumo, poiché produce un modo di consumare ad essa adeguato: più in generale: un modo di vivere” (pag. 139).

Quindi una produzione di soggettività? Sembrerebbe proprio di sì, soprattutto all’interno di una fase capitalistica come quella attuale in cui le caratteristiche del lavoro vivo da cui viene estratto il plusvalore hanno sempre più a che fare con le facoltà vitali umane, dove la fatica si mischia con il desiderio e i processi di apprendimento, di relazione e di riproduzione sociale sono sempre più interni al “modo di produzione”. Ciò significa che il valore d’uso (in funzione delle soggettività desideranti) incide sul valore di scambio?

Non è questo luogo per approfondire tale questione. Ci limitiamo ad affermare, andando oltre alle analisi del nostro stesso autore, che al tempo di un capitalismo che da “cognitivo” tende a diventare “bio-cognitivo” la teoria del valore-lavoro si trasforma sempre più in teoria del valore-vita e che i processi di sussunzione del lavoro al capitale non riguardano solo il tempo sociale della produzione (sussunzione formale) e/o le modalità tecnologiche del modo di produzione (sussunzione reale) ma l’intero tempo vitale degli individui (sussunzione vitale).

  1. 2. La teoria monetaria del valore: la moneta come forma valore – pluslavoro

Nell’analisi condotta da Antonio Di Stasio, il passaggio cardine per arrivare a discutere di comune come modo di produzione monetario è costituito dalla ripresa della teoria monetaria del valore, che abbandona quella più ortodossa. Si tratta di una delle parti più interessanti del volume. Di Stasio non fa riferimento solo al pensiero di Isak Rubin e al dibattito che si è innescato con Heirich e Backhaus che vede il denaro come misura e normazione sociale all’interno di un rapporto tra capitale e lavoro che ha natura intrinsecamente sociale, ma allarga l’analisi anche al pensiero operaista e alla teoria del circuito monetario.

Il riferimento al pensiero operaista (in particolare al gruppo sulla Moneta della rivista Primo Maggio e all’analisi di Antonio Negri) mette in luce come il denaro oltre a essere il perno del sistema D-M-M’-D’ sia anche il perno dei rapporti di dominio che innervano il sistema capitalistico, a partire da un’originale rilettura dei Grundrisse. Oltre alla critica contro le utopie proudhoniane sul rapporto tra merce e denaro, come sottolinea Sergio Bologna (in “Moneta e crisi: Marx corrispondente dalla New York Tribune”, Primo Maggio, n. 1, 1973), Marx scrive anche contro le “illusioni socialiste di eliminare lo sfruttamento eliminando il denaro”.

Antonio Negri, in particolare, ribadisce il carattere della funzione di comando che il denaro assume storicamente nel modo di produzione capitalistico. Scrive Di Stasio:

“Per Negri, è quest’ultimo aspetto ad essere decisivo, poiché ci consente di distinguere la moneta moderna da quella delle società precedenti: qui il denaro non appare soltanto come mezzo di circolazione, esso si presenta come rapporto di produzione (A. Negri, Marx oltre a Marx, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 46)” (pag. 185).

È in questo brano che si può ravvedere il trait d’union tra l’operaismo e la teoria economica del circuito monetario, che ha avuto in Augusto Graziani, Riccardo Bellofiore, Marcello Messori, Lapo Berti, Christian Marazzi e altri i principali estensori. In questo approccio teorico, il denaro svolge la funzione creditizia, che poi con la crisi di Bretton Woods tende a trasformarsi in moneta finanza, nel momento stesso in cui si smaterializza del tutto, favorendo in tal modo lo sviluppo delle convenzioni speculative come nuovo strumenti di governance monetaria. Gli studi di Christian Marazzi al riguardo sono significativi.

Con la moneta credito, il denaro viene creato ex nihilo (fiat money) al fine di consentire l’avvio del processo di accumulazione del capitale. Ciò è possibile perché nel corso del capitalismo, a causa delle sue numerose crisi, si è reso necessario l’istituzione di comando sulla moneta, attuato al di fuori della logica di scambio. L’istituzione (Banca Centrale e sistema creditizio) che lo detiene definisce i criteri discriminatori di acceso alla moneta sulla base della struttura proprietaria privata esistente. Il ciclo del capitale monetario si struttura quindi in una sequenza unidirezionale che va dalla fase del finanziamento (D-M), alla quella della produzione (M-M’) e infine a quella della realizzazione (M’-D’). Si tratta di uno schema che si presenta strutturalmente instabile, poiché si fonda sul fatto che è l’indebitamento monetario a creare le condizioni di accumulazione.

La creazione di moneta avviene senza contropartita. Già ciò avveniva durante il periodo di Bretton Woods, dove comunque era ancora presente la parità aurea di 35$ per oncia d’oro, che definiva l’unità di misura del valore. Figurarsi ora, in presenza di pura moneta segno.

  1. Il comune come modo di produzione monetario

Seguendo l’impostazione di Christian Marazzi (Che cosa è il plusvalore?, Casagrande, Bellinzona, 2016), Antonio Di Stasio individua tre forme storiche della moneta senza contropartita che hanno scandito la vicenda capitalistica: “mercantilismo, capitalismo industriale e capitalismo cognitivo” (pag. 235). Al riguardo ognuno di queste tre fasi presenta una differente modalità di realizzazione del plusvalore. Senza essere troppo schematici, possiamo affermare che l’imperialismo caratterizza la fase mercantile, il debito pubblico la fase industriale-fordista e, infine, la finanziarizzazione della vita la fase del capitalismo cognitivo.

Riguardo il capitalismo mercantile pre-taylorista, l’export verso paesi terzi non ancora capitalisticamente evoluti ha svolto il ruolo di compensazione alla sovrapproduzione dei paesi più avanzati dal punto di vista capitalistico. Di Stasio, ricorda al riguardo l’approccio marxiano sul tema ma anche la teoria dell’imperialismo di Rosa Luxemburg.

Con l’avvento del fordismo, la carenza di domanda effettiva e quindi le difficoltà di realizzare un plusvalore può essere, dal punto di vista di Kalecki e poi di Keynes, risolta con l’incremento del debito pubblico. Anche nell’ambito delle teorie del circuito monetario, Augusto Graziani suggerisce che la spesa pubblica in disavanzo è uno strumento che può favorire la fase della realizzazione e quindi della monetizzazione del plusvalore, se il deficit pubblico è finanziato da moneta creata ex nihilo.

Antonio di Stasio riporta un’osservazione di Marazzi:

“L’altra soluzione al problema della monetizzazione del plusvalore è lo stato sociale, il Welfare State, che con il deficit spending ha per così dire risolto all’interno del circuito quello che l’imperialismo ha risolto al suo esterno. La creazione di redditi aggiuntivi necessari per la realizzazione del plusvalore che, insieme a quelli salariali, concorrono a definire la domanda effettiva, avviene e può solo avvenire in termini deficitari (C. Marazzi, Che cosa è il plusvalore?, Casagrande, Bellinzona, 2016, pag. 76)”

La crisi del paradigma fordista e keynesiano, acuita anche dal rifiuto del lavoro di parte della classe operaia organizzata nella grande fabbrica taylorista, apre un processo di ristrutturazione e innovazione nei processi di accumulazione e quindi anche nelle modalità di estrarre plusvalore. Queste trasformazioni, ben rappresentate dall’ascesa della fase del capitalismo cognitivo, si intrecciano con “l’affermarsi della cosiddetta governamentalità neoliberale” (pag. 255).

Questa nuova governamentalità neoliberale si basa su due presupposti. Il primo è la desalarizzazione crescente del mercato del lavoro, verso forme spurie di prestazione lavorativa che non implicano solo una modifica formale del contratto di lavoro ma piuttosto una trasformazione del modo di produzione e del rapporto tra capitale e lavoro. Tale processo trova la sua massima espressione nell’attuale capitalismo delle piattaforme. Il secondo presupposto è lo spostamento del baricentro della monetizzazione del plusvalore verso i mercati finanziari, che diventano il vero motore dell’accumulazione capitalistica contemporanea, in grado di dettare nuove forme di finanziamento alla tecnologia, sostituirsi al welfare come fornitore “privato” e “selettivo” dei servizi sociali primari (aumentando quindi la ricattabilità dei meno abbienti e del lavoro precario) e ampliare le diseguaglianze della distribuzione del reddito grazie alla crescita delle rendite finanziarie.

Di fatto, la finanziarizzazione del deficit spending (il welfare keynesiano) è il grimaldello per ristrutturare i rapporti di lavoro, all’interno di una nuova modalità organizzativa che vede nella piattaforma digitale, nel coinvolgimento gratuito dei prosumer, nella captazione della cooperazione sociale (in una parola, nella sussunzione vitale) la nuova architettura dello sfruttamento.

È in tale contesto, che, dopo un lungo percorso d’analisi, necessario quanto imprescindibile, il testo di Di Stasio arriva finalmente al cuore del problema e alla proposta politica: il comune come modo di produzione monetario, ovvero:

“delineare le condizioni materiali per concepire una moneta del comune, intesa come infrastruttura monetaria capace di attivare meccanismi di credito sociale e di validazione impersonale delle pratiche produttive e riproduttive orientate, anziché alla massimizzazione del plusvalore, alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri collettivi” (pag. 263).

In altre parole, la moneta del comune rappresenta uno strumento imprescindibile per realizzare il comune come alternativa politica, sociale ed economica, in grado di traghettarci oltre il capitalismo presente. E ciò è possibile, perché una nuova architettura valoriale è possibile se la moneta del comune “fa dei bisogni e dei desideri sociali la misura del valore” (pag. 345). Condizione perché ciò possa avverarsi è l’esistenza di un certo grado di fiducia che alimenta le relazioni sociali, riconosca quella cooperazione sociale in un contesto di autogoverno e non sulla base di forme impositive e gerarchiche, fuori da una logica di comando. Il concetto di autogoverno è fondamentale. È l’aspetto politico dell’autorganizzazione produttiva finalizzata alla produzione di valori d’uso e non di scambio, all’interno di un circuito M-D-M.

In secondo luogo,

“il comune si presenta storicamente come il movimento reale di abolizione del lavoro necessario, cioè un processo di rimozione dei rapporti di produzione e di socializzazioni capitalistici tramite lo sviluppo delle forze riproduttive” (pag. 346).

Ciò significa che la moneta del comune su presenta come moneta alternativa e non solo complementare e si realizza in forme concrete di finanziamento e convalida sociale di “rapporti sociali antagonisti rispetto a quelli di accumulazione capitalistica”.

In terzo luogo, la valorizzazione a cui allude la moneta del comune è quella definita dalla ricchezza sociale che il capitalismo bio-cognitivo delle piattaforme depaupera ed espropria, ovvero la ricchezza sociale che deriva dalle attività produttive e sociali in grado di sviluppare un processo di reificazione della vita umana, una produzione dell’umano per l’umano.

Ed è all’interno di questa conclusione è possibile ipotizzare politiche monetarie per il comune, che spaziano dal sostegno a un'”ecologia del comune contro l’inflazione climatica” a un'”economia della conoscenza” contro l’inflazione da rendita, magari partendo inizialmente dalla sperimentazione di circuiti monetari alternativi, autogovernati da istituzioni del comune dal basso.