In casa mia si raccontava una storia che riguardava il Ticinese, il nostro quartiere, e uno degli uomini che lo abitavano. Quest’uomo era conosciuto da tutti e lo conosceva bene anche la mia famiglia. Non entra in questo mio scritto, dunque, né come un personaggio astratto, né come una funzione narrativa. Era un uomo con un nome, una casa, dei figli cui la mia famiglia voleva bene. Aveva, insomma, una storia visibile dentro al quartiere. Per inciso, sono ormai molti mesi che ho mosso i primi passi per un libro sulla sua vita, piano piano, col tempo che serve perché quella storia arrivi davvero.
Quest’uomo era conosciuto come un ladro gentiluomo. Se ne raccontano tanti, nei quartieri, di personaggi così. Non so se fosse gentile, di certo era simpatico e sveglio, e non avrebbe mai fatto male a nessuno. I giornali lo hanno chiamato “l’Arsenio Lupin del Ticinese”. A ogni modo, a un certo punto, alcune sue condanne divennero definitive. Bisognava arrestarlo. Era la Vigilia di Natale.
Il maresciallo della caserma, o il commissario, non ricordo più con precisione, andò da lui e gli disse più o meno così: ho l’ordine di arrestarti e devo eseguirlo, però oggi è la vigilia. Passa Natale con i tuoi figli, io torno a prenderti a Santo Stefano. Tu fatti trovare.
A Santo Stefano lo trovò.
Era una delle tante storie che dicevano qualcosa del rapporto tra la legge e la vita degli uomini. La pena non veniva cancellata. L’ordine dello Stato non arretrava. Nessuno fingeva che le condanne non ci fossero. Però, nel gesto di chi doveva eseguire l’arresto, restava l’idea che davanti all’istituzione ci fosse ancora un uomo.
Il centro della storia non era il rinvio dell’arresto, bensì il riconoscimento reciproco che lo aveva reso possibile. Il rappresentante dello Stato aveva visto l’uomo dietro il criminale. Il criminale, accettando di farsi trovare, aveva visto l’uomo dentro l’istituzione. La legge faceva il suo corso, ma non si trasformava in puro meccanismo. Chi doveva essere arrestato veniva privato della libertà, ma non veniva ridotto al reato, grazie alla mediazione della polizia del quartiere. Tra i due restava un filo. In quel filo, nel quartiere Ticinese del secolo scorso, passava ancora qualcosa che somigliava a un patto sociale.
Questa storia mi è tornata in mente pensando ad Alfredo Cospito.
Mi interessa Alfredo Cospito, e non soltanto “il caso” che porta il suo nome. Mi interessa anche perché è difficile interessarsene senza essere subito trascinati dentro a una scena già costruita. Da una parte la caricatura del nemico assoluto, dall’altra la figura del martire. In mezzo, spesso, scompare l’uomo. Restano una sigla (41-bis), una biografia politica, un fascicolo, un corpo su cui si esercitano discorsi opposti.
La parabola politica di Cospito mi respinge. Non è la mia. In fondo, non mi sembra neppure politica e proprio per questo non sento alcun bisogno di addolcire il giudizio su di essa. La responsabilità penale appartiene ai tribunali ed è un fatto che assumo. Allo stesso tempo, non sono ingenuo: conosco la funzione classista della giustizia e so qualcosa di ciò che accade dentro le carceri.
Il punto, per me, comincia dopo.
Molti anni fa, Giulio Sapelli mi disse una cosa che ho tenuto con me. Mi disse che si può essere radicali nella scrittura, e nella politica, quanto si vuole, a condizione di fondarsi sulla ricerca e di non puntare mai il dito contro il singolo individuo. Bisogna guardare alle istituzioni, alle funzioni sociali, ai rapporti di potere, alle responsabilità storiche. Si può essere severi, anche durissimi. La radicalità, però, non consiste nel rendere feroce lo sguardo. Consiste nel renderlo più esatto.
Ho provato a restare fedele a quella lezione. Non sempre ci sono riuscito, ovviamente, ma quella frase ha orientato una parte importante del mio modo di scrivere e pensare. Mi ha insegnato a diffidare dell’accanimento contro il singolo uomo, anche quando quell’uomo sembra offrire tutte le ragioni per essere respinto.
Mi pare che questa lezione debba valere anche per lo Stato e anche nei confronti di Cospito. Anzi, soprattutto per Cospito. Perché è facile riconoscere l’umano dove l’umano ci somiglia, dove ci commuove, dove parla una lingua già vicina alla nostra. È molto più difficile riconoscerlo dove la storia politica, le parole, i gesti, le responsabilità producono distanza e fastidio. Eppure, è lì che si misura la tenuta di un principio. Il silenzio di questi giorni di molti tra coloro che lavorano con i libri mi pare grave anche per questo. Chi accusa il settore di “amichettismo” non ha ragione, e spesso peggiora ciò che denuncia, ma mette il dito nella piaga di un circolo chiuso, di un circuito in cui non sembrano entrare le cose sporche del mondo.
Non ho competenze di diritto penitenziario e non posso discutere tecnicamente il 41-bis. Altri possono farlo meglio di me, e lo stanno facendo. Non è questo il terreno su cui voglio collocarmi. Mi interessa fermarmi su un punto più elementare, e forse per questo più inquietante: che cosa significa negare dei libri a una persona detenuta?
I libri non rendono migliori. Chi scrive, chi legge, chi lavora con i libri dovrebbe saperlo meglio degli altri. I libri possono essere usati male, capiti male, trasformati in ornamento, in alibi, in conferma di sé. Nessun libro cancella una colpa. Nessun libro trasforma automaticamente una vita. Nessun libro redime per il solo fatto di essere letto.
Però un libro mantiene aperta una relazione.
Questo lo so da lettore, da autore, da storico, e anche da uomo che ha incontrato i libri dentro una storia di classe. Per chi nasce in certe case, i libri non sono mai soltanto libri. Sono oggetti che promettono una stanza più larga di quella in cui si vive, che fanno intravedere una lingua diversa, un mondo più vasto, a volte anche una possibilità di fuga. Una fuga quotidiana. Una forma di tenuta.
In una casa popolare, in una famiglia senza biblioteche ereditate, un libro può avere un peso materiale molto concreto. Lo si compra quando si può, lo si prende in prestito, lo si tiene anche quando non lo si legge subito. Sta lì, e già il fatto che stia lì cambia qualcosa. Dice che il mondo non finisce nel punto in cui siamo nati, nella strada che conosciamo, nel lavoro che ci aspetta, nella reputazione che gli altri ci hanno cucito addosso, nel ruolo e nel posizionamento che hanno deciso per noi. Dice che un’altra conversazione è possibile.
In carcere questa funzione si fa più radicale. Un libro non è evasione nel senso facile della parola. Non è consolazione né un premio. È una relazione minima con il mondo di fuori. È una voce che rompe il silenzio dell’istituzione totale. È un tempo diverso dentro un tempo già sequestrato. È, forse, una delle poche forme in cui una persona detenuta può continuare a misurarsi con qualcosa che non coincide con la propria colpa, con la propria cella, con il proprio fascicolo, col proprio pensiero ossessivo rinchiuso tra le mura di un carcere. Mi basta pensarci per sentire che io, al suo posto, rischierei di impazzire.
Per questo la questione dei libri negati a Cospito mi sembra tutt’altro che marginale. Non riguarda soltanto l’accesso a un bene culturale. Riguarda la conservazione di un filo. Uno Stato che taglia tutti i fili produce un uomo al quale un giorno chiederà di riconoscere ancora qualcosa della società da cui lo ha separato.
E qui torno alla storia del mio quartiere. L’istituzione deve vedere l’uomo. L’uomo deve poter vedere l’istituzione. Questo non cancella il reato, non indebolisce la pena, non trasforma la giustizia in indulgenza privata. Serve a conservare il nesso sociale. Senza quel nesso, resta soltanto l’apparato. Davanti all’apparato, a sua volta, resta soltanto il nemico.
Lo Stato deve chiedersi quale uomo vuole avere davanti quando Alfredo Cospito uscirà dal carcere. Perché Cospito, salvo ciò che nessuno può prevedere, uscirà dal carcere. E allora la domanda non è astratta. Se durante gli anni della detenzione lo Stato avrà lavorato per interrompere ogni rapporto, compreso il rapporto fragile e ostinato della lettura, non potrà stupirsi dell’uomo che incontrerà fuori. Non potrà stupirsi se quell’uomo non riconoscerà più nulla come comune, se avrà avuto davanti a sé soltanto muri, divieti, sottrazioni, procedure.
A volte parliamo dei libri con troppa enfasi. Li trasformiamo in feticci civili, in oggetti buoni per definizione. Io vorrei evitare anche questo. Un libro non salva sempre. Però sottrarre i libri a una persona detenuta significa decidere che quella persona può essere lasciata senza interlocutori. Significa dire che la sua interiorità non interessa più. Che la sua salute non ci interessa più. Che la sua possibilità di pensare, di restare in rapporto con una voce esterna, può essere compressa fino quasi a sparire.
Questa cosa dovrebbe inquietare chiunque lavori con le parole, con i libri, con la scuola, con le biblioteche, con la cultura pubblica. Se il libro conta davvero qualcosa, conta anche quando arriva nelle mani di una persona che ci respinge. Forse conta soprattutto in quel momento.
Non si tratta di avere simpatia per Cospito. La simpatia è una categoria povera, in questo caso. Si tratta di non consegnare allo Stato il diritto di spezzare un uomo oltre la pena. Si tratta di ricordare che la Costituzione non misura la propria forza quando protegge le vite accettabili, ma quando riesce a tenere dentro il proprio orizzonte anche le vite che ritiene peggiori. Ne ho conosciuti fin troppi di uomini e donne di sinistra a parole, e pronti a ringhiare chiedendo vendetta.
Nel paese di Beccaria, e in una Repubblica che si avvicina ai suoi ottant’anni, dovremmo essere capaci almeno di questo: non lasciare che il carcere diventi il luogo in cui l’uomo scompare dietro il reato, dietro il regime, dietro la paura che produce il suo nome.
Perché alla fine resta questo, almeno per me. Un uomo può avere sbagliato, può avere colpito, può avere attraversato una soglia politica che personalmente considero la negazione stessa della politica. Lo Stato punisca secondo la sua propria legge. Ma se lo Stato non vede più l’uomo, se non consente neanche più, a quell’uomo, di tenere in mano un libro, allora non sta soltanto punendo. Sta disfacendo il filo che un giorno dovrebbe rendere ancora possibile un ritorno nella società.
E quando quel filo si spezza, non perde soltanto chi è chiuso in una cella.
Immagine in apertura: Senza titolo-Manifesto per un carcere futurista, con i detenuti attori, musicisti, danzatori e tecnici della Compagnia #SIneNOmine diretta da Giorgio Flamini, ideazione adattamento, testi, regia Giorgio Flamini, Anna Flamini, Sara Ragni, Pina Segoni. Fotografia di Marta Baciocchi.
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