La stragrande maggioranza degli uomini
di potere si fa facilmente e regolarmente
trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini
dei predecessori e torna a commettere
con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato
Procopio di Cesarea (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)
La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.
Precedenti storici di riferimento
Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.
Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero. Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari. C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.
Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale
Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.
Israele e Flotilla
La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.
La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco
Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.
Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).
Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.
Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.
L’attacco allo stato sociale.
L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.
Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo: dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.
Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.
E dunque?
Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!
Foto di apertura: Giustiniano e Teodora, mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna
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