La Striscia di Gaza è un’area devastata. La sua popolazione è stata abbandonata dai governi del mondo. Le restano soltanto la sua capacità di resistenza e la necessità di preservare il proprio futuro e quello dei suoi figli e delle sue figlie. Le resta, inoltre, la solidarietà internazionale, le mobilitazioni, i tentativi di smuovere i governi e le organizzazioni internazionali operati dalla Sumud Global Flotilla.

Nel silenzio dei governi

Bisogna dire le cose come stanno dal punto di vista socio-ambientale per capire il livello di bassezza etica, morale e politica a cui si è spinto il Governo di Israele nel silenzio dei suoi alleati ma anche di ampia parte di quei governi che dicono di essergli lontani. Questi silenzi – al di là delle parole di condanna di circostanza – sono attivi anche di fronte all’ennesima barbarie, questa volta perpetrata verso gli uomini e le donne della Global Flotilla. Non ci sono, infatti, atti concreti da parte dei governi e degli Stati: non vengono ritirati gli ambasciatori, non vengono chiusi i rapporti commerciali, non vengono applicate sanzioni. Nulla. E il proverbio secondo cui “chi tace, acconsente” resta lì come monito per lo meno morale a indicarci cosa le istituzioni nazionali sono diventate: non cosa stanno diventando, ma ciò che già sono.

Una terra ridotta in polvere

Il genocidio è sempre ecocidio. Gaza ne è l’ennesima conferma. Eyal Weizman, architetto forense, nel presentare il suo libro appena pubblicato “Ungrounding: The Architecture of Genocide, ha scritto: “Due anni e mezzo dopo il 7 ottobre 2023, gran parte della Striscia di Gaza – città, campi profughi, scuole, università, moschee, infrastrutture sanitarie, terreni agricoli, pozzi e persino il suolo stesso – è stata distrutta e resa tossica da bombe, artiglieria, colpi di carro armato e demolitori militari. La distruzione più sistematica è stata causata dai bulldozer D9 prodotti dall’azienda statunitense Caterpillar. […] I bulldozer hanno trasformato le fertili terre agricole di Gaza est in un deserto monocromatico di cemento grigio frantumato mescolato al terreno giallastro della zona. Intere città come Rafah, paesi come Beit Hanoun e campi profughi come Jabalia sono stati cancellati. […] Un paesaggio vissuto è stato trasformato in quello che l’ex generale israeliano Giora Eiland ha descritto come un luogo “dove nessun essere umano può esistere”. Il titolo dell’articolo pubblicato dalla London Review of Books è semplicemente tremendo: “Tutto ciò che troveranno è sabbia”. Il sottotitolo lo è ancora di più: “Eyal Weizman sulla demolizione di Gaza”.

A questa analisi fondata su una molteplicità di evidenze empiriche si possono aggiungere le parole del giornalista di Gaza Al Hassan Selmi, collaboratore anche della trasmissione della Rai “Presa diretta”, sul periodo iniziato a ottobre 2025 con il cosiddetto cessate il fuoco: “il genocidio a Gaza non è una storia del passato. Sta ancora accadendo, coperto dal silenzio e dalle menzogne. I bambini vengono uccisi, le famiglie vengono cancellate, e le persone vengono lasciate sole sotto i bombardamenti come se le loro vite non avessero alcun valore[1]. A cui associare quest’altro pensiero, che parla a tutte e tutti noi, che accompagna l’ennesima madre che piange sua figlia uccisa dalle forze israeliane: “conosco molto bene la macchina della guerra. Ho vissuto sotto la sua oppressione per tutta la mia vita. La conosco da vicino. Non può sconfiggere la forza delle persone, per quanto si nasconda dietro carri armati e razzi. La voce dell’umanità, quando è unita, è più forte di qualsiasi arma. La cosa più pericolosa in questo mondo non è soltanto l’uccisione, ma l’abitudine a guardare l’uccisione dei bambini di Gaza senza provare indignazione”. Concludendo: “i bambini di Gaza aspettavano che il mondo li abbracciasse, ma al loro posto li ha abbracciati la morte, perché il mondo sta annegando in un’ingiustizia mortale. La macchina della guerra non è la cosa più forte; le persone sono più forti quando si uniscono contro l’ingiustizia”.

L’impunità come progetto politico

Cosa succede se le persone non si uniscono e i governi non agiscono? Cosa produce l’inazione di fronte all’ingiustizia più palese, come quella manifestata di continuo da diversi membri del Governo di Israele, dalla popolazione occupante la Cisgiordania (i cosiddetti coloni), da un’ampia area di militari con i loro video di esaltazione della devastazione di Gaza e dei suoi abitanti tra il 2023 e il 2025? Semplicemente, produce la legittimazione di fatto dell’impunità. I ministri di Israele possono, così, tranquillamente dire che loro sono i padroni. Possono governare gli aiuti umanitari a loro piacimento. Possono decidere se, quanto e cosa si mangia nella Striscia di Gaza. I mandati di arresto delle corti internazionali, come quelli della Corte penale internazionale, vengono sbeffeggiati e derubricati ad atti di antisemitismo. Agiscono nell’impunità e sono contenti di farlo: d’altronde, la ostentano. Questo ha delle conseguenze terribili per Gaza e l’intera popolazione palestinese, compresa quella che ancora resiste in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

A questo proposito, nell’ultimo rapporto di Ajith Sunghay, responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani nel Territorio Palestinese Occupato (OPT), presentato il 18 maggio scorso, si dice esplicitamente che: “l’esercito e le forze di polizia di Israele e i coloni stanno uccidendo sempre più palestinesi nell’impunità, spesso agendo insieme”[2]. Aggiungendo: “l’impunità alimenta il ripetersi di questi crimini. La maggior parte degli orrori documentati qui, così come quelli registrati nei decenni precedenti, è rimasta impunita, senza alcuna prospettiva di giustizia per le vittime”.

Sunghay è arrivato a concludere con questa analisi: ” in un contesto come questo, la mancanza di azione non è passività. È una forma di autorizzazione”[3].

Futuro

La resistenza a questa impunità viene dai movimenti sociali, dalle reti internazionali solidali. Soprattutto, viene dalla popolazione palestinese dentro e fuori dalle sue terre. I governi, tranne poche voci, non sono interessati a rimuovere le condizioni di questa impunità radicale. Tuttavia, una prospettiva politica e morale rimane necessaria. La Striscia di Gaza, così come il resto della Palestina, ha bisogno di futuro, di una prospettiva per il suo ambiente di vita e per la sua popolazione. I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze palestinesi non possono vivere nella polvere per sempre. Non potranno accettarlo.

Il resto del mondo, in primis chi ha responsabilità di governo, deve assumere questo bisogno irrinunciabile di futuro come un obbligo politico. Se non lo farà – perpetrando nell’errore – condannerà le generazioni prossime a nuovi lutti e tragedie evitabili. Chi non agisce ora – ripeto, i governi in primo luogo, in quanto depositari di risorse importanti per l’azione – si fa responsabile di nuovi disastri che porterà sulla sua coscienza morale e politica: anche se sappiamo che non è detto che ne risponderà prima o poi davanti a qualche tribunale.

NOTE

[1] Queste parole si possono leggere e ascoltare qui.

[2] La notizia e il riassunto del rapporto sono disponibili qui.

[3] L’intero rapporto si trova disponibile qui.

Immagine di apertura: il ministro israeliano di estrema destra Ben Gvir insulta pesantemengte gli arrestati della Global Sumud Flottila al loro arrivo al porto di Ashdod