Pubblichiamo un articolo di Alessandro Villari sull’ennesimo tentativo di dare un definitivo colpo di spugna a tutte quelle cause con cui i lavoratori denunciano un salario inferiore al minimo costituzionale  (benché previsto da contratti collettivi sottoscritti anche dai sindacati confederali).

Come scrive anche l’Associazione Comma 2: “Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Con quattro emendamenti di quasi identico contenuto, dichiarati ammissibili dalla Commissione Lavoro della Camera al decreto lavoro, tre presentati da Lega e Forza Italia ed il quarto da Azione, si vorrebbe introdurre una modifica al testo del DL 30 aprile 2026 n. 62 (il cd. Decreto 1maggio): si ritenta nuovamente il “colpo di mano” nell’estate e a Natale del 2025, poi ritirato a seguito delle proteste delle forze sindacali e politiche anche perché per niente pertinenti ai testi normativi nei quali pretendevano di inserirsi (mentre questa volta il rilievo di “mancata pertinenza” viene meno, essendo la materia del salario specificamente trattata dall’art. 7 del decreto che si vorrebbe emendare). La proposta di modifica stabilisce che “nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi comparativamente più rappresentativi” se un lavoratore o una lavoratrice decide di rivolgersi a un giudice per chiedere che sia accertata la non conformità della paga ricevuta all’articolo 36 della Costituzione (che tutela il diritto ad una retribuzione proporzionata e comunque sufficiente a garantire un’esistenza libera dignitosa) “l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione” abbia efficacia “esclusivamente per il periodo successivo alla proposizione della domanda”. La disposizione cerca di contrastare il fatto che comunemente, quando un lavoratore o una lavoratrice decide di chiamare in causa il suo datore di lavoro per far accertare il suo diritto a uno stipendio dignitoso, chiede anche la condanna al pagamento degli arretrati maturati nei precedenti anni di sfruttamento”.

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Tra gli emendamenti presentati in sede di conversione in legge del  Decreto Lavoro  spiccano in quattro, tutti identici tra loro. Ecco il testo estratto dal sito istituzionale della  Camera dei Deputati , con i nomi dei parlamentari che li hanno proposti:

Dopo il comma 2, aggiungere quanto segue:

  2- bis . Nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi di cui al comma 2, vigenti e recanti meccanismi di tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni, l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione ha efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla proposizione della domanda avente ad oggetto l’accertamento della non conformità ai principi dell’articolo 36 della Costituzione.

  2- ter . La disposizione di cui al comma 2- bis  si applica, altresì, al trattamento economico riconosciuto per i periodi di ferie annuali, ove determinato in applicazione di un contratto collettivo nazionale o territoriale stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale o di un contratto collettivo aziendale stipulato dalle medesime organizzazioni sindacali dei lavoratori ovvero dalle loro rappresentanze sindacali aziendali o dalla rappresentanza sindacale unitaria.
*7.20.  Bruzzone.  *7.22.  Squeri, Tassinari, Battilocchio, Casasco.  *7.17.  Furgiuele, Caparvi, Giaccone, Lazzarini.

I promotori di questi emendamenti sono della Lega (Bruzzone, Furgiele, Caparvi e Giaccone) e di Forza italia (Squeri, Tassinari, Battilocchio, Casasco), e fin qui nulla di strano.

Semmai più curiosa è l’esistenza di un quarto emendamento, identico ai tre precedenti ma collocato “dopo il comma 3” anziché dopo il comma 2, a firma del (poco) onorevole  Ettore Rosato , parlamentare di Azione che procede così nel suo percorso di cooptazione nella maggioranza.

Il primo comma di questo emendamento non è altro che la quarta riproposizione dell’emendamento “della vergogna” già proposto lo scorso luglio con l’“ emendamento Pogliese ”, a dicembre nella  legge di bilancio  e di nuovo  a gennaio , quando non riuscì ad approdare nemmeno in Consiglio dei Ministri.

Lo scopo di questa proposta è evidentemente quello di dare un definitivo colpo di spugna a tutte quelle cause (sono migliaia!) con cui i lavoratori denunciano un salario inferiore al  minimo costituzionale  (benché previsto da contratti collettivi sottoscritti anche dai sindacati confederali). Un vero e proprio condono che si tradurrebbe in un colossale furto ai danni dei lavoratori più sfruttati.

Più sottile e difficile da interpretare per i non addetti ai lavori la norma del secondo comma, che estende lo “scudo” al “trattamento economico riconosciuto per i periodi di ferie annuali”. A che cosa si riferisce?

A  un filone di sentenze ormai consolidato , che hanno affermato il principio secondo cui rientra a pieno titolo nella retribuzione che deve essere pagata durante i periodi di ferie qualunque importo pecuniario che venga ordinariamente pagato in relazione all’attività lavorativa nei periodi di presenza. Dunque, ad esempio, buoni pasto o indennità di turno.

Molti contratti collettivi prevedono che queste indennità vengano corrisposte soltanto nei giorni di presenza, ma queste clausole sono state ritenute illegittime. I lavoratori che hanno chiesto gli arretrati (sono prescritte solo le somme maturate prima del luglio 2007) sono già centinaia, e potrebbero essere potenzialmente decine di migliaia.

Ecco perché per il padronato ei suoi lacchè è urgente intervenire a gamba tesa e bloccare tutto: se questa norma venisse approvata, molti lavoratori dovrebbero rinunciare a migliaia di euro di arretrati.

È l’ennesima vergogna di questo governo (e a questo punto non solo) che non cacceremo mai troppo presto.