Pubblicato in francese nel 2023 e in italiano nel 2025 (traduzione per Ombre Corte di Gianfranco Morosato, con il sottotitolo “un’ecologia politica del lavoro”), Exploiter les vivants di Paul Guillibert è un breve saggio che ha l’obiettivo di inquadrare una prospettiva che sia in grado di orientare l’azione per uscire dalla crisi ecologica. Seguendo il lavoro già svolto da Andreas Malm in Fossil Capital (2016), Paul Guillibert afferma che la crisi climatica emerge “da una particolare combinazione tra rapporti di lavoro capitalistici preesistenti e dispositivi tecnici che consentono l’utilizzo di alcune forze naturali” (2025, p. 28). Questo significa che la crisi climatica è causata dal capitalismo fossile (e non dal capitalismo in generale), che inizia con l’utilizzo del carbone come combustibile per la produzione[1]. In effetti, se consideriamo il ciclo di autovalorizzazione del capitale, è chiaro che per l’accrescimento del valore sia necessario che a ogni periodo di produzione siano prelevate maggiori risorse rispetto al periodo precedente[2], delineando così un ciclo di appropriazione che ha la sua fine solo con l’esaurimento delle stesse risorse. Nel contesto del capitalismo fossile infatti, questo ciclo è doppio: a quello di produzione bisogna considerarne anche un altro, quello di estrazione degli stessi combustibili fossili necessari per la produzione e che quindi seguono la stessa logica di crescita della produzione. Con le parole di Guillibert, “la ricerca del profitto porta quindi al collasso delle risorse e all’emissione di inquinanti” (2025, p. 82).
Da questo fondamentale punto di partenza, Guillibert fa un’osservazione che gli permette di individuare la natura complessiva del problema, e di ottenere una definizione più chiara e completa della crisi ecologica e della sua causa:
“cosa avrebbero potuto produrre i lavoratori inglesi se non fossero stati sostenuti da una forza lavoro domestica gratuita e se le fabbriche non fossero state rifornite da risorse estratte dalle piantagioni coloniali?” (2025, p. 33)
In questo senso, l’estrazione di plusvalore dai lavoratori salariati è possibile solo grazie ad una precedente e successiva appropriazione gratuita di risorse naturali e di lavoro riproduttivo non salariato. A questo punto, Guillibert arriva a una definizione più completa della crisi ecologica, che definisce a partire dalla divisione sociale internazionale del lavoro che è fondata dunque non più solo sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma anche sull’appartenenza razziale e sui rapporti di genere (2025, pp. 48–49). La crisi ecologica inizia con l’appropriazione gratuita del lavoro degli schiavi e delle risorse naturali nelle piantagioni coloniali e termina con l’appropriazione gratuita del lavoro riproduttivo, passando per lo sfruttamento del lavoro salariato.
Le risorse naturali e il lavoro domestico sono svuotati completamente di valore, e dunque sono percepiti (e appropriati) come gratuiti: in effetti, questo è ciò che accomuna il lavoro riproduttivo con le risorse naturali. Entrambi sono considerati dal capitale come natura, e dunque come l’insieme di quelle risorse gratuite e liberamente disponibili a cui attingere per la produzione, e che include dunque foreste e miniere, ma anche corpi e attività umane e non umane (Guillibert, 2025, p. 50). Così come il valore è lo strumento con cui il capitale astrae le entità al fine dello scambio, allo stesso modo la natura è un’astrazione di tutto ciò “per cui le borghesie non vogliono pagare” (Moore, 2023, p. 29).
Dunque, poiché la crisi ecologica è causata da una produzione per la produzione tipica del capitalismo fossile (Guillibert, 2025, p. 82), allora la strategia che la classe lavoratrice dovrebbe attuare contro di essa è senz’altro quella di una decrescita: “le sue [di un’ecologia di classe] armi privilegiate sono il sabotaggio, lo sciopero e l’organizzazione di contropoteri per sviluppare beni comuni non monetari e pianificare un’economia della decrescita” (Guillibert, 2025, p. 82). In questo quadro si inserisce dunque la caratterizzazione della natura come un’astrazione creata dal capitale, nel senso che essa corrisponde alla base materiale di una serie specifica di relazioni di produzione e riproduzione (il capitalismo), caratterizzata sia dalla sua finalità di accumulazione senza fine (Moore, 2015, p. 119), sia dalla assoggettazione della riproduzione sociale alla produzione responsabile dell’ecocidio.
In questo quadro la questione della genesi è fondamentale, perché nessuna teoria per il superamento della crisi ecologica può ritenersi valida se non fa i conti con la storia stessa di questa crisi. Grazie all’analisi storica è infatti possibile caratterizzare gli strettissimi legami che la situazione attuale ha non solo con il modo di produzione capitalistico in generale, ma in particolare con il capitalismo fossile, con il colonialismo e con l’appropriazione gratuita delle risorse. Un’analisi che includa la storicità della crisi, e che parta dunque dalla sua genesi, permette di evidenziare come i territori e i corpi che per primi subiranno (e stanno già subendo) gli effetti devastanti della crisi ecologica sono quegli stessi che il capitale svaluta e delle cui attività si appropria gratuitamente e attraverso la violenza, ossia gli spazi e i corpi razzializzati e colonizzati. Come sottolineano Barca e Leonardi, “la razzializzazione è un modo efficace per produrre una natura svalutata, sia in termini di manodopera che di territorio, natura che deve essere aperta ai processi di valorizzazione capitalistica attraverso la colonizzazione e lo sfruttamento oltre i limiti” (2018, p. 4). I costi sociali dello sviluppo capitalistico sono in questo modo trasferiti sui soggetti razzializzati o colonizzati e sui loro ambienti.
Prima di delineare nel dettaglio il progetto del “comunismo dei viventi”, Guillibert si concentra sul dimostrare la necessità della decrescita per il superamento della crisi ecologica, elemento che infatti è centrale nella sua proposta politica. Il concetto chiave che Guillibert utilizza per sviluppare la sua proposta teorica e politica, partendo dalla decrescita ma andando oltre essa, è quello di working-class ecology, sviluppato da Emanuele Leonardi e Stefania Barca (2018). Il concetto di working-class ecology “rimanda all’interazione tra i corpi dei lavoratori e gli ambienti in cui vivono” (Guillibert, 2025, p. 84), e dunque indica quella “rete di relazioni sistemiche” che esiste fra le comunità lavoratrici (i corpi dei lavoratori e dei membri delle loro famiglie) e i loro ambienti di vita e di lavoro (Barca & Leonardi, 2018, p. 3). Secondo la prospettiva di Barca e Leonardi e condivisa da Guillibert, la presa di coscienza, da parte di una comunità lavoratrice, di essere parte integrante di un tessuto relazionale su cui si fonda la sopravvivenza stessa della comunità e dei corpi, produce “particolari forme di attivismo sociale e politico” (Barca & Leonardi, 2018, p. 3), che gli autori definiscono working-class environmentalism. L’ambientalismo della classe operaia deriva dunque dal riconoscersi parte di un sistema complesso e intrecciato, dal quale i corpi dipendono per la loro sopravvivenza, e si risolve in un’agenda politica che mette al centro la salute dei corpi e degli ambienti di vita e di lavoro della comunità. Come sottolinea Guillibert, la questione critica di queste lotte è certamente quella del “ricatto occupazionale” (2025, p. 85): in effetti, i lavoratori sono “intrappolati nella contrapposizione tra il deterioramento delle loro condizioni di lavoro – da un punto di vista sanitario ed ecologico – e la retribuzione che garantisce la loro sussistenza” (Guillibert, 2025, p. 85). In altre parole l’ambientalismo della classe operaia deve fare i conti con il fatto che la riproduzione sociale della comunità operaia è vincolata alla produzione capitalista, perché dipende dal salario e dal mercato dei consumi.
Proprio a partire da questa contraddizione, Guillibert sviluppa l’alternativa del “comunismo dei viventi”, progetto che “deve strappare la sussistenza al salario, in altre parole strappare la riproduzione sociale alla produzione capitalista, responsabile dello sfruttamento e dell’ecocidio” (2025, p. 92).
Come fanno notare Barca e Leonardi (2018, p. 5), la relazione che esiste fra le comunità lavoratrici e i loro ambienti è molto spesso mediata da una serie di attività (industriali, agricole, energetiche, commerciali) da cui le comunità dipendono per la loro sopravvivenza, attraverso il salario e il mercato. Questo elemento è evidenziato e rimarcato da Guillibert, che lo rende un passaggio chiave per la sua strategia di un’ecologia di classe: nella prospettiva di un’estensione dell’autonomia della sussistenza della classe operaia, “la sfida principale per un’ecologia di classe è quella di sfuggire alla dipendenza materiale dal salario, cioè alla mercificazione della vita” (2025, p. 103). Secondo Barca e Leonardi, i capitalisti possono utilizzare quello che gli autori chiamano “ricatto occupazionale”[3] contro le comunità lavoratrici grazie a delle specifiche condizioni, che il capitale stesso si impegna a creare e a mantenere. I due studiosi fanno infatti notare che la creazione della natura da parte del capitale[4] permette non solo la dominazione e l’appropriazione dei corpi e delle loro attività, come già menzionato, ma anche la loro categorizzazione come “corpi usa e getta” e il loro posizionamento in specifici ambienti designati come “zone di sacrificio”. Questa operazione è possibile grazie ai processi di razzializzazione e genderizzazione dei corpi, che sono in questo modo svuotati di valore. La divisione razziale e sessuale del lavoro, necessaria per la valorizzazione del capitale (Barca & Leonardi, 2018, p. 4), diventa dunque possibile. Si può dire che l’elemento chiave di questa dinamica è rappresentata dal fatto che le comunità lavoratrici sono posizionate in zone marginali verso cui possono essere indirizzati i costi sociali e ambientali dello sviluppo capitalistico e della produzione (Barca & Leonardi, 2018, p. 4).
Un punto di vista interessante su questo aspetto è quello offerto da Fatima Ouassak, militante ecologista e antirazzista francese e autrice del libro Pour une écologie pirate, tradotto e pubblicato in italiano nel 2024. Ouassak cerca di definire un progetto ecologista che sia veramente liberatorio, e per farlo mette al centro proprio l’importanza dei quartieri popolari sia nell’analisi del processo di dominazione che in quello di una possibile liberazione. Ouassak individua i quartieri popolari come una di quelle “zone di sacrificio” all’interno delle quali i corpi razzializzati sono depositati – e obbligati a rimanere.
Nella sua analisi la terra assume un ruolo centrale, dal momento che le persone che abitano i quartieri popolari in quanto “zone di sacrificio” sarebbero caratterizzate da una condizione di “disancoraggio”. Questo termine ha l’obiettivo di spiegare quella condizione per cui gli abitanti dei quartieri popolari non possono sentirsi a casa propria nel luogo in cui vivono, a volte perché continuano ad essere etichettati come immigrati anche se sono nati in quello stesso quartiere (Ouassak, 2024, p. 50), a volte perché “spossessati dei quartieri invasi dal turismo, [o] buttati fuori casa dai promotori immobiliari che ridisegnano le città intelligenti” (Cirillo & Ferrante, in Ouassak, 2024, p. 17). In questo senso dunque il disancoraggio è proprio quell’operazione sistematica con la quale certi quartieri sono trasformati in “zone di sacrificio”. Il disancoraggio “permette di trasformarli [i quartieri] in luoghi dove inquinare e maltrattare la terra senza che ciò provochi disordini o rivolte, perché continuiamo a dire a queste persone [che li abitano] che questa terra non è la loro” (Ouassak, 2024, p. 52-53).
Da un lato le comunità lavoratrici sono costrette al ricatto occupazionale e dunque devono accettare, per non perdere il salario, di vivere e lavorare in condizioni di insalubrità (ad esempio a causa dell’inquinamento e della cementificazione). Dall’altro, dal momento che “sicurezza è diventata la parola d’ordine delle autorità quando si tratta di pensare a come gestire i quartieri popolari” (Ouassak, 2024, p. 86), gli abitanti dei quartieri popolari sono soffocati da muri, videocamere, pattuglie e recinzioni che gli impediscono il libero movimento – che invece è assicurato a chi vive nei quartieri residenziali o nel centro delle città.
In questo senso l’impossibilità di respirare si configura come una particolare modalità d’essere delle relazioni della rete della vita delle comunità operaie, condizione che media e spezza i vincoli fra i corpi e gli ambienti che abitano. Inoltre, la presa in considerazione di questo aspetto e la sua centralità all’interno di un progetto politico ecologista è ciò che distingue una prospettiva borghese da una che invece è propriamente di classe: “il progetto ecologista bianco è pensato per ridurre il danno e mantenere lo status quo del privilegio, non guarda a quelle e quelli che soffocheranno ben prima degli altri perché già faticano a respirare” (Cirillo & Ferrante, in Ouassak, 2024, p. 15-16).
La riappropriazione della terra passa certamente per le lotte territoriali contro l’estrattivismo[5] e contro la gentrificazione dei quartieri popolari, ma – come evidenzia Ouassak – passa anche attraverso l’abbattimento delle frontiere e dei muri che da un lato impediscono il libero movimento delle persone fra i paesi e i continenti, e dall’altro impediscono il movimento a chi vive nei quartieri popolari. Nel libro di Ouassak la rivendicazione della libertà di movimento riveste un ruolo centrale perché rappresenta quello strumento con cui è possibile rispondere alla diseguaglianza strutturale del capitalismo coloniale per cui le persone che soffrono maggiormente le cause della crisi ecologica sono le stesse a cui è negata la possibilità di fuggire, a causa delle frontiere[6].
Questo elemento è particolarmente importante perché si configura come “l’alternativa alla questione climatica e demografica così come presentata dall’estrema destra, e come l’alternativa alla logica coloniale-capitalista” (Ouassak, 2024, p. 117). Questa osservazione va intesa all’interno di quella nuova fase della governamentalità che Guillibert chiama “governamentalità ecopolitica”, e che deve fare i conti con il collasso ecologico e la scarsità di risorse ad esso connessa: in questa nuova fase infatti “la considerazione delle naturalità sta diventando un principio di autolimitazione dei governi” (2025, p. 105). Nell’analisi dell’autore, questa fase può essere sviluppata in due differenti modalità: o attraverso una working-class environmentalism socialmente ingiusta che permette ai ricchi di responsabilizzarsi in quanto “cittadini-consumatori” ma continuando a beneficiare dei loro privilegi di classe; oppure attraverso un nuovo compromesso di classe fondato “sull’idea che le risorse, limitate, debbano essere preservate da politiche di controllo dei movimenti e delle identità” (Guillibert, 2025, p. 116). Quello a cui Ouassak fa riferimento è proprio questo secondo scenario, all’interno del quale il Nord globale fa del razzismo uno strumento di governo, rafforzando le frontiere e le politiche di controllo con lo scopo di assicurarsi le ormai limitate risorse disponibili e di preservare lo spazio interno dello Stato dall’immigrazione scatenata proprio da questa scarsità di risorse. Uno scenario dal quale gli USA trumpiani non sembrano essere troppo distanti.
Il progetto di Guillibert si configura dunque come una sostanziale espropriazione dei mezzi di produzione e una loro riconversione verso un’economia della riproduzione eco-sociale e non più della produzione e del profitto (2025, p. 104). A questo proposito l’autore evidenzia la dimensione di classe del suo progetto, insistendo sull’idea che oggi la scarsità è essenzialmente artificiale, dal momento che lo sviluppo tecnologico e le capacità produttive del capitalismo sarebbero perfettamente in grado di porvi fine, ma questo non avviene, perché l’obiettivo della produzione è appunto l’accumulazione di profitto. Con altre parole, nel capitalismo l’abbondanza è in potenza, nel comunismo è in atto: nel capitalismo l’abbondanza è lasciata intravedere ma non è mai realizzata, nel comunismo essa diviene reale non tanto grazie alla produzione di beni di consumo, quanto piuttosto all’accesso collettivo e paritario a beni e risorse, oltre che a una “equa ripartizione degli oneri ecologici” (Guillibert, 2025, p. 100).
NOTE
[1] Come Guillibert fa notare basandosi sul lavoro di Andreas Malm e Timothy Mitchell, il punto fondamentale di questa transizione del capitalismo verso una economia fossile è che essa non fu causata tanto da una maggiore produttività o da degli specifici vantaggi tecnici, quanto dal risultato della struttura di classe del capitalismo. Infatti, secondo questi due studiosi, le transizione dall’acqua al carbone prima e dal carbone al petrolio poi furono causate da “un vantaggio comparativo [di una classe] per continuare lo sfruttamento dell’altra” (Guillibert, 2025, p. 29).
[2] Come ricorda Jason Moore: “ogni momento di valorizzazione economica dipende da momenti ancora più espansivi di svalutazione e appropriazione di lavoro/energia non retribuiti. Questo accumulo per appropriazione è fondamentale per l’accumulo di capitale” (Moore, 2025, p. 50)
[3] Barca e Leonardi riprendono la definizione di job blackmail di Kazis e Grossman, che lo definiscono come quella “pratica aziendale che consiste nel minacciare i dipendenti con una scelta tra lavoro e salute, facendo così credere all’opinione pubblica che non ci sia alternativa al business as usual (Barca & Leonardi, 2018, p. 3)
[4] Quel processo con cui il capitale svaluta corpi e ambienti per ottenere la natura intesa come “l’insieme delle realtà svalutate nel capitalismo, quelle che sono oggetto di un’appropriazione gratuita” (Guillibert, 2025, p. 50)
[5] Guillibert definisce l’estrattivismo come “il modo di appropriazione della natura tipicamente capitalista”. Esso, “fondato sulla rendita derivante dallo sfruttamento di una superficie o di un sottosuolo, si caratterizza per un livello di estrazione delle risorse naturali superiore al loro livello di rinnovamento ecologico” (2025, p. 72).
[6] Andreas Malm rende in modo molto chiaro questa idea, affermando che una teoria adeguata per questo momento storico di crisi ecologica deve “prendere atto del fatto che il riscaldamento globale colpisce prima i luoghi in cui il processo di modernizzazione non è stato completato. Le persone che non dispongono dei servizi più elementari, che non possono permettersi di vivere in una casa di vetro […], sono le prime a essere colpite. La maggior parte dei corpi recuperati dal mare appartiene a loro” (Malm, 2018)
BIBLIOGRAFIA
Barca, S., & Leonardi, E. (2018). Working-class ecology and union politics: A conceptual topology. Globalizations, 15(4), 487–503. https://doi.org/10.1080/14747731.2018.1454672
Guillibert, P. (2025). Sfruttare i viventi. Un’ecologia politica del lavoro. Ombre corte.
Malm, A. (2016). Fossil capital: The rise of steam power and the roots of global warming. Verso.
Malm, A. (2018). The progress of this storm: Nature and society in a warming world. Verso.
Moore, J. W. (2015). Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital. Verso.
Moore, J. W. (2023). Ecologia-mondo e crisi del capitalismo: La fine della natura a buon mercato (G. Avallone, A c. Di). Ombre corte.
Moore, J. W. (2025). La gran implosión: Clase, Imperio y crisis climática en el capitalismo zombi. Traficantes de sueños.
Ouassak, F. (con un contributo di Cirillo, V., & Ferrante, N.). (2024). Per un’ecologia pirata: …E saremo liberi! Tamu Edizioni.
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