Sappiamo tutto

Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l’irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le persone immigrate che entrano in Italia con il visto e poi si ritrovano senza permesso di soggiorno perché l’impresa che li ha richiesti non si fa trovare, dunque, praticamente, truffati). Sappiamo tutto: ce lo dicono almeno due decenni di ricerche sociali, inchieste giornalistiche, testimonianze di lavoratori e lavoratrici, atti processuali. Le informazioni di contesto e di dettaglio sono note alle istituzioni pubbliche a ogni livello, questure, ispettorati del lavoro e prefetture comprese. Lo sono anche a quelle attive ad Amendolara, in Calabria, dove il 1° giugno sono stati crudelmente uccisi quattro lavoratori: Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad.

Come ha scritto Luca Mazza per il quotidiano Avvenire, «non siamo di fronte all’eccezionalità di un’esecuzione barbara, ma alla manifestazione estrema di una violenza che rappresenta la punta di un iceberg assai più vasto. Il dramma di Amendolara è l’apice di un caporalato multiforme e sempre più diffuso nel nostro Paese»[1]. Le ragioni di questo fenomeno sono anche esse conosciute. Esse riguardano il modo in cui sono governate le immigrazioni – che subordinano il permesso di soggiorno al contratto di lavoro – ma anche il modo in cui le imprese gestiscono la manodopera – considerata un fattore da gestire a piacimento come se fosse una merce come qualsiasi altra merce, e dunque da ritenere a disposizione quando e come serve per realizzare quanti più soldi è possibile. Poi, ci sono gli aspetti tecnici, amministrativi, burocratici: quelli funzionano come corollario. Se l’immigrazione è ridotta alla sola funzione di manodopera utile allora tutta la struttura istituzionale che la governa tende a farlo secondo questo criterio-guida.

I meccanismi strutturali così come quelli procedurali sono conosciuti. Così come lo sono anche il fatto che le persone che emigrano-immigrano lo fanno spesso indebitandosi e in assenza di politiche pubbliche che ne sostengono i costi per vivere, ad esempio di specifiche politiche abitative. Ripeto: anche questi aspetti sono del tutto risaputi.

L’economia politica delle migrazioni

Se è vero che conosciamo meccanismi e rapporti socio-istituzionali che permettono lo sfruttamento lavorativo, in particolare in agricoltura, e la soggezione di chi emigra allora perché non si interviene per cambiare alla radice la situazione? Per almeno due motivi fondamentali.

Il primo motivo riguarda il patto non scritto tra una parte della società italiana e i partiti che si candidano a governare sulla pelle della popolazione immigrata. Questo patto prevede che la politica tolleri, o produca, una quota di immigrati senza documenti o con permessi di soggiorno deboli, che facilmente si possono perdere, in modo da avere manodopera fortemente indebolita e ricattabile per quei comparti produttivi che si reggono su alte quote di lavoro irregolare. In sintesi: uno scambio tacito per produrre lavoratori più facilmente sfruttabili.

Il secondo motivo ha a che fare con la costruzione degli immigrati, soprattutto se non bianchi e non cristiani, come nemici interni, come presenze ostili, dunque come soggetti criminalizzati, verso i quali e con i quali i lavoratori e le lavoratrici italiane si sentono lontani, come se non appartenessero alla stessa classe lavoratrice e non condividessero nulla, neanche gli interessi materiali del salario, delle politiche sociali, sanitarie e abitative, della difesa della dignità del lavoro. Questa costruzione tenderà in modo ulteriore a rafforzarsi nei prossimi mesi, con l’entrata in vigore il 12 giugno del nuovo “Patto europeo su migrazione e asilo”, che reprimerà ancora di più la popolazione migrante, in particolare le persone potenziali richiedenti protezione internazionale.

È al lavoro un’economia politica dell’immigrazione, sostenuta da istituzioni e politiche pubbliche e dalla propaganda razzista, che indebolisce e separa la componente immigrata dal resto del mondo del lavoro. E così rende disponibile manodopera indebolita.

Il potere del lavoro

Si comprende, allora, che la questione centrale non è tecnica né etica o morale. Lo sfruttamento del lavoro così sfacciato, gli omicidi così violenti, l’assoggettamento così diffuso degli immigrati in Italia sono l’altra faccia delle morti nel Mediterraneo, delle sofferenze e violenze nei centri di detenzione in Libia, degli internamenti nei centri per il rimpatrio, delle violazioni sistematiche lungo la cosiddetta rotta balcanica. Essi esprimono il disprezzo verso questa componente della classe lavoratrice utile a sfruttarla e, così, attaccare le condizioni generali del lavoro. Queste condizioni sono la manifestazione dell’attacco che il lavoro sta subendo da almeno due decenni. In definitiva, la strage di Amendolara ci parla del tema del potere del lavoro. Senza potere il lavoro viene degradato. E può esserlo fino a trovare la morte nel Mediterraneo o in un’automobile data alle fiamme da un controllore, un caporale, un aguzzino anello di una catena dello sfruttamento.

Storicamente, il potere del lavoro si è determinato attraverso le lotte e le alleanze sociali costruite da tali lotte. Senza le lotte sociali e sindacali, che affrontano lo sfruttamento come una questione di potere, dunque politica e non tecnica o solamente legale, l’assoggettamento non viene messo in discussione. Né, tantomeno, viene affrontata la svalutazione degli immigrati e, più in generale, dei lavori operai. Dunque, la strage di Amendolara ci conferma quello che sappiamo sui motivi dello sfruttamento lavorativo ma anche di quello che è necessario fare per metterlo in discussione: organizzare le lotte da parte delle forze sindacali e definire alleanze sociali per costruire il potere del lavoro. È necessario, in altre parole, affrontare lo sfruttamento per quello che è: l’esito di un rapporto di forza. E questa forza va costruita dal lato del lavoro, altrimenti lo sfruttamento e lo svilimento della manodopera, specialmente se è immigrata, dunque aggredita dal razzismo sociale e istituzionale, non può che peggiorare.

[1] https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/dal-caporalato-ai-nuovi-invisibili-le-schiavitu-che-non-vediamo_109264.