La tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, rischia di nascondere l’essenziale. Se Trump è soltanto un pazzo, il problema è rimuovere il pazzo. Se i suoi elettori sono vittime di risentimento o irrazionalità, bisogna educarli meglio. Ma così si evita la domanda più scomoda: che cosa, nel capitalismo democratico americano, ha reso Trump possibile e credibile? E soprattutto: come mai la risposta progressista, disponendo di tutti gli strumenti interpretativi della tradizione critica, continua a mancarlo?
Il merito del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarko, 2026), sta anzitutto qui: obbliga a prendere sul serio il trumpismo senza assolverlo. Capire non significa giustificare. Significa rifiutare l’idea consolatoria secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo globale funzionavano ragionevolmente bene, finché un demagogo non è arrivato a turbare l’ordine naturale delle cose. Togati rovescia il punto: il trumpismo non cade come un meteorite su un corpo sano; rivela una malattia già in corso. E questa malattia ha un nome: crisi della fiducia.
L’economia come navigazione, non come calcolo
La tesi è semplice, ma non banale. L’economia non si regge soltanto su prezzi, contratti, salari, tassi d’interesse e investimenti. Si regge su aspettative condivise, promesse istituzionali, abitudini di cooperazione, credenze circa la tenuta del futuro. Non si tratta della fiducia sentimentale delle buone intenzioni, ma dell’infrastruttura invisibile che consente agli individui di lavorare, consumare, indebitarsi, investire, aspettarsi che le regole non cambino sempre a favore degli stessi. Quando questa infrastruttura si incrina, gli indicatori macroeconomici possono anche restare discreti; ma la società comincia a non credere più a se stessa.
Togati identifica il punto cieco della teoria economica dominante nella sua incapacità di mettere a fuoco questo livello. La macroeconomia standard ha costruito i propri modelli attorno alla figura di Robinson Crusoe: un agente isolato, razionale, capace di calcolare in un ambiente sostanzialmente noto. Ma il mondo reale somiglia assai meno all’isola di Robinson che al viaggio di Ulisse. Gli agenti non sanno abbastanza; devono fidarsi degli altri; avanzano tra incertezza, istituzioni, promesse, convenzioni. Essi adottano quello che Togati chiama «trucchi di fiducia»: convenzioni implicite e aspettative condivise che permettono di decidere in assenza di informazioni complete. Keynes aveva già intuito questa svolta: la sua teoria degli animal spirits e della preferenza per la liquidità era precisamente una macroeconomia del viaggio — non della terraferma.
Il salario giusto come promessa rotta
Il concetto più fertile del libro è quello di «salario giusto». Non va inteso come una cifra sul cedolino: è un pacchetto materiale e simbolico — potere d’acquisto, beni pubblici, sicurezza, dignità, possibilità di futuro. Il sogno americano si è retto su questa promessa di riconoscimento: chi lavora duro ha diritto a sopravvivere e a contare, senza dipendere dalla benevolenza altrui. Quando quella promessa si spezza, non basta mostrare che il Pil cresce o che la disoccupazione è bassa. La questione non è solo quanto si guadagna, ma quale vita quel lavoro rende possibile. Se sanità, casa, istruzione e mobilità diventano sempre più dipendenti dal denaro già posseduto, il salario monetario non produce più fiducia. La sfiducia che emerge non è un errore percettivo: è la lettura — magari confusa, non folle — di un’esperienza reale di declassamento. Ed è esattamente su questa sensazione di sistema truccato che il populismo autoritario costruisce la propria presa.
Trump come chiave falsa
Trump entra in questa frattura: la nomina, la organizza, ma non la cura. Indica nemici, promette protezione, trasforma la perdita di fiducia in fedeltà personale. Il suo protezionismo parla alle comunità ferite dalla deindustrializzazione; la sua retorica anti-élite parla a chi sente il gioco truccato; l’ostilità verso immigrati, ambientalisti, università e burocrazie offre bersagli riconoscibili a una rabbia che altrimenti resterebbe dispersa. C’è un metodo nella follia, come Togati giustamente osserva. Agli occhi dei tecnocrati Trump appare irrazionale; in realtà è razionalissimo nel convertire la sfiducia in potere politico.
Qui occorre però una precisazione critica che Togati abbozza ma non sviluppa fino in fondo. Dire che Trump risponde alla crisi di fiducia è necessario ma non sufficiente. Bisogna chiedersi anche in che modo vi risponde, e soprattutto cosa produce quella risposta. Perché la risposta trumpiana non ricostruisce fiducia: la sostituisce. Alla fiducia in istituzioni comuni — trasparenti, imparziali, contestabili — subentra la fedeltà tribale. Un patto che include diventa un patto che separa. L’infrastruttura collettiva di aspettative condivise viene rimpiazzata da una rete di lealtà personali, nella quale ciò che conta non è la norma, ma l’appartenenza.
Trump non è la chiave che apre le serrature. È la chiave falsa che convince gli esclusi di poter entrare chiudendo fuori qualcun altro. Addita il migrante al lavoratore impoverito, l’ambientalista al territorio abbandonato, il burocrate al ceto medio impaurito, la modernità secolare al credente ferito. Il protezionismo parla ai lavoratori dell’acciaio, ma non riapre i loro quartieri. Il taglio dei programmi di welfare «assistenzialista» piace ai contribuenti bianchi della classe media, ma aggrava le condizioni di chi quei programmi li usa. La sfiducia non viene superata: viene canalizzata in una guerra permanente tra parti della società che avrebbero invece bisogno di istituzioni comuni per riaprire il futuro.
Il limite della diagnosi: fiducia senza struttura
Fin qui Togati è convincente. Dove diventa più fragile è nella proposta. Il richiamo a un nuovo patto sociale è giusto nella direzione. Togati pensa a istituzioni più inclusive, a politiche industriali capaci di promettere ai lavoratori un futuro degno, a un welfare che faccia davvero da rete. Il punto debole è il meccanismo, ancora troppo indeterminato.
La diagnosi non è sbagliata; si arresta però un passaggio prima del necessario. Togati mostra che la crisi della fiducia ha radici materiali — nella disarticolazione del salario giusto, nella crescita della disuguaglianza, nell’erosione dei servizi pubblici. Ma non interroga abbastanza le ragioni per cui quella disarticolazione si è rivelata così difficile da invertire, anche quando le forze politiche disponibili, sulla carta, avrebbero potuto farlo. Perché Obama non ha riparato la fiducia che Trump ha poi ereditato come ferita? Perché il Partito Democratico, pur disponendo di strumenti redistributivi, non è riuscito a ricostruire il senso di un patto condiviso?
La risposta a queste domande non sta nella fiducia come concetto. Sta nella struttura che rende la fiducia possibile o impossibile. E qui entra in campo una dimensione che Togati non sviluppa: la chiusura materiale delle società contemporanee.
Serrature, non solo sfiducia
Le società si chiudono non soltanto perché la fiducia si incrina. Si chiudono attraverso i modi in cui le condizioni della vita comune diventano passaggi obbligati concatenati. Il denaro compra educazione e reti; queste aprono il lavoro; il lavoro seleziona la residenza; residenza e reddito condizionano salute e voce pubblica. La disuguaglianza non è più solo distanza tra alto e basso: è conversione del vantaggio da una sfera all’altra. Chi parte avanti occupa tutti gli accessi. Chi parte indietro non resta semplicemente povero: resta bloccato.
Questo meccanismo — che ho sviluppato altrove in dialogo con il libro di Emiliano Brancaccio Libercomunismo — è cruciale per capire perché la crisi della fiducia descritta da Togati sia così difficile da invertire. Non è sufficiente ricostruire aspettative condivise sul piano simbolico o narrativo, se le condizioni materiali che strutturano le possibilità di vita continuano a operare come un sistema di serrature. Ci si può fidare del sistema in astratto e tuttavia restare prigionieri di un affitto, di un debito studentesco, di un quartiere senza servizi, di una malattia che si cura meglio se si è ricchi.
La differenza tra Togati e Brancaccio
Il confronto con la tesi di Brancaccio aiuta a mettere a fuoco dove si concentra il nodo teorico. In Libercomunismo, Brancaccio vede nella centralizzazione del capitale la causa primaria della chiusura contemporanea. La concorrenza produce vincitori che assorbono i vinti; il libero scambio approfondisce squilibri; il capitale centralizzato svuota dall’interno le istituzioni che dovrebbero limitarlo. Quando centralizzazione e competizione imperialistica si combinano, possono produrre guerra. La diagnosi è potente e costringe il lettore progressista a uscire da due consolazioni simmetriche: quella liberale, secondo cui il capitalismo sarebbe riformabile senza toccare i rapporti di forza fondamentali, e quella moralistica, per cui la guerra sarebbe un incidente e non un prodotto strutturale.
Togati opera su un registro diverso ma complementare. Alle forze strutturali di lungo periodo messe al centro da Brancaccio, affianca meccanismi istituzionali di medio termine: la crisi del salario giusto, l’erosione della fiducia macroeconomica, il fallimento dei «trucchi» che rendevano governabile il capitalismo e sopportabile per la maggioranza. Brancaccio chiede di colpire il grande capitale; Togati chiede di ricostruire l’infrastruttura di fiducia che il capitalismo ha eroso, pur continuando a dipenderne.
Le due diagnosi non si contraddicono, ma nemmeno convergono automaticamente. Nel loro scarto emerge il problema politico più difficile. Brancaccio ha ragione: senza colpire il potere del grande capitale, la democrazia si riduce a un teatro in cui si alternano tecnocrati e reazionari. Togati ricorda però che, senza fiducia istituzionale, anche l’attacco al capitale può produrre nuove forme di chiusura: il piano che diventa serratura, la pianificazione che si irrigidisce in dipendenza, la transizione ecologica che lascia dietro di sé comunità sacrificate senza voce.
Ma c’è qualcosa che né Brancaccio né Togati dicono fino in fondo. Brancaccio indica chi possiede le chiavi — il grande capitale centralizzato. Togati segnala che l’aria è avvelenata — la fiducia erosa. La prospettiva che avanzo qui aggiunge un terzo livello: le serrature stesse. Incorporate nella struttura materiale della vita quotidiana, esse non si dissolvono con la sola pianificazione né con la ricostruzione narrativa della fiducia. Servono istituzioni capaci di renderle visibili, contestabili, reversibili. La crisi della fiducia deriva certo dalla centralizzazione del capitale e dall’erosione del salario giusto; ma si alimenta anche di un meccanismo più minuto: la capacità di alcuni attori di trasformare ogni condizione comune in una risorsa privata, ogni crisi in una dipendenza, ogni soluzione in una possibile nuova serratura.
Il patto impossibile e il problema del soggetto
Il vecchio riformismo poteva promettere qualcosa a tutti perché il futuro sembrava espandersi: bastava distribuire i frutti della crescita senza redistribuire il potere. Oggi quella condizione è venuta meno, e con essa la premessa politica del compromesso socialdemocratico. Molte scelte sono tragiche: transizione ecologica contro occupazioni esistenti, sicurezza industriale contro apertura commerciale. In questo contesto, il richiamo di Togati a un nuovo patto sociale rischia di essere — non nel metodo, ma nel presupposto — troppo ottimista sulla coerenza degli interessi che dovrebbero sottoscriverlo. Una tendenza che centralizza il capitale non centralizza automaticamente chi ne è danneggiato: spesso lo frammenta.
Le fratture attraversano i gruppi che dovrebbero comporre il nuovo patto. Gli operai dell’industria fossile possono temere la transizione ecologica. I lavoratori della cura possono dipendere da regimi migratori ingiusti. I giovani istruiti ma precarizzati possono non riconoscersi nei lavoratori manuali; le comunità esposte all’estrazione di minerali critici possono pagare il prezzo della decarbonizzazione altrui. Non esiste un popolo già pronto, né una classe magicamente ricomposta dalla violenza del capitale. Esiste una costellazione di feriti, spesso divisi proprio dalle soluzioni che dovrebbero salvarli. La politica non consiste nel presupporne l’unità, ma nel costruirla istituzionalmente.
Questo è il punto in cui la proposta di Togati rimane esposta. Ricostruire fiducia richiede un soggetto politico capace di portarla. Quel soggetto però non preesiste alla crisi. Ne è stato frammentato in modo non casuale: chi ha potuto convertire i propri vantaggi da una sfera all’altra è rimasto coeso; chi non ci è riuscito è rimasto disperso, vulnerabile ai populismi che offrono identità tribale al posto di solidarietà strutturale.
Una grammatica della riapertura
Non basta dunque invocare più fiducia. Bisogna costruire istituzioni che impediscano alla sfiducia di diventare destino privato o bottino autoritario. Da qui discende una grammatica della riapertura. La redistribuzione del reddito resta necessaria, ma deve essere accompagnata da vincoli che impediscano al denaro di comprare automaticamente scuola, salute, spazio urbano, influenza politica. La protezione del lavoro va allargata alla cura, alla riproduzione sociale, alle infrastrutture quotidiane, cioè ai luoghi ordinari del conflitto democratico. Le transizioni vanno progettate insieme a sedi di contestazione e correzione dei loro costi. All’exit deve affiancarsi la voice: la possibilità effettiva di non restare intrappolati in una dipendenza senza parola.
Una pianificazione emancipativa — se vogliamo mutuare il termine da Brancaccio — non può limitarsi a essere democratica nel principio: deve essere contestabile nel metodo. Deve nominare i costi, dare voce a chi li sopporta, riaprire decisioni divenute intollerabili. Deve impedire che l’interesse generale venga definito una volta per tutte da chi dispone della competenza, dell’apparato o della maggioranza momentanea. Il Novecento non ha fallito perché ha osato troppo contro il capitale; ha fallito anche perché ha pensato la libertà come esito futuro, non come vincolo presente. Un vincolo che il piano stesso doveva rispettare fin dall’inizio, in ogni decisione, per ogni comunità che ne pagava il prezzo.
Conclusione: chi possiede l’aria
La destra autoritaria dice agli esclusi: vi hanno chiuso fuori, io vi darò la chiave. Il tecnocrate risponde: non siete davvero chiusi fuori, guardate gli indicatori. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe dire una cosa più difficile: sì, molte porte si sono chiuse; no, non si aprono con il rancore; sì, servono istituzioni capaci di impedire che le crisi diventino serrature.
Togati ci ricorda, con precisione e coraggio intellettuale, che la fiducia è l’aria del capitalismo democratico. Brancaccio ci ricorda chi possiede molte delle chiavi. Resta un compito politico poco adatto ai comizi e ai manifesti: costruire istituzioni che impediscano a chiunque di possedere l’aria degli altri, cioè quelle condizioni elementari della vita comune che, quando vengono privatizzate, trasformano la libertà formale in prigione materiale.
Trump non è il problema. È il rivelatore. Rivela un capitalismo che ha imparato a chiudere il mondo trasformando ogni condizione comune in un passaggio selettivo, ogni crisi in una dipendenza, ogni soluzione in una possibile nuova serratura. Togati lo mostra con nitidezza sul versante della fiducia. Il passo successivo — più duro, più conflittuale, meno adatto alle formule del buon governo — è spostare la domanda: dal capitale e dalle chiavi alle condizioni in cui la fiducia stessa diventa possibile.
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