Il 14 luglio in una conferenza stampa presso i locali della Camera dei deputati, a Roma, sarà presentato, e reso pubblico, un pacchetto di proposte di legge sui temi del lavoro, articolato in sei punti. Si chiederà a tutte le forze politiche un impegno irrevocabile ad approvarle nei primi 100 giorni della prossima legislatura e a darne attuazione in caso di successo elettorale, così che si sappia da subito, senza reticenze e senza riserve mentali, la posizione di ciascun segmento politico. Nel corso delle riunioni preparatorie si è rafforzato il ponte di collegamento fra questa iniziativa per una legislazione del lavoro capace di cambiare passo rispetto a quest’ultimo quinquennio e la mobilitazione che ha caratterizzato la raccolta firme in occasione del referendum in tema di giustizia.

Il governo, e questa è una notizia che vi diamo anche questa volta quasi in diretta, sta negando di corrispondere al comitato spontaneo dei 15 il finanziamento dovuto a chi è stato capace di raccogliere le 500.000 firme necessarie per imporre il quesito corretto (sostituendo quello sbagliato delle organizzazioni politiche ufficiali) e alla base della svolta che ha poi consentito l’affermazione antigovernativa del NO. La ragione di questo illegittimo rifiuto del versamento è quanto mai grottesca (anche se sempre più frequente): abbiamo esaurito i fondi, non ci sono soldi in cassa! Ancora una volta a palazzo sono sempre pronti a spendere per le armi destinate a continuare il genocidio a Gaza o in Libano, ad aumentare la spesa militare fino al 5%, ma non per i diritti civili.

A questo punto la decisione, anche per usarli poi a sostegno della campagna legata alle proposte di leggi sul lavoro , è quella di agire in giudizio e ottenere un provvedimento di condanna a versare ciò che è dovuto, facendo eseguire l’ordine mediante esproprio. Il governo usa gli ufficiali giudiziari per sfrattare Askatasuna, ora li si userà per ottenere quel che spetta.         

Del resto lo schema di leggi proposte è stato elaborato collettivamente proprio nei giorni del referendum in tema di giustizia e di quella straordinaria mobilitazione; a partire dall’iniziativa dei 15 dentro il gruppo di giuslavoristi attivi in Comma 2 si è sviluppato un dibattito sulle cose utili da fare. Proporre un pacchetto di leggi è solo un programma minimo, da perseguire come possibile, senza illusioni apocalittiche, ma con l’intento di frenare la deriva in corso e arginare la costante erosione delle fonti di reddito dei più in favore dei pochi; è un tentativo di vincolare, in qualche modo, un’area quanto più vasta possibile a provvedimenti certamente limitati ma tuttavia (e una volta tanto) di supporto alle moltitudini precarie.

Il pacchetto (cui non sarà semplice dire no anche per i demoriformisti più incalliti) prevede qualche limitazione all’uso dei contratti precari e l’introduzione di una sorta di parità normativa con gli stabilizzati (uno), il rafforzamento della tutela contro i licenziamenti (due), l’introduzione del salario minimo legale (tre), il ripristino della scala mobile per difendere il salario dall’inflazione (quella abrogata da Craxi!, quattro), la riduzione della settimana lavorativa (cinque) e il contrasto al sistema dell’appalto (sei). In un tempo in cui l’orario lavorativo è radicalmente modificato nel suo essere (nel senso che la connessione spesso travolge in forma incontrollabile l’orario tradizionale) il punto 5 è stato quello più discusso, ma lo si è mantenuto per via dell’esigenza di contestare il meccanismo di riduzione dell’esistenza a valore mediante l’allargamento indiscriminato della giornata lavorativa alla vita.

L’iniziativa va prendendo piede, soprattutto dentro le organizzazioni sindacali, quelle di base più vicine, ma anche dentro importanti settori di quelli tradizionali, scossi e allertati dal successo dell’iniziativa referendaria. I 500.000 euro che il governo deve versare per la raccolta firme referendarie serviranno tutti a sostenere le spese di questa nuova campagna (G.G.).

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ABBIAMO DIFESO LA COSTITUZIONE ORA DOBBIAMO ATTUARLA

 

Proposte per le tutele della umanità che lavora

Sintesi delle proposte

 

  1. Contrastare la precarietà.

Per un reale ed efficace contrasto ad uno dei mali più diffusi e devastanti del mondo del lavoro, la precarietà, disciplinare contratti a termine e lavoro tramite agenzia interinale (c.d. somministrazione di manodopera), troppo spesso usati per eludere le norme limitative dei licenziamenti, e dunque: a) contratti a termine e lavoro tramite agenzia interinale devono rispondere a esigenze oggettive, temporanee ed indicate sin dal primo contratto, non per far fronte ad esigenze stabili di manodopera, come richiesto anche dal diritto eurounitario; b) riconoscere ai lavoratori a termine e interinali le stesse tutele dei licenziamenti, compreso il diritto di opzione; c) eliminare le esenzioni previste per alcuni tipi o categorie di lavoratori; d) riconoscere la stessa tutela ai lavoratori del settore pubblico, con responsabilità erariale e disciplinare dei pubblici funzionari responsabili della costituzione di rapporti illegittimi.

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  1. Licenziamenti arbitrari.

Uniformare e unire il mondo del lavoro pubblico e privato nella tutela a fronte del licenziamento invalido (per nullità, illegittimità, inefficacia); parificare – finalmente – gli effetti della illegittima risoluzione del contratto a prestazioni corrispettive di durata lavoro a tutti gli altri (ex 1453 e 2058 c.c. che consente al danneggiato di richiedere la “reintegrazione in forma specifica”, pag. 157 – 164, (“Riportare la Costituzione sui luoghi di lavoro”).

Anche raccogliendo i numerosi inviti della Corte Costituzionale al riguardo.

La proposta è mutuata dall’art. 63, 2° comma D.Lgs 165/2001 (pubblico impiego).

“A seguito del licenziamento nullo o annullabile il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al risarcimento danni pari alle retribuzioni globali di fatto dal licenziamento alla effettiva reintegrazione, e comunque in misura non superiore alle 24 mensilità, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative.

Il datore di lavoro è, altresì condannato, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali”.

Alla norma per il lavoro privato si aggiunge la previsione per i “piccoli datori”:

“I lavoratori ed il datore di lavoro che occupi sino a 10 dipendenti, possono richiedere in sostituzione della reintegrazione, entro 30 giorni dal deposito della sentenza che annulla il licenziamento, il pagamento di una indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”.

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  1. Salario minimo legale.

Istituire il “salario minimo legale” attuando direttiva comunitaria e ex art. 36 Costituzione, per contrastare retribuzioni miserevoli, regolare per legge la rappresentanza sindacale e quindi estendere “erga omnes” i CCNL.

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  1. Indicizzazione della retribuzione.

Il trentennio successivo al 1992 data di abolizione della “scala mobile” ha visto un’inesorabile e drammatico calo delle retribuzioni in Italia e caso unico nei paesi OCSE ove, al contrario, sono aumentate dal 30 al 40 per cento.

La indicizzazione delle retribuzioni costituisce la necessaria integrazione della contrattazione collettiva per evitare che subito dopo gli aumenti acquisiti inizi la loro erosione con l’inflazione: essa non è un fatto neutro, ma rappresenta un ulteriore trasferimento di risorse delle retribuzioni ai profitti ed alle rendite che l’aumento del costo dei beni e dei servizi  attuato dai datori di lavoro, comporta.

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  1. Riduzione della settimana lavorativa da 5 a 4 giorni a parità di retribuzione.

Approvare la legge Regione Emilia già alle Camere ex art. 121 Cost., per realizzare una politica attiva per il lavoro, sia in funzione difensiva che espansiva della occupazione: utilizzare per questo parte delle risorse per CIG, reddito cittadinanza, SURE per

“riduzione settimana lavorativa da 5 a 4 giorni, a parità di retribuzione e senza oneri per datori”.

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  1. Appalti, somministrazione e distacco.

E’ molto efficace la proposta di legge 1423 presentata alla Camera nella XVIII legislatura d’iniziativa dei deputati Costanzo e altri.

Gli appalti illeciti costituiscono il vero cuore nero del nostro sistema economico e sociale ed il loro dilagare dal 2003 con l’approvazione del D.Lgs 276, (che ha ripristinato la legittimità dell’appalto di mere prestazioni di lavoro e abrogato L. 1369/60) ha comportato:

  • lo sfruttamento dei lavoratori addetti agli appalti;
  • rilevanti danni erariali con elusioni contributive e fiscali;
  • l’inquinamento della economia legale con il riciclaggio di imponenti somme derivanti dal traffico di stupefacenti ed estorsioni;
  • una diffusa corruzione soprattutto per gli appalti pubblici.

Oltre alla parità di trattamento negli appalti endoaziendali và ripristinato il divieto di interposizione e appalto di mera manodopera eliminando dall’art. 29 D.Lgs 276/2003, il periodo che la prevede, ovvero:

“…..che può anche risultare, in relazione alle esigenze dell’opera o del servizio dedotti in contratto, dall’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell’appalto….”.

Inoltre reintrodurre la previsione della L. 1369/60 secondo cui la violazione della normativa dell’appalto comporta, anche per gli enti pubblici, le Amministrazioni dello Stato e gli Enti locali, le stesse conseguenze del lavoro privato, ovvero l’accertamento della sussistenza del rapporto di lavoro.

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  1. Altre proposte: totale gratuità del processo per il lavoratore, eliminazione del principio generalizzato di condanna alle spese per il lavoratore soccombente, soprattutto nelle controversie in cui l’onere della prova è a carico del datore (ad es. licenziamenti); ripristino della tutela della professionalità e del divieto di indagini ai fini disciplinari (artt. 13 e 4 Statuto).

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  1. Si richiama, infine, il memorandum “Per un programma di riforme in materia di lavoro” del Prof. Piergiovanni Alleva che contiene molteplici riforme da realizzarsi nella prossima legislatura mentre le precedenti proposte possono essere oggetto di approvazione nei primi 100 giorni laddove le forze progressiste, ovviamente, trovino il consenso della maggioranza dei votanti e possano costituire il governo del fronte progressista.