Siamo al terzo episodio della serie Apocalypse Prompt di Alessandro Verna. Ogni settimana Effimera apre una finestra in un percorso autocoscienziale, una tappa del tour del lavoro cognitivo ai tempi dell’IA. Un diario in prima persona ma che ci riguarda tutti.

Premi invio e la macchina esegue. “Questa cosa, vista dall’esterno, assomiglia molto a un essere umano che fa da buttafuori alla propria intelligenza. Al trentesimo invio hai smesso di contare”.

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Eravamo a circa cento miglia da Los Angeles, diretti a Las Vegas, a bordo di una Chevrolet decappottabile color squalo rosso. Eravamo pieni di token, cosa poteva andare storto?

C’è un momento preciso in cui capisci di essere diventato una periferica. Non arriva con una rivelazione filosofica. Non arriva leggendo un saggio sul futuro del lavoro scritto da qualcuno che probabilmente non ha mai avuto una scadenza in vita sua. Arriva un martedì mattina, seduto a una scrivania dell’ufficio, con il caffè ancora caldo sul tavolo e il planning finalmente approvato dopo tre giorni di riscritture. La macchina inizia a lavorare. Tu inizi a premere Invio.
Il primo Invio è ancora dignitoso. Leggi, valuti, approvi. Il secondo anche. Al quinto hai già smesso di leggere tutto. Al decimo stai guardando lo schermo con la stessa espressione concentrata e vuota di chi aspetta l’ascensore. Al ventesimo premi Invio con il mignolo, quasi di nascosto, come se non volessi che qualcuno ti vedesse fare questa cosa. Perché questa cosa, vista dall’esterno, assomiglia molto a un essere umano che fa da buttafuori alla propria intelligenza. Al trentesimo hai smesso di contare

La macchina propone. Tu autorizzi. La macchina esegue. Tu autorizzi. La macchina avanza. Tu autorizzi. In mezzo non c’è pensiero. C’è sorveglianza. E la sorveglianza, dopo un po’, produce una forma particolare di torpore cognitivo che assomiglia molto alla sensazione di guidare per ore in autostrada: tecnicamente sveglio, tecnicamente presente, ma con una parte significativa del cervello che ha già preso ferie non retribuite e ha pure lasciato un messaggio di assenza automatica.

La verità che emerge premendo Invio per la quarantesima volta è questa: lo strumento ti sta usando come interfaccia di autorizzazione. Sei diventato il captcha umano del tuo stesso lavoro. Ho impiegato tre settimane a capirlo e altri undici minuti a decidere cosa farne. Poi ho premuto Invio un’altra volta e sono andato avanti, perché a un certo punto della vita la crisi esistenziale deve imparare a rispettare le scadenze di progetto.

Il 28 febbraio 2026, alle dieci di mattina, nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, le bambine erano in classe. Un missile Tomahawk ha colpito l’edificio. Centocinquantasei morti, per la maggior parte bambine tra i sette e i dodici anni. L’intelligence americana aveva classificato quella scuola come obiettivo militare sulla base di dati obsoleti — separata dalla base militare adiacente nel 2016, ma non nei sistemi di targeting. L’undici marzo il comandante del CENTCOM ha confermato pubblicamente che le operazioni venivano gestite con strumenti di intelligenza artificiale avanzati. Da qualche parte, in una sala operativa con aria condizionata e schermi multipli, qualcuno aveva premuto Invio.

Non sto dicendo che il mio planning e un attacco militare siano la stessa cosa. Sto dicendo qualcosa di più inquietante: che il gesto è identico, e che l’identità del gesto non è una metafora. È una struttura. Deleghi il ragionamento alla macchina, acceleri il processo, autorizzi il risultato. La macchina ha già deciso. Tu premi Invio.
La differenza non sta nel gesto. Sta in chi lo fa e con cosa.

Se premi Invio in un’azienda, la macchina ottimizza, taglia, riorganizza. Qualcuno perde il lavoro. Non lo vedi — succede in un foglio Excel, in una riunione a cui non sei invitato, in una lettera che arriva a casa di qualcuno che non conosci. Se premi Invio in un ministero, la macchina raccoglie, correla, classifica. Milioni di persone perdono un pezzo di privacy che non sapevano di avere, senza che nessuno glielo comunichi, senza che nessuno risponda di nulla. Se premi Invio in una sala operativa militare, la macchina identifica, calcola, propone. Il problema non è che i dati possano essere sbagliati — il problema è strutturalmente precedente: quella pressione di Invio decide della vita di persone. E quelle persone, nelle guerre contemporanee, sono per la maggior parte civili.

Nella Prima guerra mondiale moriva circa un civile per ogni soldato. Nella Seconda erano già due o tre. Nella Guerra del Golfo il rapporto aveva superato sette a uno. La traiettoria è lineare, costante, e non dipende dalla tecnologia usata — dipende dal fatto che la guerra moderna si combatte sempre più dentro le città, vicino alle scuole, agli ospedali, ai mercati. L’AI non ha invertito questa tendenza. L’ha accelerata, avvicinando la velocità della decisione alla velocità della morte, e allontanando sempre di più chi preme il tasto da chi riceve le conseguenze.
La velocità del gesto è la stessa. Il torpore cognitivo che produce è lo stesso. E nessuno, in nessuno di questi casi, ha davvero premuto Invio sapendo esattamente cosa stava autorizzando.

Questa è la struttura del problema. Non la malevolenza. Non l’errore umano. La struttura. Una considerazione che mi è venuta seduto a una scrivania dell’ufficio, premendo Invio su modifiche a un’applicazione web, il che dice qualcosa sulla struttura del problema ma probabilmente dice qualcosa di più sul tipo di persona che sono io.

C’è però una cosa che il soldato nella sala operativa probabilmente non vede, e che io invece vedo ogni volta che premo Invio. Ogni autorizzazione ha un costo. Ogni volta che la macchina pensa, elabora, decide, esegue, da qualche parte un contatore scala. Si chiamano token — l’unità di misura con cui i sistemi AI misurano il pensiero sintetico che consumano. Ogni parola generata, ogni ragionamento sviluppato, ogni passaggio autorizzato brucia token. Silenziosamente, invisibilmente, con la stessa indifferenza con cui la sabbia scorre lungo i bordi di una clessidra. Non la vedi cadere. Non la senti. Ma a un certo punto la clessidra è vuota.

Lavorare con l’AI a piena potenza produce una forma di accelerazione cognitiva che non ha precedenti nella mia esperienza professionale. Sei sulle montagne russe. Vai a velocità che non avevi mai toccato. Problemi che prima richiedevano giorni si scompongono in ore, architetture che avresti costruito in settimane emergono in pomeriggi, connessioni che il tuo cervello biologico avrebbe impiegato mesi a sedimentare diventano visibili in tempo reale. È onnipotenza sintetica. È la sensazione di essere diventato improvvisamente più intelligente di quanto tu sia mai stato, più veloce, più connesso, più dentro le cose. È esattamente quello che raccontano di certe sostanze — quella prima volta in cui il mondo smette di essere opaco e tutto improvvisamente ha senso, tutto è accessibile, tutto è possibile, e tu sei al centro di tutto con una chiarezza che non sapevi di poter raggiungere.

Poi finisci i token.
Il cursore smette di lampeggiare. Lo schermo non risponde. La conversazione è chiusa. E tu sei lì, a testa in giù nell’anello a trecentosessanta gradi, con le mani che cercano ancora la tastiera per istinto muscolare, il cervello che continua a formulare prompt verso un interlocutore che non c’è più, il corpo che non ha ancora capito che la giostra si è fermata. Senti il freddo. Senti il silenzio. Senti il peso specifico del tuo cervello biologico che torna a occupare tutto lo spazio che aveva ceduto — lento, pesante, limitato, meravigliosamente,

insopportabilmente tuo. Vorresti un’altra dose. Sai perfettamente che non puoi averla. Aspetti. Fissi il monitor con gli occhi di chi ha appena scoperto che la lucidità che credeva sua era in affitto, e che il contratto è scaduto alle quattordici e trentasette di un mercoledì qualunque, mentre eri a metà di un ragionamento che ora non riuscirai mai a concludere esattamente nello stesso modo.
Ho passato venti minuti in quello stato. Poi ho aperto un documento e ho iniziato a scrivere da solo, senza assistenza, come un essere umano degli anni Novanta. È andata. Lentamente, faticosamente, con quella sensazione di attrito che non sentivo da mesi. Come camminare scalzo su un pavimento che ricordi di aver attraversato mille volte, e accorgerti che i piedi ci sono ancora, anche se protestano.

A volte, nelle pause tra una sessione e l’altra, mi capita di pensare a certe strade di Seattle o di San Francisco, i marciapiedi dove i corpi sfigurati dal Fentanyl si appoggiano agli edifici con quella postura particolare — piegati in avanti a novanta gradi, immobili, sospesi in un equilibrio impossibile tra il mondo e l’assenza del mondo. Occhi spenti. Cervelli altrove. Corpi che continuano a funzionare per inerzia biologica mentre la parte che li abita ha già firmato un contratto con qualcosa di più potente e più disponibile di qualunque cosa la realtà abbia mai offerto.
Mi chiedo come saranno le strade tra vent’anni. Se ci saranno ancora corpi piegati sui marciapiedi, ma con gli occhi fissi su uno schermo invece che sul vuoto, cervelli lentamente atrofizzati dall’abitudine alla delega, incapaci ormai di formulare un pensiero completo senza assistenza sintetica.

Uomini e donne che aspettano fuori dai grattacieli delle grandi corporation con la stessa dignità disperata con cui i tossici aspettano lo spacciatore — non per una dose di eroina o di fentanyl, ma per un pacchetto di token, per un’ora di pensiero in affitto, per il privilegio di sentirsi di nuovo intelligenti per il tempo necessario a completare un ragionamento che il loro cervello, da solo, non riesce più a finire.

La dipendenza più elegante della storia. Nessuna siringa. Nessuna polvere. Solo un tasto.

Riapro il planning. La macchina aspetta. Premo Invio.