Il collettivo Effimera ritiene che sia maturo il tempo per avviare un dibattito e un incontro sul tema delle trasformazioni sociali, antropologiche, economiche e tecnologiche indotte dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (IA). A tal fine, ci prefiggiamo di organizzare un primo incontro, il prossimo 7 novembre 2026, alla NABA di Milano sui temi degli effetti dell’IA sul lavoro, sulla cooperazione sociale (in ultima analisi sul General Intellect), sul suo impatto sull’ambiente e sulle soggettività, sempre più mercificate dal capitalismo bio-cognitivo che ha nelle piattaforme digitali il proprio dispositivo normativo.
Presentiamo, per il momento, l’indizione per la giornata del 7 novembre che avrà una continuazione l’8 novembre con un momento assembleare durante il quale saranno presenti alcune realtà che si stanno organizzando sul tema. Per esempio, comitati civici che si oppongono alla proposta del Consiglio Regionale della Lombardia di costruire 80 nuovi data center nell’area metropolitana milanese e nuove iniziative del sindacalismo dal basso per contrastare l’impatto dell’IA sulla riduzione dei posti di lavori, del salario e un’ulteriore precarizzazione del lavoro.
Il primo seminario sarà seguito da altri due seminari, in programma nella primavera e nell”estate 2027. Il primo approfondirà il tema del rapporto tra IA, nuove forme di welfare (Commonfare), reddito di base incondizionato e libero acceso ai beni comuni. Il secondo (da costruire anche sulla base dei primi due seminari) relativo alle forme di resistenza. Una chiamata che vuole essere di risposta e di proposta a nuove forme comunitarie, nuove forme di vita e di conflitto.
Il programma e i nomi dei relatori e delle relatrici sono in aggiornamento. Lo stesso vale per più precise informazioni logistiche.
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Convegno effimera il 7 novembre 2026 al Naba – Milano
Tra i molti temi sollevati dall’IA scegliamo tre assi — lavoro, ambiente, desiderio —, letti alla luce di un passaggio che li attraversa tutti: dall’IA generativa, che produce testi, immagini e suoni, all’IA agentiva, che agisce direttamente su ambienti, processi e corpi — dall’auto senza conducente al robot della cura, fino al drone che uccide con una certa autonomia: un “far morire e lasciar vivere” algoritmico. Un passaggio che i tecno-oligarchi annunciano come l’avvento dell’intelligenza artificiale generale, l’AGI, la macchina capace di ogni compito, una tecnologia-mondo che pretende di abbracciare e governare ogni ambito dell’esistenza. Un nome che è più promessa e mito che descrizione, e serve a giustificare la folle corsa agli investimenti. Comunque lo si chiami, ridefinisce la posta in gioco di ciascun tema, e porta con sé una torsione politica: la delega che ci viene imposta non è all’IA — come se la macchina decidesse per sé — ma al capitalismo dell’IA; quando l’atto si separa dalla responsabilità, questa non si sposta soltanto, svanisce. C’è una ragione per spostare così il fuoco: gran parte della letteratura mainstream sull’IA è ossessionata dal chiedersi che cosa l’IA sia — se pensi, se sia intelligente, se abbia una coscienza —, e nel porla come questione ontologica finisce, consapevolmente o no, per distogliere l’attenzione dal suo aspetto politico e relazionale: da chi la produce, la governa e ne trae profitto. È da lì che scegliamo di guardarla. Da qui una cornice di metodo: l’IA non è uno strumento neutro né un soggetto autonomo, ma un intreccio di relazioni sociali, materiali e di potere, da leggere in modo relazionale, senza la difesa umanistica dell’uomo “contro” la macchina né l’illusione soluzionista.
1. IA, lavoro e general intellect.
L’IA è insieme innovazione di processo e di prodotto, e dunque organizzativa; ed è radicale, perché non migliora le tecnologie esistenti ma le riscrive, originando un nuovo paradigma fondato sull’apprendimento automatico profondo, sui grandi dati e sull’enorme potenza di calcolo — un cambiamento che è anche una scommessa economica senza precedenti, su cui aleggia lo spettro di una bolla finanziaria. È la prima tecnologia che ridefinisce il rapporto tra l’elemento macchinico (capitale) e quello umano (lavoro) fino a forme di ibridazione: il capitale si fa intangibile, bio-capitale, e la sussunzione del lavoro si amplifica fino a diventare sussunzione vitale. Ma c’è un cuore della trasformazione: l’IA funziona perché ha catturato e grammatizzato il general intellect — il sapere collettivo accumulato socialmente —, scomponendolo in unità discrete e riproducibili, per restituircelo come servizio a pagamento e privato. Il capitale non crea: cattura e privatizza un comune cognitivo. Non si tratta di negarne certi aspetti della sua attrattività — evidente, per esempio, nella ricerca —, ma di vedere quanto il suo uso sia asimmetrico: ci sono i pochi in grado di servirsene come strumento e i molti che vengono o verranno sostituiti o subordinati, mentre il lavoro invisibile che addestra i modelli resta nascosto nel Sud globale. A quale metamorfosi della composizione tecnica del lavoro stiamo assistendo, e quale conflitto sociale diventa possibile?
2IA e ambiente.
Per funzionare, l’IA non ha bisogno solo di cooperazione sociale e general intellect, ma di spazio, energia, acqua, minerali. I data center si moltiplicano in tutto il mondo, con costi ambientali pesantissimi, e rischiano di riportarci a livelli entropici da industrializzazione fossile. La chiave per leggerli, però, non è tecnica ma politica: è la modalità di funzionamento stessa dell’IA — la produzione dei grandi modelli resta concentrata in pochissime mani, in addestramenti costosissimi ed energivori, mentre il loro uso si diffonde il più capillarmente possibile. Le due cose non si contraddicono: è diffondendo l’uso che il sistema estrae valore ed esercita controllo, mentre tiene accentrata la produzione. È una vera e propria opzione politica, non un dato neutro. La domanda, allora, non è soltanto se un data center possa essere più sostenibile, ma quale architettura dell’IA sia possibile — quali forme di produzione, di energia e di calcolo, e a quali condizioni politiche, per portare nel comune ciò che oggi è concentrato in poche mani.
3. IA, soggettività e desiderio.
È l’asse su cui l’IA attuativa incide più a fondo. Va affrontato l’impatto sulla distribuzione del reddito — reddito di base contro disoccupazione tecnologica, remunerazione del lavoro vivo —, ma è solo una faccia. L’altra è la trasformazione delle soggettività. A differenza dell’Internet sociale, nato da una rete di relazioni tra soggetti, l’IA discende da una concentrazione top-down e riduce la relazione a interazione funzionale con un agente tecnico: un’individuazione asimmetrica. Il controllo non si esercita più sui corpi collettivi, come nel capitalismo industriale, ma sulla singolarità, nella relazione diretta tra individuo e macchina — e il suo veicolo è il comfort: un Grande Fratello predittivo e confortevole, Su questa soglia si gioca il miraggio dell’empatia: la simulazione di presenza che aggancia i meccanismi profondi del riconoscimento — i neuroni specchio che ci costituiscono come esseri relazionali, e che proprio per questo il capitalismo digitale può simulare e catturare. Restano però limiti ed eccedenza: l’“eccedente umano” di Negri, da estendere a un’eccedenza della biosfera, del più-che-umano, che sfugge alla cattura. Quali soggettivazioni, quali dipendenze, quali divergenze (neurodivergenze, solitudine, genere, gerarchie) produce tutto questo, e quale cooperazione sociale resta possibile? Che ruolo giocano i corpi — corpi sessuati e razzializzati — dentro un’imposizione neuronale che pretende la massima astrazione? È possibile che proprio là dove si opera la cancellazione delle differenze si aprano forme di resistenza: la riscoperta dei legami tra corpi differenti riafferma l’essenza sempre sociale dell’intelligenza e apre linee conflittuali contro ogni modello identitario imposto — un’esplosione “davanti a una cultura della docilità, dell’amenità, mentre viviamo in uno stato permanente di guerra” (C. Malabou).
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