Ed eccoci al nostro appuntamento settimanale con la serie scritta da Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, che si propone di scandagliare, passo dopo passo, le trasformazioni della soggettività e del lavoro nel rapporto con l’AI. Un diario in presa diretta, un’auto-inchiesta, un’indagine sui fatti e sui sintomi che si generano nell’inedita interazione tra essere umano e Intelligenza Artificiale generativa.
Chi si fosse perso la puntata #00 della serie può trovarla qui. Lunedì prossimo un nuovo episodio. Non dimenticatelo!
coming soon … il diario è aperto … la metamorfosi anche …
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Negli anni Settanta e Ottanta il concetto di alienazione era ovunque. Attraversava la sociologia industriale, il cinema politico, i racconti operai, perfino certe discussioni interminabili che allora si facevano nelle sezioni di partito, dove, dopo tre ore di dibattito sul fordismo, qualcuno riusciva ancora a litigare violentemente sulla qualità del vino della casa. La catena di montaggio veniva raccontata come il luogo definitivo della separazione tra l’essere umano e il prodotto del proprio lavoro: l’operaio ripeteva frammenti minuscoli di un processo immenso, senza vedere più l’insieme, senza riconoscersi nell’oggetto finale, mentre la macchina industriale si appropriava lentamente non soltanto della sua forza fisica, ma anche della sua autonomia, della sua competenza, perfino del suo linguaggio.
Per me non è mai stata una riflessione teorica. O, peggio ancora, una posa estetica da intellettuale di sinistra col maglione dolcevita e la libreria piena di Marcuse mai finiti davvero. All’inizio degli anni Ottanta lavoravo come progettista programmatore di microcomputer Z80 applicati all’automazione industriale e passavo le giornate a costruire sistemi che rendevano le linee produttive più efficienti, più rapide, più automatiche. Era il futuro, e il futuro, in quegli anni, aveva sempre un odore molto preciso: ferro, plastica calda, schede elettroniche e caffè terribile bevuto in attesa delle riscritture sulle eprom.
Dal punto di vista tecnico era tutto straordinariamente affascinante. Le macchine iniziavano a dialogare tra loro, i processi si ottimizzavano, i tempi si riducevano, gli errori umani diminuivano. Ogni volta che riuscivi a migliorare qualcosa, provavi anche quella forma molto maschile, molto infantile e leggermente tossica di soddisfazione che gli uomini sviluppano quando un oggetto finalmente funziona bene. Il problema è che bastava alzare lo sguardo dal monitor per capire che quella parola, ottimizzazione, aveva un significato un po’ diverso per chi stava dall’altra parte della linea produttiva.
C’erano operai che lentamente smettevano di essere necessari. Altri che vedevano restringersi il proprio mestiere fino a diventare semplici appendici della macchina. Persone che avevano accumulato esperienza per vent’anni e che improvvisamente si ritrovavano trattate come una componente troppo lenta del sistema. La cosa più inquietante era che nessuno stava facendo nulla di malvagio. Non c’era il cattivo col sigaro. Non c’era il dirigente dei film di Elio Petri che ride satanicamente mentre licenzia padri di famiglia. C’erano tecnici come me che cercavano semplicemente di costruire sistemi sempre più efficienti, convinti sinceramente di stare partecipando a un progresso inevitabile.
Fu probabilmente la prima volta in cui capii che una tecnologia può essere contemporaneamente meravigliosa e disumana. Che spesso le due cose crescono insieme, con una naturalezza spaventosa.
Alla fine lasciai quel lavoro e, con lui, lasciai anche la programmazione. Non per eroismo morale, sia chiaro. Avevo poco più di vent’anni, quindi alternavo intuizioni filosofiche profondissime a decisioni prese con lo stesso equilibrio emotivo di uno che cambia continente perché ha litigato con la fidanzata. C’era però una cosa che non riuscivo davvero a sopportare: mi ritrovavo a progettare sistemi che contribuivano a spingere fuori dal mondo del lavoro persone che avevano il doppio della mia età, padri di famiglia che con quello stipendio tenevano in piedi altre vite, altre case, altri equilibri. Io tornavo la sera entusiasta perché una linea produttiva era diventata più efficiente di tre secondi per ciclo. Qualcun altro iniziava lentamente a capire di essere diventato una componente sacrificabile del sistema. La cosa più disturbante era che nessuno ti obbligava a guardare quella conseguenza. Dal punto di vista tecnico tutto funzionava magnificamente. Anzi, più il sistema era elegante, più aumentava quella sensazione ambigua di orgoglio professionale che rendeva ancora più difficile fare pace con il resto.
Per questo, a un certo punto, capii che non volevo passare la vita a costruire sistemi che trasformavano gli esseri umani in periferiche lente, costose e possibilmente eliminabili alla prossima release.
Per parecchi anni mi dedicai all’altro emisfero del cervello. Feci il grafico, e mi andò anche bene. Scoprii il piacere quasi fisico della composizione, della tipografia, dell’equilibrio visivo — dopo anni passati tra registri di memoria, bus dati e linguaggi assembler, ritrovarmi a discutere per ore sul kerning di un carattere tipografico fu una specie di riabilitazione neurologica. Il mondo della grafica aveva anche una qualità terapeutica fondamentale: quando qualcuno produceva una cosa orrenda, almeno era immediatamente visibile. Nel software, invece, puoi convivere per anni con atrocità architetturali che continuano misteriosamente a compilare.
In quegli anni mi rimase addosso anche una specie di ossessione personale, uno di quei pensieri inutili ma persistenti che ti accompagnano per decenni, come una canzone mediocre imparata alle medie. Continuavo a chiedermi se fosse possibile rappresentare l’estetica del codice nello stesso modo in cui si rappresenta l’estetica di un quadro o di una composizione grafica. Chi sviluppa software sa perfettamente che esiste un’eleganza del codice, una sua armonia interna, una differenza quasi fisica tra una struttura pensata bene e una costruita male. Quella bellezza però rimane invisibile ai non addetti ai lavori, nascosta dentro astrazioni, strutture logiche, relazioni mentali. È un’estetica senza superficie e, forse, proprio per questo gli informatici passano metà della vita a litigare violentemente su cose che al resto dell’umanità sembrano identiche.
Poi arrivò Internet. Improvvisamente le due metà del cervello che avevo tenuto separate per anni decisero di smettere di combattersi. La programmazione incontrava il design, la logica si saldava alla comunicazione, la struttura tecnica conviveva finalmente con l’estetica e con il racconto. Per la prima volta ebbi davvero la sensazione di essere una persona intera, non più costretta a scegliere tra il lato analitico e quello creativo del proprio carattere. Una sensazione talmente insolita che impiegai un po’ a riconoscerla.
Negli anni successivi il software, per me, non fu mai soltanto un lavoro tecnico. Aveva qualcosa di profondamente artigianale. Ogni sistema viveva dentro la testa come una città che conosci strada per strada. Sapevi quali parti erano solide, quali fragili, dove erano nascosti i bug storici, quali funzioni erano nate alle tre del mattino dopo sei ore di debugging e una quantità di caffeina sufficiente ad alterare permanentemente il sistema nervoso di un cavallo adulto. Chi fa questo mestiere conosce bene quella forma molto specifica di nevrosi per cui un problema aperto continua a vivere dentro di te anche fuori dall’orario di lavoro. Vai a dormire convinto di aver archiviato tutto. Poi, alle due e quarantasette del mattino, il cervello decide autonomamente di rieseguire stack trace immaginari mentre fissi il soffitto con lo stesso sguardo traumatizzato dei veterani di guerra nei documentari americani. Era faticoso. Ma il sistema ti apparteneva davvero.
O forse, più precisamente, tu appartenevi al sistema — nel senso quasi organico che aveva il lavoro per la mia generazione, una generazione che ha attraversato trasformazioni tecnologiche talmente radicali da sembrare, viste oggi tutte insieme, la biografia confusa di un secolo intero compressa dentro una sola vita. Siamo partiti dalle televisioni a valvole e siamo arrivati alle intelligenze artificiali generative, passando attraverso i microcomputer assemblati a mano, le cabine telefoniche, i modem che sembravano il richiamo erotico di un fax depresso, Internet, il web, gli smartphone, i social network e adesso queste macchine statistiche che scrivono codice e testi con un tono spesso più equilibrato di molti esseri umani. Forse è proprio per questo che noi cinquantenni e sessantenni tecnologici siamo diventati animali cognitivamente molto adattivi: abbiamo passato la vita a disinstallare il mondo precedente e reinstallarne uno nuovo ogni dieci anni, spesso senza manuale di istruzioni e quasi sempre mentre cercavamo contemporaneamente di capire come pagare il mutuo, educare i figli e ricordare dove avevamo appuntato la password del modem.
Probabilmente è proprio questa lunga abitudine all’adattamento che rende oggi l’arrivo dell’AI così difficile da spiegare anche a noi stessi. Perché per la prima volta il cambiamento non sta trasformando soltanto gli strumenti con cui lavoriamo. Sta trasformando il rapporto mentale e quasi affettivo che avevamo costruito con ciò che produciamo.
Dopo decenni passati a costruire software come un artigiano ossessivo, mi ritrovo lentamente nella posizione di chi supervisiona processi che non riesce più a possedere interamente dal punto di vista mentale. Il codice continua a dipendere dalle mie decisioni, continua perfino a passarmi davanti agli occhi, ma gli ingranaggi interni iniziano a diventare opachi. Parti sempre più grandi del sistema vengono generate, trasformate, riscritte da una macchina che oriento, correggo, contengo, ma che non controllo più nel modo biologico e intimo con cui controllavo il software una volta.
La sensazione più inquietante non è la paura di essere sostituiti, come piace raccontare negli articoli apocalittici scritti da gente che probabilmente non ha mai aperto un repository in vita sua. La sensazione davvero perturbante è un’altra. È il progressivo distacco tra te e ciò che produci. È guardare qualcosa che porta la tua firma professionale senza riuscire più ad abitarlo completamente con la mente. È sentire che, tra la tua intenzione e l’oggetto finale, è comparsa una macchina invisibile che accelera tutto, amplifica tutto, produce enormemente di più di quanto potresti fare da solo, ma al prezzo di introdurre una distanza nuova tra te e il tuo lavoro.
Mi sono ritrovato così a pensare che forse quei vecchi operai della catena di montaggio avevano capito qualcosa prima di noi informatici. La catena di montaggio non era soltanto una sequenza meccanica di ingranaggi e nastri trasportatori. Era soprattutto un dispositivo di separazione. Gli artefatti attraversavano padiglioni, reparti, settori interi della fabbrica, sparendo continuamente dalla vista di chi li stava costruendo, mentre gli operai rimanevano confinati dentro frammenti sempre più piccoli del processo produttivo, isolati gli uni dagli altri come se qualcuno avesse preso un mestiere umano completo e lo avesse spezzato in migliaia di gesti indipendenti.
Più guardo oggi il funzionamento delle AI generative, più mi sembra di riconoscere una forma nuova e invisibile della stessa architettura. Al posto dei nastri trasportatori ci sono sequenze di codice, modelli statistici, inferenze che si incastrano tra loro in maniera così opaca e imprevedibile da assomigliare agli scambi di un sistema ferroviario impazzito visto dall’alto nel cuore della notte. Inserisci un’intenzione, un’idea, una struttura mentale che fino a pochi anni fa avresti costruito interamente con le tue mani, e quella cosa scompare dentro territori cognitivi che non vedrai mai davvero. Attraversa livelli di elaborazione che puoi intuire ma non attraversare. Percorre una geografia astratta fatta di pesi, correlazioni, probabilità e ricombinazioni statistiche, per poi tornare indietro improvvisamente concreta, funzionante, compilata, perfino elegante in certi casi.
Rimane però addosso una sensazione stranissima. Quella di aver partecipato alla creazione di qualcosa che non hai più attraversato interamente come essere umano. Una sensazione che probabilmente conoscevano anche quegli operai degli anni Settanta, anche se loro almeno potevano consolarsi con la cassa integrazione. Io devo consolarmi con il fatto che la macchina, tecnicamente, lavora per me. Il che è esattamente quello che si dicevano anche loro, all’inizio.
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