L’autonomia delle migrazioni negata

La discussione politica e dei principali media sull’arrivo a Ceuta di migliaia di persone, a fine luglio, si è concentrata su diversi aspetti. Si è discusso delle frontiere e della loro difesa, della sospensione dell’accordo di Schengen, degli scambi di accuse politiche, di speculazioni geopolitiche. In questa discussione si è, come al solito, rifiutato di riconoscere il fatto fondamentale: la richiesta di libertà di movimento che viene dalle popolazioni tenute manu militari al di là dei confini europei.

I protagonisti di queste rivendicazioni sono stati ridotti, ancora una volta, a oggetti, aggiungendo, in questo caso, tra le argomentazioni la variabile geopolitica. Le persone che esercitano la libertà di movimento non sono mai dei soggetti nella discussione dominante, ma, a seconda dei registri retorici utilizzati, sono vittime di trafficanti, invasori clandestini che aggrediscono la sovranità statale, strumenti geopolitici e della guerra ibrida. La loro volontà, la loro decisione e le loro rivendicazioni sono assenti.

Quella che è l’autonomia delle migrazioni è annullata, è come se non venisse vista: la migrazione come fatto politico totale (più volte riconosciuto, ad esempio, nell’analisi di Salvatore Palidda) viene negata. Riconoscerla, d’altronde, significherebbe accettare che l’attenzione si deve spostare dallo Stato, e dalle sue frontiere, alle persone che esercitano la propria autonomia, dunque al movimento politico delle migrazioni. Con questo ribaltamento di prospettiva, le persone che emigrano non potrebbero più essere considerate e governate come un oggetto gestito da altri, ma diventerebbero un soggetto, dunque un protagonista politico con la sua legittimità.

A Ceuta è stata annullata anche la storia recente dei tentativi di attraversamento. Tra il 30 luglio e il 4 agosto 2026 sono morte in mare 141 persone, secondo i dati di Caminando Fronteras: El Salto riporta che “di questi morti, 78 sono stati ufficialmente riconosciuti dal Governo spagnolo, mentre gli altri 63 corrispondono a cadaveri ritrovati in acque marocchine, e il calcolo è stato svolto dopo un lavoro di indagine nelle sale mortuarie degli ospedali del paese nordafricano”[1]. Ma tra il ’24 e il ’25 i morti sono stati non meno di 65 (come ricostruito in Ceuta: una richiesta di libertà contro il regime di frontiera europeo – di Gennaro Avallone – Effimera) e nel 2026, prima di luglio, erano stati almeno 18, senza contare il numero sconosciuto di persone scomparse: l’organizzazione Caminando fronteras aveva, per questo, pubblicato un breve articolo dal titolo “Ceuta città frontiera: principip e fine di molte vite”[2]. Gli attraversamenti via mare e i relativi morti non sono iniziati a fine luglio 2026.

I diritti negati a Ceuta

Questo azzeramento della storia recente riduce tutto all’immediato presente, facilitando le retoriche dell’assalto degli invasori, come se l’Unione europea fosse un castello medievale assediato, che richiede, per difendersi, sempre più torrette, fossati, droni, telecamere, controlli biometrici, polizia, ma impedisce anche di capire cosa accade nei territori di potenziale emigrazione. Ad esempio, non consente di vedere che, anche laddove c’è crescita economica sostenuta, come in Marocco, questo non vuol dire che la voglia di emigrare si azzeri, soprattutto se quella crescita è a vantaggio di piccole parti della popolazione, se ha, in altri termini, un chiaro connotato di classe.

I processi migratori sono sempre più interpretati, comunicati e gestiti con approcci miserabilisti, compreso quello di una parte della sinistra che continua a proporre politiche di chiusura (come se già esse non ci fossero, producendo ogni anno migliaia di lutti) sulla base di un’errata comprensione del concetto di esercito industriale di riserva.

Questa cecità schiacciata sul presente non permette neanche di vedere cosa accade sul campo, in questo caso nella vita quotidiana di Ceuta. Ad esempio, non si vedono le lesioni ai diritti dei minori non accompagnati né a quelli delle persone di paesi subsahariani che rischiano di essere esclusi dalla possibilità di richiedere protezione internazionale[3].

La repressione continua (tra diverse resistenze)

L’intero rumore di fondo che ha accompagnato tutta la vicenda di Ceuta ha fatto dimenticare che la politica europea delle migrazioni si va ulteriormente rafforzando, anche se deve affrontare diverse resistenze, anche sul piano giuridico.

Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo sta già producendo i suoi effetti, con le procedure di espulsione e attraverso l’estensione delle procedure accelerate di frontiera. Proprio in questi giorni, in Italia, un decreto del Ministero dell’Interno del 21 luglio 2026, pubblicato il 10 agosto, ha ampliato la rete delle zone di frontiera e di transito nelle quali possono essere applicate le procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione internazionale[4]. Sono complessivamente 25 le province interessate e sono state istituite, inoltre, 19 nuove sezioni territoriali delle Commissioni competenti per esaminare le domande incanalate nella procedura accelerata alla frontiera. Si tratta di uno dei passaggi attraverso cui l’Italia sta adeguando il proprio sistema alle nuove disposizioni del Patto europeo, rafforzando i controlli alle frontiere e accelerando le decisioni sull’accesso alla protezione internazionale.

Ma proprio mentre questo sistema viene esteso, emergono anche i suoi conflitti con le garanzie del diritto d’asilo. Il 10 agosto, tre sentenze del Tribunale di Palermo hanno annullato le prime procedure accelerate di frontiera applicate a dei richiedenti asilo egiziani, stabilendo che non è sufficiente la provenienza da un Paese considerato sicuro, in quanto è necessaria una valutazione caso per caso delle singole richieste[5].

Dunque, mentre l’attenzione è sulla sospensione dei trattati di libera circolazione e sulle polemiche sui rimpatri tra Italia e Germania – questioni politiche serie, con effetti sui diritti delle persone con cittadinanza non europea – il fatto fondamentale continua a essere evitato, cioè la subordinazione del movimento delle persone al primato delle frontiere. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo e la risposta dei governi, compreso, in ultima analisi, quello spagnolo, vanno in questa direzione: il tentativo di togliere ogni ostacolo a questo primato.

Le resistenze, come accennato, sono già attive a questa deriva. Non sono solo soggettive, quelle delle persone che migrano e delle reti di solidarietà internazionalista, ma sono anche oggettive, come quelle dei giudici che riconoscono la centralità del diritto di asilo nell’ordinamento tanto nazionale quanto internazionale. Il diritto si conferma un’ulteriore frontiera sotto attacco, come è ormai chiaro nella politica delle destre mondiali guidata dalla coppia Usa-Israele, ma, proprio per questo, anche un punto di tensione da sostenere per ridurre l’ulteriore avanzata della barbarie anche nel campo delle migrazioni e della libertà di movimento.

NOTE:

[1] https://www.elsaltodiario.com/frontera-sur/141-muertes-ceuta-tarajal#.

[2] https://caminandofronteras.org/ceuta-ciudad-frontera-principio-y-fin-de-muchas-vidas/.

[3] https://www.infobae.com/espana/2026/08/04/los-migrantes-subsaharianos-son-los-mas-desprotegidos-tras-la-crisis-en-ceuta-pueden-sufrir-expulsiones-y-devoluciones-sin-garantias-legales/.

[4] https://stranieriinitalia.it/attualita/immigrazione-nuovi-valichi-e-zone-di-transito-procedure-accelerate-per-lasilo-in-25-province/.

[5] https://www.meltingpot.org/2026/08/senza-valutazione-individuale-la-procedura-accelerata-di-frontiera-e-illegittima-disapplicata-a-quatto-richiedenti-asilo/.

Foto di apertura: una sirena salva i bambini migranti nel murale dell’artista Giuseppe D’Asta sulla scuola Mazzini Modugno di via Fornari, a Bari