Come ogni lunedì, eccoci con la serie di Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, un diario in prima persona sul rapporto tra essere umano e Intelligenza artificiale. Siamo arrivati al quarto episodio. Il nostro protagonista, questa volta, si trova al cospetto di un giovane, pieno di entusiasmo, pronto a mettere la propria intelligenza al servizio dell'”impresa”. Il protagonista sa già che il posto del ragazzo è temporaneo, molto temporaneo, e che l'”allenamento” che fornirà all’IA verrà assorbito in modo tale che la macchina possa prendere il suo posto nel team…
Le puntate precedenti si trovano sul sito: n #03; n #02; n #01; n #00.
Non perdete il prossimo appuntamento… Alla prossima settimana!
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Il contemporaneo è una bestia strana. Riesce a mettere nello stesso calderone culture e società che appartengono a secoli diversi della storia umana, attività separate da ere geologiche di sviluppo, e a farle convivere nello spazio di poche centinaia di metri, senza che nessuno trovi la cosa particolarmente degna di nota.
Prendete la Domitiana, all’alba.
È una strada antica, la Domitiana. La fecero i Romani per correre lungo la costa, e duemila anni dopo corre ancora, dritta e indifferente, tagliando una delle pianure più fertili del sud, terra di pomodori e bufale, di campi e pinete che si perdono verso il mare. Ai lati della strada, nelle prime ore del mattino, ci sono uomini seduti sul guardrail e sui blocchi di cemento abbandonati dai lavori mai finiti. La luce è ancora bassa, radente, di quelle che allungano le ombre e accendono di arancione un lato solo delle cose. Un cane attraversa l’asfalto senza fretta. Una bottiglia di plastica rotola nel fosso a ogni folata. Aspettano. Aspettano il caporale, il furgoncino che rallenta, la portiera che si apre, la mano che indica chi sale e chi resta. Chi viene scelto passerà la giornata piegato in un campo a raccogliere pomodori, per una paga che il caporale avrà già decurtato della propria percentuale, prima ancora di pagarla. Chi non viene scelto, riproverà domani.
Uno di loro — chiamiamolo come volete, per il caporale non conta — è seduto un po’ in disparte. Le mani grandi, screpolate, le unghie segnate da una terra che nessun sapone manda più via, un anello troppo largo che gira sul dito magro. La maglietta sbiadita di una squadra di calcio europea comprata di seconda o terza mano. Sul collo una goccia di sudore scende lenta, nonostante in quel fresco del mattino. E gli occhi, fissi sull’asfalto, con una pazienza che non è rassegnazione e non è speranza, ma qualcosa di più antico di entrambe — il modo in cui si guarda una cosa che si è già guardata mille volte.
Alza lo sguardo, osserva le automobili che vanno verso la città. Passano veloci, pulite, coi vetri chiusi. Dentro si intravedono sagome di persone con la camicia, vestite da impiegato modello, di quelle che la mattina vanno in un ufficio. Lampi di parabrezza, riflessi di sole, un braccio appoggiato al finestrino, una radio che per un istante arriva fin sul ciglio della strada e poi sparisce. Da dove è seduto lui, sull’orlo della Domitiana, quelle automobili sono un’immagine semplice e chiara: agiatezza, sicurezza, un posto nel mondo. L’altra sponda della vita. Gli occhi le seguono finché non spariscono nella foschia che già si alza dai campi.
In una di queste auto c’è un ragazzo. Trent’anni, forse meno. Laurea in informatica, presa con fatica e con orgoglio, perché in famiglia era il primo. Dentro l’abitacolo l’aria condizionata fa un rumore che non dovrebbe fare, un sibilo intermittente che il ragazzo ha smesso di sentire da mesi. I tappetini hanno ancora la sabbia dell’estate scorsa, granelli incrostati negli angoli che nessuna scopa ha più tolto, come un’estate rimasta lì a fare la muffa sotto i pedali. A ogni buca — e la Domitiana è tutta buche — un ammortizzatore davanti a destra cigola, un lamento metallico breve e regolare che lui conosce a memoria e che non aggiusterà, perché il preventivo del meccanico è più di quanto guadagni in una settimana. La camicia c’è davvero, stirata male sul colletto. L’aria condizionata pure, quando funziona.
Quello che non si vede è il contratto. Una di quelle sigle con più consonanti che vocali, che lo lega a un’azienda che si definisce società di consulenza, pur facendo una cosa che assomiglia molto poco alla consulenza e moltissimo a quello che fa il caporale sulla Domitiana.
Il ragazzo è stato fittato. Body rental, lo chiamano nel settore, con quell’eleganza anglofona che si usa per non dire le cose. Affitto di corpi. C’è anche la versione di lusso, il body leasing, l’affitto a lungo termine con possibilità di riscatto, esattamente come per le automobili e le fotocopiatrici.
Vive a Castel Volturno, il ragazzo, in una casa presa lì perché l’affitto è basso e gli costa meno di un qualunque buco in città, dato che dopo la laurea il lavoro arrivava a singhiozzo, un mese sì e tre no.
Castel Volturno affaccia sulla Domitiana. La mattina, andando in città, passa accanto agli uomini seduti sull’orlo della strada. Non li guarda quasi mai. È stato fittato anche lui, ma a una tariffa che non conoscerà mai per intero: sa soltanto che la società che lo affitta lo paga poco e lo rivende caro, che la differenza tra quei due numeri è il motivo per cui la società stessa esiste. Il caporale trattiene la percentuale prima del campo di pomodori. Qui la trattengono dopo, con la fattura, ma il gesto è lo stesso.
Da mesi lo fittano sempre con minor frequenza. Da quando le aziende informatiche hanno iniziato ad introdurre l’AI nei processi di lavoro, il mercato dei corpi si è ristretto. Gli eccessi di lavoro — la commessa inattesa, il picco improvviso, la scadenza che prima richiedeva di noleggiare in fretta due o tre persone per qualche mese — adesso si gestiscono diversamente. Si apre una nuova console sul monitor di un dipendente che ne ha già tre aperte. Si lancia un altro processo accanto agli altri. Il corpo in affitto è diventato un costo che si può evitare, perché il dipendente è stato “aumentato” e l’AI non chiede ferie, non si ammala, non ha una casa da pagare, nemmeno a Castel Volturno.
Per questo, quando è arrivata la chiamata, il ragazzo si è sentito quasi fortunato.
Lascia la Domitiana e con essa gli uomini seduti sull’orlo della strada in attesa; lui oggi è già stato noleggiato. Entra in città. Arriva al Centro Direzionale, un ammasso di palazzi specchiati che soltanto qui, nell’estrema periferia europea, abbiamo la faccia tosta di chiamare grattacieli — una cinquantina di torri di pessima fattura architettonica in cui si stipa la maggior parte delle aziende di software e consulenza della città.
Cambiare azienda, qui, significa spostarsi da un palazzo all’altro. A volte soltanto cambiare di piano. Lui il Centro Direzionale lo conosce bene. È il suo campo di pomodori. Quando lo fittano, finisce quasi sempre qui.
Sale. Prima la chiacchierata di rito con l’HR — sorrisi, badge, password temporanea, il discorso sulla cultura aziendale dinamica e orizzontale. Poi gli dicono di raggiungere una stanza che si chiama Urano e di cercare il collega che lo introdurrà al team e al lavoro.
Sono seduto in Urano, oggi attendo il nuovo consulente.
Un altro essere umano con cui lavorerò fianco a fianco per qualche mese. Venuto dal nulla, destinato a tornarci entro pochi mesi. Mentre la porta si apre spero, con un cinismo che ho imparato a riconoscere e a non giudicare più, di non trovare con lui affinità di alcun tipo. Sarà più semplice, dopo, lasciarlo andare. Ci serve una figura di supporto in questo periodo, e di supporto è esattamente quello che deve restare: una figura, una funzione, non una persona di cui ricordi il nome del figlio.
Lo so come va a finire. Lo so da prima ancora che lui entri.
In questi mesi l’azienda ha chiuso tutti i contratti di noleggio. Con l’AI non ne aveva più bisogno. Poi si è accorta di un effetto collaterale che nessuno aveva previsto: da quando lavoriamo tutti con le macchine, i team si parlano di meno. Viaggiano ciascuno alla propria velocità accelerata, chiusi nella propria conversazione con la propria intelligenza sintetica, e l’azienda ha cominciato a perdere coerenza: pattern architetturali che divergono, scelte procedurali che si moltiplicano, prodotti che dovrebbero assomigliarsi e invece prendono strade diverse, senza che nessuno se ne accorga in tempo.
Serve qualcuno che faccia da raccordo. Che attraversi i team, annoti, allinei, tenga insieme. Un mestiere antico, in fondo: quello di chi cammina tra i reparti e si ricorda cosa si fa in quell’altro. Per questo è stato fittato il ragazzo. Temporaneamente. Molto temporaneamente.
Nel frattempo stiamo studiando una cosa nuova. Un agente AI che vive dentro la nostra struttura, non fuori. Comparirà nella lista del mio Teams, in mezzo ai nomi dei colleghi — l’unica differenza è che al posto della foto, accanto al nome, avrà il logo dell’azienda che lo ha creato. Sarà collegato ai nostri archivi documentali e ai nostri repository. Leggerà ogni modifica fatta su ogni progetto, aggiornerà la documentazione degli altri progetti, eviterà le ripetizioni, manterrà l’allineamento. Farà esattamente il lavoro di raccordo per cui è stato fittato il ragazzo. Lo farà più in fretta, senza dimenticare nulla, senza andare a casa la sera a Castel Volturno.
Il ragazzo non lo sa ancora. Ma sarà lui ad addestrarlo. Ogni nota che scriverà, ogni allineamento che costruirà, ogni decisione di raccordo che prenderà nei prossimi mesi sarà materiale di addestramento per la macchina che lo sostituirà. Sarà lui ad alimentare il proprio carnefice. E più sarà bravo, più sarà veloce, più diligente e preciso e prezioso — prima la macchina imparerà abbastanza da non aver più bisogno di lui.
La porta si apre.
Entra. Ha la camicia stirata con il colletto un po’ spiegazzato, lo zaino sulla spalla, l’espressione di chi vuole fare buona impressione il primo giorno. Mi stringe la mano, mi dice il suo nome, sorride. Io sorrido a mia volta e gli dico di accomodarsi, che gli spiego com’è organizzato il team.
So già che entro tre giorni saprò se ha figli, se ha litigato con la fidanzata, se sta mettendo da parte i soldi per la macchina o per la casa. So già che gli vorrò bene, a modo mio, come si vuole bene a chiunque divida con te otto ore al giorno per dei mesi. E so già che il giorno in cui verrà a dirmi che il contratto non viene rinnovato, io non potrò fare niente. Non perché non vorrò. Perché qualunque cosa faccia — un’email, una protesta, una parola di troppo nel posto sbagliato — costerebbe il posto anche a me. Le aziende dinamiche, innovative, orizzontali, hanno una caratteristica che non scrivono mai nelle slide sulla cultura aziendale: sfuggono a qualunque sindacalizzazione, a qualsiasi forma di autodifesa collettiva. Siamo tutti soli, ciascuno alla propria velocità accelerata, ciascuno con la propria macchina, ciascuno ad un’email di distanza dalla Domitiana.
Mentre lui si siede e tira fuori il portatile pieno di entusiasmo, io faccio l’unica cosa che ho imparato a fare negli anni per sopravvivere a questo mestiere. Prendo l’affetto che già sento nascere, lo prendo prima ancora che cresca, e lo chiudo da qualche parte in fondo, avvolto in quel tessuto sottile che il cuore costruisce attorno a un corpo estraneo che non può espellere. Lo isolo. Lo metto via. Così, quando arriverà il momento, farà meno male a lui e — sono onesto — soprattutto a me.
«Allora» gli dico. «Ti spiego da dove partiamo.»
E intanto, nella lista del mio Teams, sotto il suo nome appena aggiunto, c’è già uno spazio vuoto che aspetta il prossimo.
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