Nuovo appuntamento con la rubrica di Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, ospitata in queste settimane da Effimera. Siamo portati a pensare che l’innovazione tecnologica abbia a che fare con la creazioni di nuovi prodotti o di nuove modalità di produzione. Diamo meno importanza all’idea che la tecnologia è soprattutto una forma di organizzazione, funzionale agli interessi d’impresa. E, in quanto forma organizzativa, essa è allo stesso tempo forma di gerarchia, di selezione e di sorveglianza. Una struttura di potere che ricorda la divisione dei ruoli che definiscono il feudalesimo, dall’imperatore (capo supremo) all’ultimo dei suo vassalli, in un continuum di livelli gerarchici ben definiti e rigidi.  Non è un caso che oggi si parli di “tecnofeudalesimo”. Ma con la differenza che oggi sono le piattaforme digitali, con le loro regole vessatorie, a sostituire l’intermediazione umana con le macchine e a rendere l’umano un indistinto vassallo senza ruolo…

Se vi siete persi gli appuntamenti precedenti li trovate sul sito: n #07; n #06; n #05; n #04; n #03; n #02; n #01; n #00.

Lunedì prossimo, #09 Apocalypse Prompt!

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I Romani sostenevano che nessun uomo può comandare più di nove, forse dieci uomini in maniera efficiente. Su questa base hanno conquistato il mondo.

Notte. Il portone del castello si spalanca sul buio e dieci cavalli ne escono al galoppo. Zoccoli che strappano scintille dal selciato, fango che schizza fino ai muri, mantelli gonfi come vele nere. I cavalli hanno la bava che vola via a fiocchi, il fiato che esce a sbuffi bianchi nell’aria gelata, i fianchi già lucidi di sudore sotto la sella. I cavalieri stanno piegati sul collo delle bestie, il ferro del morso che tintinna, una mano nelle redini e l’altra premuta sulla bisaccia di cuoio dove, a ogni salto, sobbalza un foglio piegato in quattro. Non si parlano. Non si voltano. Alla prima forcella si aprono come le dita di una mano — uno di qua, uno di là, ciascuno ingoiato da un buio diverso — e un istante dopo la strada è vuota: resta solo il tuono degli zoccoli che si spegne in dieci direzioni e l’odore caldo di cavallo che il vento ghiaccia in fretta.

Quel foglio, un’ora prima, non esisteva. In una sala dove il giorno non entra mai, l’aria sa di cera bruciata, di fumo che non trova il camino e resta appeso alle travi, di pietra umida che non asciuga da secoli. Le candele trasudano cera lungo i candelabri; un cane dorme accanto alla brace e sogna, le zampe che corrono da ferme. Una mano lascia cadere una goccia rossa sulla piega della pergamena. All’anulare un grosso anello.

Il volto di quella mano resta fuori dal cerchio di luce: nessuno lo vede mai.

L’anello scende, affonda nella cera molle, preme, si stacca con un piccolo risucchio e vi lascia impressa la sagoma di un’aquila. All’interno, soltanto due righe. L’ordine è: le tasse salgono. Nient’altro. Due righe, che prima dell’alba successiva, saranno mille pagine e diecimila miglia.

Il primo cavaliere arriva che è ancora buio. Il pugno batte contro un portone di ferro, una spia si apre e si richiude, la sbarra si solleva. Entra in un’altra sala di penombra eterna, gemella della prima: lo stesso sego, lo stesso fumo, lo stesso cane da qualche parte nell’ombra. Un uomo lo aspetta seduto, il viso arancione di candela, un calice a portata di mano. Rompe l’aquila col pollice, avvicina la pergamena alla fiamma, legge muovendo appena le labbra. Poi non passa il foglio a nessuno. Chiama i suoi monaci.

Nello scriptorium fa freddo anche d’estate. File di leggii, schiene curve, cappucci calati fino agli occhi, il fiato che fuma sopra le pagine. L’unico rumore è il grattare secco delle penne interrotto talvolta da un colpo di tosse, dal tonfo di un tomo, dal sibilo di una candela che annega nella propria cera. Dita gonfie di geloni stringono il calamo; una goccia d’inchiostro trema sulla punta, cade, il foglio va ricominciato. I monaci non leggono quello che scrivono: copiano. Testa bassa, mano ferma, riga dopo riga, la lettera dell’imperatore che diventa dieci lettere identiche, poi cento. Sul tavolo del signore, intanto, una parola cambia: dove la pergamena dell’aquila dice “si richiede”, la sua dirà “si esige”. A un cenno, un monaco aggiunge in fondo una riga che l’imperatore non ha mai scritto: “che nessuno provi a sottrarsi”. Poi il signore scalda la propria cera alla fiamma e ci schiaccia dentro il suo anello. Non più l’aquila. Un cinghiale, un giglio, quello che è.

Prima che il cielo si schiarisca, il suo portone si spalanca e dieci nuovi cavalli escono nel buio che ancora resiste.

Stessa scena, un gradino più in basso. Succede di nuovo, e ancora.

Ogni volta la sala è più piccola e più povera. Le candele di cera diventano candele di sego che puzzano e fumano; poi diventano una sola, mozza, che il signore avvicina lui stesso alla pagina per non sprecarla. La pergamena si fa ruvida, macchiata, raschiata e riscritta sopra qualcosa di più vecchio. Non più leggii, nessuna fila di monaci, ma un solo scrivano che mastica pane mentre copia e la grafia trema. L’aquila, quaggiù, nessuno l’ha mai vista. Il vassallo copia per i suoi valvassori, i valvassori per i loro valvassini; ogni signore rompe un sigillo, poi ne schiaccia uno suo. Di grado in grado il foglio si allontana da ciò che l’imperatore aveva scritto: cambia la cera, cambia la mano, cambiano le parole ai margini. Una cosa sola passa intatta di castello in castello, di notte in notte, fino in fondo. Non l’aquila. La paura nei confronti dell’uomo che sta appena più in alto.

In fondo alla catena c’è finalmente la luce del giorno e una piazza di fango battuto: un pozzo, qualche gallina che raspa, l’ombra corta del mezzogiorno, un odore di letame e di pane cotto una volta a settimana. Qui non ci sono candele né sigilli, perché qui la carta termina il suo viaggio. L’ultimo anello della catena è un uomo con una voce, nient’altro: il bardo. Sale su una pietra, spiega l’ultima copia della copia della copia, la legge forte a gente che leggere non sa — mani grosse, schiene già piegate, piedi nudi o fasciati di stracci, facce cotte dal sole. Nell’istante in cui comincia, la pergamena diventa carne.

Uno di loro sta davanti, il cappello stretto in mano. Ha sotto gli occhi il campo che ha zappato stamattina, il grano ancora verde che ondeggia fino al bosco. Quel campo non è suo. Ha un nome, quello del signore, lo stesso di sempre: lui lo semina, lo zappa, lo miete per conto di un altro, da tempo immemore; di quel raccolto, la gran parte sale al castello prima ancora che lui riesca a vedere la propria. Adesso, dopo il dispaccio, la parte che sale sarà più grande. Non gli servono i conti: glielo dice il corpo quante ore in più, quanta schiena, quanto pane in meno sulla tavola dei figli, per riempire una fame che lassù non si riempie mai. Alza lo sguardo verso le mura di quel castello, che dentro non vedrà mai. Dalla pancia gli parte qualcosa di caldo e potente, un odio antico che gli monta in gola; quando arriva agli occhi, però, si è già mutato in timorosa reverenza, la testa che da sola accenna l’inchino a un padrone che non è nemmeno lì. Non l’ha imparato lui, quel gesto: gliel’hanno lasciato il padre e, prima ancora, il padre del padre, tutti nati e morti su questo fazzoletto di terra, tutti curvi sullo stesso solco, l’obbedienza consegnata di generazione in generazione insieme alla zappa, come il cane che scodinzola alla mano che lo tiene alla catena. Si rimette il cappello. Torna al campo che non è suo e già calcola come strappargli, per l’inverno, qualcosa da mangiare.

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Anch’io vivo in fondo a una valle.

La mia farm non ha fango battuto né un cortile con le galline: ha scrivanie, monitor, un piazzale dove si parcheggia a spina di pesce. È una Piccola e Media Impresa, dove non sono capitato per sbaglio. Ho sempre preferito stare quaggiù, dove ci si conosce tutti, dove sai come prende il caffè chi ti firma lo stipendio e dove vedi con precisione il confine di ciò che spetta a te e ai tuoi colleghi. Il lavoro dipendente, peraltro, è per me un’esperienza recente: meno di dieci anni. Tutto il resto della vita l’ho passato alternando la partita IVA a tentativi d’impresa, ciascuno nato sotto i migliori auspici e naufragato, con una puntualità quasi commovente, nel più completo fallimento – ho sempre avuto più a cuore il prodotto che i soldi, attitudine magnifica per un artigiano, esiziale per un imprenditore.

Il padrone mi ferma nel corridoio che ho ancora il caffè in mano.

«Vieni, ho sistemato quella cosa.»

Quella cosa la conosciamo tutti, in azienda, non ha bisogno di alcun nome: per tutta l’ultima settimana i token ci finivano a metà pomeriggio. Il lavoro si fermava lì, la macchina rispondeva con la cortesia gelida dei limiti raggiunti e noi restavamo a guardare lo schermo, come si guarda il distributore quando ha ingoiato la moneta senza dare niente.
Nel suo ufficio il monitor è già mezzo girato; lo ruota del tutto verso di me con due dita, il gesto di chi ti avvicina un piatto buono. Sullo schermo c’è la tabella che ormai conosco: i nostri nomi in ordine alfabetico, uno per riga, accanto a ogni nome la barra dei consumi di token del mese. Poi la colonna nuova: i massimali aggiornati, i numeri più alti, l’aria di chi ha allargato la tavola perché i figli sono cresciuti.

«Chi non innova è fuori dal mercato», dice senza staccare gli occhi dallo schermo. «Da ottobre non vi fermate più.»

La mia riga la trovo a metà lista. La barra piena, il tetto toccato è il diciotto, in fondo il numero: quanto ha pagato di token, il mese scorso, il mio lavoro da solo. Il mio, non quello dell’azienda – la macchina che ha pensato accanto a me, soltanto a me, per un mese.
Il conto parte da solo, ma vorrei chiarire che contare non è il mio mestiere: io ragiono per astratto, è la mia professione e la mia natura. Se la vita non mi avesse insegnato altro, non conterei nemmeno le scatolette di tonno che metto nel carrello. La vita, però, altro me l’ha insegnato. Quel numero lo riconosco prima ancora di leggerlo per intero: è l’aumento che vorrei e non ho mai avuto, quello che conterrebbe la rata del mutuo e ci avanzerebbe anche quel dottore per mio figlio che continuo a rinviare.

«Bella scelta», esce intanto dalla mia bocca, che da sempre ha un contratto separato dal resto di me. La voce è professionale, pulita: «Con questi massimali sblocchiamo anche i progetti che teniamo fermi da primavera».

Il guaio, del denaro degli altri, è che i conti in tasca glieli fai con una precisione che per il tuo non hai mai avuto: quei soldi non passano di qua, salgono e basta, dal conto del padrone a un fornitore di modelli AI che nessuno vedrà mai. A me resta il posto d’onore nella tabella che li giustifica.

Torno alla scrivania col caffè freddo, ma lo bevo lo stesso.

Qualche settimana dopo, il lavoro cambia ancora. Non si fa più a domande e risposte: si consegna un obiettivo e si sta a guardare. L’agente parte e alla prima biforcazione si apre — uno legge, uno scrive, uno controlla quello che i primi due combinano — e ciascuno, arrivato al suo bivio, si apre di nuovo. Sul contatore i token non scendono: scattano, a gradini.
Davanti ai contatori ho un riflesso antico. Le prime telefonate a colei che sarebbe diventata mia moglie le facevo con un occhio al display, guardando il credito della ricarica scendere parola dopo parola; quello sguardo l’ho ritrovato tale e quale dentro Urano, davanti al contatore dei consumi, con la stessa avarizia di sillabe. Con la macchina ho fatto come sempre: potare le richieste, stringere gli obiettivi, spegnere gli agenti rimasti accesi a girare in tondo.

A fine giornata ho scoperto che il mio riflesso è diventato un difetto. La tabella dei consumi, dall’aggiornamento, si ordina. Un click sull’intestazione e i nomi si dispongono dal più affamato al più sobrio; il mio sta in fondo, dove una volta stavano i primi della classe. Il padrone è passato dietro le scrivanie prima di uscire, ha guardato le barre come si guarda un reparto in produzione, sulla mia si è fermato un attimo di troppo.
Prima di spegnere tutto ho allungato la mano verso un agente rimasto acceso a girare in tondo, com’è il mio istinto da sempre, poi l’ho lasciato acceso.

Qualche giorno dopo il telefono squilla in pausa pranzo, sul display un nome che non chiama mai per niente.
È un amico di una vita, di quelli che a suo tempo hanno scelto l’altra strada: le grandi società di consulenza, la carriera fatta gradino per gradino, il SUV, le due settimane d’agosto al villaggio, la settimana bianca a Roccaraso. Da qualche tempo telefonate così arrivano a grappoli e partono tutte allo stesso modo — col tono di chi passa solo a salutare.

«Ciao, come va?»

Mezzo minuto di convenevoli, poi la voce gli cala di un tono.

«Hai saputo di Gigi?»

Gigi è uno del suo giro, vent’anni nella stessa multinazionale. L’hanno lasciato a casa: la mail è arrivata di venerdì pomeriggio e il lunedì il badge già non apriva più i tornelli — il colloquio col personale l’ha fatto da ospite, accompagnato. Nel comunicato interno l’azienda l’ha chiamato efficientamento; l’anno scorso, per l’infornata precedente, si chiamava focus. L’amico le pronuncia con cura, queste parole, staccate dal resto, come si maneggiano le cose degli altri. Nella sua di azienda, per ora, non si manda via nessuno. Hanno cambiato le schede di valutazione, però: da quest’anno c’è una voce nuova, che misura quanti agenti riesci a tenere in piedi contemporaneamente. Non la commenta. Me la riferisce col tono con cui si legge il bollettino della neve.

«Senti», dice infine, «ma tu puoi dare un’occhiata se nella tua azienda cercano una figura come la mia?»

Quelli come lui stanno a metà della catena, per cui la tempesta la sentono prima di noi che stiamo in fondo. Ė uno di quelli che quando arriva dall’alto una nuova priorità le appiccica una scadenza che prima non c’era, una postilla, un po’ della propria fretta e della propria paura da scaricare su quello ancora più sotto.
Per la prima volta, nella sua voce, il sedile del SUV non sembra più comodo come una volta: piuttosto una rata, una delle tante. Dopo la telefonata, apro LinkedIn e scorro. I cerchietti verdi di chi si dichiara «aperto al lavoro» fioriscono attorno alle facce dei contatti come fasce da lutto. Chiudo l’app come si chiude una finestra quando fuori si è alzato il vento.

La sera ne apro un’altra di app, quella della banca — un tic, ormai, come controllare le chiavi in tasca — e guardo la colonna degli addebiti mettersi in fila per l’assalto: il mutuo, il leasing, l’abbonamento della televisione, il telefono. Ancora prima che arrivi gennaio, della tredicesima resterà solo il nome.
Il ventisette, del resto, è una data che conosco dai due lati. Ai tempi delle mie imprese arrivava con la puntualità di un creditore: gli stipendi degli altri uscivano dal mio conto mentre il bonifico che avrebbe dovuto coprirli dormiva nel protocollo di qualche ufficio, così io restavo sveglio a fare il gioco delle tre carte con due fidi e una promessa. Ma ora da dipendente la notte dormo. Il gioco delle tre carte, adesso, lo fa qualcun altro, più in alto, con carte più grandi.
Paghiamo un canone per ogni cosa che una volta si sarebbe posseduta: viviamo dentro oggetti che restano di qualcun altro anche mentre li stringiamo in mano e chiamiamo tutto questo, senza nemmeno riderci sopra, «proprietà». La casa appartiene alla banca finché l’ultima rata — la nostra rata in gara con la morte — non sarà pagata, e non è affatto detto chi dei due taglierà per primo il traguardo.

Da sotto la porta di mio figlio filtra la luce, in sottofondo la musica di quando studia fino a tardi. Nostri restano soltanto i figli. Nemmeno a lui toccherà una casa, un campo, un mestiere; è la parte che fatico a dire ad alta voce e, infatti, la dico solo qui: erediterà le rate. Il debito che ho firmato per qualcosa che non è mai stato né sarà mai, davvero nostro.
Passa in cucina per un bicchiere d’acqua, mi trova col telefono in mano e la luce spenta.

«Ancora ccà stai? Notte, pa’.»

«Notte, guagliò.»

Spengo l’app, restando in cucina un minuto di più.

L’editto non aspetta il ventisette. La mail arriva il due di gennaio, da un mittente senza volto, uguale per tutto il pianeta: il modello nuovo è disponibile, più potente, e i listini si aggiornano. Due righe. Le tasse salgono, insieme alle righe di codice. Nient’altro.

La fattura arriva col vestito nuovo: la cifra è cresciuta ancora, stavolta nessuno ha toccato i massimali. Il modello nuovo consuma di più anche a parità di lavoro. Nessuno si ferma a metà pomeriggio, questo è vero. Il contatore, semplicemente, corre.

L’amico di novembre stavolta non chiama: scrive. Due righe pure lui, senza convenevoli, il curriculum in allegato. Tra i cerchietti verdi, da stamattina, c’è anche la sua faccia.
Il mio padrone no, lui non telefona a nessuno per chiedere. Telefona per dire. Passando davanti al suo ufficio lo sento che parla con qualcuno del consorzio, la cifra della fattura la pronuncia intera, per esteso, con l’orgoglio di chi dichiara una cilindrata: nella sua voce quel numero non è un salasso, è una stazza. Da qualche parte, a qualche cena di categoria, quella cifra adesso è un rango.
La tempesta, lui, la guarda dalla finestra, la porta aperta alle spalle come l’ha sempre tenuta, con la calma di chi i muri ce li ha intestati. Il conto glielo potrei fare io, in un respiro: quanto sale la bolletta dei modelli a ogni giro, quanto margine gli resta, quanti mesi ancora prima che quel margine — la cosa che gli ha sempre permesso di chiamarsi proprietario, di mettere da parte un mattone alla volta — finisca tutto nel contatore.
Quel giorno si sveglierà dipendente pure lui, con bollette da pagare ogni mese ben più salate delle mie e un padrone che non conoscerà mai: quello che gli dà a nolo l’intelligenza che serve a restare sul mercato.

Esco che è già buio. Dalla strada, la sua finestra è l’unica accesa: sta ancora lì, di spalle, davanti alla tabella che scorre piano, dall’alto in basso e di nuovo dall’alto, come si riguarda una cosa propria. Da qui, il vetro tra lui e la tempesta sembra sottilissimo.
Torno a casa a piedi, nel freddo che promette neve. Sul telefono, per un tic che non sapevo di avere, riapro LinkedIn: i cerchietti verdi sono aumentati anche oggi, uno qui e uno là. Le facce le riconosco quasi tutte, è la cosa che più spaventa: sono quelli di mezzo — i dirigenti, i capi, i responsabili, i coordinatori, la gente dei SUV e dei villaggi — gli anelli della catena che per duemila anni ha portato gli ordini in giù e la ricchezza in su, bagnando a ogni passaggio ogni mano che attraversava.
La macchina non ha licenziato loro: ha licenziato il passaggio. Il denaro adesso sale dritto, senza sprecarsi per strada, senza bagnare nessuno — dalla mia tastiera al conto del padrone, dal conto del padrone a chi le macchine le possiede.
Lassù in cima non c’è un’aquila. Non c’è un sigillo, non c’è una sala buia che puzza di cera, non c’è nemmeno un volto da maledire: solo i tecno-imperatori, uomini che da soli pesano quanto il PIL di uno Stato — con la differenza che uno Stato, ogni tanto, a qualcuno deve rendere conto — i castelli li chiamano piattaforme e gli editti aggiornamenti di listino.

I Romani avevano ragione e la loro regola ha retto duemila anni: nessun uomo può comandare più di nove, forse dieci uomini; è per questa ragione che tra l’imperatore e l’ultimo campo sono sempre serviti tutti gli altri.

Le macchine hanno rotto la regola in una notte. Chi le possiede non ha più bisogno di nessuno, in mezzo: può averci tutti, direttamente, quanti ne vuole. Su questa base stanno conquistando il mondo.