Eccoci con la serie Apocalypse Prompt di Alessandro Verna. Un nuovo episodio di una particolarissima auto-inchiesta dedicata al rapporto uomo-macchina nel presente. In questa puntata, il protagonista ragiona sul fatto che siamo noi, comuni mortali, a portare linfa all’IA. E lo facciamo attraverso gli atti più innocenti della nostra quotidianità: dal giocare con nostro figlio (gaming) alla condivisione dei nostri saperi. Se in passato questi atti facevano parte di una sorta di economia del dono, di scambio cooperativo reciproco, sono oggi la base del “più grande furto di proprietà intellettuale nella storia dell’umanità”.

Le puntate precedenti si trovano sul sito: n #05; n #04; n #03; n #02; n #01; n #00.

A lunedì prossimo, con un nuovo episodio!

Continuate a seguirci…

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«Mentre affino il planning e miglioro il copione che consegno all’attore, l’AI impara sempre di più del mio lavoro, di come lo faccio, di come andrebbe fatto. Il che è una considerazione che preferisco non sviluppare troppo, perché porta in direzioni scomode.»

L’ho scritta io, questa frase, qualche settimana fa per il secondo episodio di questo diario. Rileggendola oggi mi sembra il gesto di uno che nasconde qualcosa in casa propria. Le frasi così non si scrivono per il lettore: si scrivono per sé, come si chiude una porta a chiave lasciando la chiave nella toppa — non per tenere fuori il ladro, per tenere buono se stesso. Per mesi ci sono passato davanti con il passo di chi ha fretta.

Poi, un sabato mattina, la porta me l’ha aperta un articolo.

Raccontava che in certe città del mondo i robot che consegnano il pranzo a domicilio hanno smesso di avere bisogno dei satelliti. Il GPS, tra i palazzi alti, funziona male: rimbalza, sbaglia di qualche metro, ti lascia la pizza nel portone del vicino – e una pizza nel portone del vicino, per un’azienda di consegne, è una tragedia con tanto di riunione al vertice. Così adesso i robot fanno un’altra cosa: guardano. Confrontano la strada che hanno davanti con un archivio di trenta miliardi di fotografie scattate ad altezza di marciapiede, in quasi tutte le città del pianeta, e capiscono dove sono come lo capiamo noi da sempre – riconoscendo l’angolo, la vetrina, la fontana. Un archivio del genere nessuna azienda al mondo avrebbe potuto permettersi di produrlo.

Infatti, non l’ha prodotto nessuna azienda. L’abbiamo prodotto noi. Giocando.

Estate di dieci anni fa. C’è un gioco, quell’estate, che ha svuotato i divani di mezzo mondo: si va a caccia di mostriciattoli colorati che il telefono appoggia sopra la realtà – uno sul marciapiede, uno sulla panchina, uno seduto in cima al monumento come un piccione fosforescente.

Le nostre battute di caccia partono dopo cena, quando il quartiere si sgonfia del caldo. Mio figlio mi tiene la mano fino all’angolo, poi la sfila: da lì in poi il capo spedizione è lui. Il telefono lo porto io – per contratto, sono il portatore ufficiale – ma la caccia la comanda lui, mezzo passo avanti, l’andatura di chi sa. Quando il telefono vibra si blocca in mezzo al marciapiede col braccio teso, e fa «papà» in quel modo che hanno i bambini di sussurrare urlando, come se il mostriciattolo potesse sentirci e scappare. Ci accucciamo. Mi guarda una volta sola, la conferma muta del cacciatore al suo secondo, poi morde il labbro, tira il colpo. Se lo sbaglia, la colpa è mia che gli ho urtato il braccio – non l’ho toccato, ma un padre serve anche a questo. Se lo prende, parte un ballo che non sta in nessun manuale, due giri su se stesso e il cinque battuto troppo forte, e la signora del terzo piano che si affaccia a guardare quel bambino che festeggia da solo davanti a un padre che ride. Non festeggia da solo, signora. Festeggiamo in due: io fingo di farlo per lui, lui finge di crederci; questo patto non detto è la cosa più solida che abbiamo firmato quell’estate.

Conosciamo il quartiere con memoria nuova: non più per le botteghe e le scorciatoie, ma per i punti di caccia. E a un certo punto il gioco comincia a chiederci una cosa in più: per avere le ricompense bisogna filmare i luoghi – girarci intorno lentamente, col telefono in mano, come si gira intorno a una scultura in un museo. La sera della fontana gira prima lui, a braccia aperte, l’aeroplanino che mi fa strada; io dietro, col telefono teso, e il video trema perché sto ridendo. Un giro lento, in due, in una sera d’estate.

La fontana, l’abbiamo consegnata così.

Trenta miliardi di fotografie, diceva l’articolo. Dentro ci sono anche le nostre.

Oggi quell’archivio guida una flotta di robot su marciapiedi che non ho mai visto, a Los Angeles, a Chicago, a Helsinki. La cosa che l’articolo diceva quasi con orgoglio, io l’ho dovuta rileggere due volte: il sistema funziona meglio proprio dove il GPS fallisce – nei canyon di palazzi, nelle strade strette, nei vicoli. La macchina non sa orientarsi dove il cielo è aperto. Sa orientarsi dove abbiamo vissuto noi. Perché è lì che l’abbiamo fotografata, una ricompensa alla volta.

Il robot che porta la pizza gira l’angolo senza esitare, con i miei occhi di dieci anni fa.

Una volta aperta, la porta non si è più chiusa. Perché il gioco era solo la lezione più allegra di un corso molto più lungo, le altre lezioni le ho date senza nemmeno il divertimento. I semafori, per dire. Quei test che i siti ti mettono davanti da vent’anni – seleziona tutti i semafori, tutte le strisce pedonali, tutti gli autobus – per verificare che tu non sia un robot. Li ho sempre fatti con fastidio, come si paga un pedaggio. Erano lezioni. Ogni semaforo selezionato era un’immagine etichettata in più per insegnare a qualche macchina a leggere la strada. Il pedaggio lo pagavo per entrare, e intanto, senza saperlo, facevo lo straordinario gratis all’uscita. Poi le recensioni. Le foto taggate. Le domande e le risposte nei forum. La lingua stessa con cui adesso la macchina mi risponde – educata, paziente, con quel tono da primo della classe – l’ha imparata leggendo noi.

E il codice. Qui devo rallentare, perché fa male sul serio.

Chi fa il mio mestiere ha vissuto dentro un’economia che il resto del mondo non ha mai capito: l’economia del dono. Ve la racconto con l’unico rigore che merita: per nome.

Vent’anni fa un gestionale doveva andare in consegna e le lettere accentate arrivavano in stampa come geroglifici. Roba da niente, detta oggi. Ci ho perso tre giorni: il primo con la sicurezza di chi sistema tutto entro pranzo, il secondo provando cose sempre più strane, il terzo odiando a turno il cliente, la stampante e l’alfabeto italiano con le sue vocali pretenziose. Il pomeriggio del terzo giorno, esaurita la dignità, feci la cosa che si faceva allora: scrissi su un forum. Esporre la propria ignoranza davanti a sconosciuti di mezzo pianeta, con un nickname come unica foglia di fico, e poi ricaricare la pagina tra una prova e l’altra, come si guarda un citofono muto. La mattina dopo, la risposta. Postata alle sei e ventidue, l’ora di chissà quale fuso. Firmata SKAB78. Tre righe che risolvevano, due che spiegavano il perché, e una in regalo: occhio, che lo stesso scherzo te lo fa anche in fase di export – sistemalo adesso. Uno sconosciuto, chissà dove, aveva speso il suo tempo sui miei tre giorni. Gratis. Con la cortesia supplementare di prevedermi il guaio successivo.

Avrei voluto offrirgli una birra. Non sapevo che faccia avesse, né in che lingua sognasse, né se quel 78 fosse l’anno di nascita o il numero di maglia. Scrissi «grazie mille», che era niente, e il debito rimase tutto. Siccome il creditore era irraggiungibile, feci la cosa che in quell’economia facevano tutti: girai il dono ad altri. Negli anni successivi, a rispondere sono stato io, a decine e decine di sconosciuti piantati al loro terzo giorno di muro, sempre con la stessa moneta – la soluzione, il perché, e l’avviso sul guaio che ancora non vedevano. Non eravamo buoni: era il sistema bancario del mestiere. Il debito non si estingueva mai verso il creditore – si versava ad altri cento, e così girava, da quarant’anni. Il codice si regalava perché altri non perdessero i giorni che avevi perso tu. Non eravamo ingenui: eravamo ricchi. È l’unica economia in cui sono stato ricco.

La macchina ha letto tutto. I forum, le soluzioni, le discussioni, le litigate sull’eleganza di una struttura – tutto quel sapere donato perché restasse di tutti è diventato il raccolto di un padrone solo. Da qualche parte, là in mezzo, c’è anche la risposta di SKAB78: tre righe, due di spiegazione, una di cortesia. Raccolte pure loro. Ed è qui che ho capito la vera natura del ladro: il ladro non ruba. Il ladro raccoglie. Passa come una mietitrice su un campo che non ha seminato, che non ha arato, che non ha nemmeno mai visto, ma il raccolto lo porta via tutto, perché il campo – dice lui – era aperto.

Non ha raccolto solo il mio mestiere. Per tutta la vita ho creduto che la ricchezza di una persona si misurasse in libri letti, e su quali avesse posato l’attenzione. Con i miei quattro, cinque libri l’anno mi sono sempre considerato un passante della cultura, uno di periferia. Poi intorno a me hanno smesso di leggere, e senza muovere un dito sono diventato quello che le statistiche chiamano un lettore forte: promosso per diserzione altrui. Fanno, in cinquant’anni, tre o quattrocento libri – la mia parete di casa. La macchina li ha letti tutti, i miei trecento, più tutti quelli che non leggerò mai, più ogni blog, ogni lettera, ogni anfratto scritto da millenni: e non le è costato una sola notte. Ma io quei libri li ho pagati, uno per uno – col tempo, col sonno, con le idee che ho dovuto sfrattare per far posto alle nuove – e ognuno ha cambiato il lettore che avrebbe aperto il successivo. Si chiama conoscenza proprio per questo: perché lascia il segno su chi la porta. La macchina non porta niente. Ha ingerito la biblioteca del mondo e non è stata cambiata da un solo rigo: dentro di lei i millenni non sono sapere, sono frequenze – quante volte una parola segue un’altra parola. Tutto il grano nel silo. E nessuno, là dentro, che abbia mai mangiato pane.

Ho provato a fare quello che farebbe ogni derubato: l’inventario. Denuncia di furto: quarant’anni di codice, vent’anni di semafori, trecento libri, le foto della fontana, la lingua, il mestiere. Solo che l’inventario non sta in piedi e ho impiegato una sera intera a capire perché: non manca niente. Il mio codice è ancora lì. Le foto pure. Il furto perfetto non sottrae nulla: duplica, estrae, e ti lascia tutto in mano come prima – solo che quello che hai in mano non vale più niente, perché adesso ce l’ha anche lei, tutto insieme, e lo rivende a canone mensile. Provate a denunciarlo, un furto così. Rubare, per la legge, è sottrarre. Qui non è stato sottratto niente: è stato preso tutto.

Non lo dico io, che sono di parte. L’ha detto uno che ha passato la vita ai piani alti, uno che di mestiere comandava aziende telefoniche: il più grande furto di proprietà intellettuale nella storia dell’umanità, ha detto. Anzi: un furto con scasso. Quando la parola furto la pronuncia il piano nobile del palazzo, non è più ideologia. È una perizia.

E noi, almeno, abbiamo regalato ridendo. C’è chi ha insegnato alla macchina per fame. Per andare a vedere dove, non serve l’aereo: basta misurare il mondo come lo misura la rete, a click invece che a chilometri. Misurato così, il mondo è un’unica città sterminata, dove non fa mai notte perché in qualche quartiere è sempre orario di lavoro. La moschea di Tunisi sta a tre vicoli da San Pietro. Manila confina con Francoforte. Chandigarh è appena oltre il raccordo. In questa città tutto confina con tutto, e ogni scrivania ha una finestrella sopra lo schermo: un occhio piccolo, rotondo, che quasi sempre dorme. È da lì che si entra.

L’occhio si accende senza far rumore in una stanza che di giorno è una cucina e di notte è un ufficio, nel quartiere della città che una volta si chiamava Africa. Un piano di formica, un portatile di terza mano, un neon che sfrigola. La porta è aperta sul cortile del villaggio, perché il caldo non lascia scelta: fuori c’è la notte vera, quella senza lampioni – la terra battuta che di giorno è rossa, i tetti di lamiera che restituiscono il calore del pomeriggio, il ronzio del generatore due cortili più in là, un cane che si sposta senza fretta da un buio all’altro. È l’unico quartiere della città sterminata dove si vedono ancora le stelle, e lei è seduta con le spalle alle stelle, la faccia nel neon. Le immagini arrivano una alla volta, come gocce da un rubinetto che nessuno chiuderà mai: lei scrive sotto ciascuna una parola. Gatto. Strada. Coltello. Corpo. Un centesimo a parola, e il coltello vale quanto il gatto. Dietro la parete sottile un bambino piange, si riaddormenta, piange di nuovo. Lei non si alza: se si alza, le immagini non si fermano – si accumulano, e l’arretrato è l’unica cosa al mondo che le appartiene per intero. Il pianto attraversa la parete, entra nel microfono acceso, viaggia per la città insieme alle etichette. Da qualche parte, una macchina sta imparando anche quello.

Un click, ed è mattina, tre quartieri più in là – India. La stanza è stretta e alta, e la finestra è spalancata su vicoli che non finiscono: si incastrano uno nell’altro a perdita d’occhio, un intrico di panni stesi, insegne sbiadite, motorini che si infilano dove non passerebbe una mano, e in mezzo al traffico una mucca magrissima, ferma, le costole come persiane, che nessuno tocca e nessuno nutre. I clacson entrano dalla finestra insieme al caldo. Sulla scrivania, accanto alla tastiera, i contenitori d’acciaio del pranzo impilati uno sull’altro, ancora chiusi, e l’odore del cibo speziato che è entrato lo stesso, seduto nella stanza come un collega. Il ragazzo corregge le risposte della macchina, una dopo l’altra: troppo brusca. Troppo strana. Riprovare. Due lire a risposta, per insegnare la gentilezza a cottimo. Ogni tanto alza gli occhi alla finestra – i vicoli, i panni, la mucca immobile nel fiume dei motorini – e li riabbassa prima che la pausa diventi misurabile. La macchina che oggi scrive poesie ha imparato le buone maniere così: da gente che non poteva permettersi di rifiutare l’orario.

A migliaia di chilometri, cioè a un click, qualcuno apre le finestrelle a campione. Dieci secondi la cucina col neon, dieci secondi la scrivania coi contenitori d’acciaio. Guarda, annota, chiude. Non è cattivo e non è buono: è un occhio pagato per guardare altri occhi. E sopra il suo schermo, quieta, dorme un’altra finestrella.

Loro non compaiono da nessuna parte: né nei titoli di coda, né in busta paga, se non come voce di costo. Un nome però glielo hanno dato, a questo lavoro che nessuno deve vedere: lavoro fantasma. I fantasmi, si sa, non scioperano. E soprattutto: i fantasmi, nella città sterminata, sono gli unici che nessuno fotografa.

A proposito di sciopero. Qualche sera fa, ho letto il testo di una conferenza che un vecchio filosofo avrebbe dovuto tenere a Berlino anni fa. Doveva relazionare su un centinaio di pagine che Marx aveva scritto per sé e che parlavano – con centosessant’anni di anticipo – esattamente di questo: del giorno in cui il sapere di tutti, quello che non appartiene a nessuno – la lingua, i mestieri, i trucchi, le scorciatoie – sarebbe stato messo dentro le macchine, e le macchine sarebbero diventate proprietà di pochi. Il general intellect, lo chiamava: l’intelligenza generale. Le macchine, scriveva, sono organi dell’intelligenza umana creati dalla mano dell’uomo.

Il filosofo a Berlino non ci arrivò mai: era malato, e poco dopo è morto. La conferenza esiste solo scritta, un discorso che circola senza la voce che doveva pronunciarlo – il che, se ci pensate, è la definizione più precisa di tutta questa storia. Così una sera l’ho pronunciata io, a mezza voce, nello studiolo, tra la cucina e il bagno. Pubblico presente: il monitor spento. C’era dentro una frase che da allora non mi lascia: l’algoritmo è una macchina che corre dove c’è lo sciopero. Ecco cosa abbiamo costruito con le nostre donazioni: il crumiro perfetto. Addestrato, parola per parola, con le voci di quelli a cui toglierà il lavoro.

E lo Stato? Lo Stato una nota l’ha scritta, seria, documentata, piena di buona volontà. Comincia con un inchino – i benefici dell’intelligenza artificiale non possono essere limitati, negati, né sminuiti – e poi passa ai consigli per i derubati: chiudete i contenuti in aree riservate, scrivete nei termini di servizio che raccogliere è vietato, e mettete un captcha, che i robot non sanno risolvere. Rileggetela, quest’ultima: la stessa lezione con cui per vent’anni abbiamo istruito la macchina, riproposta adesso come serratura contro di lei. C’è anche un file, un cartello elettronico che ogni sito può esporre per dire ai raccoglitori non passate di qui. La nota ammette, con onestà, che il cartello funziona solo se il ladro è educato. Intanto metà del traffico della piazza – misurato: metà – non è più fatto di persone.

E non è teoria, è cronaca di questa settimana. C’è un collettivo di scrittori che da trent’anni si firma con un nome che significa senza nome, e che i propri libri li ha sempre lasciati copiare per principio: il dono, per loro, non era un’abitudine – era la bandiera. Hanno dovuto spegnere il motore di ricerca del loro sito. Preso d’assalto dai bot delle intelligenze artificiali: centinaia di ricerche false all’ora, uno sciame di indirizzi americani, il server in affanno e i lettori umani – quelli veri, rimasti – rallentati fino al disagio. Hanno annunciato barricate: ostacoli, blocchi, il cartello elettronico. E si sono scusati coi lettori, loro, con una frase che è già letteratura: “anche dovessimo diventare Münster sotto assedio.” Münster – la città che nel Cinquecento si ribellò e finì stretta d’assedio da tutte le parti: esattamente la storia raccontata dal romanzo che li ha resi famosi. Sono durati trent’anni a regalare. Adesso alzano le mura, e si scusano pure.

I luoghi del dono chiudono così, uno ad uno, si spostano dietro registrazioni e muri, il sapere torna riservato come non lo era da secoli. Il dono sta morendo per legittima difesa.

La considerazione, alla fine, l’ho sviluppata. La direzione scomoda portava qui: non c’era un mostro, dietro la porta. C’era un magazzino, ordinato, sterminato, pieno di roba nostra regolarmente non rubata.

Quel manager dei piani alti, nell’intervista, ha usato anche un’altra espressione, e lì ho smesso di leggere. Ha detto che rischiamo di portare il cervello all’ammasso. L’ammasso: una parola che credevo sepolta, di quelle che si dicevano in famiglia abbassando la voce – il raccolto che il contadino doveva conferire per obbligo, tutto, al magazzino collettivo, e indietro gli tornava quello che decidevano altri. Il grano all’ammasso lo portavano i nostri nonni, e almeno sapevano di portarlo: c’era la bilancia, c’era la ricevuta, c’era la faccia scura del ritorno a casa. Il mio, di raccolto, l’ho conferito senza accorgermene: un semaforo alla volta, una risposta alla volta, una fontana alla volta. Ridendo, pure.

Prima o poi uno di quei robot arriverà anche qui, nei vicoli che il GPS non ha mai capito. Girerà l’angolo della fontana senza esitare, perché quell’angolo lo riconosce: gliel’abbiamo insegnato noi, un’estate, mio figlio e io, col telefono teso come una torcia. Lui starà portando una pizza a qualcuno. Io l’avrò già portato da un pezzo, il mio raccolto, all’ammasso — senza bilancia, senza ricevuta, con l’unica cosa che ai nostri nonni almeno era stata risparmiata: il sorriso.

Eppure, l’inventario, riletto adesso, una voce buona ce l’ha. L’unica che il ladro non ha potuto raccogliere. Quel raccolto è nostro. Non mio: nostro – di SKAB78 e dei suoi cento debitori, della donna seduta con le spalle alle stelle, del ragazzo coi contenitori d’acciaio, dei trecento libri pagati col sonno, di mio figlio a braccia aperte intorno alla fontana.

Il sapere prodotto da sempre e da tutti, che non appartiene a nessuno, è un bene comune come l’acqua, come la lingua: si può recintarlo, imbottigliarlo, rivenderlo a canone. Quel che non va fatto è accettare che se ne approprino loro. La denuncia che nessun tribunale può ricevere, pertanto, la metto a verbale qui, dove i verbali li scriviamo ancora noi: ci hanno rastrellato la cultura per arrivare all’anima. Svuotare il posto dove diventavamo noi stessi, e piazzarci al suo posto una protesi a noleggio. Chiamiamolo furto, dunque, a voce alta, per nome, come si insegna ai bambini. Il grano all’ammasso l’hanno preso, e non tornerà. Ma il campo no. Il campo non si porta via: il campo siamo noi. La macchina ha tutte le parole che abbiamo già scritto.

Quelle di domani sono ancora nostre.