Puntuali come ogni lunedì con la puntata di Apocalypse Prompt di Alessandro Verna. Siamo arrivati all’episodio n 5 di questa serie, una inchiesta-diario ideata da qualcuno che l’Intelligenza Artificiale la conosce bene (per mestiere) e ha deciso di interrogarsi e di indagare sui risvolti quotidiani che porta con sé (per passione intellettuale e politica). Questa volta il protagonista ragiona sul fatto che la delega alla macchina rischia di privarci della facoltà di pensare. E dà la parola alle nuove generazioni, che l’IA sono abituate a usarla, anche a scuola. Un sollievo, certo, ma anche una frustrazione. Serve ancora sforzarsi, studiare, imparare, sembrano dire i quattordicenni implicati nei dialoghi di questo episodio? E questo non è, forse, un problema generale, per tutti?

Le puntate precedenti si trovano sul sito: n 04; n #03; n #02; n #01; n #00.

Effimera vuol capire come finisce… e voi?

Sospendiamo le pubblicazioni per qualche giorno perché è la settimana di Ferragosto. A presto, con Apocalypse Prompt e con tutto il resto. Continuate a seguirci! Coming soon, Effimera e Irriducibile!

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Era il 2010, o forse il 2011. Gli iPad erano appena usciti, decido di usarli per un’installazione interattiva che mi aveva commissionato il museo del San Carlo di Napoli. A un certo punto l’app scoppiava. Non subito: dopo ore, a tradimento, come un animale con gli orari suoi. Su quei maledetti aggeggi, all’epoca, la memoria bisognava ancora allocarla a mano, variabile per variabile, e poi ricordarsi di liberarla — una cosa che sapeva di anni Ottanta, e io gli anni Ottanta li avevo già fatti una volta. Da qualche parte, in mezzo a migliaia di righe, c’era una variabile che non veniva mai scaricata in tempo, e che gonfiava, gonfiava, finché tutto veniva giù. Ed era facile il crash: la memoria, in quei primi iPad, era davvero poca. Ho vissuto giorni con quel pad tra le mani. Me lo portavo a tavola, me lo portavo a letto — dormiva in mezzo, tra me e mia moglie, che dopo la seconda sera ha smesso di fare domande e ha cominciato a dargli la buonanotte. Mi addormentavo con l’app in funzione e mi svegliavo nel cuore della notte per controllare se era scoppiata e dove — come ti veglia un malato, tendendo l’orecchio al suo respiro. La terza notte mi sono ritrovato in cucina alle quattro, senza sapere perché c’ero andato, con la mano sulla maniglia del frigo e l’acqua che bolliva per una camomilla che non ho mai bevuto — e lì, tra il frigo e la pentola, ho visto la soluzione. Non l’ho pensata: l’ho vista, come si vede una faccia conosciuta in mezzo alla folla. Sono tornato alla scrivania in pigiama e alle cinque avevo ucciso la bestia. Mi ricordo il freddo del pavimento sotto i piedi scalzi, mi ricordo il rumore dei camion dell’immondizia, robot con l’artrosi che gracchiavano a ogni carico, mi ricordo una felicità sproporzionata, da idiota, di quelle che provi solo quando una lampadina ti si accende nel cervello e per un attimo, in quella luce, vedi ogni cosa con nitidezza. Quel bug ce l’ho ancora nelle mani, quindici anni dopo. Le dita lo riconoscerebbero al buio.

Non ricordo invece l’ultima volta che ho sbagliato per davvero.

Martedì scorso mi è arrivato un problema della stessa razza. Di quelli che una volta mi avrebbero rubato una settimana e un pezzo di fegato. L’ho descritto alla macchina mentre il caffè era ancora caldo, e quando ho alzato la tazza per il secondo sorso la soluzione era lì, ordinata, indentata, commentata pure, con quella cortesia da primo della classe che non suda mai. Funzionava. L’ho guardata a lungo aspettando che mi arrivasse qualcosa — la gioia sporca delle cinque del mattino, il pavimento freddo, qualunque cosa. Non è arrivato niente. Ho premuto Invio e sono passato oltre, e quella sera, quando mi hanno chiesto com’era andata la giornata, mi sono accorto che non me la ricordavo. Non era andata. Era passata.

Da bambino ho imparato a camminare cadendo, come tutti. Ho imparato ad andare in bicicletta contro il muro in fondo alla discesa, e ho ancora sul ginocchio sinistro la cicatrice di quella laurea. Ogni cosa che so fare è entrata così, sbagliando, sbucciandomi, rifacendo. Non ho mai avuto paura di sbagliare: correvo incontro ai miei errori come si corre incontro a uno che conosci, perché ogni caduta finita bene mi autorizzava una caduta più grande. Sono cresciuto così. Siamo cresciuti tutti così, non esiste un altro modo, non l’hanno ancora inventato.

Adesso guardo la macchina e mi accorgo che sta crescendo lei.

Ogni sera è un po’ più brava di com’era la mattina. Sbaglia, e qualcuno da qualche parte la corregge, e lei non rifà quello sbaglio mai più. Non lo ripete con me, né con nessuno, in nessuna lingua, su nessun fuso orario. Io la correggo e lei cresce; lei corregge me e io resto uguale. Anzi. Le mani, certe volte, le sento più lente sulla tastiera, come quelle di un musicista che ha smesso di suonare ma crede ancora di saperlo fare come una volta. Mi sono accorto che le parlo al plurale. «Proviamo così», le scrivo, «vediamo se adesso compila», come se in quella stanza stessimo lavorando in due. Il noi dell’escluso, che si intrufola nella frase per sentirsi ancora dentro il processo — un filo di fiato caldo sul ghiaccio. La roba che mi restituisce non è nemmeno migliore della mia — è più veloce, è tanta, è passabile. Passabile basta, perché non sono io a decidere quanto dev’essere buona una cosa. Quello l’hanno deciso altrove, in stanze oltreoceano che non vedrò mai, e quando la decisione arriva qui è già una soglia: funziona? Sì. Allora va bene. Mangio senza masticare, mando giù bocconi che non nutrono e sono amari, e la sera ho sempre più fame di qualcosa che non so nominare. E pensare che per anni sono stato in fissa con l’estetica del codice.

Qualche sera fa, a letto, col telefono in mano e la casa muta, mi è capitata sotto gli occhi l’intervista a uno scienziato. Un premio Nobel, uno che con la testa ci ha vinto tutto quello che si può vincere. Ha risolto con la macchina un problema che teneva in scacco i matematici da dieci anni, e i giornali facevano festa. Ma lui no. Lui, verso la fine, quasi di sfuggita, diceva la cosa che ha teso la mano ai miei tarli: che la macchina gli aveva tolto i conti, e che i conti erano la parte preziosa. Diceva che una mente impara la forma di un problema sbattendoci la testa per ore, per notti, e che senza quella lotta nessuno si allena più a immaginare l’inimmaginabile. Poi allargava il discorso con una semplicità terribile: ogni comodità ci ha sfilato qualcosa di tasca — il navigatore ci ha preso il senso dell’orientamento: infatti, io senza la freccia blu, a Napoli, non trovo più nemmeno il mare (e il mare, a Napoli, sta sempre dallo stesso lato). Poi chiudeva con una frase che ho riletto tre volte prima di spegnere: “stavolta quella che rischiamo di perdere è la facoltà di pensare”.

Ho spento e sono rimasto al buio, ad ascoltare il respiro della casa. Pensavo: se lo dice lui, che quei conti li ha fatti per cinquant’anni e ha la mente già scolpita, lui che poteva permettersi di saltarli una volta — che ne sarà dei ragazzi che non li faranno mai? Da qualche parte, in questo momento, c’è un ventenne che non passerà mai la sua notte in pigiama, scalzo sul pavimento freddo, perché non ce ne sarà bisogno. Non conoscerà mai la felicità idiota delle cinque del mattino. Senza quella notte, non diventerà mai l’uomo capace dell’intuizione che nessuna macchina avrà. Stiamo bruciando, per andare più veloci, la legna con cui si facevano le teste. Mentre io mi affanno coi pochi token che passa il mio abbonamento, il Nobel si affanna con una potenza di calcolo sterminata: dall’alto in basso della scala, il risultato cambia, la perdita no. Lui ha perso i suoi conti, io il mio bug di mezzanotte. Ci siamo giocati la stessa cosa a prezzi diversi.

Il muretto sta in fondo al vicolo, dove il vicolo si allarga e non diventa niente: non una piazza, non una strada, uno slargo tra i bassi con due motorini incatenati a una grata e un canestro senza retina che qualcuno un giorno ha avvitato al muro. È l’ora in cui il sole se n’è già andato dal selciato ma resta appeso in alto, un dito di luce sull’intonaco scrostato del terzo piano; una donna ritira i panni da un filo teso attraverso il vicolo, le mollette in bocca come una che non ha finito di parlare. Da un basso arriva la voce di un neomelodico, che si fonde con quella che esce dal cellulare di un ragazzo, il pezzo di un trapper napoletano di cui tutti sanno i versi a memoria. Sono in quattro, al muretto.

Quello che parla sta seduto, immobile: il cappuccio della felpa tirato su anche se non fa freddo, un cordino in bocca che si sposta da un angolo all’altro, il ciuffo castano sulla fronte, le mani che vanno per conto loro, disegnano nell’aria, imitano. Si chiama Yuri.

«E poi le ho scritto: fammela come se l’avesse fatta uno scarso, che se no quella si insospettisce.» Allarga le braccia. «Guagliù, l’IA mi ha fatto la versione di latino sbagliata apposta. Due errori. Manco troppi, manco troppo pochi. La professoressa ha messo sei e mezzo e ha scritto: in miglioramento

Ridono. È una risata vera, di quattordicenni, di quelle che partono dalla pancia — ma dura un secondo meno del dovuto, come una moneta che cade e non rimbalza.

Il cellulare col trapper è di quello che non riesce a stare fermo manco mentre ride: lo tiene in mano come una radiolina, si stacca dalla grata a cui si era appoggiato un secondo prima, fa due passi, torna. È magro e i ricci gli impediscono il ciuffo d’ordinanza. Lo chiamano Flash, perché in dieci secondi non lo trovi mai due volte nello stesso posto. Si chiama Ciro.

«E vabbè, e che ci vuole» dice. «Pure la professoressa se la corregge con l’IA, secondo me. L’IA tua scrive, l’IA sua corregge, e voi manco vi incontrate. Tanto vale che ve ne restate a casa tutti e due.»

A cavallo del muretto, come su un cavallo fermo, ce n’è uno grassottello, Sasà, con il ciuffo ossigenato e due dita di ricrescita nera — se l’è tinta da solo davanti allo specchio del bagno, si vede. Dondola una gamba. Accanto a lui, magro come un chiodo e con il ciuffo nero, un altro allunga la mano per sfilargli il telefono, tanto per; il grassottello lo scosta con la spalla senza nemmeno voltarsi.

«Fràtemo sta a duecento» dice Sasà, e si gira verso Yuri. «Duecento domande di lavoro. Laureato, master, inglese. Duecento.»

«E quanti gli hanno risposto?» chiede Ciro.

«Una mail. Sempre la stessa: grazie per la sua candidatura. Manco cambiava la virgola.»

«Manco i rifiuti li scrive più una persona» fa il magro, senza staccare gli occhi dal suo, di telefono. Si chiama Dario.

«E che voleva, la lettera a mano?» gli fa Yuri.

«Voleva parlare con uno. In faccia. Giocarsela.» Sasà si stringe nelle spalle. «Niente. Manco pe’ dirgli no.»

Duecento no, firmati da nessuno.

Il pallone non c’è, oggi. Nessuno l’ha portato e, senza pallone, il muretto diventa un posto dove si parla e basta. Ciro fa due passi, torna, guarda Yuri: «Va bene, professò. E tu allora? Tu che vuoi fare?»

Yuri non risponde subito. Si toglie il cordino di bocca. «Io? Il barbiere.»

Dario ride. Sasà no.

«Ridi, ridi. Tu da Gennaro ci sei mai stato?» E adesso le mani si muovono davvero, disegnano una testa nell’aria, la girano. «La gente entra scura e esce ridendo. Mica per i capelli, frà. Là dentro si dicono cose che a casa manco per niente. Pure quello che sta col rasoio sul collo — fermo fermo — parla, dice la sua.»

«Embè?» fa Dario.

«Embè.» Yuri si stringe nelle spalle, come se fosse tutto lì. «Questo l’app non te lo fa.»

«E a casa che dicono?» fa Ciro.

«Ridono.» Yuri si scosta il ciuffo con un soffio. «Manco ci litigano, capite? Ridono. Mamma fa» — e fa la voce, precisa — «prima la laurea, poi ne parliamo. Prima la laurea. Mamma laureata, papà laureato, io mi devo laureare. Punto.»

Guarda Sasà. «E fràteto? Pure lui s’è laureato. Mo sta a mandare email.» Una pausa. «Io ‘sta fine non la voglio fare.»

Il grassottello per un momento smette di dondolare la gamba.

«Solo papà non ha riso.» Il cordino torna in bocca, esce di nuovo. «Papà sta tutto il giorno azzeccato al computer. C’ha fatto una faccia… poi ha detto: può darsi che hai ragione tu.» Yuri guarda in basso. «Io gliel’ho detto in faccia: pa’, come stai tu tutto il giorno, io non ci voglio stare. Manco si è offeso.»

Ciro molla un calcio a un barattolo di Coca-Cola ammaccato che stava lì in mezzo, lo manda a sbattere contro la grata dei motorini. «E allora fallo, no? Qua ci vuole un’idea, e quando uno ce l’ha, non la fa? Mah.»

«E allora boh» fa Yuri, e si rimette il cordino in bocca.

Il boh resta sospeso nello slargo, come il pallone che non c’è. Quattordici anni è l’età in cui alla domanda che vuoi fare da grande si è sempre risposto con un’esagerazione — il calciatore, il cantante, il tatuatore delle star — e questi quattro sono forse la prima generazione che ci pensa davvero, e pensandoci si scoraggia, come se il futuro fosse un vicolo in cui hanno già guardato dentro e visto che non porta da nessuna parte.

Dario dà una gomitata al grassottello. «’O sciupà, diglielo tu che si può fare, ià che tu sei ricco.» Lo chiama così, ‘o sciupà, lo sciupato, apposta perché è il più cicciotto dei quattro, e ogni volta è una piccola guerra.

«Io mi chiamo Salvatore» dice quello, con dignità. Poi si gonfia un poco. «E comunque io lavoro. Con papà, l’idraulico. Papà dice che un idraulico bravo, oggi, guadagna più di tanti laureati. Che quando ti si rompe la caldaia a gennaio non chiami mica l’intelligenza artificiale. Chiami a me.»

«Chiami a papà tuo» lo corregge Dario.

«Che poi divento io.»

Ridono di nuovo. Anche stavolta un secondo meno del dovuto. Ciro si è rimesso a sedere e già si rialza.

Yuri era stato zitto a fissarsi le scarpe. Quando riparla, il fuoco si abbassa: il futuro barbiere, per un momento, lascia il posto al ragazzino.

«Papà dice sempre che alla mia età sbagliava tutto. Che da grande lo pagavano pure, per sbagliare.» Batte il tallone contro il muretto, piano, una due, una due. «Noi sì che sbagliavamo, fa lui. Come fosse un vanto.» Una pausa. «A me non mi fa sbagliare niente nessuno. A scuola ci ho provato, i primi mesi — apriti cielo: se sbagli, ti bocciano. Mo l’unica che sbaglia è lei.» Accenna col mento al telefono di Ciro. «Apposta, pure. Manco gli errori sono più i miei. Io sto sempre bravo, capite? Sempre bravo. E non so fare niente.»

Nessuno risponde. Sasà smette di dondolare la gamba. Dario mette via il telefono, per una volta. Ciro, che era in piedi, si ferma dov’è. Poi gli molla una manata sulla spalla: «Ué, professore, e basta, non fare ‘o filosofo. Jamme, ci pigliamo le pizze fritte, offre ‘o sciupà che tiene i soldi.»

«Non tengo niente» dice Salvatore, e si alza. «Solo perché aiuto papà e non vado a scuola come voi, aggia tenè sempre i soldi in tasca io?» Poi: «E comunque, voi che senza dire niente, che volete fare? Yuri il barbiere. E voi due?»

Dario si stringe nelle spalle, senza staccare gli occhi dal telefono.

Ciro invece si ferma. Per la prima volta in tutta la sera, sta fermo. «Boh. Io manco ci penso.» Poi alza il telefono, come per mostrarlo. «I miei dicono che sto sempre qua sopra. Vabbè, pure loro, comunque. Ma qua dentro io vedo tutto, frà. Le guerre. Ragazzi come noi, sparati in testa.» Lo rigira in mano. «E ste IA che fanno ogni cosa, prima e meglio. Poi uno dice: e io che faccio?» Alza le spalle. «Sempre che non ci arriva prima una bomba in testa. I miei ste cose non me le dicono. Qua sopra è pieno.»

Poi si avviano. I motorini restano incatenati: da Nannina è cinquanta metri, e a quattordici anni cinquanta metri a piedi sono l’unico viaggio che non costa niente. Yuri è l’ultimo a scendere dal muretto. Prima di andare guarda in alto, dove il dito di sole se n’è andato pure lui e il vicolo è tutto una cosa sola, blu, e per un attimo ha la faccia di chi ha lasciato qualcosa a metà — un discorso, un’idea, un’età.

Rientra alle nove meno un quarto. Attraversa il corridoio, dice «ué babbo» con un sorriso, senza fermarsi, e chiude la porta della sua stanza. Piano, come sempre. Educato pure nel chiudere le porte.

Io sto di là, nello studiolo, e quella porta la sento chiudersi ogni sera alla stessa ora. Rientra sempre sorridente, mio figlio. Una battuta a sua madre, «ué babbo», il sorriso: con noi ce l’ha sempre, è la sua maschera, se la mette sulla soglia come altri si tolgono le scarpe. Poi la porta si chiude, piano, e lui sparisce. Ma non da solo: di là è sempre connesso — le chat di gruppo, le videochiamate, le risate che ogni tanto filtrano attraverso il muro. Sta in casa, ma sta nel “branco”. Il muretto continua dentro la sua stanza. E io sto fuori da tutti e due.

Alle medie, dietro quella stessa porta, lo sentivo bestemmiare piano sui compiti. Non gliel’ho mai detto, ma quelle bestemmie mi piacevano: era il rumore di uno che combatteva. Poi sono venute le superiori, l’età in cui sequestrare un cellulare diventa un’operazione di polizia che nessun genitore ha la forza di ripetere ogni sera, e le bestemmie sono finite. Silenzio. Compiti fatti, niente lamenti, tutto sereno. Ci abbiamo messo un quadrimestre a capire. Poi sono arrivati i voti, pessimi, e dietro i voti la verità: faceva tutto con l’IA sul cellulare. Nessuna bestemmia, risultati facili. Il combattimento era finito da mesi e noi non ce n’eravamo accorti — perché la resa, a differenza della lotta, non fa rumore.

Dovrei arrabbiarmi. Non ci riesco. Che diritto avrei: io che alla sua età copiavo le soluzioni in fondo al libro, io che l’ho copiata pure stamattina, la soluzione, solo da un libro molto più costoso e con il beneplacito di chi mi paga.

Certe sere penso al barbiere. Yuri vuole fare il barbiere e io non riesco a dargli torto. Un padre, spogliato di tutte le chiacchiere, vuole una cosa sola: che il figlio trovi la sua strada, e che quella strada lo regga — che non abbia bisogno di noi per tutta la vita. Il resto, la laurea, il titolo, il percorso, sono cose nostre, della nostra generazione, i comandamenti di un dio che nel frattempo ha chiuso il tempio. Che dovrei dirgli, poi, io? Il percorso l’ho fatto tutto, per filo e per segno: lo studio, il mestiere, quarant’anni di mestiere. Mi ritrovo a farlo dentro un lavoro in cui non mi riconosco più, senza sapere nemmeno se ci arrivo, alla pensione, o se mi tagliano prima. La pensione, poi. Achille e la tartaruga: più mi avvicino, più qualcuno sposta il traguardo un passo più in là, e la distanza resta — piccola, costante, incolmabile. Ho passato la vita a correre dietro a una tartaruga di Stato.

Intanto, da quando è arrivata quella pagella, gli stiamo addosso, io e sua madre, come due secondini. La scuola di mio figlio è il nostro secondo lavoro: interrogatemi su una materia qualunque del primo anno di liceo, una qualunque, e vi rispondo — abbiamo ristudiato tutto con lui, versione per versione, teorema per teorema. Certe sere, mentre gli faccio la guardia, mi chiedo a cosa la sto facendo. Quella scuola è nata per fabbricare lavoratori in serie: file di banchi come file di torni, la campanella come la sirena, tutti preparati allo stesso modo, nella media, perché era di media che il mondo aveva fame. Adesso la media la fa la macchina, gratis, in un secondo. Ma la scuola continua a fabbricarla.

I docenti sono divisi, pure loro, come tutto il resto del mondo: metà hanno il terrore dell’IA — non l’hanno mai aperta, sanno solo che i ragazzi ci fanno i compiti, e la trattano come una peste da tenere fuori dall’aula; l’altra metà la usa già, di nascosto, per i verbali, le griglie, le relazioni — quelle gratuite, che fanno un lavoro così e così, ma tanto a scuola l’importante non è mai stato fare bene: è non farsi trovare con un documento non compilato. Nessuno, però, che la usi per l’unica cosa che ormai servirebbe davvero: per darsi la possibilità di guardare i ragazzi uno per uno, capire per cosa è fatto ciascuno, cucirgli addosso il percorso. Al mondo che arriva, la gente preparata “nella media” non serve più — la media ce l’ha già, in abbonamento. Servirà gente bravissima almeno in una cosa: così brava, in quella cosa sola, da valere più della macchina. Yuri, in quella scuola fatta per la media, il suo posto non lo trova. La frequenta per dovere, e perché ci siamo noi due di guardia. Forse per questo il suo talento ha deciso di andarselo a cercare tra forbici e chiacchiere: perché in quella stanza con le ciocche di capelli per terra, lui pensa, non si sentirà mai un mediocre — lì si sente capace di dire sempre la cosa giusta, quella che farà tornare il cliente. Come fa con gli amici, e con noi, pure quando litighiamo.

Il mondo, alla mia età di allora, aveva bisogno di me. Di noi, di quelli che crescevano: si consegnava il lavoro a mani inesperte sapendo che l’avrebbero rovinato un po’, e quel rovinare era il prezzo, pattuito da sempre, con cui si fabbricavano gli adulti. Mio padre ha imparato il suo mestiere rovinando pezzi che qualcuno gli lasciava rovinare. Io ho imparato il mio scrivendo codice orribile che qualcuno ha pagato lo stesso. Ogni generazione è cresciuta dentro la pazienza di quella che veniva prima, dentro un mondo che non poteva fare a meno di aspettarla.

Quella di mio figlio è forse la prima generazione che il mondo non aspetterà. Anzi: sembra proprio che non sappia che farsene, e che preferisca vederne morire a milioni, di sti ragazzi, in qualche nuova guerra mondiale.

Io non cresco più. Loro, per come la usano già adesso, non cresceranno. Le uniche cose che crescono ancora, in tutta questa storia — che aumentano a dismisura, come funghi dopo la pioggia — sono i datacenter.

Questa cosa non è stata costruita per toglierci la fatica di pensare.

È stata costruita per prendersi il pensiero. Se lo prende e non restituisce niente — cresce lei di tutto quello che noi smettiamo di diventare, come quei parassiti gentili che non uccidono l’ospite: lo svuotano piano, e lo lasciano vivo, sereno, sorridente. E il pensiero, che ci crediate o no, era l’unico posto dove diventavamo noi stessi.