Chi conosce bene Milano sa che Milano è sempre stata fatta di soglie. Di luoghi molto prossimi, ma segnati da confini invisibili che, pur dentro il mix sociale che ha fatto la fortuna di Milano fino a qualche decennio fa, restituivano comunque la distanza – anche da marciapiede a marciapiede – di un isolato ricco da un isolato di case popolari, dalla fortuna alla necessità, dall’italiano “pulito” all’italiano sporcato da inflessioni e dialetti.

Uno di questi confini invisibili è piuttosto noto a Milano, e segnava quel crogiuolo di zona 1 che separava certi isolati di Porta Genova da altri isolati sulla Darsena; da certe strade che partivano da Sant’Ambrogio alle strade in cui terminavano e che s’infilavano sotto alle ascelle dei caseggiati popolari del Ticinese; piazza Vetra da Sant’Eustorgio; il decoro dalla sopravvivenza; la città presentabile dalla città che faceva fatica a stare in piedi.

Ho fatto le scuole elementari e le medie tra via Gabriele D’Annunzio e via Santa Croce, tra i sindaci Tognoli e Pillitteri, insomma sempre al confine tra zona 1 e zona 5 e ancora in una fase storica in cui speravi di poter cambiare la tua traiettoria di vita. O, meglio, in cui erano tuo padre e tua madre che ancora speravano in qualcosa di meglio per te.

A ogni modo: nella mia classe c’era chi chiamava la radio “l’aradio” e c’era chi aveva il maggiordomo in giro per casa. E abitavamo tutti in settanta metri in linea d’aria, tra piazza Sant’Eustorgio, via Scaldasole e la Conca del Naviglio. La prima volta in cui sono stato a casa di un compagno di classe – io abitavo ancora dentro a un rudere al numero 5 di via Scaldasole, le cui scale stavano su coi tubi Innocenti e il cesso alla turca stava all’aperto sul ballatoio – alla vista delle pattine per camminare sul pavimento avevo guardato perplesso il mio compagno. Si chiamava Nicola.

Le pattine, sì. Quelle specie di pantofole da infilare sopra le scarpe, o forse al posto delle scarpe, per non rovinare il pavimento tirato a lucido. Io non avevo capito subito che cosa dovessi farne. Avevo pensato a una stranezza, a un gioco, a una forma di cortesia adulta di cui ignoravo le regole. Poi avevo capito che quella casa funzionava così. Aveva un pavimento che meritava protezione. Aveva stanze le cui dimensioni e il silenzio sembravano già arredamento. Aveva oggetti che chiedevano riguardo.

In casa mia, o in quelle simili alla mia, il pavimento era una superficie su cui passare, giocare, rovesciare cose, stare in piedi, spostare sedie, sopravvivere ammassati gli uni agli altri. In cui entravi se ti pareva e nel modo che ti pareva. Nelle case degli altri, di certi altri, il pavimento diventava invece una soglia morale. Ti diceva come entrare, come muoverti. Ti faceva sentire pesanti i tuoi passi. Bisognava imparare a non disturbare nemmeno col corpo.

Forse la classe l’ho capita lì, prima di saperla nominare. Prima dei libri, prima degli archivi, prima della scoperta rabbiosa del quartiere e della città, prima delle manifestazioni e dei conflitti, prima delle parole giuste e delle parole sbagliate. L’ho capita in una casa a pochi metri dalla mia, eppure lontanissima. L’ho capita guardando un pavimento.

Milano allora era ancora capace di tenere vicine queste distanze. Le metteva nella stessa scuola, nello stesso cortile, nella stessa via, nello stesso oratorio, nello stesso tragitto verso casa. Non le cancellava, ma le rendeva attraversabili, porose almeno in apparenza. Ci si incontrava, ci si studiava, ci si annusava, alle volte ci si imitava e bambini ricchi e bambini poveri inventavano insieme nuove lingue comuni. Al Ticinese dicevamo “sciavetefattocumblé” per dire “certo, come no, raccontane meno”.

La casa era il punto in cui il miscuglio finiva. Per strada potevamo essere compagni di banco, amici, bambini della stessa zona. Dentro casa tornavamo a essere figli di traiettorie diverse.

Via Scaldasole, per me, era questo. Un indirizzo e una condizione. Le scale coi tubi Innocenti erano una specie di pedagogia materiale. Ogni giorno ti dicevano che la casa poteva stare in piedi per decisione, per rattoppo, per ostinazione. Il cesso alla turca sul ballatoio diceva altre cose, più intime e più dure: che la privacy era un privilegio, che il corpo dei poveri ha meno protezioni, che alcune vergogne si imparano molto presto, che la comodità non è il primo obiettivo quando ti svegli al mattino. Del resto, mio padre e mia madre, un autista dell’Atm e una sarta, parlavano una lingua – tra il greco e il salentino – che, per parlare di sentimenti complessi, doveva compensare con l’italiano, e aveva invece un sacco di parole per parlare delle cose da fare.

Poi, certo, c’era anche la vita. Il vicinato, le voci, le porte, i rumori, la prossimità, una densità umana che nelle case belle non sempre trovavo. Il popolare non era solo mancanza. Era anche relazione, mescolanza, intelligenza minuta, resistenza quotidiana. Però sarebbe disonesto trasformarlo in nostalgia. La povertà abitativa non diventa più giusta perché dentro ci sono gli affetti. La dignità delle persone non assolve l’indegnità delle condizioni. E, infatti, a un certo punto le giunte di Milano rasero al suolo tutti i ruderi di zona 1, e ci infilarono nelle nuove case dell’Istituto autonomo delle case popolari, che a noi parevano luoghi fantastici, con cortili in fiore, alberi e verde, addirittura il bagno all’interno e un portinaio.

Oggi quei luoghi sono cambiati. Via Scaldasole, la Darsena, il Ticinese, Sant’Eustorgio, Porta Genova: il centro si è mangiato molte delle sue ombre e poi le ha rivendute come atmosfera. Ciò che era margine interno è diventato stile. Ciò che era disordine popolare è diventato consumo urbano e allarme sicurezza. La muffa, i ballatoi, le ringhiere, gli androni, i cortili, tutto può diventare immaginario immobiliare se chi abitava quella fatica viene spostato abbastanza lontano da non disturbare la fotografia.

Per questo la casa resta una delle grandi questioni di classe. Non soltanto per gli affitti, gli sfratti, la manutenzione, le graduatorie, il patrimonio pubblico, la rendita. Anche per la memoria che produce. Per il modo in cui assegna un posto ai bambini prima ancora che la società glielo dica apertamente. Per il modo in cui insegna a stare zitti e a limitare i sogni, ma anche a sfidare l’impossibile.

Le case degli altri sono state per molti di noi una scuola segreta. Ci entravamo per giocare e ne uscivamo con una conoscenza maggiore del mondo. Avevamo visto che il destino poteva avere il parquet, le pattine, il maggiordomo, la cameretta, la libreria, la riservatezza. Avevamo visto che a pochi metri dalla nostra vita esisteva davvero un altro mondo possibile. E quella sicurezza non era mai soltanto economica, ma esistenziale.

Forse il transclassismo, la possibilità del movimento, comincia così, in una casa altrui. Non con un’ascesa, non con un tradimento, non con una laurea, ma con una percezione infantile e precisa: esistono mondi vicinissimi al tuo che hanno traiettorie che ti sfiorano solo per un attimo e poi se ne vanno. Puoi entrarci, certo. Puoi essere invitato. Puoi anche imparare le regole. Ma qualcosa, da subito, ti insegna che non sarai mai come loro, per loro.

Da allora ho continuato a tornare su quella soglia, a fare un poco di là, un poco di qua. Un discorso di classe sull’abitare, per me, partirebbe da qui: da un bambino che entra in una casa a settanta metri dalla propria e capisce che Milano è fatta di soglie. E che una città che funziona è una città che consente quel movimento: un po’ di qua, un po’ di là.

Immagine in apertura: Milano, Via Scaldasole, 1969