Perché la destra radicale avanza, e la sinistra ha smarrito gli strumenti per fermarla

Da Washington a Budapest, fino a Torino, l’antifascismo viene progressivamente riscritto come minaccia terroristica. Mentre una nuova internazionale delle destre radicali costruisce nemici, alleanze e un linguaggio comune, una sinistra che per trent’anni ha creduto nella fine delle ideologie fatica persino a nominare ciò che sta accadendo.

C’è un passaggio lessicale che rischiamo di osservare soltanto quando sarà ormai compiuto. Antifascista. Estremista. Eversivo. Terrorista.

Nel settembre 2025 Donald Trump ha firmato un ordine presidenziale che definisce “Antifa” una domestic terrorist organization e ordina alle agenzie federali di indagarne organizzazioni, finanziatori e persone che sostengano le sue attività. Pochi giorni dopo Viktor Orbán ha seguito la stessa strada: l’Ungheria ha creato una propria lista nazionale nella quale compaiono “Antifa” e Hammerbande/Antifa Ost e ha successivamente chiesto all’Unione europea di classificare Antifa come organizzazione terroristica.

Le sanzioni americane del 26 agosto contro Autistici/Inventati non arrivano quindi dal nulla. Il collettivo italiano che da venticinque anni costruisce infrastrutture digitali autonome per movimenti, associazioni e media indipendenti è stato inserito dall’OFAC tra gli Specially Designated Global Terrorists, insieme a Palestine Action e Masar Badil. Il Tesoro americano presenta esplicitamente l’operazione come parte della lotta contro quelle che definisce reti terroristiche violente di estrema sinistra.

Pochi giorni sono sufficienti perché questa classificazione attraversi l’Atlantico e cominci a produrre conseguenze politiche italiane. Fratelli d’Italia chiede alla Commissione europea e al Partito Democratico di chiarire la posizione di Paolo De Rosa, funzionario europeo impegnato sul dossier dell’identità digitale e segretario dell’associazione attraverso cui A/I raccoglie fondi. Non esiste un’accusa di terrorismo nei suoi confronti. È sufficiente però che una decisione amministrativa statunitense abbia collocato A/I nel campo del terrorismo perché quella parola venga utilizzata per mettere in discussione l’affidabilità di una persona che vi è collegata.

È questo il salto che dovrebbe interessarci. Una categoria prodotta dal governo degli Stati Uniti diventa rapidamente un criterio attraverso cui valutare la legittimità politica, professionale e istituzionale di persone che vivono e lavorano in Europa.

In Ungheria il processo è ancora più avanzato. Maja T., persona non binaria e attivista antifascista tedesca, è stata condannata a otto anni di carcere per aggressioni contro presunti partecipanti al “Giorno dell’Onore”, il raduno internazionale neonazista che ogni anno si svolge a Budapest. Era stata estradata dalla Germania nel 2024; successivamente la Corte costituzionale federale tedesca ha stabilito che quell’estradizione era illegittima perché non erano state adeguatamente valutate le condizioni di detenzione e il rischio di trattamenti inumani o degradanti in Ungheria.

Maja viene processata in un Paese che nel frattempo ha trasformato “Antifa” in una categoria ufficiale del proprio dispositivo antiterrorismo. La distinzione tra responsabilità penale individuale e appartenenza politica comincia così pericolosamente a sfumare.

Anche in Italia il confine lessicale si sta muovendo. Nel processo contro Askatasuna l’accusa associativa è quella di associazione per delinquere, non di terrorismo. Ma dopo gli scontri dello scorso luglio in Val di Susa esponenti della maggioranza hanno parlato apertamente di “terrorismo”, “regia eversiva” e “atti terroristici”, mentre la Lega ha proposto una nuova fattispecie di “terrorismo di piazza”.

Non significa sostenere che Askatasuna sia oggi accusata di associazione terroristica. Significa osservare il progressivo avvicinamento del vocabolario attraverso cui vengono descritti antagonismo, disobbedienza e conflitto sociale a quello dell’antiterrorismo.

Nella nuova lingua della destra transnazionale marxisti, anarchici, antifascisti, movimenti palestinesi e islamisti vengono progressivamente disposti lungo uno stesso continuum securitario. Differenze enormi tra ideologie, organizzazioni, pratiche politiche, disobbedienza, violenza e terrorismo diventano secondarie. Prima si costruisce un campo del nemico, poi si stabilisce quali strumenti eccezionali possano essere utilizzati per combatterlo.

La Palestina occupa un posto centrale in questa trasformazione.

Insieme ad A/I gli Stati Uniti hanno sanzionato Palestine Action e Masar Badil. Ma l’amministrazione Trump è andata molto oltre i movimenti. Ha imposto sanzioni a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e ha costruito una vera e propria campagna contro la Corte penale internazionale, arrivando a sanzionarne giudici e funzionari per le indagini che riguardano anche Israele.

Il messaggio è difficilmente equivocabile: non vengono colpiti soltanto i movimenti che contestano Israele. Vengono delegittimate e materialmente ostacolate anche le figure e le istituzioni internazionali che cercano di sottoporre Israele e i suoi dirigenti al diritto internazionale.

Questo avviene mentre il governo Netanyahu e il movimento dei coloni spingono sempre più apertamente verso annessione, espulsione e colonialismo d’insediamento, e mentre organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani parlano ormai apertamente di genocidio a Gaza.

Contemporaneamente proprio Israele diventa un punto di riferimento importante per una parte della destra radicale internazionale: frontiere militarizzate, predominio etno-nazionale, deportazione come possibile strumento politico, guerra permanente, costruzione del nemico interno, rifiuto degli organismi sovranazionali quando ne limitano la sovranità.

È dentro questo spazio che prende forma quella che possiamo chiamare un’internazionale fascista.

Non significa immaginare un blocco geopolitico unitario. Trump e Putin rappresentano potenze con interessi spesso conflittuali; Modi, Milei, Meloni, Netanyahu, AfD, Rassemblement National, Vox, Farage o Bolsonaro provengono da storie politiche differenti. Ma esiste ormai una circolazione internazionale evidente di pratiche, parole d’ordine, nemici e immaginari: guerra ai migranti, nazionalismo identitario, attacco ai movimenti femministi e queer, delegittimazione delle istituzioni internazionali, criminalizzazione dell’ecologismo radicale e oggi costruzione dell’“Antifa” come nemico terroristico globale.

C’è però un elemento ancora più intelligente in questa strategia.

Questa internazionale non rivendica quasi mai di essere fascista. Nega che il fascismo possa esistere nel presente.

Il fascismo, ripetono continuamente le destre anche nei talk show italiani, sarebbe terminato nel Novecento. Mussolini è morto, il Partito nazionale fascista non esiste più, dunque parlare oggi di fascismo sarebbe soltanto un espediente propagandistico della sinistra. Giorgia Meloni ha sintetizzato questa posizione sostenendo da tempo che la destra italiana avrebbe ormai “consegnato il fascismo alla storia”.

L’affermazione è politicamente falsa, ma tatticamente formidabile.

Se accettiamo che il fascismo possa esistere soltanto quando ritornano identici Mussolini, le camicie nere, il saluto romano e il partito unico, allora per definizione nessuna politica contemporanea potrà mai essere fascista. Si potranno recuperare nazionalismo etnico, deportazioni di massa, gerarchie razziali, militarizzazione delle frontiere, culto dell’ordine, repressione del dissenso e costruzione ossessiva del nemico interno continuando a sostenere che il fascismo non c’entra, perché siamo nel 2026 e non nel 1926.

È una trappola nella quale una parte consistente della sinistra progressista è entrata volontariamente.

Per trent’anni ha creduto alla propria versione della fine della storia. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la globalizzazione neoliberale ha progressivamente accettato che il conflitto fondamentale sulla struttura economica della società fosse concluso: il capitalismo diventava l’orizzonte indiscutibile, mentre alla politica restava il compito di amministrarlo meglio, renderlo più inclusivo e correggerne gli eccessi.

La destra, nel frattempo, ha fatto esattamente il contrario.

È tornata a fare politica profondamente ideologica dopo avere convinto i propri avversari che le ideologie erano finite.

Dentro questa storia si colloca anche un passaggio che la sinistra europea dovrebbe avere il coraggio di discutere: la progressiva costruzione di una simmetria pubblica fra comunismo e nazismo.

Non saprei dire se questa operazione sia stata soprattutto una causa o un effetto della capitolazione neoliberale delle sinistre e del ritorno delle destre. Probabilmente entrambe le cose. È il prodotto di una sinistra che aveva già accettato l’idea della fine dei grandi conflitti ideologici, ma ha contribuito a sua volta a privarla delle categorie necessarie per leggere quello che sarebbe venuto dopo.

Nel 2019 il Parlamento europeo approvò con 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astensioni una risoluzione sulla memoria europea sostenuta anche da socialisti e verdi. Il testo collocava nello stesso grande quadro memoriale i crimini dei regimi nazisti, stalinisti e comunisti e la comune eredità dei totalitarismi.

Naturalmente condannare i crimini dello stalinismo è necessario. Nessuna politica emancipatrice può costruirsi sulla rimozione dei gulag, delle deportazioni, delle persecuzioni e delle dittature sorte in nome del comunismo.

Il problema politico nasce quando dalla condanna dei regimi autoritari si scivola verso una simmetria tra le tradizioni politiche che li hanno prodotti: come se fascismo e comunismo fossero due estremismi equivalenti rispetto a un centro liberale assunto come unico spazio legittimo della democrazia.

È qui che la risoluzione del 2019 diventa significativa. Non perché abbia prodotto da sola il disarmo della sinistra europea, né perché abbia reso illegittimo il comunismo. Piuttosto perché fotografa e consolida un passaggio già avvenuto: il liberalismo viene assunto come orizzonte definitivo della politica, mentre tanto il fascismo quanto qualsiasi progetto radicale di superamento del capitalismo vengono progressivamente relegati nel Novecento.

Ma questa simmetria regge male alla prova della storia e delle nostre stesse costituzioni.

In Italia l’ordinamento costituzionale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non vieta di essere comunisti, marxisti o anticapitalisti. E la ragione non è una dimenticanza dei costituenti. Milioni di comunisti hanno partecipato alla Resistenza, alla scrittura della Costituzione e per decenni alla democrazia parlamentare italiana.

Si può essere comunisti e pienamente democratici. Non si può essere fascisti senza entrare in contraddizione con i fondamenti antifascisti della Repubblica.

Riconoscere questa asimmetria non significa assolvere qualsiasi cosa sia stata compiuta nel Novecento sotto una bandiera rossa. Significa rifiutare l’idea che ogni progetto politico che mette in discussione il capitalismo debba essere collocato nello stesso campo storico e morale del nazismo.

La sinistra progressista ha quindi commesso un errore più profondo di una singola scelta parlamentare: ha accettato una cornice nella quale essere radicalmente anticapitalisti diventava progressivamente sospetto, mentre essere antifascisti diventava sempre più una postura memoriale anziché una posizione politica del presente.

Quando le destre sono tornate a organizzarsi su scala internazionale con un progetto ideologico aggressivo, quella sinistra si è trovata senza il linguaggio necessario per riconoscerle e senza un proprio progetto alternativo con cui combatterle.

Ed è qui che la strategia contemporanea della destra mostra tutta la propria efficacia.

La destra può dire contemporaneamente due cose: il fascismo non esiste più, ma l’antifascismo è pericoloso.

Il primo enunciato impedisce alla sinistra di nominare ciò che ha di fronte. Il secondo permette alla destra di criminalizzare chi prova comunque a combatterlo.

Se la sinistra definisce fasciste determinate politiche viene accusata di utilizzare categorie anacronistiche del Novecento. Se accetta invece la premessa post-ideologica, si trova costretta a discutere con la destra esclusivamente sul terreno scelto dalla destra: quanti migranti espellere, quanta polizia utilizzare, quanto aumentare le pene, quali movimenti sorvegliare, quanto riarmarsi, dove fissare il nuovo confine dell’ordine pubblico.

E quasi inevitabilmente finisce per inseguirla.

Questo è forse uno dei paradossi politici più significativi del nostro tempo. La destra nazionalista ha imparato a essere internazionalista. La sinistra che aveva creduto nell’internazionalizzazione neoliberale ha smantellato buona parte del proprio internazionalismo politico.

Autistici/Inventati, Paolo De Rosa, Maja T. e Askatasuna non sono casi equivalenti e non vanno artificialmente sovrapposti. Proprio le loro differenze rendono però visibile una traiettoria comune: la progressiva trasformazione dell’antifascismo da posizione politica interna alla democrazia europea a categoria sulla quale proiettare il sospetto di estremismo, eversione e terrorismo.

Il problema non è quindi soltanto difendere alcune persone o alcune organizzazioni.

È decidere che significato vogliamo continuare ad attribuire alla parola antifascismo.

Perché se accettiamo contemporaneamente che il fascismo appartenga soltanto al passato e che siano Trump e Orbán a definire chi oggi può essere chiamato terrorista in quanto Antifa, abbiamo già ceduto il terreno decisivo.

E il giorno in cui “antifascista” sarà diventato definitivamente sinonimo di “terrorista”, sarà troppo tardi per domandarci come sia potuto succedere.