Il fatto che le disuguaglianze sociali siano trasversali alla storia dell’umanità ha portato molti studiosi a ritenere che la stratificazione sociale sia qualcosa di inevitabile. Essa si riferisce a una condizione in cui i membri di una società sono organizzati in una gerarchia di gruppi sociali (intesi come classi o strati in base alla prospettiva sociologica di riferimento) in base a variabili come ricchezza, potere, prestigio, facendo quindi riferimento in particolare a disuguaglianze di tipo strutturale tra diversi gruppi sociali.
Una delle tesi legittimanti dello status quo sostiene che se è sempre stato così è perché non sarebbe stato possibile altrimenti nella storia dell’umanità, che non è mai esistita una società senza classi, strati o disuguaglianze, in quanto essa diviene una condizione inevitabile. Se quindi la sua onnipresenza nei luoghi e nel tempo della storia dell’umanità è stata il pilastro principale della credenza di un’inevitabilità delle disuguaglianze, ciò non vuol dire che la realtà sociale debba sempre essere così[1]. La veridicità o meno di tale presupposto è una strategica costruzione e fatto sociale (nell’accezione durkheimiana) che risulta utile, come non è difficile poi immaginare, per determinati gruppi al potere. Ne parla Marco d’Eramo in “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”: la mitizzazione di un rapporto e configurazione sociale risulta fondamentale per rendere futile ogni tentativo di demitizzarlo. Le complesse elaborazioni di Foucault e Mark Fisher sostengono infatti che ogni politica emancipatrice deve problematizzare e distruggere tutto ciò che sembra apparire come ordine naturale, problematizzandone la sua necessità e inevitabilità.
Uno sguardo sul recente contesto storico mostra che viviamo un progressivo aumento delle differenze tra ceti sociali e una sempre maggiore disparità delle condizioni di vita a livello globale, con l’1% della popolazione mondiale che dal 2015 possiede una ricchezza superiore al restante 99% (come indica ad esempio il rapporto dell’Oxfam del 2018: “ricompensare il lavoro, non la ricchezza”). Ciò comporta un conseguente aumento dei problemi sociali, sanitari, economici, e quindi minore benessere e felicità collettiva (Volpato nel lavoro sulle radici psicologiche della disuguaglianza permette una ampia analisi di tale dimensione). La progressiva cristallizzazione di tale assetto sociale e l’avvento del moderno uomo performante, tra le invece diverse possibilità che lo sviluppo dell’umanità arreca con sé, comporta profondi cambiamenti in come l’individuo guarda sé stesso, si concepisce, esiste, sulla sua etica e legame con i suoi simili. Grandiosi, in tale ambito, sono i lavori dei sociologi Richard Wilkinson e Kate Pickett, la “Realtà dell’Anima e la “Misura dell’Anima”, mostrando come l’aumento della forbice sociale inasprisca i problemi sociali ed economici con impatto su tutti i ceti e attori sociali, la depressione e l’infelicità generale, indipendentemente dalla ricchezza materiale complessiva.
Sin dall’antichità diversi pensatori hanno rivolto la loro attenzione al problema delle disuguaglianze sociali, economiche, politiche. Uno dei precursori della stratificazione è la differenziazione sociale, in cui gli individui e i gruppi sociali acquisiscono identità sociali differenti rispetto alla funzione, all’attività, alla cultura, al potere e alle altre caratteristiche socialmente rilevanti (Uno dei riferimenti più importanti sono lavori del sociologo Kerbo, particolarmente nella sua opera “Social Stratification and Inequality: Class Conflict in Historical, Comparative, and Global Perspective”). Quest’ultima non necessita di gerarchie per esistere, ma è uno step essenziale verso le disuguaglianze sociali. La differenziazione è orizzontale (ruoli diversi), la stratificazione è verticale (valore di quei ruoli): la stratificazione è quindi la cristallizzazione istituzionalizzata di tale morfologia sociale verticale.
Dal momento che una volta che la differenziazione sociale prende forma, ad ogni individuo è attribuito un valore in base alle sue caratteristiche e funzioni all’interno della società. Ciò dà forma alla disuguaglianza sociale e, dal momento che ogni società determinerà poi quali sono le caratteristiche che è preferibile avere, vengono cristallizzate determinate dinamiche di potere e disuguaglianza, dando luogo a veri e propri blocchi o strati, da cui il termine stratificazione sociale (per eventuali approfondimenti, si rimanda all’ottimo lavoro di Johnson: Johnson, L. A. (2013)., “Social stratification” in Biblical Theology Bulletin, 43(3), 155-168.) Iniziano così differenti giustificazioni per la diversa distribuzione di risorse e ricompense. Un tipo di giustificazione è quella della attribuzione, in cui gli individui sono ricompensati per attributi su cui non hanno controllo, ma sono ereditati, come genere, etnia; un altro è quello del risultato, del merito, del conseguimento di obiettivi, fattori che società mette a valore.
I teorici della stratificazione sociale si possono dividere in teorici funzionalisti, che credono che essa sia necessaria, e teorici del conflitto, che affermano che le disuguaglianze sociali vanno messe in discussione. Il parallelo sociologico della prima corrente (supportato da una economia di tipo neoliberale[2]) è elaborato con particolare accuratezza da Davis e Moore. Secondo gli autori, le disuguaglianze sociali sono inevitabili in quanto ogni società deve assicurarsi che le posizioni più importanti siano occupate dalle persone maggiormente qualificate, e che esistono certe posizioni e ruoli più rilevanti di altri per la sopravvivenza della società. È quindi la competizione per le posizioni di maggior rilievo che garantisce il funzionamento della società, che deve motivare anche attraverso un sistema differenziato di ricompense per motivare ogni individuo della struttura sociale. Inoltre, le ricompense più grandi devono beneficiare coloro che ricoprono i ruoli più importanti e che richiedono talento e un alto livello di specializzazione. Sempre secondo gli autori, solo un numero limitato di individui ha i talenti che possono essere valorizzati per occupare i ruoli più importanti, e gli individui che si sottopongono a corsi di specializzazione per trasformare i loro talenti in abilità e competenze sono sottoposti a un lungo periodo di sacrifici che dovrà poi essere ricompensato di più degli altri.
Tali considerazioni portano a sollevare non pochi dubbi sulle fondamenta di tali ragionamenti. La motivazione può anche venire dall’umanesimo, dallo spirito di solidarietà, dall’amore per la vita e non per forza dalla competizione. Inoltre, la ricompensa non può essere l’unico metodo per stimolare un individuo. Ancora, chi decide quali sono le posizioni più importanti? Perché il grado di specializzazione è valorizzato più di un intenso e logorante lavoro fisico? Se il principio delle competenze, specializzazione, difficoltà teorica del lavoro realizzato sono alla base del tipo di ricompensa che la società dovrebbe dare, ci si aspetterebbe che i ricercatori e gli studiosi maggiormente specializzati debbano sedersi sui gradini più alti della piramide sociale. Tuttavia, non accade così. In aggiunta, il periodo di studio e specializzazione non è detto che sia più stressante rispetto alla sua alternativa, ovvero sottoporsi ad un lavoro non valorizzato e non ben remunerato. Tale percorso risulta quindi più conveniente, non più stancante, e inoltre anche una possibilità a cui non tutti hanno accesso. Non risulta quindi difficile, di fronte a tali contraddizioni, chiedersi se la logica della specializzazione-competizione-produttività (il mantra del tardo capitalismo e politiche neoliberali) come primo meccanismo funzionale al benessere della società risulti efficace, e non sia invece nient’altro che un processo che favorisca i gruppi di potere, ricompensando quindi non i ruoli/specializzazioni più funzionali al sistema sociale, ma il biopotere in sé e i ruoli in cui esso è contenuto. Ne parlava Marx nella immensa Miseria della Filosofia: in una società futura senza l’antagonismo delle classi, la produzione dedicata ai diversi beni sarebbe determinata dal loro grado di utilità sociale. Allo stesso modo, i ruoli sociali che godono di maggiore prestigio sono quelli di maggiore funzione al sistema stratificato.
Ciò non va confuso con le prospettive funzionaliste come quella di Durkheim, in cui vi è differenziazione sociale, divisione del lavoro e solidarietà organica. La ricerca di una giusta (il più possibile) catena di comando in base a competenze ed interessi del singolo in chiave funzionalista non va quindi ricondotta alle logiche di un sistema economico neoliberale e il conseguente prodotto, ovvero l’uomo economico-darwiniano in competizione nella sua giungla sociale liquido/vischiosa, dove tutto ciò che prima era intrasformabile in merce ora lo diventa e/o svanisce nell’aria.
Tra le critiche più rilevanti a tale impostazione, e probabilmente quella di maggiore accuratezza sociologica, vi è quella di Melvin Tumin (la rivista Research in Social Stratification and Mobility offre attualmente una vasta gamma di informazioni a riguardo sotto la lente di diverse prospettive teoriche e di ricerca). Le analisi accurate di Tumin, probabilmente vertono, in primo luogo, sul come venga deciso che un ruolo sia più importante di un altro. Infatti, indica che la società decide ciò che è importante. Tuttavia, se si cerca in profondità, l’autore sostiene che tutti i lavori hanno uguale importanza, poiché, a lungo termine, è necessario che tutti i compiti e lavori siano adempiuti se non si vuole che la società intera ne risenta (se non, magari, con delle rare eccezioni). Inoltre, una società stratificata non offre a tutti le stesse opportunità, soprattutto in termini di accesso a formazione e specializzazione. Coloro che dispongono di un maggiore capitale sociale hanno maggiore accesso ad una migliore istruzione, potendo così beneficiare del loro capitale culturale per scegliere percorsi lavorativi più redditizi. Solo raramente non provengono da famiglie in condizioni economiche di privilegio e che possano garantire ai propri figli l’accesso al migliore tipo di formazione, istituti e università. Similmente, Bourdieu spiega come la scuola e la cultura dominante trasformino le disuguaglianze (nella maggior parte dei casi ereditate e conseguenza di maggiori possibilità di accesso e scelta) in meriti individuali, operando quella che definisce violenza simbolica, rendendo una specifica selezione sociale un fenomeno “naturale”. Ugualmente, le analisi sociologiche di Erik Olin Wright sulle posizioni di classe contraddittori e estrazione di plusvalore mostrano come si determini la gerarchia sociale ben oltre il concetto di competenze.
La stratificazione sociale e la sua necessità e inevitabilità sembra siano diventate una credenza comune sempre più radicata nel pensiero collettivo. Nel panorama sociale contemporaneo, i gruppi minoritari (o ancora meglio in condizione di minorità) sono socializzati a credere che le cose ormai stiano così e che debbano partire da minore accesso alle risorse rispetto ai gruppi sociali privilegiati, e che meritino di essere nella situazione in cui si trovano. Tuttavia, essendo parte di un mondo sociale meritocratico, avranno sempre una loro chance di riscatto. La legittimazione e accettazione di tale status quo è inoltre sostenuta da specifiche ideologie e credenze, dentro cui ogni attore sociale moderno viene inevitabilmente socializzato. Tra queste, diversi “miti” come la meritocrazia, che normalizza la disuguaglianza di opportunità suggerendo che il successo dipenda unicamente dallo sforzo individuale; o l’ipotesi del mondo giusto, che rafforza le gerarchie sociali suggerendo che ciascuna persona riceva solo ciò che merita. Si offre così all’individuo moderno un modo di pensare ed essere nel mondo già standardizzato e preconfezionato, dove la adesione a tali ideologie permette il vantaggio interno secondario di superamento della paura e dell’insicurezza.
Tuttavia, il prezzo da pagare è alienazione e reificazione. La stratificazione sociale è la capacità e potenzialità umana estirpata e oggettivata in forme come il denaro, prestigio, potere. La natura sociale dell’uomo si degrada così a diversificate forme di asservimento, atomizzazione, anomia. Si ammala l’anima di ognuno, se non si riescono ad immaginare forme di legame sociale e abitare il reale che vanno oltre quella che è una delle risposte più semplici e meno complesse alla angoscia esistenziale, che degenera e si abbassa in individualismo quando non riesce a produrre amore per la vita, solidarietà, umanesimo, cura collettiva.
Parafrasando Marx, tale tipo di legame sociale è il potere alienato dell’umanità.
NOTE
[1] Diversi lavori, tuttavia, mostrano che ci sono state eccezioni, come l’immenso scritto di Eric Fromm sulla distruttività umana, il lavoro di Kropotkin sul mutuo appoggio che riporta in primo piano la legge di natura della cooperazione rispetto a quella della spietata lotta per la vita. Anche gli scritti di Alex Honneth sulla reificazione affermano che il rapporto epistemico dell’uomo con il mondo deriva da un atteggiamento di cura e di coinvolgimento esistenziale. Ancora, un importante contributo della antropologia in: Kohler, T. A., Smith, M. E., Bogaard, A., Feinman, G. M., Peterson, C. E., Betzenhauser, A., … & Bowles, S. (2017), “Greater post-Neolithic wealth disparities in Eurasia than in North America and Mesoamerica” in Nature, 551(7682), 619-622.
[2] Il neoliberismo è considerato una versione estrema del classico liberismo economico. Il liberismo, come indicato da Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni, vedeva il mercato come luogo di scambio, secondo una tendenza della natura umana allo scambio di beni, di equivalenza, reciprocità e uguaglianza degli agenti del mercato. Il neoliberismo, invece si basa sul concetto di concorrenza, e quindi disuguaglianza degli attori sul mercato, come ideale da raggiungere.
Immagine in apertura: “Il banchetto dei ricchi” di José Clemente Orozco, 1924
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