Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli Stati Uniti d’America è già cominciata, è divenuta pratica istituzionale.
Che questo avvenga proprio negli Stati Uniti d’America, uno dei luoghi e dei simboli del capitalismo mondiale e del neoliberismo, presidiati dalla Statua della Libertà nella baia di New York, negando la libertà di movimento attraverso la pratica della deportazione dei migranti, è epifania della falsa coscienza del capitale.
Non si tratta di un inganno da smascherare, ma del modo stesso in cui il rapporto capitalistico si presenta a chi vi è immerso: una società di produttori liberi che scambiano equivalenti sul mercato, dove la mediazione dello sfruttamento resta occultata — non per artificio retorico, ma perché è la forma necessaria in cui il capitale si manifesta, come ha mostrato Annibale Raineri (1982) nella sua lettura de Il Capitale di Marx (1970)[3]. Le politiche antimmigrazione non deformano questa rappresentazione: ne rivelano la verità, che va sottoposta alla critica dei rapporti sociali da cui nasce, non trattata come eccezione o degenerazione. Allo stesso modo in cui lo scambio di equivalenti è effettivo per chi vi partecipa, senza che questi veda come in realtà quello scambio nasconda lo sfruttamento del lavoro, così la libertà è effettiva, è principio supremo per il capitale e per il neoliberismo, ma selettiva: e questa selettività si maschera proprio nella criminalizzazione della mobilità umana, che tiene la forza lavoro disponibile al mercato ma sottomessa al comando del capitale.
Le pratiche di controllo della mobilità, comprese le più crudeli, come la deportazione o la remigrazione, oggetto del nostro contributo, non rivelano dunque un inganno nascosto dietro la narrazione neoliberista del principio liberale: ne rivelano la verità. La libertà selettiva non tradisce il principio della sovranità individuale sul mercato, lo realizza — perché quel principio è sempre stato la forma di manifestazione di un rapporto che ha bisogno di forza-lavoro insieme mobile e disciplinata. Non a caso: è proprio per rispondere a questa possibilità di resistenza e di lotta insita nella mobilità che il capitale è costretto a rivoluzionare ed estendere continuamente i propri rapporti di dominio (Bihr, 2006, p. 39). Deportazione e remigrazione sono anche questo — la risposta sempre rinnovata a una libertà di movimento che il capitale non può sopprimere, ma solo tentare, di volta in volta, di disciplinare.
Il razzismo che accompagna le politiche antimmigrazione, anziché essere un pregiudizio che precede la gerarchizzazione e la segmentazione razziale della forza lavoro, ne è semmai la legittimazione ex post: stabiliti i rapporti di forza, li giustifica, rivelandosi un dispositivo che mantiene basso il costo del lavoro e minimo il conflitto. Come sostiene Immanuel Wallerstein: «[…] Se si vuole massimizzare l’accumulazione del capitale, è necessario contemporaneamente minimizzare i costi di produzione (di conseguenza i costi della forza-lavoro) e minimizzare i costi del disordine politico (di conseguenza minimizzare – e non eliminare, perché non è possibile – le proteste della forza-lavoro). Il razzismo è la formula magica che concilia tutti questi obiettivi» (Wallerstein, 1992, p. 45).
È negli Stati Uniti di Trump, dove una destra ormai «tecnologica» — sostenuta da capitale di rischio, think tank e piattaforme digitali — funge da laboratorio ideologico del volto più aggressivo del neoliberismo globale, che questo meccanismo riemerge nella sua forma più esplicita: vi si intrecciano un inquietante ritorno delle teorie eugenetiche, una nuova ideologia pronatalista e la retorica di una “meritocrazia genetica” che aggiorna gli antichi incubi malthusiani del capitale con un immaginario propriamente coloniale, quello dell’umanità come risorsa da classificare, valutare e gerarchizzare, per stabilire chi valorizzare e chi scartare (Pirrone, 2026). Il razzismo e la violenza istituzionale che lo accompagna — arresti, detenzioni, deportazioni, remigrazione — non sono allora un eccesso, ma funzionano proprio come quella che Hall (2026) chiama crudeltà come deterrenza: punire pubblicamente chi viene espulso serve a intimidire, e dunque a disciplinare, chi resta — sempre, ancora una volta, in funzione del controllo della forza lavoro. Il neoliberismo, in questo modo, lascia chi non si piega al comando alla tanatopolitica (Palidda, 2021).
È in questo quadro che la remigrazione statunitense si è fatta dispositivo istituzionale. Le deportazioni dall’interno del paese sono cresciute in modo esponenziale, e la detenzione amministrativa dei migranti ha assunto dimensioni di massa: secondo TRAC[4], l’11 luglio 2026 l’ICE deteneva 65.765 persone, il 70,6% delle quali senza alcuna condanna penale. A chi lascia volontariamente gli Stati Uniti il governo offre un incentivo di 1.000 dollari, mentre minaccia chi resta di arresto e multe. Il dispositivo si estende ormai oltre i confini della cittadinanza: nel solo luglio 2026 sono stati depositati almeno 50 ricorsi di denaturalizzazione in 23 Stati[5], un record storico, di cui il Dipartimento di Giustizia rende pubblici solo una minoranza dei casi. E proprio in queste ore l’amministrazione Trump si prepara a quella che sarebbe la più grande revoca di visti della storia americana[6]: fino a 200.000 permessi turistici e di lavoro (B1/B2) verrebbero annullati a chi, entrato regolarmente, ha poi presentato domanda d’asilo — trasformando per decreto in irregolare proprio chi cercava protezione. Si aggiunga la pratica, sempre più diffusa, delle deportazioni verso paesi terzi con cui la persona non ha alcun legame — un meccanismo che, quando questi paesi a loro volta trasferiscono i migranti verso luoghi dove rischiano persecuzioni o torture, Hall (2026) definisce triangular refoulement, un modo per aggirare di fatto il divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale.
Chi guarda a tutto questo come a un’anomalia americana rischia di non vedere ciò che davvero rivela: che la libertà di movimento resta un privilegio di pochi, non un diritto universale. Il migrante deportato non è una minaccia da cui difendersi: è lo specchio dei confini che limitano la libertà di tutti. Per questo la sua lotta — per restare, per muoversi, per non essere ridotto a merce disponibile o a scarto — riguarda, in ultima istanza, chiunque sia costretto a vendere la propria forza lavoro per vivere. Rilanciare oggi la lotta per la libertà significa partire da qui.
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BIBLIOGRAFIA
Bihr, A. (2006). La préhistoire du capital. 1: Le devenir-monde du capitalisme. Page deux.
CORRECTIV. (2024, 15 gennaio). Secret plan against Germany.
Giraudo, G. (2025, 19 maggio). Si scrive remigrazione si legge deportazione. Jacobin Italia.
Hall, A. T. (2026). Third-country deportations: Legal and ethical problems. Journal on Migration and Human Security. Advance online publication.
Marx, K. (1970). Il capitale (3 voll.). Editori Riuniti.
Palidda, S. (2021). Il cambiamento radicale delle politiche migratorie: dal lasciar vivere al lasciare morire (dalla biopolitica a sempre più tanatopolitica). REMHU: Revista Interdisciplinar da Mobilidade Humana, 29(61), 33-48.
Pirrone, M. A. (2025). Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo. PM Edizioni.
Pirrone, M. A. (2026). Le tante epifanie della razza: L’eugenica nell’America di Donald Trump e il razzismo come rapporto sociale (postfazione di V. Matteucci). Mediter.
Raineri, A. (1982). Fenomenologia e logica del capitale. Riflessioni sull’impianto iniziale del Capitale. In AA.VV., Il camaleonte e l’iscrizione (pp. 84–143). Ila Palma.
Sellner, M. (2025). Remigrazione. Una proposta. Passaggio al Bosco.
Wallerstein, I. (1992). Universalismo contro razzismo e sessismo: Le tensioni ideologiche del capitalismo. In E. Balibar & I. Wallerstein, Razza nazione classe. Le identità ambigue (p. 45). Edizioni Associate.
NOTE
[1] Con remigrazione si intende la risemantizzazione in chiave identitaria del rimpatrio forzato e selettivo di chi è giudicato incompatibile, per cultura, religione o presunta intelligenza, con la civiltà occidentale. Il termine ha le sue origini in ambito demografico e statistico, per indicare il ritorno volontario dei migranti nel loro paese di provenienza. Sulla risemantizzazione del termine in chiave razzista e xenofoba si veda Giraudo (2025). In realtà esisteva già un precedente storico importante, proprio negli Stati Uniti d’America, quando Wickliffe Preston Draper, fondatore del Pioneer Fund – una fondazione che finanziava e diffondeva le cosiddette scienze della razza e l’eugenetica – negli anni ‘30-’40 finanziò attivamente campagne per la segregazione razziale e per quella che allora veniva chiamata repatriation — termine che appunto anticipava l’uso dell’attuale “remigrazione” — degli afroamericani in Africa, in rapporto con il suprematista Earnest Sevier Cox e con il senatore segregazionista Theodore Bilbo (Pirrone, 2026, p. 26).
[2] Il precedente più significativo per la proposta di usare e rilanciare il termine di remigrazione è stato l’incontro riservato di Potsdam del 25 novembre 2023, documentato da una inchiesta di CORRECTIV, nel quale esponenti di Alternative für Deutschland (AfD) – partito politico tedesco di estrema destra – neonazisti e identitari discussero con Martin Sellner un progetto di «remigrazione» rivolto anche a residenti regolari e cittadini tedeschi ritenuti «non assimilati» (CORRECTIV, 2024). Il tema è successivamente entrato apertamente nel dibattito politico europeo: al Remigration Summit di Gallarate del 17 maggio 2025, cui aderirono anche esponenti della Lega, sono seguiti nel 2026 un analogo appuntamento a Milano, il 18 aprile, e la seconda edizione internazionale del Remigration Summit, svoltasi il 30 maggio in Portogallo. Come si vede dai summit citati, l’Italia gioca un ruolo di primo piano in questo lavoro politico, spalleggiata anche da diversi editorialisti e direttori di giornali italiani: l’edizione italiana del volume di Sellner, Remigrazione. Una proposta (2025), è stata pubblicata con la prefazione di Francesco Borgonovo, vicedirettore del quotidiano La Verità.
[3] Annibale Raineri legge la rappresentazione borghese della società — quella di produttori liberi e indipendenti che scambiano equivalenti sul mercato — non come un errore da correggere, né come uno stadio storico precapitalistico, ma come la forma necessaria in cui la società capitalistica non può che apparire a chi vi è immerso, privata della propria determinatezza specifica. La falsa coscienza, in questa lettura, non sta nel credere il falso, ma nel prendere per vera l’immediatezza dello scambio senza poterne vedere le mediazioni occultate (Raineri, 1982, pp. 84-143).
[4] I dati sulla popolazione detenuta da ICE sono tratti da TRAC (Transactional Records Access Clearinghouse), centro di ricerca indipendente della Syracuse University: Immigration Detention Quick Facts (dati aggiornati all’11 luglio 2026).
[5] I dati sono tratti da TRAC (Transactional Records Access Clearinghouse), As Denaturalization Lawsuits Surge, Their Basis Lacks Transparency, 21 agosto 2026.
[6] Associated Press, U.S. set for largest mass visa revocation in history targeting up to 200,000 foreigners, officials say, 24 agosto 2026.
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