Contributo per il seminario Effimera, “L’IA e noi: lavoro, vita, corpi, ecologie”, Milano, 7-8 novembre 2026.
Versione italiana della conversazione pubblicata in versione video da Canal Red e su “Antagón”.
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Premessa, settembre 2026
Questa conversazione è stata pubblicata il 3 agosto 2026. Il 26 agosto Autistici/Inventati, il collettivo italiano che da venticinque anni costruisce infrastrutture digitali autonome per movimenti, associazioni e media indipendenti, è stato inserito dall’OFAC, l’ufficio del Tesoro degli Stati Uniti che amministra le sanzioni, nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’accusa non è di aver commesso reati: è di fornire l’infrastruttura con cui altri comunicano. In seguito il dominio è stato bloccato, la posta si è fermata, il conto delle donazioni è stato chiuso. Banca (sedicente) Etica, presso cui il collettivo teneva i conti, ha rescisso il contratto e trattenuto il denaro delle donazioni: la misura del vassallaggio europeo all’imperialismo statunitense. Undici giorni dopo la designazione Autistici/Inventati ha annunciato che chiude, perché in quel clima continuare a offrire i propri servizi era diventato un pericolo in più per chi li usa.
Nella conversazione dico che le pratiche di riappropriazione, dai modelli linguistici aperti (open weight) ai server tenuti da una comunità, contano ma non intaccano il potere. Il caso di Autistici/Inventati lo conferma: vengono annientate nel momento in cui il sistema lo decide.
Introduzione di Aniello Lampo
Che fare con l’intelligenza artificiale? A questo punto non serve più insistere sull’importanza che questa tecnologia ha assunto. Ogni giorno risulta più evidente come trasformi il mondo del lavoro, riconfiguri la geopolitica, plasmi le nostre soggettività e acceleri la crisi ecologica. Azzardando una parafrasi, sempre delicata, di Immanuel Wallerstein, si potrebbe dire che ci troviamo davanti a una vera e propria “tecnologia mondo”, il cui dispiegamento attraversa quasi tutte le dimensioni della vita sociale.
Quanto più però l’intelligenza artificiale diventa centrale, tanto più diventa difficile immaginare una strategia politica capace di contendere la direzione che sta prendendo. Il controllo di questa tecnologia da parte di un ristretto gruppo di tecno-oligarchi ci colloca in una posizione scomoda: dai movimenti sociali continuiamo a guardare senza disporre di un orizzonte comune, e rischiamo di ridurci a spettatori di una trasformazione che avanza a velocità vertiginosa.
Di fronte a questa incertezza può essere tentante rifugiarsi nella nostalgia di un passato senza intelligenza artificiale. Ma quella strada offre poche risposte, e non sembra avere molto senso nemmeno schivare dibattiti che in ogni caso si apriranno, che decidiamo o no di girarci dall’altra parte. La sfida, forse, consiste proprio nel capire che cosa stia accadendo, abbandonando tanto il rifiuto tecnofobo quanto l’entusiasmo tecnosoluzionista, e nel chiedersi come riappropriarci di tecnologie che fanno già parte delle nostre vite.
Per pensare queste questioni abbiamo con noi Giorgio Griziotti.
Con lui parleremo di intelligenza artificiale, di potere, di ecologia e di conflitti sociali. Cercheremo di capire che cosa esprima davvero questa tecnologia, perché sia diventata uno dei principali campi di disputa politica del nostro tempo, e quali possibilità restino aperte per chi non si rassegna a guardare il futuro da bordo campo, ma aspira a partecipare alla sua costruzione.
1. Da Neurocapitalismo all’IA generativa
Giorgio, sei conosciuto, tra le altre cose, per il tuo libro Neurocapitalismo, pubblicato circa dieci anni fa, in cui analizzavi come il capitalismo digitale catturi conoscenza, attenzione e cooperazione sociale attraverso le tecnologie connesse. Quale continuità vedi tra quei meccanismi che descrivevi allora e gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale?
In Neurocapitalismo la tesi di fondo era che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione allora emergenti, smartphone, social network e siti di commercio elettronico, fossero diventate qualcosa di più di semplici strumenti. Lo smartphone, con l’internet mobile e le app, diventa il primo dispositivo biopolitico personale, diffuso con rapidità fulminea in tutta l’umanità: sempre con noi, a contatto con il corpo. Attraverso di esso le grandi piattaforme organizzano e mediano la nostra cooperazione, decidono cosa vediamo, orientano desideri e attenzione, captano emozioni, ed è da questa relazione continua che il capitale estrae valore. Non produce merci nel senso classico: si appropria dinamicamente della cooperazione sociale e del sapere collettivo, quello che Marx chiamava general intellect, e lo mette al lavoro senza nemmeno pagarlo come tale.
La continuità con l’intelligenza artificiale di oggi è fortissima, ed è il punto da cui parte il mio progetto di ricerca attuale, che spero di pubblicare presto. L’IA generativa prosegue la stessa logica, ma molto più a fondo: se le piattaforme si limitavano a mediare la nostra cooperazione, l’IA entra direttamente nella produzione simbolica, linguistica e cognitiva. Genera testi, immagini, suoni, codice. Per farlo si è impossessata quasi per intero del general intellect e lo ha grammatizzato. Grammatizzare vuol dire scomporre un flusso continuo, la parola, la musica, perfino il pensiero, in unità discrete, fissabili e riproducibili tecnicamente: la scrittura ha grammatizzato la voce, l’IA grammatizza la nostra stessa attività cognitiva per estrarne valore. E quel sapere comune, una volta grammatizzato, ci viene restituito sotto forma di servizio a pagamento.
Ma ci sono due novità che dieci anni fa non c’erano, e che articolano la mia ricerca. La prima è il passaggio dall’IA generativa all’IA attuativa. La chiamo così, attuativa e non agentiva, perché ora la macchina non si limita più a produrre segni: attua, interviene direttamente sugli ambienti, sui processi, sui corpi. È questo salto che i tech bros della Silicon Valley annunciano come l’avvento dell’intelligenza artificiale generale, l’AGI: una tecnologia mondo, una macchina capace di ogni compito. Un’esagerazione mitica e transumanista, la promessa che serve a giustificare la folle corsa agli investimenti.
Qualche esempio: l’auto senza conducente, la procedura IA che da sola prenota un viaggio o porta a termine un’intera pratica amministrativa o lavorativa al posto nostro, il robot della cura che accudisce, fino al drone che uccide con una certa autonomia. È il vecchio potere sovrano, “far morire e lasciar vivere”, che ritorna in forma algoritmica.
Quando la macchina passa dal dire al fare succede una cosa grave: l’atto si stacca dalla responsabilità. Chi agisce – la macchina – non risponde; chi dovrebbe rispondere non agisce. È una delega letale. E attenzione: non è una delega che facciamo all’IA, come se decidesse per conto suo. È una delega al capitalismo dell’IA. La responsabilità non si sposta soltanto: svanisce. Gli effetti restano, e quando sono devastanti non c’è più nessuno a cui imputarli.
La seconda novità riguarda la dimensione materiale, il corpo stesso dell’IA. Non che dieci anni fa ignorassi questo aspetto: già in Neurocapitalismo parlavo delle data farm, del corpo fisico di queste tecnologie. Ma allora il fenomeno sembrava ancora prevalentemente immateriale, fatto di flussi, dati, attenzione, mentre oggi l’IA porta quel corpo a una scala brutale, impossibile da rimuovere: data center enormi, chip, consumo di energia e acqua, estrazione di minerali.
E qui ho messo a fuoco quella che per me è la chiave politica di oggi: il capitalismo dell’IA decentralizza l’esecuzione, cioè l’uso e la cooperazione. Non per generosità: ha bisogno che li usiamo ovunque, perché è dalla diffusione dell’uso che insieme estrae valore ed esercita controllo e influenza politica, fin nelle pieghe del quotidiano. Ma centralizza sempre più radicalmente la produzione delle infrastrutture che li rendono possibili. Chi addestra i grandi modelli linguistici, i large language model, detiene il potere, anche quando l’uso si diffonde. L’apparente libertà dei terminali non coincide con la libertà reale: quella dell’infrastruttura che li produce.
In una frase: tra Neurocapitalismo, il libro, e oggi c’è una linea diretta, la cattura della cooperazione e del sapere comune. Ma l’IA porta quella logica a un salto di qualità: dalla mediazione alla produzione del senso, dal dire al fare, e da un capitalismo apparentemente immateriale a uno che mostra in modo brutale la sua materialità ecologica e la sua concentrazione di potere.
2. L’IA attraverso lo sguardo di Karen Barad
Il carattere estrattivo dell’IA risulta particolarmente evidente nel fatto che essa si alimenta di capacità profondamente umane e sociali: linguaggio, attenzione, affetti, cooperazione. Questo sembra mettere in discussione l’idea di una netta separazione tra l’umano e la macchina. In una recente intervista affrontavi questa questione attraverso il pensiero di Karen Barad e la sua nozione di intra-azione. Potresti spiegare questo approccio? Che cosa cambia, sul piano politico, quando pensiamo la tecnologia a partire da questa co-costituzione?
Vorrei partire da una nota personale. Ho preso l’iniziativa di far pubblicare in italiano Meeting the Universe Halfway, l’opera principale di Karen Barad, perché il suo approccio ontoepistemologico, fondato sulla fisica quantistica, mi è parso particolarmente pertinente e in sintonia con il mio modo relazionale di pensare le macchine, e in particolare l’IA.
Uno dei concetti centrali di Barad è quello di intra-azione. Di solito diciamo “interazione”: due cose già date, l’umano e la macchina, che entrano in rapporto. Barad rovescia la prospettiva: le due cose non preesistono all’incontro, è dalla relazione che emergono come ciò che sono. La separazione tra noi e la macchina non è il punto di partenza, ma un effetto.
Un esempio. Quando scambiamo con un chatbot gli diamo di continuo informazioni su di noi, informazioni che l’IA usa nella relazione con noi ma che finiscono anche nelle mani dell’impresa privata che possiede il modello linguistico, cioè il sistema addestrato che sta dietro il chatbot e ne genera le risposte. Questo non significa che lo addestriamo in tempo reale: il modello con cui parliamo è già fissato, congelato; l’addestramento avviene altrove, in modo differito, sui dati raccolti. Eppure il rapporto ci forma comunque: cambia il nostro modo di scrivere, di lavorare, perfino di pensare e di vivere. È in questo senso che parlo di co-costituzione.
Non vale solo per l’IA: i social sono già estrattivi, e operano dentro la relazione. L’IA ne è la forma più avanzata, perché estrae dalle stesse capacità umane e sociali, linguaggio, attenzione, affetti, cooperazione, fino alla produzione stessa del senso e del pensiero. Proprio perché non c’è una linea netta di separazione tra noi e la macchina, il capitale lavora dentro la relazione: cattura ciò che produciamo semplicemente vivendo. Se fossimo davvero separati, l’estrazione sarebbe più visibile, e più facile da rifiutare.
Sul piano politico, tutto questo sposta il terreno della critica. Gran parte della letteratura sull’IA è ossessionata da una sola domanda: che cosa l’IA sia, se pensi, se sia davvero intelligente, se abbia una coscienza. È una domanda difensiva e, secondo me, sbagliata: presuppone quella separazione tra noi e la macchina che non c’è, e ci rassicura sul nostro primato. Ma soprattutto, ponendo l’IA come questione ontologica, finisce per distogliere lo sguardo da ciò che conta: chi la produce, la governa e ne trae profitto.
E qui c’è un punto che mi sta a cuore. Pensare in termini di relazione non significa dissolvere le responsabilità in una rete piatta, dove ciascuno ha la sua piccola agency e nessuno risponde. Al contrario: Barad stessa fa della responsabilità un cardine. La co-costituzione non avviene nel vuoto: è sempre un apparato, un dispositivo materiale e sociale insieme, a operare il taglio tra ciò che conta e ciò che non conta, tra le capacità da valorizzare e quelle da scartare. E gli apparati non sono neutri: oggi a disporli è soprattutto il capitale. La macchina non ha intenzioni proprie; dietro la relazione c’è una strategia, quella del capitalismo dell’IA. Perciò la responsabilità non svanisce: va riassegnata a chi tiene la regia e governa il fronte tecnologico.
L’entanglement è un fenomeno della fisica quantistica: due particelle che hanno interagito restano legate, così che anche a grande distanza ciò che accade a una si riflette all’istante sull’altra, come fossero un unico sistema. Barad ne fa un modo di pensare il mondo: niente esiste come entità separata e a sé, tutto è costituito dalle relazioni in cui è preso. E con l’IA siamo dentro un intreccio così: ci attraversa, ne siamo parte, non osservatori esterni. Non esiste allora un fuori puro da cui osservarla. Ma è proprio l’essere dentro che permette di prendere parte: è il “dentro e contro” di cui parlava Toni Negri rispetto al capitale. Usiamo queste tecnologie, ne siamo costituiti, e da lì possiamo opporci all’uso che il capitale impone, non per riformarlo ma per andare oltre.
Infine, l’intra-azione mi aiuta a vedere un livello che di solito resta nascosto: l’intreccio non è solo tra noi e l’algoritmo. Ogni intra-azione con un chatbot mette in relazione il nostro gesto con i data center, l’energia, l’acqua, le miniere, il lavoro, la geopolitica. L’entanglement, in questo senso, non è soltanto ontoepistemologico: è anche materiale e infrastrutturale. Ogni risposta che ci appare immateriale è il punto terminale di un apparato planetario molto concreto, fatto di potere, di valore, di rapporti di forza.
3. Oltre la tecnofobia e il soluzionismo
Oggi l’intelligenza artificiale genera una forte polarizzazione: da un lato la diffidenza tecnofoba, dall’altro l’esaltazione tecno-positivista. Tuttavia, entrambi questi approcci sembrano condividere una stessa premessa: considerare la tecnologia come qualcosa di neutrale o autonomo, separato dalle relazioni sociali che la producono. La visione che hai appena esposto sembra confutare questa idea. Quale margine di manovra lascia tutto questo ai movimenti sociali? Quali orizzonti di riappropriazione o di trasformazione possiamo immaginare?
Il presupposto che indichi è proprio il punto. Tecnofobia ed entusiasmo tecnologico sembrano opposti, ma si assomigliano, perché partono entrambi da una tecnologia data, esterna. La prospettiva relazionale rovescia quella premessa: la tecnologia è fatta di relazioni sociali, di cooperazione, di rapporti di forza. Non è né una salvezza né una condanna, è un campo di lotte.
Preferisco il termine tecnofobia a quello di luddismo, che semmai va sottratto all’equivoco: i luddisti non erano contro le macchine in quanto tali, ma contro un uso che li espropriava del lavoro e della capacità di decidere. Il loro era un conflitto sociale, non una fobia tecnologica. La domanda giusta non è mai “tecnologia sì o no”, ma quale tecnologia, in mano a chi, e per farne cosa.
Quale margine resta ai movimenti? Non è fisso: dipende dai rapporti di forza, oggi squilibrati. Il capitale ha iniziativa, strategia e vantaggio; noi ci siamo, resistiamo su molti fronti, ma una strategia all’altezza non ce l’abbiamo ancora. Proprio perché è questione di forze, però, quell’equilibrio si può spostare. E abbiamo un precedente da cui imparare: i social network. Anche lì molti pensavano di poterli usare contro, di riappropriarsene dall’interno. Il bilancio è che le piattaforme hanno catturato molto più di quanto siamo riusciti a riprenderci. All’epoca della primavera araba, per esempio, credevamo di costruire con i social una comunicazione orizzontale, alternativa e antagonista; ma i tecno-oligopoli sono riusciti a far prevalere l’individualismo e il protagonismo degli influencer. Con l’IA la partita è ancora più dura, perché la dipendenza è più profonda e la produzione resta concentrata in pochissime mani. È il baricentro stesso della tecnologia a spostarsi, e in senso concreto: le sedi e gli impianti delle imprese migrano dalla California al Texas. È il passaggio dalla controcultura californiana al millenarismo texano, estrattivo e fascistizzante, descritto da Fred Turner. I social non scompaiono, e i loro padroni si piegano al nuovo potere, come Zuckerberg con Trump, ma la spinta va verso l’IA applicata alla sorveglianza, alla guerra e all’estrazione. Palantir, la società di Thiel e Karp, ne è l’esempio più netto: costruisce sistemi di sorveglianza di massa e di supporto alle operazioni militari, venduti a governi, eserciti e polizie.
Ma qualcosa, di concreto, si muove già. Le rivolte che oggi attraversano il Sud globale, quelle che i media chiamano della Gen Z, ne sono un segno: in Marocco i giovani hanno trasformato Discord, una piattaforma nata per i videogiochi, nel centro operativo delle proteste. Lo stesso strumento pensato per catturare attenzione viene rivoltato in mezzo di organizzazione: è esattamente ciò che intendo per campo di battaglia.
Esistono pratiche reali di riappropriazione: modelli linguistici aperti (open weight), IA che si possono far girare su un computer di casa invece che nei data center, comunità che assemblano strumenti propri. Contano, ma da sole non bastano: danno un’apparente autonomia e non intaccano il potere. Ci si può riappropriare dell’uso, ed è ciò che il capitale in fondo ha bisogno di lasciarci fare, mentre resta accentrata la produzione dei grandi modelli, costosissimi da addestrare, in pochissime mani, e da cui dipendono perfino quelli aperti. Quello che conta davvero non è decentralizzare l’uso, e nemmeno disperdere la produzione: è farla entrare nel comune, strapparla al mostro bicefalo Stato-tecnocapitale, come direbbe il mio amico Maurizio Lazzarato, nelle cui mani oggi è concentrata. È quello che chiamo un comune infrastrutturale: non più soltanto un comune della conoscenza, fatto di software libero e di dati aperti, ma un comune che arrivi fino al livello materiale, energetico, produttivo.
E qui voglio essere chiaro, perché mi pare importante: non è un problema tecnico. Nessun accorgimento ingegnoso decentralizza la produzione finché resta intatta l’architettura di potere che la tiene accentrata. La trasformazione di cui parliamo non è tecnica ma politica: non si tratta di ottimizzare l’esistente, ma di rivoluzionare l’architettura.
C’è poi una questione di scala che i movimenti non possono ignorare. Il sabotaggio isolato, la piccola alternativa artigianale, i server tenuti da un collettivo, non sono gesti soltanto simbolici: sono il piano molecolare in cui un altro rapporto con le macchine viene praticato davvero. Da soli, però, restano impotenti di fronte a monopoli planetari. Serve anche un quadro teorico e un’organizzazione all’altezza di quella scala: continuare ad agire nel molecolare, e insieme imparare a pensare in grande.
Vorrei chiudere con un’immagine che prendo da Matteo Pasquinelli. Ogni macchina, dice, contiene già il ritratto del lavoratore collettivo che vuole rimpiazzare: nel suo disegno è incisa la cooperazione sociale che ha catturato. Ma quel ritratto possiamo rovesciarlo, e leggervi il contrario – il sogno di macchine diverse, non legate allo sfruttamento e alla devastazione del pianeta. È lì che si apre l’orizzonte: non nel rifiuto della tecnica, non nell’entusiasmo dei venditori di futuro, ma nella capacità di riprenderci, collettivamente, la produzione della nostra intelligenza.
4. IA e territori
Il capitalismo digitale ha contribuito a naturalizzare l’idea di un mondo apparentemente smaterializzato, svincolato dai suoi limiti fisici. Eppure, oggi conosciamo sempre meglio i costi ecologici dell’intelligenza artificiale: consumo massiccio di acqua ed energia, estrazione mineraria, proliferazione di data center, anche in Spagna. Sorge quindi una domanda decisiva: possiamo continuare a pensare la tecnoscienza come un terreno di produzione politica senza entrare in contraddizione con le esigenze ecologiche? Come articoli tu questa tensione?
Comincio dall’illusione che stai nominando, perché è il cuore della questione. Il capitalismo digitale ci ha venduto l’immagine di un mondo smaterializzato: la nuvola, il virtuale, i dati che sembrano fluttuare senza peso. È un’ideologia pervasiva, perché ci fa dimenticare che ogni operazione digitale ha un corpo fisico. Il primo gesto politico, oggi, è quindi materialista: rimettere quel corpo al centro. Ed è un corpo mastodontico, in espansione compulsiva, che ingoia migliaia di miliardi di dollari, ormai l’unità di misura del capitalismo dell’IA, e gonfia una delle più grandi bolle speculative mai viste. Anche in territori già segnati dalla siccità, in Spagna come nel Texas, si moltiplicano i data center enormi che ingurgitano acqua ed elettricità mentre la popolazione le raziona.
Veniamo alla domanda, che è la più difficile: c’è contraddizione tra pensare la tecnoscienza come terreno politico e le esigenze ecologiche? La contraddizione è reale, ma è mal posta se la collochiamo tra tecnologia ed ecologia. La vera contraddizione è tra l’organizzazione capitalista della tecnoscienza e l’ecologia politica. L’IA di oggi è devastante non perché calcola, ma perché è organizzata per un’accumulazione senza limiti: crescita senza misura, estrazione senza restituzione. È una tecnosimbiosi, per usare il termine di N. Katherine Hayles, diventata parassitaria: prende dalla biosfera a una velocità che nessun processo vivente potrebbe sostenere, e non le rende nulla.
Da qui un punto su cui insisto, perché rovescia la narrazione dominante. Ci raccontano che il pericolo sia una superintelligenza futura, capace di sfuggirci di mano, ed è il tema della cosiddetta sicurezza dell’IA. Ma quel racconto serve proprio a distogliere lo sguardo dal presente. Il disastro non è davanti a noi: è già qui, ed è ecologico. È il metabolismo materiale di questa macchina, adesso.
E non c’è innocenza nell’uso. Anche il gesto più leggero – una domanda a un chatbot, un comando all’assistente vocale di casa – è il punto terminale di un apparato planetario. La leggerezza apparente nasconde un peso materiale enorme, concentrato altrove, nella produzione. Non possiamo illuderci di un uso verde finché la produzione resta questa.
Allora come articolo la tensione? Senza fingere che sia semplice. In linea di principio riprenderci la tecnoscienza e rispettare i limiti ecologici non si contraddicono; ma perché ciò accada davvero dovrebbe cambiare tutto, chi produce, come e a quale fine, e non è un aggiustamento tecnico. I chip più efficienti e i modelli più leggeri da soli non bastano: nella logica attuale ogni guadagno di efficienza viene riassorbito da un aumento dei consumi, e finché il fine resta l’accumulazione illimitata la sobrietà tecnica non salva nulla. Una tecnoscienza dentro il comune, sobria, orientata ai bisogni e ai limiti di Gaia, è possibile solo al prezzo di una rottura di fondo. Dentro l’ordine presente appare quasi impensabile, ed è bene non nasconderlo: è qui la vera difficoltà.
E qui torna Gaia, che non è uno sfondo romantico ma un limite reale e materiale: eccede qualsiasi modello, non si lascia interiorizzare. Una prospettiva relazionale prende sul serio questa eccedenza: si tratta di coevolvere con i sistemi viventi, di adattarsi ai loro ritmi, non di divorarli. Non è nostalgia di un passato che non c’è: è la scelta di un altro metabolismo tra noi, le macchine e il pianeta.
Qui ecologia e politica sono la stessa cosa: il pericolo non è la macchina, è l’ordine che la produce, e che per accumulare ci vuole dipendenti mentre consuma il mondo. Quello che è in gioco è strappare a poche mani non l’uso, ma la produzione stessa: dell’intelligenza, dell’energia, del nostro rapporto con Gaia. E il capitale non prepara il caos solo con le infrastrutture: lo prepara diffondendo un contagio di idee e di desideri, un’infezione della mente collettiva che ci vuole dipendenti. Un contagio che gli preesiste, ma che è il capitalismo a portare su scala planetaria. È lì che si combatte: senza riprenderci desideri, cooperazione e immaginazione, non si va oltre quel sistema. Non un destino tecnico, ma una scelta politica; e la partita è ancora aperta. O un altro metabolismo con Gaia, o il caos per noi e una buona parte del vivente.
Postilla. Questa conversazione lascia fuori, tra l’altro, aspetti strategici legati all’IA: il regime di guerra, il lavoro e le prospettive, cioè il che fare. Di questi si discuterà ampiamente nel seminario.
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