Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di Antonio Minaldi (“Reddito di base, welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro”) e di Sergio Riccio (“Liberazione dal lavoro, liberazione del lavoro”) affrontano un tema oggi dirimente, di strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato: non il significato del lavoro (da Adamo lo conosciamo) ma il senso e il fine del lavoro. Sia i partiti di destra che quelli di sinistra, sia i sindacati concertativi che quelli di base, dichiarano che senza lavoro non si può vivere e che il loro primo obiettivo è incrementare i tassi di occupazione. Il governo Meloni si è fatto addirittura vanto che mai l’occupazione aveva raggiunto tali livelli (senza comunque sottolineare come tali statistiche siano costruite ad hoc sulla base di definizioni che lasciano spesso a desiderare…). Ma di che lavoro stiamo parlando? Il concetto di lavoro non è mai stato stabile nel tempo, soprattutto in un sistema capitalistico di produzione. In questa realtà, infatti, il lavoro, pur essendo un’attività formalmente libera, viene sussunto dalle modalità di produzione che variano continuamente a seguito di un progresso tecnologico finalizzato costantemente a incrementare la produttività e ad allargare la base dell’accumulazione. La qualità del lavoro si modifica continuamente e così pure la sua organizzazione. Sino al punto che oggi il lavoro tende a trasformarsi in “nuda vita”, segnando così la sua evaporazione e il suo superamento. Ciò significa che ci siamo liberati dalla dannazione biblica del lavoro? Nient’affatto, purtroppo.

Infine, vorrei ricordare che questo testo è stato anche alla base della relazione dal titolo: “Il processo di finanziarizzazione come possibile misura della sussunzione vitale: quale alternativa?”, presentata al Convegno “Negri oltre Negri II”, Salerno 18-19 giugno 2026.

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 1. Incipit

In un contributo al libro a cura di Toni Casano e Antonio Minaldi Occupare l’utopia. ci domandavamo se ai giorni nostri “Ha ancora senso parlare di lavoro?” [1] La domanda non è peregrina e la risposta non facile. Per questo è necessaria una premessa.

2. La parabola del lavoro dall’artigiano all’homo faber del fordismo

La vita umana è solitamente scandita da momenti temporali che sono per lo più finalizzati alla soddisfazione dei bisogni e dei sogni. Tali scadenze non sono uguali per tutte e tutti. Essi sono segnati dalla struttura della gerarchia sociale, politica e culturale in cui ci si trova. Nel contesto dei paesi occidentali, così come si sono definiti, all’indomani della formazione degli stati nazione del XV secolo e della rivoluzione industriale e francese di fine XVIII secolo, la nascita e la diffusione del sistema capitalistico di produzione ha introdotto misure sempre più sofisticate nella misurazione del tempo di vita. Contemporaneamente ha ridefinito le funzioni essenziali della vita umana, piegandole alla necessità dell’accumulazione economica. L’attività lavorativa diventa libera, la schiavitù viene abolita, almeno formalmente (con l’eccezione degli Usa). La vita quotidiana inizia così a essere scandita dai tempi di lavoro e del non lavoro, per molti in condizioni di bisogno e di precarietà. Il tempo di lavoro, che è funzionale all’accumulazione, ed è quindi considerato produttivo, viene remunerato proprio perché attività non sottoposta ad alcuna coercizione fisica e/o legale. Il restante tempo di non lavoro o attività produttiva non finalizzata all’accumulazione/produzione ma semplicemente alla riproduzione fisica e sociale della forza lavoro non viene remunerato e non gode di alcuna assistenza. La libertà di lavorare ha così un prezzo: la sopravvivenza del lavoratore/trice è esclusivamente di sua responsabilità.  A differenza dello schiavo, la cui sopravvivenza viene garantito dal padrone, il lavoratore libero vive in condizione di perenne stato di necessità: deve badare a sé stesso.

Al riguardo, scrive Marx

“Il lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere. (…). Il lavoro non è sempre stata una merce. Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schiavo non vendeva il suo lavoro al padrone di schiavi, …. Lo schiavo, insieme con il suo lavoro, è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma il lavoro, non è merce sua. L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel borghese, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese un compratore.” [2]

In questo brano, Marx fa riferimento al lavoro salariato, come prima forma del lavoro organica al sistema di produzione capitalistico. Una forma di lavoro, al cui interno il lavoratore si presenta desarmata manu. [3]  Il lavoratore è libero ma la prestazione lavorativa non lo è: è sottoposta a pesanti forme di prescrizione e subordinazione. È lavoro salariato, appunto.

Il passaggio dal lavoro artigianale libero al lavoro salariato subordinato avviene lentamente ma inesorabilmente. Nel primordiale sistema manifatturiero, quello descritto da Adam Smith con la fabbrica di spilli, la divisione del lavoro che lo organizzava lascia ancora ampi margine di autonomia operativa: l’artigiano mantiene ancora in parte il controllo del processo produttivo, seppur solo per quella parte a cui è adibito sulla base dell’organizzazione delle mansioni. Il rapporto con la macchina è un rapporto sinergico, potremmo dire di odio e amore, di ripulsa e attrazione, dove comunque le competenze nell’uso dei macchinari incide sulla qualità del prodotto finale. Nella trasformazione dall’artigiano formalmente libero all’operaio di mestiere della manifattura di primo ‘800, ciò che viene espropriato è la proprietà del prodotto finale e ciò che viene esautorato è il tempo di lavoro che viene venduto al capitalista. Ricordiamo che si tratta di un tempo di lavoro che il salariato liberamente, senza alcuna coercizione, offre al capitalista, ai fini di sopravvivenza. Il lavoro è dunque attività libera, il lavoratore, se salariato, non lo è.

Con il passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio massa, dal sistema manifatturiero al sistema “fabbrica”, assistiamo ad una nuova torsione. Se nel sistema manifatturiero, la subordinazione del lavoro al capitale non veniva determinata, se non in minima parte, dalle modalità del processo di produzione (una volta assegnati gli incarichi e le mansioni sulla base della più efficiente divisione del lavoro in funzione dell’output finale), ma dalla salarizzazione della prestazione lavorativa, nel sistema “fabbrica” si aggiunge un nuovo tassello. Il capitalista, attraverso la leva dell’innovazione tecnologica, è in grado di intervenire e modificare direttamente il processo produttivo, spogliando l’operaio, ora diventato operaio massa, dalle sue competenze e capacità di controllo della macchina. Il rapporto tra essere umano e macchinico si modifica drasticamente. Dall’avere un rapporto di complementarietà formale con la macchina, ora il lavoro salariato è passato a un rapporto di totale subordinazione reale alla macchina e alla sua tempistica. È il passaggio che Marx mirabilmente descrive nel VI capitolo inedito del I libro de Il Capitale, quando descrive il processo di sussunzione formale della manifattura e la sua trasformazione nel processo di sussunzione reale che caratterizza il sistema “fabbrica”. Marx prefigura di fatto ciò che diventerà visibile con il paradigma taylorista dell’organizzazione scientifica del lavoro.

In presenza di sussunzione reale, l’attività lavorativa viene rigidamente regolamentata. In primo luogo, si articola in modo massiccio il dispositivo di comando gerarchico all’interno della fabbrica. Inizialmente, tale tendenza è molto graduale, a causa dell’assenza di tecnologie energetiche e meccaniche sufficientemente adeguate a garantire una precisa tempistica produttiva. Il comando si esplicita maggiormente con il bastone e in modo diretto per via gerarchica. Sarà solo con la nascita della standardizzazione della produzione, resa possibile dall’utilizzo dell’energia elettrica come fonte motrice stabile e regolabile delle macchine e la scoperta di nuovi materiali che sarà possibile, grazie all’industria chimica inorganica, la costruzione di quei macchinari che andranno a costituire la catena di montaggio. La struttura gerarchica si sedimenta su tre fasi, che definiranno l’organizzazione scientifica del lavoro della nascente grande fabbrica taylorista agli inizi del XX secolo: la fase della progettazione, finalizzata a produrre il prototipo dell’output; la fase dell’esecuzione, finalizzata, sulla base dei piani strategici, a garantire la produzione e la fase della commercializzazione, finalizzata alla realizzazione finale sui mercati di sbocco. Tale struttura organizzativa è permeata da una divisione aziendale del lavoro assai rigida che favorisce poi all’interno della società una divisione sessuale del lavoro, una divisione culturale dell’istruzione, ecc.. Ovvero, la formazione di quei dispositivi disciplinari che caratterizzano il paradigma fordista del XX secolo, dalla famiglia, alla scuola, alla fabbrica stessa, sino alla galera e al manicomio.

In secondo luogo, il lavoro necessita di essere regolamentato in tutte le sue manifestazioni, dall’orario, al salario sino alle prescrittività delle diverse mansioni. Nasce la scienza ergonomica, che ha proprio lo scopo di misurare ed e rendere più efficiente lo sforzo fisico lavorativo.

Tale rigidità tecnologica, produttiva e dell’organizzazione lavorativa, esito della crescente automazione produttiva in grado di incrementare in modo rilevante la produttività, porta a evidenziare precise dicotomie economiche e sociali. Ci riferiamo alla netta separazione tra tempo dii lavoro e tempo di non lavoro, tra lavoro produttivo e lavorio improduttivo, tra produzione e riproduzione e tra produzione e consumo, e all’interno dell’attività lavorativa, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra operaio massa e impiegato (d’ordine e di concetto)

Ne consegue che il lavoro (salariato) diventa il fattore centrale alla base dell’accumulazione. Ma si tratta di un lavoro solo formalmente libero, subordinato come è alla tempistica e alla produttività dei processi di automazione della macchina: un lavoro passivo, altamente alienato, dove le competenze, le abilità e la creatività dell’essere umano vengono per lo più soffocate e negate. Il concetto di mestiere viene trasformato in un lavoro spogliato da ogni professionalizzazione, di fatto sancendone, paradossalmente la morte. L’ubbidienza e il silenzio [4] definiscono le regole imposte dalla gerarchia di fabbrica. È morto il lavoro, viva il lavoro.

Di converso, sul piano della distribuzione del reddito, era necessario che il salario reale crescesse in linea con i guadagni di produttività al fine di garantire un equilibrio (seppur precario) tra produzione di massa e consumo di massa, condizione principale per garantire profitti monetari soddisfacenti. Il periodo fordista del XX secolo è stata la fase capitalistica in cui era possibile, grazie appunto ai forti guadagni di produttività, un incremento sia dei profitti che dei salari.

Essere occupati, piegandosi alle condizioni imposte dal lavoro salariato di fabbrica, diventa quindi la condizione principale per godere della accettazione sociale e del suo riconoscimento. E’ il trionfo dell’homo faber [5], espressione ripresa da Hanna Arendt in Vita Activa,  e il XX secolo viene definito il secolo del lavoro [6]. Tale ideologia del lavoro permea anche i dettami costituzionali che si ridefiniscono all’indomani della tragedia della II guerra mondiale all’inizio dei trent’anni gloriosi del fordismo (1945-75): il diritto al lavoro (senza specifiche) entra nel novero dei diritti fondamentali dell’essere umano.

Ricordiamo che l’etica del lavoro è una condizione necessaria (anche se non sufficiente) per la sostenibilità del sistema economico capitalista. La separazione netta tra macchina e lavoro porta alla necessità che il lavoro debba applicarsi alla macchina, indipendentemente dal come ciò avviene (in forma astratta), e quindi diventa imprescindibile per la realizzazione materiale dello stesso processo produttivo.

3. Dal rifiuto del lavoro …

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni’70 del secolo scorso, il paradigma taylorista-fordista entra in crisi. Diverse sono le cause. Dal lato della produzione, la rigidità produttiva e tecnologica, una volta che le dimensioni degli impianti produttivi hanno superato una certa soglia critica, non consente più di incrementare la produttività e lo sfruttamento delle economie di scala. Il gigantismo industriale, inoltre, favorisce una distorsione nella struttura dei costi con l’effetto di incrementare il costo per unità di prodotto, che non riesce ad essere compensato da guadagni decrescenti della produttività Parimenti, sul lato della domanda, i ricavi iniziano a subire un rallentamento in seguito alla saturazione di molte produzioni di massa. L’esito inevitabile è una contrazione dei profitti. Tale situazione viene ulteriormente peggiorata dall’insubordinazione operaia delle grandi fabbriche, che provoca un repentino aumento dei salari a danno della stessa produttività, a causa degli scioperi selvaggi e della riduzione della tempistica del lavoro. Ciliegina sulla torta sono poi le tensioni internazionali sul dollaro che portano al crollo del sistema di Bretton Wood nel 1971 e in seguito nel 1973 il forte incremento del petrolio a seguito delle tensioni arabo-israeliane.

La crescita dei salari nei decenni precedenti, condizione necessaria per la stabilità del sistema economico, riduce il grado di ricattabilità dell’operaio massa e consente di mettere in discussione le pesanti e alienanti condizioni di lavoro. È il concetto di lavoro salariato che viene via via posto in discussione sino al suo rifiuto. È questa la grande novità di quegli anni. La lotta per la liberazione del lavoro (tramite orari migliori, diritti e salari maggiori) tende a trasformarsi nella lotta per la liberazione dal lavoro. La parola d’ordine: “rifiuto del lavoro” fa riferimento al lavoro salariato, quel lavoro salariato che era stato il tratto distintivo dell’instaurazione del sistema capitalistico di produzione già dai tempi della rivoluzione industriale. Quindi “rifiuto del lavoro” significa “rifiuto del capitalismo”, recupero della propria autonomia produttiva, non più sussunta realmente e/o formalmente dal capitale. Non è un caso che il rifiuto del lavoro si abbina all’idea di “autonomia operaia”, da un lato riferita al fatto che la classe operaia si autorganizza in modo autonomo senza delegare le proprie rivendicazioni a chicchessia, dall’altro all’ambizione di diventare capacità produttiva autonoma, realmente libera, quindi non più costretta a vendersi a chi gestisce il processo di produzione.

Negli anni ’70, il rifiuto del lavoro si declinava in diverse pratiche: dall’autogestione (durante l’occupazione del luogo di lavoro), all’assenteismo, dal sabotaggio alla riduzione dei ritmi di lavoro (“lavorare con lentezza” [7]). Gli effetti sono stati assai più dirompenti del tradizionale strumento dello sciopero al punto da favorire processi di ristrutturazione che hanno modificato strutturalmente l’organizzazione del lavoro e della produzione, anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche e linguistiche e del trasporto che hanno consentito una maggior flessibilità organizzativa.

La crisi del paradigma fordista favorisce lo sviluppo di nuovi modelli produttivi e tecnologici e, quindi, anche del lavoro. Se il Giappone sperimenta i nuovi modelli del Toyotismo e del Just on time, in Italia si apre la stagione dei distretti industriali, grazie anche alle politiche di decentramento territoriale, esternalizzazione delle funzioni aziendali e di riduzione della dimensione media degli impianti produttivi. Il modello taylorista della grande fabbrica in Italia ha attecchito prevalentemente nel Nord-Ovest del paese (il cd. triangolo industriale: GE-MI-TO, Genova, Milano, Torino). I processi di decentramento hanno interessato la dorsale sub-alpina da Milano, verso Brescia, sino a Treviso e Udine e la via Emilia sino alla dorsale adriatica.  Nasce così l’area NEC (Nord-Est-Centro) come nuovo polo di sviluppo economico, prevalentemente caratterizzato dalla presenza di piccole imprese subfornitrici a basso contenuto tecnologico e ad alta intensità di lavoro. Sono le premesse per lo sviluppo, nell’ambito dei settori tradizionali, di ciò che negli anni ‘90 e seguenti si trasformerà nel fenomeno del Made in Italy. La flessibilizzazione produttiva porta alla flessibilizzazione dell’attività lavorativa, con la nascita di figure spurie che fuoriescono dalla rigida dicotomia taylorista tra lavoro subordinato e lavoro indipendente. Nei distretti industriali, il lavoro operaio salariato lascia spazio a figure ibride di lavoro artigianale specializzato, lavoro autonomo per conto terzi, forme di collaborazione e di para-subordinazione. Il rifiuto del lavoro salariato, teorizzato negli anni ’70, si trasforma in forme di lavoro apparentemente autonomo (il lavoro autonomo di II generazione, con un’espressione fortunata coniata da Sergio Bologna [8]) ma che spesso nascondono forme di eterodirezione.

A partire dalla fine degli anni’80 inizia così quel processo di flessibilizzazione del lavoro che raggiungerà la sua massima estensione con la liberalizzazione dei licenziamenti individuali introdotta dal Jobs Act del governo Renzi nel 2015.

Nel corso degli anni ‘90 e del nuovo decennio 2000, la fase postfordista ha termine per lasciare spazio all’avvio vero e proprio di un nuovo processo di accumulazione  denominato da alcuni ricercatori capitalismo cognitivo [9]. Il nuovo paradigma socio-economico, basato sullo sfruttamento delle economie dinamiche di apprendimento (generazione di conoscenza) e di rete (diffusione della conoscenza), si caratterizza per una prevalente specializzazione verso le produzioni immateriali, in un contesto di organizzazione del lavoro che fa perno sul rapporto contradditorio tra cooperazione e gerarchia: la prima nasce dalla natura sociale insita nei processi di rete e di apprendimento, la seconda deriva dalla crescente precarietà del lavoro come condizione, anche esistenziale, di subalternità e ricattabilità. In questo contesto nuove soggettività si sviluppano e la composizione sociale tende a modificarsi. La classica figura del lavoratore subordinato, sempre più precarizzato, inserito nella filiera della produzione dei servizi materiali alle imprese, legata alla logistica delle merci (trasporto, immagazzinamento, grande distribuzione, catering, ecc..) si compenetra con la crescita, non sempre lineare, di un terziario immateriale legato alla creazione e alla circolazione degli immaginari, dei linguaggi e dei simboli (editoria, media, software, design, servizi finanziari e immobiliari, ecc.). E’ nel terziario immateriale che si definisce una nuova figura lavorativa che possiamo definire cognitiva Essa è costituita da soggetti relativamente giovani, prevalentemente di genere femminile (processo di femminilizzazione del lavoro [10]), con un grado di cultura medio alto (processo di scolarizzazione di massa).

Le dicotomie tipiche della rigidità taylorista cominciano a saltare. La separazione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, tra produzione e riproduzione, tra consumo e produzione, tra lavoro manuale e intellettuale tendono a vacillare sempre più. Le facoltà umane, dal linguaggio ai sensi, entrano nella prestazione lavorativa che tende sempre più a individualizzarsi e a frammentarsi. L’eterogeneità crescente di un lavoro che si complessifica e si trasforma spesso in attività multitasking modifica la tradizionale divisione del lavoro per mansioni singole e sempre più specifiche. Tendono ad assumere maggior rilevanza la divisione cognitiva e la divisione spaziale e etnica del lavoro per la crescita della produttività e del profitto.

Parallelamente la frammentazione e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, se non è accompagnata da politiche di sicurezza sociale, fa sì che la flessibilità tracimi in precarietà, delineando nuove forme di sussunzione del lavoro al capitale.  Ed è così che, infatti, succede. L’Italia diventa il paese più avanzato a sperimentare forme di precarizzazione, che presto saranno imitate da altri paesi europei. Ma tale situazione si trasforma in un boomerang. Chi di precarietà ferisce, prima o poi perisce [11]. Non stupisce che il mancato sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, a causa dell’eccesiva intermittenza di lavoro e all’inesistenza di continuità di reddito, sia una (tra le altre) cause che possano spiegare la mancanza di crescita economia e il declino salariale degli ultimi vent’anni.

Fatto sta che le facoltà vitali degli esseri umani, nella loro complessità e eterogeneità, entrano a far parte in modo dirompente nella capacità lavorativa. Non a caso, all’interno del pensiero mainstream economico, si comincia a parlare di “capitale umano”, un ossimoro per intendere che il fattore capitale, la macchina, si è umanizzata. All’epoca, con tale espressione si faceva riferimento al fatto che la capacità cognitiva e la conseguente divisione del lavoro erano il fattore principale della produttività e quindi dell’accumulazione e del profitto. Viene riconosciuto così un lavoro che non è solo appendice alla macchina ma che deve essere in grado di essere creativo, risolvere problemi, fare leva sulle capacità individuale. È l’ideologia del lavoro creativo di Florida [12] e della Californian ideology [13]. E l’ideologia dell’imprenditore di sé stesso. È l’illusione che effettivamente la parola d’ordine degli anni ’70 del rifiuto del lavoro aveva prodotto effetti positivi, contribuendo ad un miglioramento della qualità del lavoro.

Ma questa illusione dura poco. La necessità del capitalismo di ridefinire il rapporto capitale – lavoro a suo favore non può permettersi di lasciare troppo spazio all’autonomia del lavoro e al diritto all’autodeterminazione del lavoratore/trice.

Con il passaggio al nuovo millennio, dopo la crisi finanziaria del marzo 2000 con un profondo crollo delle borse americane e l’inizio di tensioni internazionali che evidenziano la necessità di ridefinire un nuovo ordine internazionale, assistiamo ad un processo di riorganizzazione del capitalismo, con il passaggio a processi di accumulazione che investono sempre più in modo diretto la “nuda vita” degli esseri viventi umani e animali. Il capitalismo cognitivo si trasforma in capitalismo bio-cognitivoe trova le sue modalità organizzative nelle piattaforme digitali, la nuova grande radicale innovazione: la piattaforma digitale è in grado di modificare e standardizzare l’organizzazione della produzione e della circolazione dei beni, riducendo quegli spazi di autonomia che il lavoro cognitivo aveva apparentemente aperto.

Nel capitalismo delle piattaforme, le facoltà biocognitive e relazionali dell’essere umano sono la base diretta del processo di valorizzazione. La vita stessa è soggetta a un principio di mercificazione crescente.

Assistiamo a una mutazione del processo di sussunzione del lavoro capitale, che va oltre la dicotomia tra sussunzione formare e reale di matrice marxiana. Siamo in presenza di processi di sussunzione formale e sussunzione reale che si compenetrano a vicenda, dando vita a una sinergia in cui l’organizzazione dell’attività produttività organizzata tra forme lavorative e forme di domestication (ad esempio smart working), che sempre più coinvolge la vita quotidiana delle persone: attività non considerate come lavoro, ma come prosumer, Attività gratuite che definiscono una nuova forma di sussunzione al capitale: una sussunzione che apre una nuova prospettiva, quella di una sussunzione vitale [14] al capitale, in cui tutti noi, nessuno escluso, siamo coinvolti.

Poiché la vita è individuale, è l’individuo stesso a essere “capitalisticamente” valorizzato.

Poiché l’individuo vive nella cooperazione e nelle relazioni sociali con altri individui, la cooperazione sociale e la riproduzione sociale, nelle sue varie forme, sono il principale fattore produttivo: un input complesso, dinamico, eterogeneo e non soggetto a scarsità.

Ne consegue che ogni tempo della vita umana entra nel processo di valorizzazione attraverso tempistiche diverse, a partire dal tempo di lavoro certificato (labor), al tempo di attività creativa (opus), al tempo trascorso in attività di relazione, riproduzione sociale, gioco, comunicazione, amicizia, contemplazione (otium) e infine al tempo necessario per le “attività di sopravvivenza” (quies).

Ne consegue che l’intera vita quotidiana è inserita sin dal suo nascere in un meccanismo di produzione, indipendentemente dall’attività svolta dal lato del produttore o del consumatore. Nel capitalismo biocognitivo, organizzato attraverso le piattaforme, la vita è direttamente messa a valore [15].

4. … alla fine del lavoro

La vita messa direttamente a valore (e non più semplicemente al lavoro) implica che l’intermediazione del lavoro e la necessità di una sua organizzazione tende a venire meno. La questione della definizione del lavoro diventa superflua. Ciò ha una duplice ripercussione, la prima sul mercato del lavoro, la seconda sulla stessa forma “lavoro”.

Riguardo al mercato del lavoro, esso tende a stratificarsi su tre livelli: un primo livello, numericamente sempre più ristretto, viene adibito a funzioni di comando, controllo e sorveglianza: si tratta di attività che richiedono fidelizzazione del lavoratore/trice alla filosofia di impresa (oggi chiamasi, corporation), consentendo in tal modo stabilità e buona remunerazione dell’attività lavorativa. Tuttavia, tale professionalità viene oggi minacciata dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (IA), che in un futuro non troppo lontano, potrebbe prenderne il posto. A differenza delle tecnologie informatiche, in grado di favorire la riduzione di lavoratori a basso contenuto cognitivo, il nuovo paradigma dell’IA e dei big data tende a favorire la riduzione di molte attività a maggior contenuto cognitivo, con effetti che oggi sono ancora difficilmente analizzabili.

Il secondo livello è costituito da una platea di lavoratori/trici, che operano con forme spurie di lavoro dipendente che cominciano a essere regolamentate dalla legge con la diffusione di tipologie di contratti di lavoro molto varie. Si consolida e si sviluppa il fenomeno del lavoro precario, che favorisce nuove forme di asservimento e sfruttamento.

Le prestazioni lavorative interessate sono sia a monte che a valle delle catene del valore: da un lato, i clickworker, adibiti all’allenamento contino degli algoritmi machine e deep learning – condizione per il loro corretto funzionamento -, dall’altro i vari operatori della logistica, sia materiale (magazzinaggio, trasporto, ecc.) che immateriale (advertising, comunicazione, design, ecc.). Anche queste prestazioni possono essere sostituite dall’utilizzo di IA. A questi segmenti di lavoro riconosciuto, si devono aggiungere anche i lavoratori delle miniere, spesso situate in paesi poveri e a bassa industrializzazione, che estraggono quei minerali sempre più necessari per la costruzione delle macchine algoritmiche e dell’AI (terre rare, silicio, rame, litio, cobalto, neodimio e gallio, ecc.)

Infine – terzo livello –  la forza lavoro più numerosa è quella dei “clienti” delle piattaforme, i cd. prosumer. Sono infatti gli utenti delle diverse piattaforme finalizzate a fornire informazioni per soddisfare i propri desideri o spazi virtuali per la comunicazione, il gioco e lo sviluppo di relazioni, a fornire la materia prima che viene poi sussunta nell’organizzazione capitalistica produttiva.

Siamo così di fronte a una nuova composizione tecnica e politica del lavoro che va oltre allo stesso concetto tradizionale di lavoro (ovvero attività che in quanto produttiva viene remunerata). Possiamo parlare a buon ragione di composizione tecnica e politica della vita.

Se oggi le relazioni umane, la cooperazione sociale, la produzione di intelligenza collettiva (general intellect), la riproduzione sociale sono espressione del comune come modo di produzione [16], al momento attuale esse sono alla base del comunismo del capitale, ovvero della capacità del capitale di sussumere e catturare quelle che sono le istanze di vita degli esseri umani [17]. Il capitale, per dirla con Cristina Morini [18], diventa antropomorfo e allo stesso tempo antropofago

Le piattaforme digitali creano valore sulla base di un processo di produzione la cui materia prima è costituita dalla vita degli individui. Tale “materia prima” è in buona parte fornita gratuitamente, in quanto finalizzata alla produzione di valore d’uso.

Il “segreto” [19] dell’accumulazione sta nella trasformazione del valore d’uso in valore di scambio. Oppure, detto in altri termini, la trasformazione del lavoro concreto, che sta alla base delle attività quotidiane di vita che generano dati via relazioni sociali e necessità di informazioni, in lavoro astratto.

Tutto ciò modifica e altera il significato e il senso del lavoro, come finora declinato dalla cultura europea e occidentale, come strumento di liberazione e di riconoscimento sociale.

Quando l’esistenza viene messa a valore, l’attività produttiva tende così a evaporare, a diventare invisibile e solo una parte viene formalizzata e quindi remunerata.

La precarietà lavorativa lascia così sempre più spazio alla gratuità dell’attività produttiva.

Il lavoro perde dunque di senso. La vita, nella sua complessità, diventa il centro della produzione di plusvalore, indipendentemente dal lavoro.

E tanto più ciò si diffonde, quanto più il rapporto capita-lavoro diventa sempre meno scindibile nelle sue due componenti: capita e lavoro, per l’appunto. Ma non è il lavoro che si fa capitale. Il concetto di capitale umano, tanto caro all’economia mainstream e sbandierato come la capacità del capitalismo di riconoscere l’individuo nella sua essenza, a partire dalla manipolazione della cultura e del sapere, diventa la barriera ideologica e manipolatrice che sedimenta e rende strutturale la trappola della precarietà.

Si tratta di una trappola della precarietà, che grazie ai dispositivi di controllo sociale e di autoreferenzialità identitaria, indotta dalle piatteforme che più esplicitamente gestiscono, veicolano, selezionano e sfruttano le relazioni sociali, tende a trasformarsi in trappola della promessa [20] e della gratuità.

Non ci sono più inoccupati, se intendiamo per inoccupati coloro che direttamente o indirettamente non possono (disoccupati) o non vogliono (inattivi) partecipare alla creazione di (plus)valore e quindi sono improduttivi dal punto di vista del processo di accumulazione. Lungi dalla fine del lavoro, siamo al lavoro senza fine e per questo alla sua scomparsa come fattore specifico caratterizzante e valorizzante la vita degli individui. La dicotomia oggi drammatica è tra coloro che sono produttivi di valore ma tale produttività non è certificata, né riconosciuta nell’ambito tradizionale del labor e quindi non vengono remunerati, e coloro che invece svolgono un’attività che è riconosciuta come produttiva e quindi, in qualche modo, remunerata.  Il capitale sussume interamente la vita sino a invisibilizzare il lavoro.

5. La necessità di un reddito di base incondizionato

Il capitalismo bio-cognitivo delle piattaforme presenta un paradosso: più il lavoro, nella sua forma tradizionale, evapora e diventa marginale, più il processo di accumulazione tende a diventare sempre più instabile e deregolamentato e rischia l’autodistruzione.

Tale autodistruzione è oggi favorita da molteplici fattori. In primo luogo dalla crisi climatica e dall’alterazione dell’equilibrio ecologico. Senza un riequilibrio tra la specie umana con le altre specie viventi e tra specie umana e natura, tutta la comunità vivente rischia la scomparsa e la governance attuale del capitalismo neoliberista, finanziarizzato ed estrattivo, che si fonda sulla sussunzione vitale degli individui e la loro mercificazione come base dell’accumulazione, non è in grado, né vuole, fornire una risposta. È questo il primo, vero e grande problema politico che ci dovremmo porre.

Tale irresponsabilità e incoscienza, frutto principalmente dell’opportunismo economico, spiega anche altri fattori di auto-distruzione.  Facciamo riferimento, da un lato, alla crescente concentrazione delle ricchezze in poche mani e la conseguente iniqua distribuzione del reddito, che nuoce anche agli stessi equilibri capitalistici perché penalizza la domanda e la stessa accumulazione. Dall’altro, il ricorso sempre più frequente allo strumento della guerra come potenziale strumento di accumulazione primitiva all’interno di un equilibrio geo-politico internazionale unipolare messo in crisi da crescenti spinte verso forme di multipolarità, che la gerarchia militare-economica degli Stati Uniti e dell’Europa rifiuta di accettare, in nome di una pretesa quanto evanescente superiorità culturale e religiosa. Il ricorso alla guerra viene visto anche come un dispositivo che può favorire l’accumulazione capitalistica, a fronte proprio di un’eccessiva concentrazione dei redditi. Simile è anche il ruolo svolto dalla speculazione dei mercati finanziari, la cui creazione di plus-valenze agisce su un moltiplicatore finanziario che può finanziare l’accumulazione e la sostenibilità dei paesi a forte indebitamento. Ma tale compito non può durare in eterno e ciò può creare instabilità e incertezza economica e valutaria.

In un simile contesto, la proposta di un reddito di base incondizionato può svolgere un ruolo cruciale, di stabilizzazione del sistema economico. Al riguardo, è necessario proporre un salto culturale prima che politico e affermare che il reddito di base è una variabile distributiva primaria: il reddito di base deve intervenire, infatti, direttamente nella distribuzione del reddito dei fattori produttivi: come il salario, che remunera il tempo di lavoro certificato come tale, o il profitto, che remunera l’attività d’impresa o la rendita, che remunera l’esercizio di un diritto di proprietà. Variabile distributiva primaria significa che non è una variabile redistributiva, nel senso che si materializza solo dopo che si è attuata una distribuzione del reddito sulla base di quelli che sono i rapporti di forza e rapporti sociali esistenti all’interno di un certo processo di accumulazione: una redistribuzione di reddito, che  opera in una fase successiva, è l’esito di un secondo livello di distribuzione indiretta, agita a livello extra mercato e sovra individuale (di solito grazie all’intervento pubblico) tramite politiche economiche discrezionali appropriate[21].

Abbiamo argomentato nelle pagine precedenti, che oggi la produzione di valore si basa contemporaneamente su forme di estrazione di plusvalore assoluto e di plusvalore relativo, dove per plusvalore assoluto si intende l’esistenza di una sorta di accumulazione originaria – in un’organizzazione capitalistica basata sul rapporto capitale lavoro e sulla proprietà privata quale quella nella quale noi viviamo – che si realizza su un piano estensivo (orizzontale) modificando il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Il tempo di vita messo direttamente a valore è infatti produttivo (e forse anche di più) del tempo di vita messo al lavoro remunerato. Ma le forme giuridiche, giuslavoriste, statuali e sindacali di remunerazione sono rimaste ancorate alla remunerazione di stampo fordista. Di conseguenza, assistiamo sempre più al fenomeno che forme di attività produttive di vita non vengono certificate come tali in seguito all’inadeguatezza delle regole concertative sindacali e giuslavoriste.

Occorre quindi riconoscere che siamo tutti produttivi, ma solo una parte viene remunerata. Da ciò deriva l’urgenza di un reddito di base incondizionato, come reddito primario, ovvero come strumento di remunerazione, che riconosce la nostra produttività di vita sussunta dal capitale (sussunzione vitale) [22]. E poiché tale reddito e fattore remunerativo e non di sola assistenza, esso non può che essere totalmente incondizionato.

Una misura di questo tipo, finanziato da un fondo proprio, gestito a livello comunitario, grazie a processi di redistribuzione del reddito dall’élite più ricca della popolazione [23], potrebbe svolgere un ruolo a favore del superamento delle criticità economiche oggi esistenti. Da un lato, può essere, insieme ad altri, strumento di liberazione da un lavoro che sempre più sta evaporando nelle sue forme classiche, dall’altro, può consentire l’esercizio reale del diritto all’autodeterminazione, che si deve fondare anche sul diritto alla scelta della propria attività lavorativa.

Se c’è un articolo della Costituzione Italiana che dovrebbe essere modificato, alla luce delle condizioni attuali, è proprio il primo comma dell’art: 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, a favore di una nuova formulazione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul diritto alla scelta del lavoro.

E di conseguenza dovrebbe essere modificato anche il secondo comma dell’art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, con la seguente riformulazione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, il diritto alla scelta del lavoro e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (termine che dovrebbe essere sostituito da: i cittadine e i residenti)  all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ciò significa che al tempo della diffusione dell’AI diventa oramai imprescindibile discutere di un nuovo modello di welfare del comune (Commonfare). E sarà proprio questo il tema del II convegno sull’AI che Effimera vorrebbe organizzare nella primavera 2027 dopo quello del 7 novembre 2026.

Bibliografia principale di riferimento

Aa. Vv., L’economia politica della promessa, Manifesto Libri, Roma, 2015

Aris  Accornero, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna,1997

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Richard Barbrook, Andy Cameron, “The Californian Ideology”, in Science as Culture, January 1996, vol. 6, n. 1: pp. 44-72

Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio (a cura di), Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026

Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano, 2003

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Andrea Fumagalli, “Ha ancora senso parlare di lavoro nel capitalismo delle piattaforme?” in T. Casano, A. Minaldi (a cura di), Occupare l’utopia e la costituente del comune, Multimage, Firenze, 2025, 227-242

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Cristina Morini, “Economia dell’interiorità e capitale antropomorfo. Produzione sociale, lavoro emozionale e reddito di base”, in Alisa Del Re, Cristina Morini, Bruna Mura, Lorenza Perini (a cura di), Lo sciopero delle donne. Lavoro, trasformazioni del capitale, lotte, Manifestolibri, Roma, 2019

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Carlo Vercellone, Alfonso Giuliani, Francesco Brancaccio, Pierluigi Vattimo, Il comune come modo di produzione, Ombre Corte, Verona, 2017

NOTE

[1] A. Fumagalli, “Ha ancora senso parlare di lavoro nel capitalismo delle piattaforme?” in T. Casano, A. Minaldi (a cura di), Occupare l’utopia e la costituente del comune, Multimage, Firenze, 2025, pp. 227-242

[2] Cfr. K. Marx, “Lavoro salariato e capitale”, Neue Rheinische Zeitung, aprile 1842: https://www.marxists. org/italiano/marx-engels/1847/lavcap.htm (Editori Riuniti, Roma, 195)

[3] Il concetto di “desarmata manu” (cioè, a mani nude) fa riferimento alla produzione senza capitale, mentre la produzione che si avvale di mezzi intermedi, cioè di strumenti per raggiungere lo scopo, è produzione capitalistica. Il concetto viene ripreso da Bohm Bawerk, nella sua critica a Marx, quando propone gli esempi del cacciatore o pescatore solitario usati dagli economisti classici, che Marx tacciava sarcasticamente di “robinsonate”, e che Bohn Bawerk ritiene invece esempi utili ai primi economisti per dedurre “i tratti tipici generalissimi” di ogni sistema economico, lo scheletro, per così dire, di qualunque sistema economico. Marx, invece, fa riferimento non al sistema produttivo, ma al lavoratore stesso, volutamente lasciato senza strumenti propri, per essere costretto a vendere la propria forza-lavoro al capitale.

[4] “Silenzio, qui si lavora” era spesso scritto sui muri dei reparti della fabbrica.

[5] L’origine dell’espressione “homo faber” risale all’antica Roma in particolare ad Appio Claudio Cieco (vissuto tra il IV e il III secolo a.C.), ripreso da Sallustio. In epoca moderna, l’espressione specifica Homo faber è stata usata prima dal filosofo Henri Bergson nel 1907, e successivamente da Adriano Tilgher nel 1930, ma è stata resa celebre in primo luogo da Hannah Arendt e da Max Frish.

[6] Vedi A. Accornero, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna,1997

[7] “Lavorare con lentezza” è il titolo di una canzone politica dell’epoca, scritta e cantata da Enzo Del Re nel 1974, che divenne il titolo di un film di Guido Chiesa che racconta la storia e lo sgombero di Radio Alice a Bologna nel 1977

[8] Si veda S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di II generazione. Scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano, 1997

[9] Tale termine nasce in Francia nei primi anni 2000, nell’ambito dell’attività di ricerca del Laboratoire Isys-Matisse, Maison des Sciences Economique, Università di Parigi I, La Sorbona, sotto la direzione di B. Paulré e viene propagandato dalla rivista Moltitudes con gli scritti, assai diversi fra loro, di A. Corsani, M. Lazzarato, Y. Moulier-Boutang, T. Negri, E. Rullani, C. Vercellone e altri. Al riguardo, cfr. B. Paulré, “De la New Economy au capitalisme cognitif”, in Multitudes, n° 2, 2000, pp. 25-42; C. Azais, A. Corsani, P. Dieuaide (a cura di), Vers un capitalisme cognitif, Paris, L’Harmattan, 2001; Y. Moulier Boutang, L’Età del capitalismo cognitivo, Verona, Ombre Corte, 2002; C. Vercellone (a cura di), Sommes-nous sortis du capitalisme industriel?, Paris, La Dispute, 2003; A. Corsani, P. Dieuaide, M. Lazzarato, J.M. Monnier, Y. Moulier Boutang, B. Paulré e C. Vercellone, Le Capitalism cognitif comme sortie de la crise du capitalism industriel. Un programme de recherche, 2004. Per analisi più recenti si rimanda a C. Vercellone (a cura di), Capitalismo Cognitivo, Roma, Manifestolibri, 2006, A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, Carocci, 2007, Y. Moulier-Boutang, Le capitalism cognitif. Comprendre la nouvelle grande trasformation et ses enjeux Paris, Ed. Amsterdam, 2007. Si veda anche il numero monografico Le capitalisme cognitif. Apports et perspectives, della rivista European Journal of Economic and Social Systems, Vol. 20 – n° 1, 2007, curato da A. Fumagalli e C. Vercellone, con i contributi, oltre dei curatori, di A. Arvidsson, L. Cassi, A. Corsani, P. Dieuaide, S. Lucarelli, J.-M. Monnier, B. Paulré.

[10] Su questo punto si rimanda a C. Morini Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Ombre Corte, Verona, 2010

[11] Si veda A. Fumagalli, “La crisi strutturale dell’industria e dell’economia italiana. Chi di precarietà ferisce, di precarietà perisce”, in F. D’Aloisio, S. Ghezzi (a cura di), Antropologia della crisi. Prospettive etnografiche sulle trasformazioni del lavoro e dell’impresa in Italia, L’Harmattan Italia, Torino, 2016, pp. 214-242

[12] Si veda: R. Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano, 2003

[13] R. Barbrook, A.Cameron, “The Californian Ideology”, in Science as Culture, January 1996, vol. 6, n. 1: pp. 44-72

[14] A. Fumagalli, Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo Derive Approdi, Roma, 2017.

[15] Il primo testo in cui si parla espressamente di vita messa direttamente a valore, facendo l’esempio paradigmatico del valore-affetto, è: C. Morini, A. Fumagalli, “La vita messa a lavoro: verso una teoria del valore-vita. Il caso del valore affetto”, in Sociologia del Lavoro, Fascicolo n. 115, pp. 94-116, 2009

[16] C. Vercellone, A. Giuliani, F. Brancaccio, P, Vattimo, Il comune come modo di produzione, Ombre Corte, Verona, 2017; T. Negri, “Il comune come mezzo di produzione”, 10 giugno 2016, http://www.euronomade.info/?p=7331; A. Fumagalli, Economia politica del comune, Derive Approdi, Roma, 2017.

[17] Al riguardo, molto interessante è il concetto di Bio-ipermedia, coniato da G. Griziotti: “Il Bio-ipermedia si può definire in modo ampio come l’ambito in cui il corpo nella sua integralità si connette ai dispositivi di rete in modo talmente intimo da entrare in una simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche.”. Vedi. G. Griziotti, Neurocapitalismo, Mimesis, Milano, 206, p. 120

[18] Si veda C. Morini, “Economia dell’interiorità e capitale antropomorfo. Produzione sociale, lavoro emozionale e reddito di base”, in A. Del Re, C. Morini, B. Mura, L. Perini (a cura di), Lo sciopero delle donne. Lavoro, trasformazioni del capitale, lotte, Manifestolibri, Roma, 2019 e C. Morini, Vite lavorate. Corpi, valore, resistenze al disamore, Manifestolibri, Roma, 2022

[19] Il riferimento è K. Marx,  Das Kapital – Bd. I, VII. Der Akkumulationsprozeß des Kapitals, 24. Die sogenannte ursprüngliche Akkumulation: http://www.textlog.de/kapital-geheimnis.html. “Geheimnis” significa “segreto” in italiano.

[20] Cfr. Aa. Vv., L’economia politica della promessa, Manifesto Libri, Roma, 2015 con scritti di A. Colombo, C. Morini, G. Allegri, G. Bronzini, M. Bascetta, R. Ciccarelli, V. Graziano.

[21] Per un’analisi più dettagliata, si rimanda a Andrea Fumagalli, Carlo Vercellone  “Il reddito di base sociale incondizionato (Rbsi) come reddito primario e istituzione del Comune” in Questione Giustizia, n. 1. 2020:

[22] Sul concetto di sussunzione vitale, si rimanda a A. Fumagalli, Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo, DeriveApprodi, Roma, 2017

[23] In questo contesto la campagna “unopercento equo” di Rifondazione Comunista per una legge di iniziativa popolare per la tassazione delle grandi ricchezze va nella giusta direzione

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Immagine di apertura: Nanni Balestrini “la rivolta illustrata”, 1975